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	<title>Rivista Scuola IaD &#187; Numero 5 &#8211; 2012</title>
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	<description>Modelli, Politiche R&#38;T</description>
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		<title>Licei di 4 anni. Perchè no?</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 10:55:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Orazio Niceforo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 5 - 2012]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei mesi scorsi, poco dopo l’insediamento del governo ‘tecnico’ presieduto da Mario Monti, è circolata negli ambienti del Miur la voce che si stesse studiando l’ipotesi di ridurre la durata della istruzione secondaria superiore riducendola a quattro anni sia per i licei che per gli istituti tecnici e professionali.
Di questa voce non si è avuta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei mesi scorsi, poco dopo l’insediamento del governo ‘tecnico’ presieduto da Mario Monti, è circolata negli ambienti del Miur la voce che si stesse studiando l’ipotesi di ridurre la durata della istruzione secondaria superiore riducendola a quattro anni sia per i licei che per gli istituti tecnici e professionali.</p>
<p>Di questa voce non si è avuta conferma (non si sa cioè se sia stato realizzato, o almeno avviato, un organico studio di fattibilità). E’ certo, invece, che sia stato un membro del governo, il sottosegretario Marco Rossi Doria, a sollevare la questione, sia pure a titolo personale, come poi ha spiegato, anche se è sempre difficile per chi ricopre un incarico di governo fare una credibile  distinzione tra ciò che è ‘personale’ e ciò che è ‘politico’.</p>
<p>La riflessione pubblicata da Rossi Doria sul suo blog (datata 10 gennaio 2012) riguardava l’opportunità di</p>
<blockquote><p><em>riformare i percorsi scolastici in modo che &#8211; dalla prima elementare al diploma &#8211; durino in tutto non oltre 12 anni. In modo da far coincidere la maggiore età e la fine della scuola, come nei grandi paesi europei, in USA, in India, Cina e Brasile</em>”.</p></blockquote>
<p>Rossi Doria però non ha detto, neanche a titolo personale, come avrebbe realizzato la riduzione dagli attuali 13 a 12 anni: se utilizzando il modello Berlinguer (7+5), tagliando cioè un anno al primo ciclo, oppure quello proposto inizialmente dagli esperti nominati da Letizia Moratti alla fine del 2001 (Gruppo di lavoro presieduto da Giuseppe Bertagna) e subito ritirato, che prevedeva la riduzione del secondo ciclo a quatto anni (8+4) sia sul versante scolastico (‘Licei’) sia su quello formativo (percorsi regionali di ‘Istruzione e Formazione Professionale’). Una proposta alla cui origine c’era stata un’ipotesi formulata da Norberto Bottani, relativa alla creazione di un robusto sistema di formazione tecnica superiore a carattere non accademico in uscita da studi secondari di quattro anni.</p>
<p>Si può ritenere tuttavia, sulla base delle convinzioni di carattere generale e delle esperienze realizzate dal ‘maestro di strada’ Rossi Doria, che la sua preferenza sarebbe andata caso mai al secondo modello, anche perché più compatibile con il rafforzamento dell’istruzione di base e più vicino a quello adottato nella grande maggioranza dei Paesi sviluppati (in Francia la secondaria superiore dura 3 anni &#8211; 4 i licei professionali -, 4 negli USA, 3 in Giappone, 2 in Spagna, 3 in Finlandia, speso citata come modello esemplare di sintesi tra efficienza ed equità).</p>
<h2><strong>Le resistenze</strong></h2>
<p>L’ipotesi di ridurre la durata dell’istruzione pre-universitaria a 12 anni, ma soprattutto quella di togliere un anno al secondo ciclo, ha sollevano, o meglio ri-sollevato, una serie di critiche e opposizioni, in parte ideologiche, in parte corporative, per il momento vincenti.</p>
<p>Tra le prime si collocano quelle dei difensori ‘a priori’ della quinquennalità del liceo, a partire dal classico, che sostengono – come fecero anche nel 2001, con l’appoggio di alcuni partiti della stessa maggioranza protempore, AN e Udc &#8211; l’impossibilità di comprimere in quattro anni l’insegnamento/apprendimento di determinate materie (greco, latino, matematica allo scientifico). La stessa obiezione viene avanzata ora per gli istituti tecnici, che già con le recenti riforme Fioroni e Gelmini hanno visto ridurre lo spazio-tempo per alcuni insegnamenti e attività di laboratorio.</p>
<p>Di principio è apparsa anche l’opposizione di chi sostiene che anziché ridurre occorrerebbe caso mai aumentare il tempo scuola, soprattutto nel biennio iniziale, per combattere la dispersione. Di questo schieramento conservatore fanno parte anche coloro che ritengono &#8211; magari citando alcune recenti prese di posizione ‘continuiste’ del ministro Profumo &#8211; che dopo gli sconvolgimenti degli ultimi anni la scuola italiana abbia oggi bisogno di stabilità, non di ulteriori riforme.</p>
<p>Tra le resistenze di segno corporativo ci sono quelle dei movimenti, associazioni e sindacati vicini al mondo del precariato scolastico, che temono l’ulteriore taglio degli organici, valutabile in circa 40.000 posti in caso di ‘taglio lineare’, a scapito in primo luogo dei precari.</p>
<p>Anche i sindacati maggiori però esprimono forte contrarietà, soprattutto sul metodo (Pantaleo, Flc-Cgil: “<em>Bisognerebbe evitare di annunciare ogni giorno possibili cambiamenti senza una verifica sulle possibilità reali di raggiungere risultati concreti perché così si crea molta confusione e incertezza</em>”. Scrima, Cisl scuola: “<em>Su temi come i percorsi di studio non si può improvvisare, né ripescare proposte che già hanno mostrato tutti i loro limiti</em>”). Anche se da parte dei sindacati non si è manifestata un’opposizione di principio a discutere del problema.</p>
<h2><strong>Le possibili soluzioni</strong></h2>
<p>L’eventuale taglio di un anno della scuola secondaria superiore potrebbe essere realizzato nei modi più diversi: riducendo il biennio iniziale a un monoennio (1+3), riducendo il triennio a un biennio (2+2), o anche agganciando il quinto anno al percorso formativo ulteriore (2+2+1 o 1+3+1) con il riconoscimento di crediti (da 30 a 60) utili per gli studi universitari o post-secondari non universitari. In quest’ultimo caso l’esame di maturità potrebbe articolarsi in due fasi successive (come si fa in Francia), una alla fine del quarto anno e l’altra alla fine del quinto.</p>
<p>Una variante ingegneristica alla prima ipotesi (1+3), affacciatasi anche in passato, potrebbe essere quella di staccare il monoennio dalla scuola secondaria superiore aumentando di un anno la scuola secondaria di primo grado. In tal caso la scuola italiana assumerebbe una configurazione assai simile a quella francese (5+4+3).</p>
<p>Tutte queste ipotesi comporterebbero, naturalmente, una profonda revisione dei piani di studio, che acquisterebbe forza e senso, però, solo nel quadro di un’operazione di rafforzamento della formazione di tutti i giovani italiani fino ai 18 anni e di sensibile riduzione dell’attuale tasso di dispersione scolastica (19,2% nel 2009). La Flc-Cgil ha già fatto le sue proposte: cancellazione della riforma Gelmini, obbligo <em>scolastico</em> (non di istruzione) fino a 18 anni, nessun ulteriore taglio degli organici, da utilizzare per intero per combattere la dispersione e l’evasione scolastica.</p>
<p>E’ verosimile che l’attuale governo non sia in grado di affrontare una questione di tale rilevanza anche perché, per quanto <em>tecnico</em>, è sostenuto in Parlamento da una maggioranza <em>politica</em> che difficilmente troverebbe il modo di sciogliere il nodo della scelta tra obbligo scolastico e obbligo di istruzione. Però la libera discussione e l’approfondimento anche tecnico del modo di allineare la scuola italiana agli standard di durata, e magari anche di qualità, dei più avanzati Paesi del mondo è senza dubbio utile, e merita un approfondito dibattito pubblico.</p>
<h2><strong>Bibliografia</strong></h2>
<p>Bertagna G., <em>Lavoro e formazione dei giovani</em>, Brescia, La Scuola, 2011<br />
Bottani N. et al., <em>Un giorno di scuola nel 2020</em>. Bologna, il Mulino, 2010<br />
Campione V., Tagliagambe S., <em>Saper fare la scuola: il triangolo che non c’è</em>, Torino, Einaudi, 2008<br />
Checchi D. et al., <em>Da dove vengono le competenze degli studenti?</em>, Bologna, il Mulino, 2007<br />
Fondazione Giovanni Agnelli, <em>Rapporto sulla scuola in Italia 2010</em>, Roma-Bari, Ed. Laterza, 2010<br />
Niceforo O., <em>Da Berlinguer a Gelmini. La scuola che (non) cambia</em>, Roma, Ed. Tuttoscuola, 2010<br />
Scotto di Luzio A., <em>La scuola degli italiani</em>, Bologna, il Mulino, 2007<br />
Siniscalco M.T. et al., <em>Le valutazioni internazionali e la scuola italiana, </em>Bologna, Zanichelli, 2008<br />
Tuttoscuola, <em>2° Rapporto sulla qualità nella scuola</em>, Roma, Ed. Tuttoscuola, 2011</p>
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		<title>La scuola di fronte alle crisi</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 10:50:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 5 - 2012]]></category>

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		<description><![CDATA[La diagnosi delle crisi che investono la nostra società, la nostra economia, la nostra scuola è sempre  a fosche tinte e la prognosi è infausta.
Il significato  e le implicazioni che la crisi della scuola presenta oggi sono cose ampiamente dibattute, come è oggetto di analisi quasi quotidiane  la più ampia crisi economica  e come questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La diagnosi delle crisi che investono la nostra società, la nostra economia, la nostra scuola è sempre  a fosche tinte e la prognosi è infausta.</p>
<p>Il significato  e le implicazioni che la crisi della scuola presenta oggi sono cose ampiamente dibattute, come è oggetto di analisi quasi quotidiane  la più ampia crisi economica  e come questa abbia impatto anche sulla scuola. Ne parla tanto “uomo della strada” che  l’ “addetto ai lavori” e dai loro discorsi parrebbe che la scuola oggi fosse destinata a percorrere, senza freni, una strada in discesa, con curve pericolose, sempre sull’orlo del precipizio.</p>
<p>Se dovessimo dare ascolto alle diagnosi ed alle prognosi, non troveremo alcuna terapia in grado di offrire alla scuola italiana ed ai suoi utenti alcun futuro. Il pessimismo si trasforma in depressione e la risposta prevalente è improntata all’immobilismo.</p>
<p>La “crisi” che attraversa la scuola ha anche un altro segno: la sua coerenza, quindi, adeguatezza, con le richieste dalla società contemporanea.</p>
<p>Una tra le tante battute che circolano a proposito della scuola è: <em>Nella scuola d’oggi, insegnanti di ieri insegnano a studenti di domani</em>. Un’impietosa fotografia di come la società vede la scuola.</p>
<p>Le evidenze del mutato ruolo della scuola sono numerose: la scuola non è più il solo, e, forse, neppure il principale, luogo dell’apprendimento e della socializzazione per le nuove generazioni; i curricoli scolastici sono ingessati su discipline e  contenuti di decenni fa; la classe insegnante è tra le più anziane d’Europa; il “cliente” della scuola è anch’esso cambiato: sempre meno “studente” e  sempre più “giovane” con l’irruzione a scuola di tutte le problematiche giovanili; i modelli culturali sono cambiati ed il principio di autorità è venuto meno o si è fortemente indebolito; i modelli prescrittivi su cui si è sempre fondata la scuola non funzionano più.</p>
<p>Ecco, allora, emergere le “patologie” che vengono attribuite alle nuove generazioni di studenti: la mancanza del senso  del dovere, del rispetto dell’autorità, del decoro, la propensione alla violenza, per citarne alcune, le più gettonate. O il venir meno di importanti caratteristiche cognitive che hanno sempre caratterizzato lo studente-modello: perdita di attenzione, di concentrazione, della capacità di approfondire le questioni; una elevata propensione ad approcci estesi, superficiali, pieni di … buchi (la così detta “sindrome del groviera”), tutte “perdite” attribuite al dilagare delle tecnologie digitali.</p>
<p>Una scuola svalorizzata dai politici e prosciugata di risorse, sbeffeggiata da tanta stampa e con una immagine sociale sempre più negativa. Per non parlare degli insegnanti la cui identità sociale, culturale e professionale è sempre più incerta e debole. Insegnanti ridotti, secondo alcuni, ad “amministrativi della conoscenza”.</p>
<p>Vista così, la scuola sembrerebbe un’istituzione priva di speranza, pronta ad implodere su sé stessa realizzando la profezia, di quasi 100 anni fa, rimasta sempre a mezz’aria di Giovanni Papini: “Chiudiamo le scuole” <sup class='footnote'><a href='#fn-1312-1' id='fnref-1312-1'>[1]</a></sup>.  Senza risorse, senza energie, senza progetto che guardi al futuro.</p>
<p>Fortunatamente, la situazione, anche se è così, non solo così. Se c’è una scuola che funziona a dispetto di tutto e  di tutti è dove gli insegnanti non si sono fatti alibi di mancanze altrui, hanno smesso di aspettare interventi istituzionali e si sono organizzati cogliendo <em>l’esprit du temps</em>: le tecnologie digitali ed internet.</p>
<p>Se ci fosse una persona che non conoscendo la situazione della scuola italiana, facesse un’esplorazione, anche rapida, delle presenza della scuola e degli insegnanti in rete, si costruirebbe l’immagine di una realtà moderna, attiva, efficace; si accorgerebbe di quanti insegnanti partecipano convintamente ad attività di aggiornamento professionale anche se condotte secondo modalità non tradizionali.</p>
<p>L’aggiornamento professionale dell’insegnante oggi si sviluppa in modo significativo su base volontaria, nel tempo libero, senza costo per la collettività.</p>
<p>Un numero sempre maggiore di insegnanti ha un proprio account su Facebook e su altri social media, ha attivo un blog personale o di classe, condivide esperienze, risorse, cerca ed offre aiuto. Per alcuni la rete è diventata un palcoscenico, ma gli utilizzi professionali della rate sono, anche per gli insegnanti, una pratica diffusa.</p>
<p>Paradossalmente, quelle che sono ritenute essere la causa di tanti mali della scuola, le tecnologie digitali, internet, i social network, rappresentano la scialuppa di salvataggio della scuola italiana e lo fanno mettendo a disposizione una serie di ambienti che, oltre a favorire l’aggiornamento degli insegnanti, contribuiscono alla costruzione ed al consolidamento del senso di appartenenza ad una classe intellettuale importante per il Paese.</p>
<p>La presenza degli insegnanti in rete, che ai benpensanti potrebbe sembrare un’ulteriore dimostrazione di quanto  gli insegnanti siano “fannulloni”, di quanto amino chiacchierare e spettegolare, è, invece, un’esperienza autentica di apprendimento significativo, è un fenomeno innovativo non solo sul piano sociologico (le nuove modalità di aggregazione), ma anche su quello pedagogico e didattico.</p>
<p>Non si tratta, infatti, di un apprendimento che utilizza le modalità convenzionali attraverso cui si apprende: una persona che insegna e tante che la stanno ad ascoltare ed imparano. L’apprendimento in rete si sviluppa attraverso i canali informali della condivisione di esperienze, di conoscenze e lo fa su specifici problemi, su specifiche situazioni, quando il bisogno di conoscenza emerge e deve essere soddisfatto in breve tempo. Ed è proprio così che la formazione diventa utile.</p>
<p>Modalità di apprendimento tra insegnanti che aprono interessanti prospettive anche per la didattica a scuola.</p>
<p>Strade nuove per l’apprendimento le sta cercando anche il social network di insegnanti “La scuola che funziona” <sup class='footnote'><a href='#fn-1312-2' id='fnref-1312-2'>[2]</a></sup> attraverso il progetto “Storie di didattica – La scuola che si racconta”<sup class='footnote'><a href='#fn-1312-3' id='fnref-1312-3'>[3]</a></sup> . Con questo progetto, l’apprendimento si attiva, si sostiene e si sviluppa attraverso la narrazione di pratiche di didattica. La narrazione è l&#8217;azione vista da dentro. Narrando si fa emergere il buon insegnamento. Descrivere, per contro, è l&#8217;azione vista da fuori.</p>
<p>La “formazione continua” dell’insegnante, in questo progetto (autogestito, su base volontaria, gratuito, in rete) non viene fatta attraverso formazione &#8220;formale&#8221; (corsi, letture) tipica di un approccio alla conoscenza di tipo deduttivo, ma attraverso un approccio induttivo partendo dalla considerazione delle pratiche reali di insegnamento, il loro racconto in formato narrativo (storie) e il loro riesame.</p>
<p>Si tratta di un approccio allo sviluppo professionale dell&#8217;insegnante che fa leva sulla riflessione intorno alla propria (ma anche altrui) pratica. Attraverso la narrazione l&#8217;insegnante &#8220;studia&#8221; sé stesso (non un libro) ed &#8220;insegna&#8221; a sé stesso (non &#8220;è insegnato&#8221; da terza persona).</p>
<p>Il progetto è, anche, un progetto di ricerca proponendosi, infatti, di fare ricerca qualitativa (ad orientamento fenomenologico) con lo scopo di identificare “teorie” dell’insegnamento alle quali agganciare metodi e strumenti estraendole dalle pratiche reali, teorie “estratte” e non teorie “astratte”.  Ricerca e formazione professionale dovrebbero in questo modo conferire all’insegnamento dinamicità e apertura riparandola da standardizzazioni e da pratiche routinarie.</p>
<p>Agli insegnanti partecipanti al progetto si chiede di raccontare situazioni ed episodi della propria vita professionale: la relazione educativa, i metodi e strategie dell’agire didattico, storie di empatia ma anche di conflitto&#8221;. Narrazioni che costruiscono l&#8217;esperienza, che trasferiscano l&#8217; esperienza, che rielaborino e ritrasformino l’esperienza attraverso l’osservazione. Narrazioni coraggiose e fedeli, che siano il riconoscimento dell’altro e del sé, che costruiscono una comunità, per lasciare traccia, che possono essere per sé strumento di ricerca, che uniscono il rigore scientifico del dire al coinvolgimento emotivo del raccontarsi.</p>
<p>Le prime narrazioni pervenute sono pubblicate in rete nell’ “Antologia di storie di didattica”. <sup class='footnote'><a href='#fn-1312-4' id='fnref-1312-4'>[4]</a></sup></p>
<p>La scuola italiana nelle crisi. La scuola italiana essa stessa una componente delle crisi, oppure una opportunità per superarle?</p>
<p>Da quel che possiamo vedere, nella scuola italiana ci sono tanti insegnanti che sono attivi per dare responsabilmente un proprio contributo al recupero di immagine e  di efficacia della scuola stessa. Lo fanno percorrendo strade nuove, attivando nuove pratiche di interazione, utilizzando le nuove tecnologie, mobilitando orgoglio e passione professionale. A dispetto di un clima poco favorevole.</p>
<p>Che siano proprio  queste nuove pratiche sociali ed il supporto delle nuove tecnologie ad aiutare la scuola ad uscire dalla crisi? Io ci conto.
<div class='footnotes'>
<div class='footnotedivider'></div>
<ol>
<li id='fn-1312-1'>G. Papini, Chiudiamo le scuole, Millelire, 1992 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1312-1'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1312-2'><a href="http://www.lascuolachefunziona.it">www.lascuolachefunziona.it</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1312-2'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1312-3'><a href="http://www.storiedididattica.it">www.storiedididattica.it</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1312-3'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1312-4'><a href="http://www.storiedididattica.it/blog">www.storiedididattica.it/blog</a>  <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1312-4'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
</div>
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		<title>Un “Green New Deal” per uscire dalla duplice crisi economica e climatica</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 10:47:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Castellucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 5 - 2012]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell’ottobre del 2008, l’UNEP (United Nation Environmental Programme) decise di lanciare uno studio “urgente” su quanto  “green” potesse essere lo stimolo per la ripresa economica. L’incarico raggiunse, non a caso, Barbier che aveva già pubblicato con Pearce e Markandya,  nel 1989 il Blueprint for a Green Economy. Questo blueprint era innovativo, non solo per il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’ottobre del 2008, l’UNEP (United Nation Environmental Programme) decise di lanciare uno studio “urgente” su quanto  “green” potesse essere lo stimolo per la ripresa economica. L’incarico raggiunse, non a caso, Barbier che aveva già pubblicato con Pearce e Markandya,  nel 1989 il <em>Blueprint for a Green Economy.</em> Questo blueprint era innovativo, non solo per il titolo ma perchè sosteneva, invece del tradizionale trade-off tra sviluppo economico e  protezione ambientale, la  possibilità della loro conciliazione. A questo primo Blueprint  con ottica nazionale, seguì nel 1991, un secondo degli stessi autori e con analogo titolo ma ottica globale, il  <em>Blueprint 2. Greening the World Economy.</em> L’idea dunque di rendere il sistema economico più “amico” dell’ambiente naturale nel quale opera e dal quale dipende, veniva divulgata già più di vent’anni fa. Gli studi sull’uso delle risorse naturali e loro implicazioni per la disponibilità futura così come quelli sulle tipologie di intervento per neutralizzare le esternalità negative ovvero i danni dell’inquinamento, erano già piuttosto nutriti fin dagli anni ‘60/ ’70 ma le idee e il vivace dibattito circolavano poco al di fuori della ristretta cerchia degli specialisti. Le cose cambiano radicalmente soltanto intorno agli ’90, anche in seguito a molti incidenti/ disastri ambientali provocati dallo sviluppo economico, e in tutti i paesi avanzati si inizia ad introdurre timide politiche ambientali.</p>
<p>Ma lo sviluppo economico procede ad usare le risorse naturali con sempre maggiore voracità sia perché nuovi paesi si affacciano alla industrializzazione/ sviluppo e sia perché quelli sviluppati si aspettano sempre maggiore produzione/consumo  di beni economici (attese di crescente  prodotto interno lordo, PIL). La situazione ambientale peggiora nonostante le politiche ambientali, per la verità più annunciate che veramente intraprese, tant’è che il surriscaldamento del globo dovuto all’attività dell’uomo che per produrre energia e spostare sé e le merci ricorre sempre più massicciamente alla combustione dei fossili, produce  il cambiamento climatico  che nessuno oggi può più negare. E’ bene  puntualizzare che il cambiamento climatico non è, per così dire,  una novità; esso è la regola ed è sempre avvenuto. Anche in tempi climaticamente recentissimi, come per esempio nel Medioevo in Europa, sappiamo che la temperatura media era più elevata di quella del tempo dei romani e così via andando indietro nel tempo si registrano periodi più caldi e meno caldi. Ma ciò che sta avvenendo oggi è in buona parte antropico perché è dovuto alla concentrazione dei gas serra derivante dalla combustione dei fossili e dai tagli delle foreste: è un “fatto” che prima della rivoluzione industriale (1800) la concentrazione di CO2 fosse di 280 ppm mentre oggi sia di 430/450 ppm. Inoltre,  la velocità alla quale sta avvenendo l’accumulo di CO2 non è un fatto naturale e nè permette alla natura di reagire adeguandosi come è sempre avvenuto: i tempi della natura sono incomparabilmente più lunghi e per questo non possiamo fare affidamento sulla “resilience” della natura semplicemente perché non gliene diamo il tempo.</p>
<p>In questo quadro si è, nel 2008, innestata  la crisi  finanziaria poi tramutatasi in crisi dell’economia reale, (prodotto e occupazione) e dalla quale sembra difficile uscire.  Nel 2009 Barbier mette a disposizione dell’UNEP il suo rapporto e nel 2010 la Cambridge University Press lo pubblica con il titolo: <em>A Global Green New Deal. Rethinking Economic Recovery (GGND)</em>. Il titolo, con grande<em> </em>efficacia, coglie la situazione economica attuale. Mentre infatti  la recessione  mondiale assomiglia sempre di più a quella degli anni ’30 e richiede perciò un intervento pubblico non marginale,  c’è chi propone di rivisitare il New Deal di Roosevelt al quale gli storici riconoscono il merito del superamento della crisi degli anni ’30. La somiglianza nella tipologia della crisi economica fa pensare che una politica di intervento analoga possa essere capace di far uscire l’economia mondiale dalla crisi prolungata di questo secolo come lo fu nel secolo scorso. In effetti il mondo sviluppato uscì da quella crisi anche, e soprattutto,  ad opera del “New Deal” di Roosevelt . In estrema sintesi si può dire  che il Presidente americano si mosse in due direzioni. Dal un lato, intervenne sul sistema bancario/ finanziario, all’origine della crisi, regolamentandolo (così come il mercato del lavoro)  e, dall’altro,  intervenne con investimenti strutturali capaci di accrescere l’occupazione e creando le premesse per incrementi di produttività.</p>
<p>Sebbene l’analogia con gli anni ’30  possa aiutare a capire il tipo e la gravità della crisi, ed  ora come allora l’origine finanziaria investe e trascina l’economia reale, esiste  una  <span style="text-decoration: underline;">sostanziale diversità</span> che deve essere colta quando si pensi a come intervenire. Oggi gli stimoli per la ripresa  non possono essere semplicemente capaci di fare“uscire dalla crisi”, come si usa comunemente dire,  per poi tornare, una volta usciti, al modello di crescita ereditato dalla rivoluzione industriale e di “successo” indiscusso almeno fino al 2008. Ai tempi di Roosevelt, il modello  di crescita non era in discussione: si trattava di affrontare  la crisi finanziaria e reale, superarla attraverso l’intervento pubblico ben disegnato per poi  riprendere il sentiero di sviluppo consueto. Ma l’indiscusso successo di questo  modello di produzione e consumo, che ha fatto aumentare il PIL globale pro capite  e contemporaneamente la popolazione, che passa da 1 miliardo del 1800 ai 7 miliardi attuali, ha avuto un “costo” della cui dimensione oggi ci rendiamo conto e che non è più possibile trascurare. Il <span style="text-decoration: underline;">costo è dato dalle emissioni di CO2 (e altri gas ad effetto serra) e dal crescente utilizzo delle risorse naturali (intensità di uso crescente).</span> Fondamentalmente, il successo del modello produttivo scaturito dalla rivoluzione industriale è dovuto alla sostituzione dell’energia animale con l’energia prodotta dalla combustione di fossili (carbone, petrolio, gas) alla quale è associata l’emissione di gas il principale dei quali è l’anidride carbonica, CO2. Nei duecento anni o poco più che ci separano dall’inizio della rivoluzione industriale, non è balzato soltanto il PIL pro-capite e la popolazione, ma anche la concentrazione dei gas serra (da 280 ppm ai 430/ 450 attuali). Maggiore la quantità di gas serra, maggiore la temperatura sulla terra a cui seguono i corrispondenti cambiamenti climatici. Gli scienziati del clima avvertono da tanto tempo , (si pensi che il primo modello climatico globale , di Hansen, venne divulgato già nel 1981) che se questo trend continuerà (business as usual),  la concentrazione di CO2 raggiungerà presto la soglia di irreversibilità climatica. E l’inquinamento atmosferico non è l’unico costo; accanto ad esso bisogna  considerare che il sistema  produttivo e di consumo, fa sempre maggiore uso di risorse naturali a prescindere dai loro limiti. Dai pesci negli oceani alle foreste vergini, alle risorse idriche e ai minerali, tutto si sta riducendo, mentre maggiore, o almeno non minore, dovrebbe essere la disponibilità di queste risorse per soddisfare la domanda della crescente popolazione. E basta prendere atto di un unico segnale inconfutabile, quello della crescente quantità di rifiuti pro capite prodotti, per giungere alla conclusione che <span style="text-decoration: underline;">il modello non è sostenibile</span>.</p>
<p>Se dunque il modello non è sostenibile per motivi qualitativi (inquinamento) e quantitativi (uso eccessivo di risorse naturali), l’intervento pubblico del quale c’è necessità per superare la crisi deve anche, e soprattutto, ispirarsi al cambiamento di tale modello. Il nuovo <em>new deal</em> del quale il mondo ha bisogno, deve tener conto della sostenibilità della crescita e cioè deve dar spazio alla <em>green economy,</em> lasciare il brown growth del passato/ presente e accelerare le trasformazioni necessarie, e tecnologicamente possibili, per rendere il modello compatibile con l’ambiente naturale che ci sostiene. In ciò consiste il <em>green new deal.</em> Si può senz’altro riconoscere che oggi, come negli anni 30 di Roosevelt ,vi sia necessità di regolamentare un mondo finanziario fuori controllo, in ciò aiutato dai mezzi tecnologici oltre che dalla globalizzazione, e di investimenti pubblici capaci di creare occupazione e rinnovare il tessuto delle infrastrutture. Ma a differenza di allora oggi dobbiamo tener conto del cambiamento climatico e della sostenibilità della crescita. Sebbene “aggiungere” un altro obiettivo all’intervento pubblico possa sembrare molto ambizioso e controproducente, questa crisi economica può essere in verità  una grande occasione per effettuare la transizione verso una società a basso carbonio. <em> </em>Investimenti e/ o incentivi agli investimenti nel settore dell’energie<em> </em>pulite e rinnovabili, avrebbero efficacia sia in termini di occupazione, con ciò favorendo la ripresa,  che di allontanamento dalla soglia di irreversibilità del cambiamento climatico generato dalla combustione dei fossili; analoghi effetti avrebbero gli investimenti e/o incentivi agli investimenti per la raccolta delle acque reflue e il loro riutilizzo in impieghi irrigui (dove è richiesta una minore qualità dell’ acqua); in generale, tutti gli investimenti per consentire il riuso e riciclo dei materiali (dai rifiuti alla carta) avrebbero analoghi effetti così come li avrebbero gli interventi di protezione del suolo, di raccolta delle acque piovane, di risparmio energetico  e simili. Stesso risultato si raggiungerebbe con investimenti volti ad “educare”/ informare i consumatori della necessità di cambiare certe loro abitudini e scelte pur non  compromettendo il loro tenore di vita ( come per esempio non lasciare in stand-by le apparecchiature delle abitazioni).</p>
<p>Ovviamente  tutte le trasformazioni costano e dunque è illogico pensare che la transizione possa avvenire a costi nulli ma è certo che, allo stato attuale della tecnologia, essi sono alquanto contenuti. Inoltre, di fronte all’irreversibilità del cambiamento climatico e alle prospettive di crescenti probabilità di guerre per assicurarsi risorse naturali sempre più scarse, anche  costi elevati sarebbero incredibilmente bassi rispetto ai benefici. E se la società non si è ancora incamminata su questa via è perché governi, imprese e consumatori, prendono le loro decisioni di scelta in un’ottica sempre più miope. L’incapacità di accettare oggi un basso costo in cambio di un grosso beneficio futuro, peraltro molto ravvicinato, rischia di aggravare la duplice crisi, economica e climatica,  e di riportare in scena i fantasmi del  malthusianesimo.</p>
<p>C’è da chiedersi se esista un’Italia del “<em>green new deal</em>”: personalmente ci vorrei contare.</p>
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		<title>Interazioni a Distanza</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 10:46:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea De Dominicis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 5 - 2012]]></category>

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		<description><![CDATA[
Chi pensa di non poter avere torto non può imparare
ma solo perfezionare la tecnica
Gregory Bateson
Incertezza e crisi di prevedibilità sono argomenti di cui si discute da anni. Come spesso accade, le buone descrizioni, pur trovando il plauso di chi legge o ascolta, difficilmente riescono a trasformarsi in consapevolezza e spesso rimangono in quella specie di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p align="right"><em>Chi pensa di non poter avere torto non può imparare<br />
</em><em>ma solo perfezionare la tecnica<br />
</em>Gregory Bateson</p></blockquote>
<p>Incertezza e crisi di prevedibilità sono argomenti di cui si discute da anni. Come spesso accade, le <em>buone descrizioni</em>, pur trovando il plauso di chi legge o ascolta, difficilmente riescono a trasformarsi in consapevolezza e spesso rimangono in quella specie di <em>limbo </em>che è lo spazio delle nostre rappresentazioni mentali.</p>
<p>Anche Complessità e Globalizzazione sono ormai parole abituali nelle nostre conversazioni. Il <em>pensiero sistemico</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-1' id='fnref-1320-1'>[1]</a></sup><em> </em>e <em>l’epistemologia della complessità </em><sup class='footnote'><a href='#fn-1320-2' id='fnref-1320-2'>[2]</a></sup><span style="font-style: italic; font-size: 9px; "><strong> </strong></span>su cui si fondano dovrebbero quindi esser stati acquisiti e diventati pratica quotidiana nel nostro modo di interpretare la realtà e decidere il corso delle nostre azioni!</p>
<p>Non sembra che le cose stiano proprio così: ce lo ricordano la cronaca quotidiana <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-3' id='fnref-1320-3'>[3]</a></sup> e la ricerca sociale <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-4' id='fnref-1320-4'>[4]</a></sup>. Stiamo ancora cercando di capire perché lo <em>spread</em> sia diventato così importante; o cosa c’entra la crisi dei <em>sub primes</em> americani con l’impeto di razionalizzazione dello Stato Sociale.</p>
<p>Sembra piuttosto che senza l’esperienza della confusione e del disordine intrisa di emozioni e stati d’animo non riusciamo a trasformare idee e concetti in <em>conoscenza incarnata</em>.</p>
<p>Spesso ci irritiamo perché i nostri figli non riescono a <em>comprendere</em> quanto diciamo loro, a <em>vedere e sentire </em> le implicazioni di alcuni dei loro comportamenti. Spendiamo parole ed energie per cercare di rappresentare scenari, rendendoli il più vividi possibile, nella speranza che ciò faccia loro scattare la molla della consapevolezza.</p>
<p>Poi, nella migliore delle ipotesi, ci affidiamo alla speranza che <em>non paghino un prezzo troppo alto </em>per quella che sappiamo essere la vera maestra di vita, l’esperienza.</p>
<p>Ma ciò non è vero solo per loro: siamo noi stessi <em>condannati</em> ad imparare attraverso l’esperienza.</p>
<p>John Dewey <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-5' id='fnref-1320-5'>[5]</a></sup><span style="font-size: 9px;"> </span>lo ha argomentato nel corso di tutta la sua prolifica carriera di educatore e filosofo, indicandoci quanto lo stesso pensiero si fondi essenzialmente sull’azione.</p>
<p>Antonio Damasio <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-6' id='fnref-1320-6'>[6]</a></sup>nelle sue ricerche sul tema della <em>coscienza</em> rintraccia nel <em>proto Sé</em> il precursore <em>agito</em> della capacità autoriflessiva di rappresentarci noi stessi e il mondo, capacità che chiamiamo, appunto, <em>coscienza</em>. Per Jean Piaget <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-7' id='fnref-1320-7'>[7]</a></sup> l’intelligenza matematica (cosa c’è di più <em>astratto</em>?) deriva dalla manipolazione di oggetti caratteristica dello <em>stadio delle operazioni concrete</em> nel corso dello sviluppo dell’intelligenza.</p>
<p>Quindi è l’azione che sostanzia un’idea, un concetto, una percezione: l’apprendimento è indissolubilmente congiunto all’esperienza. La simbolizzazione <em>emerge</em> dall’azione, che possiamo realizzare in molti e differenti modi.</p>
<p>Sappiamo, però, che l’esperienza è condizione <em>necessaria</em> ma non <em>sufficiente</em> per imparare.</p>
<p>Il <em>fare</em> si può assimilare alle radici di un albero che, quanto più sono poderose e profonde nel loro ancorarsi al terreno, tanto più lo lanceranno verso l’alto e lo renderanno stabile.</p>
<p>Ma c’è una certa distanza tra i sottili filamenti delle radici e i rami della sommità, percorsa da un continuo andirivieni di linfa, di informazioni e <em>feedback</em>. In questo continuo e frenetico scambio risiede la chiave della crescita e la possibilità di portare a realizzazione le potenzialità che la natura gli ha riservato.</p>
<p>Quel percorso noi lo abbiamo chiamato <em>educazione</em> e lo consideriamo fondamento della nostra civiltà.</p>
<p>Quel percorso è l’apprendimento personale e professionale alla base delle nostre capacità di adattamento e sviluppo. Donald Schön <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-8' id='fnref-1320-8'>[8]</a></sup> lo ha discusso in modo più che convincente nella sua analisi della professionalità riflessiva. Anche il professionista nel suo agire quotidiano mette continuamente in relazione l’atto professionale con le sue conoscenze, derivandone <em>sapere incarnato</em>.</p>
<p>Fare esperienza, allora, vuol dire <em>conoscere</em>, ed una società della conoscenza è possibile solo se si tratta di una società che agisce e riflette sul suo agire.</p>
<p>Daniel Boorstin <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-9' id='fnref-1320-9'>[9]</a></sup><span style="font-size: 9px;"> </span>diceva: <em>uno dei maggiori problemi di oggi è che si vuole arrivare senza l’esperienza del viaggio</em> e ciò sembra contraddire quanto abbiamo appena affermato. La tecnologia e l’<em>iper-comunicazione</em> ci stanno abituando ad <em>arrivare</em> senza dover aspettare il tempo del viaggio; lo sviluppo delle tecniche ci fornisce innumerevoli modi per affrontare e risolvere i problemi. Possiamo drasticamente accorciare il cammino che dalle radici porta alla sommità della chioma trasformando l’<em>apprendimento</em> in <em>addestramento</em>!</p>
<p>Una soluzione che potrebbe apparire desiderabile, considerata l’ormai cronica mancanza di tempo.</p>
<p>Ma dovremmo allora domandarci come mai, nonostante la grande crescita del numero di professionisti sempre più specializzati, sembra continuare a crescere anche il numero di problemi che sono chiamati ad affrontare; perché, nonostante la grande disponibilità di strumentazioni tecniche, dobbiamo sempre sorprenderci di fronte all’imprevedibilità del <em>fattore umano</em> e dei suoi errori; perché i nostri modelli di previsione fondati su migliaia di dati (mai raccolti nelle epoche precedenti) non sembrano fornirci indicazioni sufficienti a tracciare scenari futuri precisi e credibili.</p>
<p>Sembra esserci una relazione paradossale tra tecnica e risultato, come se dimenticassimo qualche ingrediente.</p>
<p>Forse abbiamo dimenticato che c’è bisogno di <em>uno spazio</em> e di <em>un tempo</em> perché le cose possano accadere, di <em>oggetti appropriati</em> alle difficoltà che dobbiamo affrontare.</p>
<p>Stiamo parlando di <em>oggetti transizionali</em>, strumenti potenti e al tempo stesso delicati, necessari negli attraversamenti. Donald Winnicott <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-10' id='fnref-1320-10'>[10]</a></sup> li ha magistralmente descritti nello sviluppo del bambino, lasciandoci intendere quanto continueremo ad averne bisogno una volta diventati adulti.</p>
<p>Forse il più conosciuto <em>oggetto transizionale</em> è l’orsacchiotto (o la coperta di <em>Linus</em>) con la sua caratteristica morbidezza e sofficità che rassicurano il bambino quando si addormenta (e deve attraversare lo spazio tra la veglia ed il sonno).</p>
<p>Le madri (e sempre di più anche i padri) sanno rispettarlo, ne intuiscono l’importanza, non lo banalizzano. Comprendono che nei <em>passaggi</em> c’è ansia e bisogno di rassicurazione, che ci vuole <em>tempo</em> per abituarsi alle novità. Che nel frattempo, <em>si impara</em>!</p>
<p>Nel crescere i nostri <em>oggetti transizionali</em> diventano sempre più sofisticati e complessi: l’auto, il ruolo sociale, la posizione professionale, persino un partner o la propria famiglia. Strumenti potenti e delicati per attraversare quello spazio intermedio (transizionale, appunto) tra noi stessi e la Realtà.</p>
<p>E quanto più la Realtà diventa complessa e indecifrabile, tanto più ci mettiamo alla ricerca di <em>oggetti</em> che ci permettano di governarla. Così si creano anche i <em>feticci</em>, com’è spesso nel caso della <em>tecnica</em>. La differenza tra oggetti <em>buoni e non</em> sta tutta nella possibilità di abbandonarli per affrontare un nuovo cambiamento. Questo è il senso della citazione in apertura.</p>
<p>Diventa, allora, cruciale progettare e costruire <em>esperienze catalizzatrici</em> e questo chiama direttamente in causa gli ambienti di apprendimento perché siano caratterizzati da <em>spazio</em> e <em>tempo</em> appropriati.</p>
<p>Non approfondiremo qui il tema, che chiederebbe ben altro spazio (e competenza).</p>
<p>Valga solo una breve riflessione sul potenziale delle interazioni negli ambienti di apprendimento mediati dal computer ed in particolare sulla fitta rete di scambi <em>epistolari</em> che spesso si crea <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-11' id='fnref-1320-11'>[11]</a></sup>. Potremmo qui riferirci alla lunga e ricchissima tradizione della pratica epistolare che, come filone letterario nasce nel ‘700, annoverando, tra gli altri, grandi quali Goethe e Foscolo <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-12' id='fnref-1320-12'>[12]</a></sup>.</p>
<p>Poeti, artisti, intellettuali ed uomini di scienza hanno da sempre intrattenuto rapporti per corrispondenza con amici, interlocutori, avversari, amanti. Attraverso questa corrispondenza noi possiamo scoprire molti aspetti discorsivi del loro pensiero, laddove altre forme di scrittura (articoli, saggi, monografie) ne rappresentano la formalizzazione, priva, spesso, proprio di quegli aspetti discorsivi.</p>
<p>Il senso di intimità e la maggior confidenza che la lettera consente, ne ha da sempre rappresentato il valore aggiunto e la sua intrinseca forza attrattiva. Sarebbe quindi sconsiderato, oltre che inesatto, affermare che se due interlocutori <em>non si vedono</em> la loro interazione è inconsistente (o peggio, superficiale!).</p>
<p>Piuttosto questa interazione assume caratteristiche diverse, permette l’espressione di aspetti diversi del pensiero (e della personalità tutta) che chiameremo <em>discorsivi</em>.</p>
<p>Wittgenstein <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-13' id='fnref-1320-13'>[13]</a></sup> aveva indicato nei <em>giochi linguistici</em> che si intrattengono il fondamento dell’identità e della relazione. Questi <em>giochi linguistici</em> rappresentano al tempo stesso <em>un discorso interiore</em> che ci dice <em>chi</em> e <em>come</em> siamo e la grammatica attraverso cui comprendiamo il mondo e fondiamo le relazioni con gli altri.</p>
<p>Più recentemente Chomsky <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-14' id='fnref-1320-14'>[14]</a></sup> ha approfondito la ricerca sulla <em>natura linguistica</em> dell’identità, rintracciando nella competenza linguistica il fondamento della ricchezza e delle creatività della personalità.</p>
<p>Ciò amplia il concetto di relazione superando i confini della fisicità dell’incontro.</p>
<p>In una qualche misura anche il timore di eccessive influenze della tecnologia sulla relazione d’apprendimento, sembra privo di vero fondamento <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-15' id='fnref-1320-15'>[15]</a></sup> e sono molto acute, in questa direzione, le osservazioni di Livraghi sull’<em>umanità</em> che caratterizza le transazioni sul <em>web </em><sup class='footnote'><a href='#fn-1320-16' id='fnref-1320-16'>[16]</a></sup></p>
<p>Sarebbe più saggio riflettere, allora, sulla natura e sulle pratiche efficaci nell’uso di strumenti per l’interazione a distanza.</p>
<p>Se l’insegnamento (nei suoi aspetti di contenuto e di processo) si serve in maniera determinante della relazione ( e del <em>tempo</em> e dello <em>spazio</em> che la caratterizzano) potremmo chiederci quali potenzialità possiede la <em>Computer Mediated Communication (CMC)</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-17' id='fnref-1320-17'>[17]</a></sup> nel suo essere <em>arena</em> di giochi linguistici (e quindi di <em>relazioni</em>).</p>
<p>Umberto Eco intravede nei linguaggi contratti che caratterizzano le e-mail la comparsa di una nuova letteratura epistolare (condensata ed estesa al medesimo tempo) anche se così non la pensano (e non la sentono) molti <em>professionals</em> dell’insegnamento.</p>
<p>Senza ridurre la ricca e articolata varietà di pratiche di <em>e-learning</em> allo scambio epistolare, di fatto, le differenti metodologie ed i differenti ambienti di apprendimento, contengono tutti (in misura maggiore o minore) strumenti per l’interazione epistolare.</p>
<p>… <em>Scrivere infatti, non è un atto solo cognitivo, ma anche e soprattutto, una pratica sociale: imparare a farlo in modi adeguati significa imparare a partecipare alle interazioni sociali e comunicative, adattando quello che si dice alle richieste e alle aspettative del destinatario secondo il repertorio di genere sviluppato e adottato in una specifica comunità. </em><sup class='footnote'><a href='#fn-1320-18' id='fnref-1320-18'>[18]</a></sup></p>
<p>Lo spazio ed il tempo delle interazioni a distanza possono allora fornire <em>esperienze catalizzatrici</em> a patto che, per parafrasare Sparti <sup class='footnote'><a href='#fn-1320-19' id='fnref-1320-19'>[19]</a></sup>, assumiamo la responsabilità del riconoscimento dell’altro, quand’anche lo schermo che abbiamo di fronte ci costringa ad <em>ipotizzare</em> le caratteristiche del nostro interlocutore.</p>
<p><em>Se non “rispondiamo” e “corrispondiamo”, gli altri e i loro atti restano privi del significato che noi diamo loro nell’identificarli, come se fossimo alienati da quella forma di vita. Il motivo per cui tale responsabilità vorremmo forse non averla, va rintracciato nel disagio per la scoperta che le nostre forme di vita sono (per molti versi) soltanto nostre, ossia che il loro tessuto connettivo dipende anzitutto dal mio rispondere ed esprimere, incoraggiare e trattenere, istruire e riprendere, dare esempi e correggere, rimproverare e perdonare.</em></p>
<p>Forse è solamente un nuovo modo di intendere la responsabilità educativa.</p>
<blockquote>
<p align="right"><em>“C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi di antico…”<br />
</em><em>L’aquilone, G. Pascoli</em></p></blockquote>
<div class='footnotes'>
<div class='footnotedivider'></div>
<ol>
<li id='fn-1320-1'>Senge P., <em>La Quinta Disciplina</em>, Sperling &amp; Kupfer 2006 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-1'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-2'>Morin E., <em>Introduzione al pensiero complesso</em>, Sperling &amp; Kupfer 1993 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-2'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-3'>Una profonda turbolenza (ad esempio quella finanziaria del 2011/2012) ha fatto prendere in considerazione <em>passi indietro</em> di grande rilevanza, fino ad allora impensabili, quali il ritorno alle monete nazionali precedenti all’introduzione dell’€uro <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-3'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-4'>World Social Summit, <a href="http://www2.worldsocialsummit.org/">http://www2.worldsocialsummit.org</a> 2008 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-4'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-5'>Dewey J., <em>Come pensiamo</em>, La Nuova Italia 1997 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-5'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-6'>Damasio A., <em>Emozione e coscienza</em>, Adelphi 2000 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-6'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-7'>Piaget J., <em>Lo sviluppo mentale del bambino</em>, Einaudi 1967 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-7'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-8'>Schön D., <em>Il professionista riflessivo</em>, Edizioni Dedalo 1993 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-8'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-9'>Boorstin A., <em>The Image: A Guide to Pseudo-Events in America</em>,<em><a href="http://www.amazon.com/Image-Guide-Pseudo-Events-America/dp/0679741801/ref=ntt_at_ep_dpi_1"></a></em> Vintage 1992 (ed. orig. 1961) <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-9'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-10'>Winnicott D.W., <em>Gioco e Realtà</em>, Armando 2006 (ed. orig. 1971) <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-10'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-11'>Molto spesso, i docenti facilitano in diversi modi (forum, esercitazioni con domande aperte, ecc.) questi scambi  <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-11'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-12'>Si veda: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Romanzo_epistolare">http://it.wikipedia.org/wiki/Romanzo_epistolare</a> ,<a href="http://www.italialibri.net/mappe/0212.html">http://www.italialibri.net/mappe/0212.html</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-12'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-13'>Wittgenstein L., <em>Philosophische Untersuchungen</em>, Basil Blackwell, Oxford 1953 (tr. It. <em>Ricerche Filosofiche</em>, Einaudi Torino, 1967 I Ed.) <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-13'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-14'>Chomsky N., <em>Nuovi orizzonti nello studio del linguaggio e della mente. Linguistica, epistemologia e filosofia della scienza</em>,<em> </em>Il Saggiatore Milano, 2005 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-14'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-15'>Ovviamente, val bene la formulazione “…in una qualche misura”: la questione dell’influenza delle tecnologie sul nostro funzionamento cognitivo è stata affrontata recentemente da Nicholas Carr, nel suo <em>Internet ci rende stupidi?</em> Raffaello Cortina 2011 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-15'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-16'>G. Livraghi, <a href="http://www.gandalf.it/uman/06.htm">http://www.gandalf.it/uman/06.htm</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-16'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-17'>Comunicazione mediata via computer; sul web è disponibile una notevole mole di materiale; ad esempio: <cite><a href="http://www.waena.org/ktm/week1/CMC_15.pdf">www.waena.org/ktm/week1/CMC_15.pdf</a> </cite> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-17'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-18'>Zucchermaglio C, Talamo A., <em>Comunità di pratiche, posta elettronica e generi comunicativi</em>, Studi Organizzativi 1/2001, Franco Angeli, Milano 2001 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-18'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1320-19'>Sparti D., <em>L’importanza di essere umani</em>, Feltrinelli 2003 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1320-19'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
</div>
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		<title>Conoscersi … per conoscere e comunicare</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 11:22:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonia Schirato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 5 - 2012]]></category>

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		<description><![CDATA[Abstract
L’articolo intende sottolineare l’importanza di un “viaggio” nelle fitte trame della personalità, per  ri-conoscersi, capirsi e capire gli altri, rinnovando e potenziando il proprio Sè, per poi potersi relazionare, in modo efficace, attraverso capacità di pensiero divergente, con un mondo digitale e globalizzato,  dominato dalle nuove geometrie del tempo e dello spazio, caratterizzato dal moltiplicarsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Abstract</h2>
<p>L’articolo intende sottolineare l’importanza di un “viaggio” nelle fitte trame della personalità, per  ri-conoscersi, capirsi e capire gli altri, rinnovando e potenziando il proprio Sè, per poi potersi relazionare, in modo efficace, attraverso capacità di pensiero divergente, con un mondo digitale e globalizzato,  dominato dalle nuove geometrie del tempo e dello spazio, caratterizzato dal moltiplicarsi di ambienti percettivi virtuali e tempi sincroni e asincroni. In tale contesto  la comunicazione non può che adattarsi ai continui mutamenti, divenendo simultanea, Computer Mediated  Communication, con differenti linguaggi e strumenti IAD, FAD, IRC, MUD-MOO, Video-Conferenza, E-mail, Mailing Lists, TIC, Newsgroups, Emoticons, Twitter, Facebook, LIM&#8230;</p>
<p style="text-align: center; ">***</p>
<h2>1. Identità e relazione</h2>
<p>Noi siamo consapevoli di come ci chiamiamo, di dove siamo nati, dell’ambiente in cui viviamo e degli impegni che abbiamo ma è solo all’interno di contesti lavorativi organizzati, scuole, uffici, aziende, che dobbiamo quotidianamente confrontarci e mettere  in atto  particolari dinamiche, espressioni  delle singole personalità  e delle reciproche modalità di relazione.  È proprio in questi ambienti, in cui l’interazione umana e le diverse modalità di comunicazione svolgono un ruolo prevalente, che noi siamo indotti a fermarci,  a riflettere per riscoprire, e spesso riappropriarci, del  nostro <em>Sé</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-1' id='fnref-1395-1'>[1]</a></sup>, strano miscuglio di “esterno” e “interno”, fluttuante identità dai limiti indefinibili,  che tra spazi di azione, interazione e movimento, ci fa percepire  la concreta possibilità di smarrirci, di perderci con il rischio di non ritrovare più noi stessi. Solo il sapere ciò che siamo e il <em>ri-conoscere</em> il mondo in cui viviamo ci permette di  legare eventi, percezioni, conoscenze come un <em>filo sottile </em>che ci può guidare<em> </em>nel corso della vita in cui siamo chiamati, nella differente e complessa varietà della specie umana, ad incontrarci/scontrarci  e ad esercitare le nostre competenze, in una continua e concreta <em>rel-azione</em> con i nostri “interlocutori”.</p>
<p>Non siamo<em> identici </em>e ci distinguiamo gli uni dagli altri<em> </em>in modo idiosincratico, ed è  proprio nello stabilire relazioni con gli altri che l’uomo può riscoprire la propria identità,  i propri modi di pensare, di agire, le caratteristiche fortemente individualizzate che dipendono dalle sue <em>dotazioni hardware</em>, patrimoni genetici e strutture  bio -neuro-fisiologiche, e dai suoi <em>processi software</em>, socializzazione, educazione, esperienze. L’identità del soggetto si sperimenta  nel tempo e, pur affermandosi nel ripetersi costante di eventi, si configura come un fatto processuale dinamico e non certo un dato statico, anche se spesso in questa <em>processualità, </em>sia a livello individuale che organizzativo, possono crearsi paradossi ed incongruenze tali da orientare l’individuo a saper reagire solo a cambiamenti improvvisi nel suo ambiente ma non a modifiche lente e graduali. Tale mancanza di reazione alle graduali minacce alla sopravvivenza è così frequente negli studi sistemici degli insuccessi aziendali da aver dato luogo<em> </em>alla parabola della <em>“rana bollita”</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-2' id='fnref-1395-2'>[2]</a></sup><em>. </em>Una rana, se immersa in una pentola di acqua bollente, cercherà immediatamente di saltare fuori invece se la si immerge in acqua a temperatura ambiente, resterà ferma e, all&#8217;aumento graduale della temperatura, non avrà reazioni  ma diventerà sempre più debole finché non sarà più in grado di saltar fuori dalla pentola. Sebbene non vi sia nulla che la trattenga, la rana resterà lì e bollirà.  Tale difficoltà di identificare con chiarezza i problemi, i pericoli, accresce la sensazione di perdita  di controllo delle situazioni, infondendo spesso un senso di incertezza, di precarietà ed ansia,  sia personale che professionale, che espone l’individuo al rischio di aprire la porta a soluzioni semplificate o sintomatiche spesso, nel medio o nel lungo termine, peggiori dei problemi stessi.  È necessario quindi imparare a notare anche i processi lenti e graduali,  rallentando il nostro passo frenetico e prestando attenzione sia agli aspetti straordinari che  a quelli più sottili e sistematici attraverso un  processo di <em>riflessione nel corso dell&#8217;azione</em>. Questa fondamentale «arte» permette di affrontare in modo adeguato situazioni connotate da incertezza, instabilità, unicità e conflitti di valore.  Fermandoci a <em>riflettere nel corso dell’azione</em> possiamo cogliere il <em>know-how</em> e ricercare come chiave di volta <em>una nuova epistemologia della pratica</em><strong> </strong><sup class='footnote'><a href='#fn-1395-3' id='fnref-1395-3'>[3]</a></sup><em>, </em>sarà possibile così trovare un <em>setting</em> in cui riscoprirsi per alimentare nuovi pensieri e nuove parole […], un luogo per distanziarsi temporaneamente dalle “pressioni strategiche operative” <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-4' id='fnref-1395-4'>[4]</a></sup><em>.</em></p>
<p>Gradualmente o repentinamente, in ogni caso, il nostro campo vitale è soggetto a continue modificazioni (informazioni, esperienze, processi biologici, ecc.) per cui, pur sperimentando una sostanziale continuità psicologica, non siamo sempre gli stessi nel tempo. <em>Dunque definire la personalità e le sue molteplici sfaccettature è un’impresa ardua. </em></p>
<blockquote><p><em>Fin dai tempi più antichi, il filo d’oro è il simbolo di un sapere che nasce dall’esperienza personale e che è libero dai condizionamenti istituzionali.</em></p>
<p><em> È un filo perché rappresenta la continuità di un’esperienza sempre antica e sempre nuova  ed è esile perché in ogni generazione questa consapevolezza viene mantenuta da </em></p>
<p><em>una minoranza di individui. Questo filo è d’oro perché è immortale, rimane sempre anche nei periodi  più caotici e oscuri, a volte più apparente, a volte più nascosto</em>.</p>
<p align="right"><em>Raimon Panikkar</em></p>
</blockquote>
<h2>1.1 La personalità</h2>
<p>La personalità, diventata nel tempo sinonimo di identità, indica l’insieme delle  caratteristiche a disposizione di un individuo che lo portano ad agire secondo una sua peculiare modalità ma le molteplici dimensioni, difficilmente ci fanno individuare quali siano queste caratteristiche, come si siano formate,  la  loro reciproca influenza e modificabilità. Lo studio sulla  personalità  e la ricchezza dei  contributi scientifici, i modelli,  le teorie relative a tale tema hanno rappresentato, e rappresentano tuttora, un’ opportunità importante per poter cogliere la vastità dei fattori a cui prestare attenzione. Basti pensare che Allport <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-5' id='fnref-1395-5'>[5]</a></sup><strong>,</strong> affrontando il tema della personalità,  riporta ben <em>cinquanta</em> definizioni e ciò pare sufficiente a chiarirne la complessità. Lo studio della personalità deve rispondere a quesiti di grande difficoltà quali: a) la condotta umana deve essere interpretata in senso meccanicistico o finalistico: b) i determinanti della condotta sono generati dalla riduzione della tensione dei bisogni (principio del piacere) o da una spinta alla realizzazione di se stessi; c) se nella  strutturazione della personalità è fondamentale l’esperienza delle prime fasi  dello sviluppo,  come specifica J. Bowlby <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-6' id='fnref-1395-6'>[6]</a></sup><strong>,</strong> padre della teoria dell’attaccamento, che vede proprio nel processo relazionale di costruzione di legami affettivi nella primissima infanzia, la base della personalità <em>sana; </em>d) se anche nella vita adulta sono importanti le ristrutturazioni; e) se la personalità si sviluppa come risultato di forze biologiche ereditarie o come prodotto della particolare cultura in cui l’individuo interagisce.</p>
<p>Partendo dal concetto che ogni evento psichico presenta uno <em>stimolo</em>, a cui l’individuo reagisce attraverso una <em>risposta</em> e che tra stimolo e risposta vi sono strutture e processi di mediazione che costituiscono la variabile <em>organismo</em>, si può, secondo Richard S. Lazarus, distinguere le varie teorie della personalità. Il sistema <em>S-O-R (stimolo, organismo, risposta) </em>consente di individuare  come alcuni teorici hanno posto l’accento sull’analisi della risposta, altri sullo stimolo ed altri ancora sui processi intermedi, cioè sulle strutture dell’organismo.</p>
<p><strong><em>Riferimento teorico fondato sulla “Risposta”</em></strong></p>
<p>Lo schema di riferimento delle teorie <em>Tipo-Tratto</em> è centrato sull’analisi della risposta comportamentale: tende ad individuare  modelli costanti di comportamento e ad etichettarli. Questo approccio ha condotto classificazione delle persone sulla base di indizi caratteristici: <em>tipi somatici; tipi fisiologici; tipi psicologici. </em></p>
<p><em>Per le tipologie somatiche</em> Ernst Kretschmer <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-7' id='fnref-1395-7'>[7]</a></sup><em> , </em>partendo dall&#8217;osservazione che spesso esisteva un&#8217;accentuata diversità fisica fra i malati mentali,  si accorse che quando i tipi caratterologici sconfinavano nel patologico, la schizofrenia e la psicosi maniaco-depressiva si associava al tipo fisico longilineo e al tipo fisico brevilineo.. (Finestra 1: Canestrari R<em>,<strong>,</strong> Psicologia generale e dello sviluppo</em>,  Bologna, ed. CLUEB, 1984, p.485)</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1398" title="Schermata 04-2456030 alle 12.16.28" src="http://rivista.scuolaiad.it/wp-content/uploads/Schermata-04-2456030-alle-12.16.28.png" alt="Schermata 04-2456030 alle 12.16.28" width="565" height="593" /></p>
<p><em>Per  le tipologie funzionali,</em><strong> </strong>gli indici comunemente usati per stabilire delle classificazioni, sono stati: la funzionalità del Sistema Nervoso Vegetativo, l’esame e il dosaggio delle funzioni endocrine. In questa posizione possiamo porre <em>la tipologia di Pavlov</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-8' id='fnref-1395-8'>[8]</a></sup> per cui, a seconda del prevalere del processo di eccitazione o di inibizione, si possono classificare gli individui in tipi equilibrati, eccitabili, inibiti, ecc. Le correlazioni tra fattori di personalità e reattività fisiologica  sono state rese possibili dall’indagine tramite questionario tra cui <em>l’Internal-External Control Scale di Rotter</em>.</p>
<p>Tra <strong> </strong><em>le tipologie psicologiche</em> la più nota è quella di Carl G. Jung.  Il<em> tipo</em>, viene introdotto da Jung attraverso una classificazione degli individui secondo &#8220;tipologie psicologiche&#8221; che prendono le mosse dalle caratteristiche del loro adattamento. Essi si articolano attorno alla fondamentale polarità <em>&#8220;Introverso/Estroverso&#8221;,</em> ed alla conseguente distinzione di due individui tipici fondamentali.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1399" title="Schermata 04-2456030 alle 12.17.52" src="http://rivista.scuolaiad.it/wp-content/uploads/Schermata-04-2456030-alle-12.17.52.png" alt="Schermata 04-2456030 alle 12.17.52" width="515" height="292" /></p>
<p>Per spiegare le rilevanti differenze individuali all’interno dei gruppi, Jung incrocia l’iniziale modello bipolare con una ulteriore quadripartizione in &#8220;funzioni&#8221; psichiche (il pensiero, il sentimento, la sensazione e l’intuizione). La combinazione tra questi due “assi” (quello Introversione/Estroversione e quello delle 4 funzioni, dà luogo agli otto tipi psicologici individuali. È <em>l’orientamento della coscienza</em> dunque, il suo <em>intenzionarsi</em>, che viene classificato, e non un banale coacervo di caratteristiche individuali. Questa teoria assume rilievo nel processo di individuazione,  nel quale è necessario che l’<em>Io</em> sia consapevole dell’atteggiamento psicologico che si è reso dominante o esclusivo.</p>
<p>Il discorso critico sulle tipologie si conclude con la constatazione che esse, sia partendo da indici somatici, fisiologici oppure psicologici, tendono comunque ad una caratterizzazione eccessiva dell&#8217;individuo portando così alla creazione di stereotipi, con il rischio  di una rappresentazione <em>preconfezionata</em>, che non ci consente di continuare ad indagare perché in quell’area si sa già tutto, dimenticandosi invece che i determinanti della personalità individuale sono tanti e che si combinano in un insieme cosi ricco ed originale da far risultare difficile l’inclusione in una categoria generale. Inoltre il tentativo tipologico non riesce a smentire il fatto che nella sua esplicita od implicita impostazione, vi è la convinzione che le caratteristiche umane, assunte come criterio classificatorio, siano essenzialmente il risultato dell&#8217;eredità biologica. elemento senza dubbio determinante della personalità, ma troppe osservazioni e risultati sperimentali hanno ormai confermato l&#8217;importanza delle influenze culturali ed ambientali da non poter permettere più una loro esclusione nell’elaborazione di una teoria della personalità.</p>
<p><strong><em>Riferimento teorico fondato sullo “Stimolo”</em></strong></p>
<p>In questo schema di riferimento teorico si cerca non tanto di descrivere la personalità, ma piuttosto di spiegarne la formazione, scoprendo i dettagli del processo di apprendimento, come si stabiliscono le connessioni, ciò che si è appreso, ciò che è avvenuto, perché quando ricorre un dato stimolo, esso induca la stessa risposta. Tali teorie, che trovano nella psicoanalisi ed in Freud il sistema di orientamento fondamentale, dando importanza all&#8217;influsso delle forze ambientali, tendono a <em>spiegare il presente con ciò che è successo nel passato</em>: sottolineano il fatto che noi abbiamo la tendenza a mettere in rapporto le nuove esperienze, con esperienze analoghe di cui siamo già stati protagonisti e che tali esperienze ci spingono a mettere in atto quelle modalità di comportamento che in .precedenza si sono rivelate adeguate.</p>
<p>Freud fa riferimento a tipi caratteriali (<em>il tipo orale, anale, ecc</em>) individuando per il carattere &#8220;anale ritentivo&#8221; l&#8217;ordine, la pedanteria, ecc. Ma i tipi della caratterologia <em>freudiana</em> sono cristallizzazioni di fasi dello sviluppo: sono cioè momenti di un processo, collocati <em>lungo un asse evolutivo temporale</em>. Con Freud si opera una scelta metodologica rivoluzionaria a quei tempi: al culto della nosografia, alla classificazione dell&#8217;individuo si sostituisce l&#8217;interesse per un&#8217;angolatura storica dell&#8217;individuo, in una concezione dinamica che vede l’inclusione dell&#8217;ambiente nel campo d&#8217;indagine. È in Fromm che troviamo il tentativo di sintesi di psicologia clinica, caratterologia e sociologia. L’aspetto sociale viene poi approfondito da Erikson il quale ritiene la struttura sociale determinante nella riuscita, o nella non riuscita, della formazione di una identità personale. Infatti la società dovrebbe fornire all&#8217;adolescente la possibilità di sperimentare liberamente diversi ruoli al fine di inserirsi armonicamente nel contesto sociale, ove ciò non avvenga assistiamo al verificarsi dell&#8217;opposto della formazione della identità personale e cioè alla dispersione dei ruoli, per cui il soggetto non ha il senso della propria continuità, ma vive in uno stato di grande ambiguità ed insicurezza, da cui nasce l&#8217;intolleranza verso gli altri, la ribellione (identità negativa).</p>
<p>All&#8217;indirizzo psicoanalitico si possono accostare, anche se di derivazione scientifica completamente diversa, <em>le teorie dell&#8217;apprendimento</em> in quanto anch&#8217;esse sottolineano l&#8217;importanza delle prime esperienze evolutive e dei residui dell&#8217;esperienza precedente nella strutturazione della personalità. Tali teorie si distinguono dall&#8217;approccio psicoanalitico, in quanto aspirano ad individuare precise esperienze di ricompensa e punizione quali responsabili della direzione presa dallo sviluppo individuale. La teoria del rinforzo di Dollard e Miller è il più importante tentativo di adattare la concezione behavioristica alle esigenze di una applicazione personalistica e clinica. Nella dinamica della personalità il fattore principale è l&#8217;impulso, stimolo sufficientemente intenso per mettere l&#8217;individuo in attività: più intenso è lo stimolo, più esso ha una funzione pulsionale. La ricompensa di una risposta ad un dato stimolo consiste nella riduzione della pulsione (soddisfazione del bisogno) che ha spinto all&#8217;azione.</p>
<p><strong><em>Riferimento teorico fondato sull’ “Organismo”</em></strong></p>
<p>Per il fenomenologo ciò che determina la condotta non sono gli oggetti fisici ma le strutture ed i processi che, all’interno dell’individuo, mediano ed organizzano gli stimoli fisici in distinte organizzazioni significative. È dunque l&#8217;organismo con le sue capacità di  strutturare l&#8217;esperienza al centro dell&#8217;attenzione del fenomenologo: la causa ed il tipo di comportamento diventano funzione del come la persona vive la sua esperienza del mondo interno ed esterno ad essa. Nasce un rinnovato pragmatismo:  <em>per capire una cosa,  per dirla con Kurt Lewin</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-9' id='fnref-1395-9'>[9]</a></sup><em> </em>, si preferisce tentare di rispondere alla domanda “come funziona”, “come si muove”, piuttosto che “cosa è<em>”, </em> il che è ancora oggi una novità nel lavoro sociale.  Lewin con la sua <em>teoria del campo</em>,  termine  mutuato dagli psicologi della Gestalt, in quanto ben si armonizzava con l’impostazione unitaria con cui essi avevano affrontato lo studio della percezione, considerata come &#8220;un tutto organizzato&#8221; e non un’aggregazione-sommazione di elementi tipica della tradizione associazionistica, si occupa dell&#8217;individuo e delle sue relazioni con l&#8217;ambiente. Il modello proposto da Lewin è affidato a tre concetti: &#8211; la soggettività del campo, che sottolinea la matrice psicologica dei gruppi e delle loro dinamiche; &#8211; la natura fisiologica del confitto di forze, non solo intrapsichiche (come già Freud aveva stabilito), ma anche interpersonali e sociali;  la preferenza per i fenomeni dinamici piuttosto che per le strutture statiche, come chiave per la comprensione dei comportamenti.</p>
<p>Lewin intende spiegare il comportamento di una persona, studiando le forze che agiscono su di essa in quel determinato luogo ed in quel determinato momento: studiare cioè quello che chiama lo <em>spazio vitale</em>.  Lo spazio vitale è la &#8220;rappresentazione psicologica&#8221; della situazione ambientale, in cui l&#8217;individuo è inserito, e delle alternative che gli si aprono.</p>
<p>In questo variegato panorama, una più recente classificazione identifica teorie biologiche, psicoanalitiche, cognitivo-comportamentali, sistemiche, psicosociali dimostrando una tendenza a convergere verso <em>un</em> <em>approccio strategico-integrato </em>che sappia utilizzare <em>pezzi </em>di teorie diverse per spiegare differenti fenomeni. In un certo qual modo si assiste ad un ritorno di un approccio <em>generalista </em>e più eclettico che, pur senza trascurare la necessità di continuare ad approfondire la ricerca specialistica, fornisca una prospettiva di maggior ampiezza e riesca a superare le angustie della specializzazione tenendo però conto di tutte le variabili, al fine di comprendere quali siano i tratti stabili della personalità, gli schemi e <em>le principali dinamiche di comportamento che caratterizzano un individuo dagli altri e nella sua rel-azione con gli altri.</em></p>
<h2>1.2 Noi e gli altri: <em>Sé interagenti</em></h2>
<p>Per Kurt Lewin, pioniere nella teorizzazione di un approccio dinamico sul tema dei bisogni e delle motivazioni, il comportamento umano acquista significato e può essere studiato come <em>parte di un sistema di rapporti fra le persone</em>. Questo sistema può essere descritto come un complesso campo psicologico di forze, secondo la formula: C = f (P, A) nella quale il comportamento deve essere considerato in funzione sia di fattori ambientali che di personalità, in una prospettiva temporale a lungo termine, in cui, nello spazio vitale di un individuo,  coesistono gli elementi diacronici e sincronici. Dunque durante l’arco della vita i pensieri, i desideri, che una persona si prefigge di raggiungere assumono significato e diventano “<em>agenti”</em> nei modi ed entro limiti dettati e caratterizzati dalle relazioni interpersonali che egli crea. La famiglia, la scuola, gli amici, l’ambiente di lavoro raffigurano, infatti gli spazi vitali entro cui si instaurano relazioni che poi, direttamente o indirettamente, incidono sullo sviluppo della personalità nel corso della vita. Ma come si determina il nostro comportamento, i contenuti e la qualità delle relazioni all’interno di contesti organizzati?</p>
<p>Secondo Rogers <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-10' id='fnref-1395-10'>[10]</a></sup>, teorico di impostazione fenomenologica, <em>è la percezione del sé a determinare il comportamento e quindi la comunicazione e la relazione con gli altri.</em> Gli individui hanno in se stessi ampie risorse per auto-comprendersi e per modificare se necessario, il loro concetto di sé, gli atteggiamenti di base e gli orientamenti comportamentali. Non possiamo quindi evitare di prendere atto che un individuo non può esistere se non in rapporto ad altri  e il suo ambiente lavorativo diventa lo spazio vitale, il campo in cui le persone che di tale ambiente fanno parte, dovranno misurarsi attraverso le dinamiche di gruppo, interagendo in un  confitto di forze, non solo intrapsichiche ma anche interpersonali e sociali per trovare la via migliore di comunicare in modo efficace ed efficiente. La qualità delle relazioni,  i significati nelle dinamiche sociali diventano parte fondamentale  per la crescita,  per l’apprendimento e per la produttività. Tale qualità dipenderà anche dal ruolo e dallo stile comunicativo prescelto dagli interlocutori coinvolti nella relazione, influenzati spesso da un effetto <em><em>primacy</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-11' id='fnref-1395-11'>[11]</a></sup><em>, </em></em>che induce<em> </em> a  conservare  un’impressione iniziale anche se le percezioni successive non la confermano, cogliendo così prevalentemente gli elementi che la rafforzano e sottovalutando gli elementi che la contraddicono o da un effetto <em>recency<strong> </strong></em>che induce ad essere influenzati dall&#8217;impressione riportata più recentemente e quindi a dimenticare o comunque cancellare la prima impressione. Tra queste numerose dinamiche si esplica la fondamentale natura relazionale dell’identità di ciascun essere che, dotato di intelligenza, si manifesta come un risultato irripetibile, in cui sentimento, pensiero ed azione caratterizzano i suoi stati psicologici e i suoi processi dinamici e complessi. <em>Ma le relazioni non sono altro che processi di interazione fondati sulla comunicazione umana.</em></p>
<h2>1.3 Non si può </em>non comunicare</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1395-12' id='fnref-1395-12'>[12]</a></sup></h2>
<p>La <em>comunicazione</em> non è soltanto un processo di trasmissione di informazioni, un trasferimento di  dati da un emittente ad uno o più destinatari che attraverso il canale uditivo o visivo, ricevono il messaggio, lo decodificano per poi attivare un <em>feedback</em> nei confronti dell’emittente attraverso una risposta più o meno consapevole, il significato semantico di comunicazione è &#8220;far conoscere&#8221;, &#8220;rendere noto&#8221;. Ma cosa significa e soprattutto come avviene questo processo?  La comunicazione, può avvenire su più livelli quindi non solo l’uso di parole ma il tono di voce, i silenzi, assensi, la gestualità, la postura, lo sguardo, le espressioni mimiche,  <em>tutti i comportamenti sono forme di comunicazione</em> e poiché se l’uomo vive non può non <em>comportarsi</em> di conseguenza non è possibile non comunicare. Anche la presenza o l’assenza di qualcuno trasmette informazioni che possono essere interpretate dagli altri.</p>
<p>Le competenze necessarie ad attuare un processo di comunicazione sono: la capacità di riferire la realtà <em>così com’è, </em>di inserirsi in modo diretto e<em> </em>personalizzato nelle relazioni<em>, </em> di <em>modulare </em>l’interazione<em> </em>comunicativa e di ricevere adeguatamente il messaggio. Ma in ogni evento comunicativo, ancora una volta, è la qualità della relazione sociale nella quale la comunicazione si sviluppa  a fare la differenza perché comunicare implica il manifestarsi di  rapporti interpersonali capaci di attivare processi dinamici e persuasivi di <em>metacomunicazione</em>, e <em>metamessaggi. </em>In base alla forza del rapporto affettivo instauratosi, alla posizione reciproca delle persone interagenti nel processo comunicativo, di supremazia o di sottomissione, <em>one-up, one-down,</em> la comunicazione assume diverse caratteristiche impregnandosi di maggiore o minore efficacia ed efficienza.  <em>Dunque, il processo comunicativo occupa un’importantissima parte del nostro tempo e ,in un certo senso,  fonda la nostra stessa esistenza<strong>.</strong></em></p>
<h2>1.4 Trappole comunicative</h2>
<p>Per Watzlawick <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-13' id='fnref-1395-13'>[13]</a></sup> le forme psicopatologiche non hanno origine nell’individuo isolato, ma nel tipo di interazione che si instaura tra individui e, studiando la comunicazione, diventa possibile individuarne le patologie e dimostrare che è la comunicazione stessa a produrre  spesso tali  interazioni patologiche.</p>
<p>La comunicazione è serie ininterrotta di scambi, è un processo continuo e circolare in cui gli eventi non hanno un andamento lineare, ma interagiscono in un <em>continuum</em> in cui ogni singolo segmento, causato da uno stimolo, diventa esso stesso stimolo alla fase seguente. La qualificazione del rapporto interpersonale è determinata quindi dall&#8217;inizio della sequenza comunicativa. Ma ad un individuo può capitare di trovarsi sottoposto a ordini contraddittori, convogliati attraverso lo stesso messaggio che Watzlawick chiama “paradossale”. <em>La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura. </em><strong>Q</strong>uesto assioma, base della comunicazione, insieme agli altri stabiliti dalla Scuola californiana di Palo Alto, evidenzia l’importanza di inserire in un processo comunicativo, le regole convenzionali della punteggiatura, una sorta di  “segnaletica del discorso” fatta di pause, più o meno lunghe, per evitare di incorrere in classici errori di comunicazione e per organizzare sequenze interattive efficaci. <em>Ma c</em><em>osa succede a questi processi così sofisticati quando si introducono nuovi media?</em></p>
<h2><em>1.5 I <em>media</em>: Nuove geometrie del tempo e dello spazio</em></h2>
<p>L’analogia tra uomo e calcolatore elettronico viene individuata e spinta all’estremo, anche con diverse ingenuità (Grasselli 1973) <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-14' id='fnref-1395-14'>[14]</a></sup> da Miller, Galanter e Pribram <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-15' id='fnref-1395-15'>[15]</a></sup> i quali tentarono di dare alla psicologia un’unità di analisi che potesse sostituire il comportamentismo nelle sue formulazioni più radicali, movimento da loro considerato come” psicologia del gettone nella macchinetta”. Avendo un&#8217;immensa fiducia nelle possibilità d&#8217;impiego dei calcolatori elettronici, e in particolare negli studi sulla «intelligenza artificiale», trovarono una nuova unità di analisi del comportamento: l&#8217;unità TOTE (<em>test operate- test exit</em>), composta da un elemento operativo e da un elemento di verifica. Ogni azione ha un obiettivo, e continuamente l&#8217;individuo verifica la congruenza tra l&#8217;obiettivo e ciò che effettivamente accade. Ma oggi, per le nuove generazioni il cui universo è caratterizzato da rapidi avanzamenti tecnologici, dall’esplosione delle TIC, da continue modificazioni nella percezione del tempo e dello spazio, le situazioni problematiche da governare, le nuove prospettive conoscitive prevedono rapporti <em>non-lineari con la realtà</em>, e soprattutto una mente aperta, uno spirito libero, disposto ad accogliere e decodificare, attraverso i  nuovi paradigmi cognitivi della comunicazione virtuale, situazioni ed esperienze complesse e divergenti. Bisogna dunque entrare in un’ottica dominata dalle <em>nuove geometrie del tempo e dello spazio</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-16' id='fnref-1395-16'>[16]</a></sup><em> </em>, in cui scardinato il paradigma del cosiddetto “realismo percettivo” ci si trova in un  quadro che vede il moltiplicarsi di <em>ambienti percettivi virtuali </em>dove è possibile sperimentare la costruzione di <em>molte e diverse realtà. </em>In tale contesto<em> </em><em>la comunicazione non può che adattarsi ai continui mutamenti</em>, divenendo simultanea,<em> Computer Mediated Communication.</em> Nuovi modelli cognitivi vedono il sorgere di un pensiero<em> digitale</em>. Un nuovo tempo (sincrono e asincrono) un diverso mondo (virtuale), un differente linguaggio, altri strumenti, nuove forme di comunicazione (<em>IAD, FAD, IRC, MUD-MOO, Video-Conferenza, E-mail, Mailing Lists, TIC, Newsgroups, Emoticons, Twitter, Facebook, LIM…</em>) non possono non incidere sulla nostra vita esigendo capacità di adattamento alle molteplici richieste<strong> </strong>e alle frenetiche innovazioni. Tuttavia, anche i nuovi media, come dimostrano i risultati dei primi studi sulla comunicazione mediata dal computer svolti da Sara Kiesler e dai  suoi collaboratori,  presentano ostacoli allarmanti quali l’assenza di meccanismi di <em>feedback,</em> una debolezza drammaturgica, l’anonimato (spesso si usa un&#8217;identità diversa da quella reale giocando a impersonare un ruolo) <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-17' id='fnref-1395-17'>[17]</a></sup> , scarsità di indicatori dello <em>status</em> sociale, battaglie virtuali con un livello di ostilità maggiore rispetto al lavoro <em>vis-à-vis.</em></p>
<h2>1.6 Ma qual è il rapporto tra CMC (<em>computer mediated communication</em>) e CFF (<em>communication face-to-face</em>)?</h2>
<p>Nel mondo virtuale il fatto che l’interazione sia affidata per lo più, ma non esclusivamente, al testo scritto e l’assenza di barriere socio-culturali, limita l’inibizione che potrebbe caratterizzare la comunicazione <em>face to face</em>, e permette il nascere di processi più numerosi di comunicazione finendo col diventare uno strumento d’interazione capace di andare oltre le parole e di superare i limiti del linguaggio classico. Patricia Wallace, <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-18' id='fnref-1395-18'>[18]</a></sup> mettendo in evidenza come Internet e la nostra esperienza nel suo utilizzo siano relativamente recenti, fornisce illuminanti tracce sui cambiamenti che il <em>cyberspazio</em> ha già prodotto nella psicologia individuale e collettiva e delinea gli scenari del nostro futuro <em>on line</em> mostrando come sia possibile usufruire al meglio delle potenzialità offerte da questo nuovo territorio di relazioni interpersonali. Ma come non pensare che il moltiplicarsi degli ambiti di esperienza possa aprire la strada alla <em>frammentazione, alla discontinuità e divergenza.</em></p>
<p>Ritorna dunque il problema trattato all’inizio di questo contesto ovvero la ri-scoperta dell’identità nelle relazioni e quindi la necessità di percepire quella continuità che dà coerenza all’esperienza e permette la conoscenza di sé e degli altri.  Il rischio è quello di essere “out”,  se si rifiutano i nuovi modello tecnologici, ma al tempo stesso anche lo “stare dentro”, essere “in” tale modello può tendere insidie, più difficilmente percepibili, come il non essere più in grado di interpretare il mondo nella sua complessità, di avere uniformità di linguaggi e di sguardi o ancor peggio di rimanere “ad occhi chiusi”. In questo quadro la metafora di Matrix può essere intesa come una rappresentazione attuale dei problemi di identità e allo stesso tempo, rappresentare la via per adeguarsi ai nostri tempi così incerti e imprevedibili. <em>In un indeterminato futuro la specie umana è controllata e sfruttata dalle macchine</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-19' id='fnref-1395-19'>[19]</a></sup> […]<em> </em>ma quello che in fondo succede a Thomas Anderson considerato <em>imperfezione del sistema</em>, conosciuto nell&#8217;ambiente degli hacker come Neo, non è altro che <em>un’esperienza formativa</em>, in cui partendo da un iniziale assoggettamento al sistema Matrix, riesce a potenziare le sue dotazioni e ad acquistare man mano, doti eccezionali,  diventando in  grado sempre più di contravvenire alle regole di Matrix attraverso  poteri pari a quelli di un programma, pur non rinunciando alla sua natura umana ritrovata. Queste <em>costruzioni impossibili della realtà virtuale</em> assomigliano al fantastico mondo e all’arte di Maurits Cornelius Escher <sup class='footnote'><a href='#fn-1395-20' id='fnref-1395-20'>[20]</a></sup> e il nuovo uomo dovrà essere proprio un “pensatore non lineare”, flessibile e aperto, che come Escher, viola le regole della geometria euclidea, utilizzandone i principi ed esasperandone le conseguenze.</p>
<p>Solo così, in questo mondo permeato dall’evoluzione, o meglio dalla <em>normalizzazione</em> dei nuovi media, diventerà possibile <em>ri-conoscersi</em>, <em>capirsi e capire gli altri</em>, rinnovando e potenziando il proprio Sè, relazionandosi in modo efficace, e come Neo, “sviluppando competenze di confine” per godere delle varie incongruenze come<strong> </strong><em>adulti rimasti bambini nel cuore.</em></p>
<h2><em>Bibliografia e sitografia</em></h2>
<p>Borgato R., <em>Un’arancia per due</em>, Milano, Franco Angeli, 2004</p>
<p>Bowlby J., <em>Costruzione e rottura dei legami affettivi</em>, Milano, Raffaello Cortina, 1982</p>
<p>Bruner J.,<strong> </strong><em>Un modello narrativo della costruzione del Sé </em>( l’articolo originale<em>, The Self across Psychology: self-recognition, self-awareness and self-concept, </em>è tratto da &#8220;Annals of The New York Academy of Science”<em>, </em>vol. 818, 1997, ed. J. Snodgrass – R. Thompson)<em>. </em><a href="http://xoomer.virgilio.it/celgross/ecole/altri/bruner.htm">http://xoomer.virgilio.it/celgross/ecole/altri/bruner.htm</a>, 29/03/2012</p>
<p>Canestrari R,, <em>Psicologia generale e dello sviluppo</em>, Bologna, ed. CLUEB, 1984</p>
<p>Contessa G., <em>Psicologia di gruppo. Modelli e itinerari per la formazione, </em>La Scuola, 1999</p>
<p>De Dominicis A., <em>The Matrix: le geometrie del tempo e dello spazio nell’età dell’informazione</em> <em><a href="http://rivista.scuolaiad.it/wp-content/uploads/pdf/saggi/dedominicis-saggi.pdf">http://rivista.scuolaiad.it/wp-content/uploads/pdf/saggi/dedominicis-saggi.pdf</a>, </em>29/03/2012</p>
<p>Escher M. C. <em>Le visioni impossibili</em> Tratto dal saggio di, <em>Oneindigheidsbenaderingen (L&#8217;approccio all&#8217;infinito) </em><a href="http://areeweb.polito.it/didattica/polymath/htmlS/argoment/Matematicae/Maggio_05/Escher.htm">http://areeweb.polito.it/didattica/polymath/htmlS/argoment/Matematicae/Maggio_05/Escher.htm</a>, 29/03/2012</p>
<p>Legrenzi P., <em>Storia della psicologia</em>,  Bologna, Il mulino, 1982</p>
<p>Miller G. A. Galanter E., Pribram K.H.,  <strong><em>Piani e struttura del comportamento</em></strong><strong>, Milano, </strong>Franco Angeli, 2000</p>
<p>Rogers C. <a href="http://www.humantrainer.com/wiki/Carl-Rogers.html">http://www.humantrainer.com/wiki/Carl-Rogers.html</a> :<a href="file://localhost/mms/::64.41.121.56:saybrook.edu:Sylvia.wmv">mms://64.41.121.56/saybrook.edu/Sylvia.wmv</a>, 29/03/2012</p>
<p>Senge  P. M..<em> La quinta disciplina. L&#8217;arte e la pratica dell&#8217;apprendimento organizzativo</em>. Milano, Sperling &amp; Kupfer, 2006</p>
<p>Schön D. A., <em>Il professionista riflessivo</em>, Bari, Edizioni Dedalo, 1993</p>
<p>Vitullo A., <em>Leadership riflessive. La ricerca dell’anima nelle organizzazioni</em>, Apogeo, 2006 <a href="http://books.google.it/books?id=5lOF0hcHzjoC&amp;pg=PR12&amp;lpg=PR12&amp;dq=A.+Vitullo,+Leadership+riflessive">http://books.google.it/books?id=5lOF0hcHzjoC&amp;pg=PR12&amp;lpg=PR12&amp;dq=A.+Vitullo,+Leadership+riflessive</a>, 29/03/2012</p>
<p>Wachoswski A. e L. <em>The Matrix</em>, Warner Bros 1999</p>
<p>Wallace P<strong>.</strong>, <em>La Psicologia di Internet</em>, Milano, Raffaello Cortina Editore 2000</p>
<p>Watzlawick P.- Beavin J.H.- Jackson D.D., <em>Pragmatica della comunicazione umana</em>, Roma, Casa ed. Astrolabio-Ubaldini, 1971 <em><a href="http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=2010">http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=2010</a>, </em>29/03/2012</p>
<p>(verificati al  29.03.2012: tutti i link risultano attivi)
<div class='footnotes'>
<div class='footnotedivider'></div>
<ol>
<li id='fn-1395-1'>Bruner J.,<strong> </strong><em>Un modello narrativo della costruzione del Sé </em>( l’articolo originale<em>, The Self across Psychology: self-recognition, self-awareness and self-concept, </em>è tratto da &#8220;Annals of The New York Academy of Science”<em>, </em>vol. 818, 1997, ed. J. Snodgrass – R. Thompson)<em>. </em><a href="http://xoomer.virgilio.it/celgross/ecole/altri/bruner.htm">http://xoomer.virgilio.it/celgross/ecole/altri/bruner.htm</a>, 29/03/2012 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-1'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-2'>Senge  P. M..<em> La quinta disciplina. L&#8217;arte e la pratica dell&#8217;apprendimento organizzativo</em>. Milano, Sperling &amp; Kupfer, 2006 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-2'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-3'>Schön D. A., <em>Il professionista riflessivo</em>, Bari, Edizioni Dedalo, 1993 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-3'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-4'>Vitullo A., <em>Leadership riflessive. La ricerca dell’anima nelle organizzazioni</em>, Apogeo, 2006 <a href="http://books.google.it/books?id=5lOF0hcHzjoC&amp;pg=PR12&amp;lpg=PR12&amp;dq=A.+Vitullo,+Leadership+riflessive">http://books.google.it/books?id=5lOF0hcHzjoC&amp;pg=PR12&amp;lpg=PR12&amp;dq=A.+Vitullo,+Leadership+riflessive</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-4'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-5'>Canestrari R,, <em>Psicologia generale e dello sviluppo</em>, Bologna, ed. CLUEB, 1984 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-5'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-6'>Bowlby J., <em>Costruzione e rottura dei legami affettivi</em>, Milano, Raffaello Cortina, 1982 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-6'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-7'>Canestrari R., <em>op.cit</em>., p. 485 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-7'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-8'>Pavlov, premio Nobel nel 1904, pur abbozzando una tipologia classificatoria, la caratterologia su base temperamentale, valorizza i suoi studi attraverso il condizionamento classico o condizionamento rispondente da lui elaborato attraverso sperimentazioni con cani <a href="http://www.psyreview.org/articoli_video/pavlovcond.htm">http://www.psyreview.org/articoli_video/pavlovcond.htm</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-8'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-9'>Contessa G., <em>Psicologia di gruppo. Modelli e itinerari per la formazione, </em>La Scuola, 1999 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-9'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-10'>Canestrari R.,<strong> </strong><em>op. cit</em><em>.,</em>502 <a href="http://www.humantrainer.com/wiki/Carl-Rogers.html">http://www.humantrainer.com/wiki/Carl-Rogers.html</a>, 29/03/2012 :<a href="file://localhost/mms/::64.41.121.56:saybrook.edu:Sylvia.wmv">mms://64.41.121.56/saybrook.edu/Sylvia.wmv</a>, 29/03/2012 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-10'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-11'>Cfr. Borgato R., <em>Un’arancia per due</em>, Milano, Franco Angeli, 2004  <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-11'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-12'>Watzlawick P.- Beavin J.H.- Jackson D.D., <em>Pragmatica della comunicazione umana</em>, Roma, Casa ed. Astrolabio-Ubaldini, 1971 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-12'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-13'>Watzlawick P.- Beavin J.H.- Jackson D.D., <em>op. cit  <a href="http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=2010">http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=2010</a>, </em>29/03/2012 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-13'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-14'>Legrenzi P., <em>Storia della psicologia</em>,  Bologna, Il mulino, 1982 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-14'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-15'>Miller G. A. Galanter E., Pribram K.H.,  <strong><em>Piani e struttura del comportamento</em></strong><strong>, Milano, </strong>Franco Angeli, 2000 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-15'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-16'>Cfr. De Dominicis A., <em>The Matrix: le geometrie del tempo e dello spazio nell’età dell’informazione</em> <em><a href="http://rivista.scuolaiad.it/wp-content/uploads/pdf/saggi/dedominicis-saggi.pdf">http://rivista.scuolaiad.it/wp-content/uploads/pdf/saggi/dedominicis-saggi.pdf</a>, </em>29/03/2012 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-16'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-17'>Wallace P<strong>.</strong>, <em>La Psicologia di Internet</em>, Milano, Raffaello Cortina Editore 2000 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-17'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-18'>Wallace P.,<em> op. cit</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-18'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-19'>Wachoswski A. e L. <em>The Matrix</em>, Warner Bros 1999 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-19'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1395-20'>Escher M. C. <em>Le visioni impossibili</em> Tratto dal saggio di, <em>Oneindigheidsbenaderingen (L&#8217;approccio all&#8217;infinito)</em> <a href="http://areeweb.polito.it/didattica/polymath/htmlS/argoment/Matematicae/Maggio_05/Escher.htm">http://areeweb.polito.it/didattica/polymath/htmlS/argoment/Matematicae/Maggio_05/Escher.htm</a> , 29/03/2012 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1395-20'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
</div>
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		<title>E-tutor o e-Teacher? La figura del tutor nella didattica a distanza</title>
		<link>http://rivista.scuolaiad.it/n05-2012/e-tutor-o-e-teacher-la-figura-del-tutor-nella-didattica-a-distanza</link>
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		<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 08:32:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Coccia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 5 - 2012]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://rivista.scuolaiad.it/?p=1376</guid>
		<description><![CDATA[Abstract
L’articolo descrive le competenze, le capacità ed abilità proprie del tutor nella didattica a distanza nonché il percorso formativo attraverso il quale vengono acquisite. Si analizzano inoltre le attività e i compiti affidati all’e-tutor e il rapporto fra tutor e studente al fine di determinare se l’e-tutor debba essere considerato un e-teacher, come avviene nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Abstract</h2>
<p>L’articolo descrive le competenze, le capacità ed abilità proprie del tutor nella didattica a distanza nonché il percorso formativo attraverso il quale vengono acquisite. Si analizzano inoltre le attività e i compiti affidati all’e-tutor e il rapporto fra tutor e studente al fine di determinare se l’e-tutor debba essere considerato un e-teacher, come avviene nel caso dei corsi di lingua a distanza.</p>
<p style="text-align: center; ">***</p>
<p>Nell’apprendimento a distanza, soprattutto in quello di terza generazione, la figura del tutor, già prevista ed introdotta in altri ambiti dell’educazione <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-1' id='fnref-1376-1'>[1]</a></sup>, ha assunto un ruolo fondamentale all’interno del processo formativo. Nel passaggio dalla didattica in presenza a quella a distanza, infatti, le relazioni tra docenti e discenti si sono sviluppate assumendo sfumature diverse e varie relativamente alla tipologia di corso e all’ambito in cui lo stesso viene erogato. La figura del tutor si è prepotentemente introdotta nel processo didattico accanto a quella del docente, arrivando, in alcuni casi, a confondersi con essa. Al tutor sono richieste infatti alcune abilità tipiche del docente affinché la sua interazione col discente sia efficace.</p>
<p>Alcuni ricercatori <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-2' id='fnref-1376-2'>[2]</a></sup> lamentano la scarsa attenzione dedicata, nell’ambito della <em>distance education</em>, ai tutor, il cui ruolo è stato in passato sottovalutato e poco analizzato. In un momento di crisi in cui le istituzioni pubbliche e private temono una flessione delle iscrizioni ai corsi a distanza o un incremento del tasso di <em>drop-out</em> fra gli iscritti, occorre forse riconsiderare il ruolo chiave che il tutor gioca nel prevenire l’abbandono da parte degli studenti stimolandone interesse e motivazione e fornendo un supporto che accompagna il discente fino alla conclusione del proprio percorso formativo.</p>
<p>Le competenze dell’<em>e-tutor</em> possono essere molteplici. Non sempre infatti la letteratura distingue tra il tutor che ha funzioni didattiche o disciplinari da quello che si preoccupa prevalentemente dell’aspetto organizzativo-gestionale delle attività. I due ruoli, a seconda dei contesti, possono o meno convergere in un’unica figura che si occupa dell’intero percorso formativo: dall’erogazione dei contenuti al supporto tecnico, didattico e disciplinare, alla supervisione e gestione delle attività comunicative di gruppo.</p>
<p>Nell’ambito dell’<em>e-learning</em>, ad esempio, l’<em>e-tutor</em> può assumere, secondo Calvani e Rotta <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-3' id='fnref-1376-3'>[3]</a></sup>, tre diversi ruoli:</p>
<ul>
<li><em>instructor</em>, con funzione di esperto della materia (nei corsi il cui obiettivo principale è l’acquisizione di contenuti da parte dei discenti: tipologia <em>content</em>+<em>support</em>);</li>
<li><em>facilitator</em>, che fornisce diverse forme di <em>scaffolding</em> (cioè di supporto nel processo d’apprendimento) agli studenti (in una tipologia di corso <em>wrap</em> <em>around</em> in cui lo studente possa utilizzare la rete come strumento per la contestualizzazione e l’approfondimento dei materiali didattici personalizzando il percorso d’apprendimento);</li>
<li><em>moderator</em>, quando gestisce le attività e le discussioni di gruppi di lavoro (in una tipologia di corso <em>collaborativa</em> nella quale l’apprendimento avviene anche e soprattutto attraverso il confronto fra gli studenti che danno così vita ad una <em>comunità d’apprendimento</em>).</li>
</ul>
<p>Nel primo caso le competenze necessarie all’<em>e-tutor </em>sono soprattutto relative ai contenuti scientifico-disciplinari del corso; nel secondo caso l’attenzione si sposta sul processo di apprendimento e sul supporto da fornire allo studente perché acquisisca le abilità necessarie al completamento del proprio percorso formativo, mentre nel terzo caso l’<em>e-tutor </em>deve essere in grado di gestire le dinamiche di gruppo e di guidare gli studenti, adottando un atteggiamento proattivo simile a quello di un animatore.</p>
<p>In realtà <em>l’e-tutor</em> può anche trovarsi a svolgere diverse funzioni in diversi momenti del corso. Denis e coautori <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-4' id='fnref-1376-4'>[4]</a></sup> delineano ad esempio fino a 11 possibili funzioni alle quali Rotta e Ranieri <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-5' id='fnref-1376-5'>[5]</a></sup> aggiungono altre 3 funzioni; secondo tale elenco, le competenze dell’<em>e-tutor</em> si possono così riassumere:</p>
<ul>
<li>fornire supporto ai discenti: nella fruizione dei materiali didattici; per l’acquisizione di una certa indipendenza e consapevolezza nell’affrontare il percorso formativo; nella gestione del rapporto con la struttura o istituzione che eroga il corso; nella collaborazione con gli altri studenti; nella ricezione e comprensione di feedback valutativi; per indicazioni relative ad aspetti tecnologici, psicologici, metodologici o organizzativi; per possibili integrazioni e approfondimenti bibliografici;</li>
<li>fornire supporto ai docenti: per la produzione dei materiali didattici; per la gestione del rapporto con i discenti; per la produzione ed erogazione di metodi e materiali per la valutazione;</li>
<li>fare ricerca sul ruolo e le competenze dell’<em>e-tutor</em> basandosi sui dati raccolti e sulla propria esperienza.</li>
</ul>
<p>È evidente quanto sia complicato tracciare un profilo ben definito dell’<em>e-tutor </em>le cui caratteristiche variano a seconda del tipo di contesto in cui si trova ad operare. Kemshal-Bell <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-6' id='fnref-1376-6'>[6]</a></sup> riporta, dividendole in 3 aree principali, quelle che ritiene siano competenze necessarie a tale attività:</p>
<ul>
<li>competenze tecniche, cioè la capacità di utilizzare le tecnologie e la rete e gli strumenti che esse mettono a disposizione;</li>
<li><em>facilitation skills</em>, cioè competenze di tipo metodologico, comunicativo, psicologico;</li>
<li>competenze manageriali, cioè di gestione delle attività per definire tempi e modalità, fornire feedback e monitorare il percorso degli studenti.</li>
</ul>
<p>Salmon <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-7' id='fnref-1376-7'>[7]</a></sup> si riferisce invece a tale figura denominandola <em>e-moderator</em>, sia che il ruolo sia svolto da un docente che da un tutor. Le competenze necessarie ad un <em>e-moderator</em> rispecchiano il modello di processo formativo online illustrato da Salmon comprendente le seguenti 5 fasi:</p>
<ol>
<li><em>Access      and motivation</em>, fase in cui si aiutano gli studenti ad      acquisire familiarità con il software per gestire le varie attività      proposte;</li>
<li><em>Online      socialization</em>, in cui si creano le basi della comunità      d’apprendimento promuovendo attività online (<em>e-tivities</em>) che mettano in relazione gli studenti stimolando      la fiducia reciproca;</li>
<li><em>Information      Exchange</em>, in questa fase gli studenti devono essere      portati, attraverso l’assegnazione di <em>e-tivities</em>,      a ricercare informazioni e materiali e a scambiarsi idee ed opinioni adottando      così un atteggiamento proattivo;</li>
<li><em>Knowledge      construction</em>, in questa fase gli studenti devono      imparare ad apprendere autonomamente utilizzando le proprie capacità      critiche per portare a termine progetti assegnati;</li>
<li><em>Development</em>,      fase in cui i discenti acquisiscono una visione metacognitiva del proprio      percorso di apprendimento che permette loro anche di assistere altri      studenti. L’<em>e-moderator </em>dovrà      incoraggiare la riflessione su situazioni ‘problem-based’ che richiedano      creatività e capacità interpretative da parte del discente.</li>
</ol>
<p>Le competenze richieste ad un <em>e-tutor</em> quindi possono variare molto in relazione al tipo di utenza, di corso o di istituzione presso la quale si opera. Di conseguenza è difficile anche definire il percorso formativo necessario per acquisire tali competenze. Un percorso di formazione per <em>e-tutor</em> deve inevitabilmente comprendere, oltre ad una fase di formazione teorica, anche una fase pratica in cui sperimentare direttamente strumenti e problematiche con cui si scontrano gli studenti di un corso online. Molti infatti concordano <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-8' id='fnref-1376-8'>[8]</a></sup>che prima di divenire <em>e-tutor</em> è importante fare l’esperienza dello studente all’interno di un corso simile a quello nel quale si andrà ad operare per poterne comprendere meglio le dinamiche. Non è un caso, infatti, che la maggior parte dei corsi di formazione o di perfezionamento per tutor online o formatori e-learning, offerti da diverse università italiane (Perugia, Macerata, Siena, Padova, Urbino, Trento e altre), prevedano la fruizione di una parte più o meno consistente di programma in modalità online. Tale modalità consente, tra l’altro, di comprendere come siano mutevoli e varie le problematiche di fronte alle quali un <em>e-tutor</em> può trovarsi e quanto quindi le esperienze pregresse siano d’aiuto nell’affrontarle. La formazione dell’<em>e-tutor</em> può infatti definirsi “un processo continuativo e ricorsivo” <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-9' id='fnref-1376-9'>[9]</a></sup> attraverso esperienze e percorsi sempre diversi che dovrebbe quindi essere incrementata attraverso forme di formazione continua.</p>
<p>Tra il 2004 e il 2007, nell’ambito del programma europeo ‘Leonardo da Vinci’, un partenariato comprendente Finlandia, Austria, Francia, Germania, Grecia e Regno Unito ha intrapreso il progetto <em>Implementing Standards for European eTutor Training</em> (<em>ISEeTT</em>), con lo scopo di definire un curriculum di base (<em>European Core Curriculum</em>) e degli standard qualitativi per la formazione dell’<em>e-tutor </em>europeo in relazione ai differenti contesti nazionali. Come si può leggere nell’introduzione al progetto <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-10' id='fnref-1376-10'>[10]</a></sup>, il curriculum si configura più come un quadro generale adattabile ai diversi contesti nazionali o settoriali che come un riferimento rigidamente strutturato. I corsi di formazione all’interno del progetto sono stati organizzati in modo da essere esperienziali, dando l’opportunità ai partecipanti di approcciare lo <em>European Core Curriculum</em> da discenti. I moduli del curriculum comprendono i seguenti argomenti:</p>
<ul>
<li>Facilitare, supportare e promuovere l’apprendimento online</li>
<li>Teoria dell’<em>e-learning</em> in pratica</li>
<li>Uso della tecnologia nell’<em>e-learning</em></li>
<li><em>E-learning</em> e <em>course design</em></li>
<li><em>E-learning</em> e valutazione</li>
</ul>
<p>ai quali si aggiungono moduli opzionali secondo le esigenze nazionali e le specifiche caratteristiche degli utenti del corso. Sempre nell’introduzione si afferma che tale quadro di riferimento permette di adattare il processo di apprendimento per utilizzare al meglio la tecnologia disponibile servendosi di metodi ‘costruttivisti, iterativi e riflessivi’. Ritornano quindi l’esperienzialità e la ricorsività, caratteristiche fondamentali per il percorso di formazione dell’<em>e-tutor</em>.</p>
<p>Lo scambio di esperienze e di informazioni è infatti una pratica comune per molti esperti del settore che hanno dato vita a diverse <em>community</em><em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-11' id='fnref-1376-11'>[11]</a></sup></em> all’interno delle quali ci si può confrontare su metodologie, dati raccolti, buone pratiche o anche solo aggiornarsi sulle novità ed informazioni più rilevanti.</p>
<p>Anche l’AIF <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-12' id='fnref-1376-12'>[12]</a></sup> ha riconosciuto la figura professionale dell’<em>e-tutor </em>distinguendola in 4 profili differenti, e cioè un profilo di base, un profilo specializzato in ambito contenutistico-disciplinare, uno specializzato in management didattico ed un quarto specializzato in management di <em>community</em>. Le competenze richieste per la certificazione sono di tre tipi: titolo di studio universitario o medio superiore (se integrato da ulteriori specializzazioni), esperienza nella formazione di almeno 5 anni, competenza didattico-formativa. L’esperienza di formatore, quindi, ha un’importanza fondamentale per il riconoscimento della professionalità di <em>e-tutor</em>, anche per quanto riguarda il profilo di base.</p>
<p>L’<em>e-tutor</em>, in effetti, non è un <em>semplice</em> tutor, ma necessita di una preparazione in tutto simile a quella di un docente esperto della materia. In alcuni contesti, infatti, l’<em>e-tutor </em>costituisce il principale interlocutore per gli studenti e li assiste nel percorso formativo fornendo loro un supporto didattico oltre che disciplinare e gestendo le attività e le relazioni all’interno della <em>community</em>. Competenza e preparazione nella propria materia di insegnamento, capacità di relazionarsi con gli studenti, conoscenza delle dinamiche di gruppo ed esperienza didattica sono, o dovrebbero essere, caratteristiche fondamentali di ogni docente, la cui formazione si perfeziona non solo attraverso lo studio teorico, ma anche grazie alle esperienze d’insegnamento in modo ricorsivo e continuo.</p>
<p>Cosa distingue allora in un corso online il docente dall’<em>e-tutor</em>? Quali sono le funzioni che queste due figure possono svolgere nell’ambito dei diversi percorsi di apprendimento?</p>
<p>Salmon <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-13' id='fnref-1376-13'>[13]</a></sup> afferma ad esempio che l’<em>e-moderator </em>non deve essere necessariamente un esperto della materia, ma deve possederne una conoscenza che sia approfondita almeno quanto quella dei corsisti. In questo caso, però, il tutor potrebbe essere in grado di gestire senza troppi problemi le attività in modalità asincrona avendo il tempo di inoltrare ai docenti le questioni scientifiche più spinose o le domande relative ad integrazioni ed approfondimenti. Difficilmente, però, potrà rispondere con cognizione di causa a quesiti o dubbi di natura disciplinare che potrebbero sorgere nell’ambito di attività sincrone attraverso <em>web conferencing</em>, <em>chat</em>, ecc.</p>
<p>È importante quindi specificare in quali casi i ruoli di docente e <em>semplice</em> tutor possano rimanere distinti ed in quali invece è necessario che gli studenti si interfaccino con una figura che racchiuda in sé le competenze di entrambi. Naturalmente ciò dipende dalla tipologia di corso erogato; all’interno di un corso di specializzazione in un ambito disciplinare specifico e circoscritto le due figure potrebbero coincidere poiché il tutor/docente potrebbe possedere un’approfondita conoscenza della materia d’insegnamento e, allo stesso tempo, le competenze psico-pedagogiche e tecniche necessarie allo svolgimento di attività online. Diversamente avviene invece in un corso multidisciplinare, quale ad esempio un corso di laurea, che presenta diversi insegnamenti in discipline differenti per le quali un solo tutor o docente non può fungere da esperto della materia. In questo caso, infatti, è necessario distinguere le funzioni per lasciare ai docenti le competenze scientifiche e al tutor quelle relazionali e gestionali. Per quanto riguarda la supervisione e gestione di attività collaborative come <em>forum</em>, <em>web conferencing</em>, <em>project work</em> di gruppo, ecc., il compito dovrebbe essere assegnato ai docenti stessi o ad altri esperti divisi almeno per macro-aree disciplinari, in modo da poter fornire sempre un feedback competente e puntuale su questioni scientifiche.</p>
<p>Tale divisione di ruoli, però, non è così funzionale quando si parla di insegnamento di una lingua straniera.</p>
<p>Nell’ambito di corsi di lingua interamente a distanza, infatti, le attività in modalità sincrona sono di fondamentale importanza ai fini dello sviluppo delle abilità di ricezione e produzione orale. La sfida più grande per un corso di lingua online è rappresentata dalla difficoltà di ricreare a distanza le condizioni per una comunicazione orale autentica in tempo reale tra diversi interlocutori, come avviene normalmente in classe. A tal fine, si possono ad esempio utilizzare software per la creazione di classi virtuali all’interno delle quali sia possibile mettere in comunicazione studenti e docenti attraverso applicazioni come quelle per la videoconferenza. È necessario però disporre di tecnologie adatte allo scopo per ricreare in modo fedele dati audio e video senza disturbi, interruzioni o distorsioni che potrebbero compromettere la ricezione e comprensione del messaggio.</p>
<p>In tale tipo di attività solo un esperto nell’insegnamento della lingua obiettivo del corso può interagire con gli studenti perché l’esercizio sia efficace. È importante infatti, come avviene nelle lezioni in presenza, che il docente intervenga, quando lo ritiene opportuno ai fini della didattica, nell’interazione orale, sia a due che a più interlocutori, per dare un feedback costante allo studente che potrebbe aver bisogno di correzioni, spiegazioni o esempi che solo un esperto in didattica della lingua è in grado di fornire. Le moderne metodologie per l’insegnamento linguistico, inoltre, insistono sulla contestualizzazione della produzione linguistica poiché questa è strettamente correlata ad elementi para- ed extralinguistici legati appunto alla situazione contingente. Rimandare quindi correzioni o spiegazioni ad un momento successivo rispetto a quello in cui si svolge la comunicazione può diminuire l’efficacia dell’intervento del docente/tutor e creare difficoltà nell’assimilazione da parte dello studente tendenzialmente portato a ricordare più facilmente una struttura o un argomento linguistico quando questo occorre all’interno del contesto d’uso.</p>
<p>Nei corsi di lingua organizzati dalla Open University (UKOU) si fa uso, fra gli altri strumenti, di un software creato dall’università stessa chiamato <em>Lyceum</em> che comprende un sistema di <em>audiographic conferencing</em>, una forma di teleconferenza che permette la connessione di audio e dati, per dare l’opportunità agli studenti di esercitarsi nelle attività orali. Ad ogni studente viene assegnato un tutor che lo segue nel percorso di apprendimento. Un gruppo formato da ricercatori dell’Open University (UK) e della Massey University (New Zealand) ha portato avanti un progetto il cui scopo era definire le competenze richieste ai tutor di lingue nell’istruzione a distanza. La ricerca si è basata sui corsi della Open University. Nell’articolo <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-14' id='fnref-1376-14'>[14]</a></sup> in cui sono riportati i risultati di tale lavoro, gli autori affermano che i tutor linguistici della UKOU, chiamati Associate Lecturers, vengono reclutati sulla base di competenze linguistiche e culturali relativamente alla lingua obiettivo del corso nonché competenze didattiche e metodologiche rispetto all’approccio comunicativo; in sostanza, quindi, i tutor devono avere le stesse competenze di un docente di lingua e, in aggiunta, le abilità tecniche e le attitudini psicologiche necessarie per l’insegnamento online, a testimonianza del fatto che, in tale modalità di insegnamento linguistico, le figure di docente e tutor tendono necessariamente a coincidere.</p>
<p>In un articolo più recente <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-15' id='fnref-1376-15'>[15]</a></sup> che indaga le percezioni di studenti e tutor dei corsi di lingua della UKOU delle caratteristiche fondamentali di un insegnante di lingua a distanza efficiente, non si fa distinzione fra tutor e docente, tanto che i termini <em>tutor</em> e <em>teacher</em> vengono utilizzati alternativamente. Si specifica infatti <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-16' id='fnref-1376-16'>[16]</a></sup> che la maggioranza di coloro che divengono tutor linguistici a distanza nell’ambito della UKOU, erano in precedenza docenti di lingua esperti nei corsi in presenza. Nell’articolo è riportato un sondaggio <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-17' id='fnref-1376-17'>[17]</a></sup> che ha messo a confronto le opinioni di tutor e studenti sulle caratteristiche considerate fondamentali per la figura del tutor. È emerso che entrambi concordano sulla necessità che i tutor abbiano una competenza linguistica pari a un madrelingua o quasi, e, in particolare, per gli studenti ciò implica anche una conoscenza degli aspetti culturali e linguistici relativi alla lingua obiettivo. Per quanto riguarda la competenza didattica, per gli studenti il tutor deve essere in grado di comprendere in che modo e con quali tempi lo studente acquisisca le strutture comunicative per poter fornire esempi ed approfondimenti appropriati tenendo conto dei diversi stili di apprendimento ed offrendo modelli di riferimento utili. Relativamente all’aspetto gestionale ed organizzativo, tutor e studenti concordano sul fatto che i tutor devono conoscere bene i materiali didattici, sapere cosa ci si aspetta dagli studenti ed assicurarsi che anche gli studenti ne siano consapevoli; è inoltre importante che i tutor rispondano prontamente alle questioni sollevate dagli studenti. Entrambi hanno poi sottolineato l’importanza di alcune qualità che rientrano nella sfera affettiva, come la capacità di incoraggiare gli studenti trasmettendo entusiasmo e dimostrandosi sempre disponibili e cordiali, cercando di comprendere le difficoltà specifiche (sia materiali che relative all’apprendimento) di ciascuno studente per aiutarlo più efficacemente a superarle. Questa empatia fra docente e studente si è rivelata una delle condizioni più importanti in assoluto dal punto di vista degli studenti soprattutto per superare il senso di isolamento che può intervenire nei corsi a distanza. Anche un feedback personalizzato, immediato e sincero da parte del tutor viene considerato fondamentale. Dal sondaggio risulta infine che gli studenti nelle attività sincrone preferiscono interagire direttamente col tutor piuttosto che con i colleghi in modo da ottenere feedback da parte di un esperto della materia. Il tutor deve essere in grado quindi, in un corso di lingua forse più che in altre tipologie di corso, di creare coesione e fiducia fra gli studenti stimolando attività di gruppo che ricreino a distanza le occasioni di interazione necessarie allo sviluppo della competenza orale proprie dei corsi di lingua in presenza.</p>
<p>La necessità di imparare la lingua in un contesto reale, o che sia almeno realistico, ha spinto diversi docenti a sperimentare negli ambienti virtuali tridimensionali come Second Life, il 3-D MUVE (<em>three-dimentional multi-user virtual environment</em>) più usato al mondo. Già Salmon <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-18' id='fnref-1376-18'>[18]</a></sup> vedeva nelle tecnologie legate alla mobilità e alla realtà virtuale dei possibili strumenti educativi del futuro. Salmon e Hawkridge <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-19' id='fnref-1376-19'>[19]</a></sup> affermano che probabilmente più di 300 università, per la maggior parte nel Regno Unito e negli USA, ma anche in Europa, America Latina ed Asia, hanno finora comprato terreni virtuali, anche se a volte quando una università è presente in Second Life, spesso la sua attività coinvolge solo pochi docenti e studenti per la durata di brevi progetti. Non mancano comunque iniziative personali nel mondo accademico per utilizzare tale mezzo a scopi educativi, come la creazione di laboratori virtuali o esperienze d’apprendimento <em>problem-based</em>. L’esperienza immersiva nel mondo virtuale, ad esempio, può aiutare gli studenti a sviluppare le abilità linguistiche sia frequentando corsi di lingua organizzati da diverse istituzioni che interagendo con parlanti nativi. In particolare, in SL è possibile riprodurre contesti linguistici e culturali interattivi all’interno dei quali è possibile esplorare aspetti relativi al lessico e/o ad elementi extralinguistici legati al contesto <em>virtuale</em> in cui avviene la comunicazione.</p>
<p>Anche all’interno dei corsi in Second Life, i <em>newbies</em>, cioè i neofiti di questo ambiente, necessitano di assistenza: i loro <em>avatar</em>, infatti, si riconoscono facilmente dai movimenti poco fluidi e poco controllati, e ciò può causare imbarazzo e bloccare il discente. Hawkridge e Wheeler <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-20' id='fnref-1376-20'>[20]</a></sup> descrivono l’esperienza dei tutor in Second Life (SL) all’interno dell’isola creata dalla Beyond Distance Research Alliance per il proprio ‘Media Zoo’, un laboratorio dove sperimentare ed interagire con applicazioni utilizzabili nell’ambito delle tecnologie dell’apprendimento. Il ‘Media Zoo’ rispecchia il modello di <em>community of inquiry</em> secondo la definizione di Garrison e Anderson <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-21' id='fnref-1376-21'>[21]</a></sup>, cioè una comunità di apprendimento in cui devono coesistere la presenza sociale, la presenza cognitiva ed la presenza del docente. L’articolo di Hawkridge e Wheeler <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-22' id='fnref-1376-22'>[22]</a></sup> riporta alcune sfide con cui i tutor in SL devono confrontarsi. Tra di esse vi è la tendenza che gli <em>avatar</em> hanno ad appiattire le differenze sociali in quanto svuotati degli aspetti peculiari della personalità del proprio utente, con la conseguenza, però, che gli studenti si sentono più liberi e meno in soggezione di fronte ai docenti ed interagiscono quindi in modo più rilassato. I tutor devono essere in grado inoltre di utilizzare nuove strategie d’insegnamento in quanto le lezioni in forma di presentazione in SL hanno una durata quadrupla rispetto a quelle in presenza. È necessaria infatti una spiccata creatività da parte dei tutor visto che le <em>e-tivities</em> proposte sulle piattaforme online difficilmente si adattano all’ambiente SL. Anche le differenze di fuso orario possono costituire un problema per le attività sincrone e gli spazi virtuali possono risultare troppo affollati se gli <em>avatar</em> vi si recano tutti allo stesso tempo. D’altra parte, però, gli studenti si sentono più a proprio agio e le attività risultano più divertenti e stimolanti. I tutor, inoltre, hanno la possibilità in SL di creare artefatti ed oggetti che non esistono o non possono essere reperiti nella realtà e di utilizzarli al fine di stimolare nuove esperienze di riflessione e di studio.</p>
<p>Le potenzialità educative offerte dagli ambienti virtuali immersivi sembrano essere promettenti almeno per alcuni ambiti disciplinari. La diversità di tali ambienti rispetto alle piattaforme di apprendimento più tradizionali pone la questione, per chi voglia avventurarsi in questo mondo, di come la figura del tutor/docente possa adattarvisi o di quanto invece debba acquisire caratteristiche diverse. Studi ulteriori e più approfonditi sono necessari su tale figura in relazione agli ambienti virtuali anche a causa dell’utilizzo relativamente recente di tale mezzo nell’ambito dell’istruzione superiore.</p>
<p>La pertinenza ed adeguatezza delle tecnologie e degli strumenti utilizzati per perseguire lo scopo didattico è un altro punto sul quale il tutor dovrebbe sempre interrogarsi tenendo presenti le preferenze degli studenti. Non è detto infatti che le tecnologie più avanzate o più diffuse siano le più adatte a soddisfare le esigenze del discente, sebbene alcuni studi vogliano convincerci del contrario.</p>
<p>Si discute molto sull’importanza dell’accessibilità dei <em>learning</em> <em>environment</em> e dei materiali erogati attraverso di essi e della conseguente necessità di renderli compatibili con vari tipi di <em>device</em> perché possano essere a disposizione dell’utente <em>anytime</em>, <em>anywhere</em>. Nel resoconto annuale <em>The Horizon Report</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-23' id='fnref-1376-23'>[23]</a></sup>, che si occupa delle tecnologie emergenti che avranno maggior diffusione nel campo della didattica e della ricerca, dell’<em>information</em> <em>management</em> e della <em>creative inquiry</em>, vengono fornite previsioni a breve (un anno), medio (due-tre anni) e lungo (quattro-cinque anni) termine. Nel <em>Report</em> del 2011 i <em>mobile</em> <em>devices</em> come gli <em>smartphone</em> o i <em>tablet</em> che permettono di essere sempre connessi in qualsiasi momento e luogo, sono stati considerati tra le tecnologie più utilizzate a breve termine nell’ambito dell’educazione. Tuttavia in un articolo di Neil Selwyn <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-24' id='fnref-1376-24'>[24]</a></sup> del 2011, che indaga l’utilizzo delle tecnologie da parte degli studenti a distanza, si rileva come la maggioranza degli studenti intervistati <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-25' id='fnref-1376-25'>[25]</a></sup> preferisca utilizzare risorse più tradizionali, come la lettura di materiali stampati su carta, mentre le risorse online vengono utilizzate per approfondire o chiarire quei punti del testo scritto che risultano più complessi o più oscuri. Le tecnologie che dovrebbero assicurare collaborazione e partecipazione agli studenti (come il <em>forum</em> o la <em>chat</em>) vengono utilizzate con regolarità da pochi, mentre la maggioranza rimane nell’ombra e preferisce osservare da semplice spettatore invece che partecipare. Selwyn rileva che fra le cause del mancato utilizzo delle risorse tecnologiche <em>anytime</em>,<em> anywhere</em> da parte degli studenti vi è la poca stabilità o l’assenza della connessione in alcuni luoghi, come ad esempio sul posto di lavoro, ma anche la volontà di ritagliarsi dei momenti per evadere dalla confusione della routine quotidiana (che spesso impone un uso intenso del computer) e dedicarsi allo studio. Si potrebbe dire che le tecnologie vengono utilizzate dagli studenti per riprodurre a distanza le modalità di studio tipiche della presenza.</p>
<p>Anche dal sondaggio effettuato presso la UKOU, citato in precedenza <sup class='footnote'><a href='#fn-1376-26' id='fnref-1376-26'>[26]</a></sup>, emerge che gli studenti non considerano le abilità informatiche fra le competenze più importanti dell’<em>e-tutor</em>: gli intervistati si aspettano che il tutor abbia le competenze necessarie per sfruttare appieno la funzionalità della piattaforma e fornire assistenza adeguata agli studenti in caso di difficoltà.</p>
<p>Sembra quindi che, al di là delle tecnologie utilizzate, gli studenti riconoscano come caratteristica fondamentale del tutor la capacità di entrare in empatia con lo studente stabilendo un rapporto personale che riesca ad annullare la distanza. Un elemento che, secondo il sondaggio, è necessario migliorare nella distanza è l’uso di messaggi non verbali: il docente di lingua in classe è abituato ad utilizzare la gestualità o l’espressione facciale per veicolare il messaggio e superare così la barriera linguistica. L’assenza di tali elementi nella distanza può portare a fraintendimenti che devono essere evitati esplicitando quanto più possibile i significati e le intenzioni. È noto quanto siano importanti nell’insegnamento della lingua gli aspetti affettivi della comunicazione che hanno lo scopo di diminuire il livello di ansia ed abbassare il filtro affettivo del discente per metterlo in condizioni di poter apprendere. L’aspetto affettivo risulta ancora più rilevante in un corso a distanza dove la possibilità di incomprensione dovuta al mezzo tecnologico può contribuire ad innalzare il livello di ansia durante le attività di produzione linguistica. È necessario perciò che il tutor sappia interagire con lo studente in modo da rassicurarlo ed incoraggiarlo facendo attenzione che le comunicazioni ed i feedback siano sempre chiari ed inequivocabili.</p>
<p>La capacità del tutor di interagire e di relazionarsi con gli studenti mostrando empatia e cogliendone difficoltà e caratteristiche personali sembrano quindi essere, a detta degli studenti stessi, gli strumenti più potenti ed efficaci per annullare o, quantomeno, ridurre la distanza fra docente e discente, condizione imprescindibile per l’apprendimento della lingua straniera. Tali capacità devono essere affiancate dall’esperienza didattica e dalla competenza nella materia d’insegnamento, caratteristiche che rendono, o dovrebbero rendere, il tutor dei corsi di lingua a distanza un vero e proprio <em>e-teacher</em>.</p>
<h2>Bibliografia</h2>
<p>Allan M., <em>A Peek into the Life of Online Learning Discussion Forums: Implications for Web-based distance learning</em>, in «International Review of Research in Open and Distance Learning», Athabasca University Press, vol. 5, n. 2, 2004.</p>
<p>Anderson T. e Elloumi F., <em>Theory and Practice of Online Learning</em>, Athabasca, Athabasca University Press, 2004.</p>
<p>Ardizzone P., <em>Didattiche per l&#8217;e-learning: metodi e strumenti per l&#8217;innovazione dell&#8217;insegnamento universitario</em>, Roma, Carocci, 2003.</p>
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<p>Selwyn N., <em>Digitally distanced learning: a study of international learners’ (non)use of technology</em>, in «Distance Education», vol. 32, n. 1, UK (Oxfordshire), Routledge, 2011, pp. 85-99.</p>
<p>Shelley M., White C., Baumann U. e Murphy L., <em>‘It’s a unique role!’ Perspectives on tutor attributes and expertise in distance language teaching</em>, in «International Review of Research in Open and Distance Learning», Athabasca University Press, vol. 7, n. 2, 2006.</p>
<p><em>The Horizon Report 2011</em>, URL: <a href="http://wp.nmc.org/horizon2011/">http://wp.nmc.org/horizon2011/</a></p>
<h2>Sitografia</h2>
<p>Certificazione AIF<br />
<a href="http://www.aifonline.it/showPage.php?template=istituzionale&amp;id=116">http://www.aifonline.it/showPage.php?template=istituzionale&amp;id=116</a></p>
<p>Progetto<em> </em>ISEeTT<br />
<a href="http://www.etutorportal.net/">http://www.etutorportal.net/</a></p>
<p>Community e-tutor<br />
<a href="http://www.anitel.org/anitel/">http://www.anitel.org/anitel/<br />
</a><a href="http://tutoronline09.wordpress.com/tag/tutor/">http://tutoronline09.wordpress.com/<br />
</a><a href="http://www.etutorcommunity.org/home">http://www.etutorcommunity.org/home</a>
<div class='footnotes'>
<div class='footnotedivider'></div>
<ol>
<li id='fn-1376-1'>Si veda, ad esempio, la legge n. 341 del 19 novembre 1990 di <em>Riforma degli ordinamenti didattici universitari</em> con cui viene introdotta l’attività di tutorato con funzione formativa nell’ambito dell’università, o il Decreto legislativo n. 59/2004 relativamente alla figura del docente-tutor nella scuola primaria, o, ancora, il D.M. 25 marzo 1998, n. 142 <em>Norme in materia di promozione dell’occupazione</em>, relativo alla figura del tutor nell’ambito di tirocini formativi e <em>stage</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-1'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-2'>Cfr. Murphy L., Shelley M. A., White C. J., Baumann U., <em>Tutor and student perceptions of what makes an effective distance language teacher</em>, in «Distance Education», vol. 32, n. 3, UK (Oxfordshire), Routledge, 2011, pp. 397-419. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-2'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-3'>Cfr. Calvani A. e Rotta M., <em>Fare formazione in internet</em>, Trento, Erickson, 2000. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-3'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-4'>Cfr. Rotta M. e Ranieri M., <em>E-tutor: identità e competenze</em>, Trento, Erickson, 2005. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-4'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-5'>Cfr. Denis B., Watland P., Pirrotte S. e Verday N., <em>Roles and competencies of the e-tutor. NCL2004 Proceedings</em>, 2004. URL: <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-5'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-6'>Cfr. Kemshal-Bell G., <em>The Online Teacher: final report prepared for the Project Steering Committee of the VET Teachers and Online Learning Project</em>, Sydney, New South Wales: TAFE NSW Information Technology, Arts and Media Division, 2001. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-6'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-7'>Cfr. Salmon G., <em>E-moderating: The key to teaching and learning online</em>, London, Kogan, 2000. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-7'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-8'>Cfr. Denis B., <em>Quels rôles et quelle formation pour les tuteurs intervenant dans des dispositifs de formation à distance?</em>, in «Distance et savoirs», vol. 1, n. 1, 2003, cit. in Rotta M. e Ranieri M., <em>E-tutor: identità e competenze</em>, Trento, Erickson, 2005. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-8'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-9'><em>Ibidem.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-9'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-10'>Cfr. <a href="http://www.etutorportal.net/">http://www.etutorportal.net/</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-10'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-11'>Si consultino ad esempio: <a href="http://tutoronline09.wordpress.com/tag/tutor/">http://tutoronline09.wordpress.com/</a>; <a href="http://www.etutorcommunity.org/home">http://www.etutorcommunity.org/home</a>;<a href="http://www.anitel.org/anitel/">http://www.anitel.org/anitel/</a>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-11'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-12'>Cfr. <a href="http://www.aifonline.it/showPage.php?template=istituzionale&amp;id=116">http://www.aifonline.it/showPage.php?template=istituzionale&amp;id=116</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-12'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-13'>Cfr. Salmon G., <em>op. cit</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-13'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-14'>Cfr. Shelley M., White C., Baumann U. e Murphy L., <em>‘It’s a unique role!’ Perspectives on tutor attributes and expertise in distance language teaching</em>, in «International Review of Research in Open and Distance Learning», Athabasca University Press, vol. 7, n. 2, 2006. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-14'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-15'>Cfr. Murphy L., Shelley M. A., White C. J., Baumann U., <em>Tutor and student perceptions of what makes an effective distance language teacher</em>, in «Distance Education», vol. 32, n. 3, UK (Oxfordshire), Routledge, 2011, pp. 397-419. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-15'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-16'><em>Ivi</em>, p. 411. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-16'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-17'><em>Ivi</em>, pp. 401-402. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-17'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-18'>Cfr. Salmon G., <em>op. cit</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-18'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-19'>Cfr. Salmon G. e Hawkridge D., <em>Editorial: Out of this world</em>, in «British Journal of Educational Technology», vol. 40, n. 3, 2009, pp. 401–413. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-19'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-20'>Cfr. Hawkridge D. e Wheeler M., <em>Tutoring at a distance, online tutoring and tutoring in Second Life</em>, in «European Journal of Open, Distance and E-Learning», EDEN, 2010. URL:<a href="http://www.eurodl.org/materials/contrib/2010/Hawkridge_Wheeler.pdf">http://www.eurodl.org/materials/contrib/2010/Hawkridge_Wheeler.pdf</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-20'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-21'>Cfr. Garrison D. R. e Anderson T., <em>E-learning in the 21<sup>st</sup> Century: A framework for research and practice</em>, London, Routledge/Falmer, 2003. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-21'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-22'>Cfr. Hawkridge D. e Wheeler M., <em>op. cit</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-22'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-23'>Risultato della collaborazione fra The New Media Consortium e Educause Learning Initiative; cfr.<a href="http://www.nmc.org/horizon-project">http://www.nmc.org/horizon-project</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-23'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-24'>Cfr. Selwyn N., <em>Digitally distanced learning: a study of international learners’ (non)use of technology</em> in «Distance Education», vol. 32, n. 1, UK (Oxfordshire), Routledge, 2011, pp. 85-99. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-24'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-25'>Cfr. Selwyn N., <em>op. cit</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-25'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1376-26'>Cfr. Murphy L., Shelley M. A., White C. J., Baumann U., <em>op. cit</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1376-26'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
</div>
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		<title>Adolescenti e tecnologie ai “tempi della crisi”: interventi educativi</title>
		<link>http://rivista.scuolaiad.it/n05-2012/adolescenti-e-tecnologie-ai-“tempi-della-crisi”-interventi-educativi</link>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 14:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Loredana T. Pedata</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 5 - 2012]]></category>

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		<description><![CDATA[Abstract
In un’epoca di trasformazioni continue gli individui, le istituzioni e la società sono in crisi. E i giovani, per le loro caratteristiche interne, riflettono acutamente i mutamenti e le trasformazioni continue come delle “spie” di allarme.
Negli ultimi anni i comportamenti a rischio esprimono sempre più una dimensione quasi de-realistica in cui i ragazzi tendono a rinchiudersi: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Abstract</h2>
<p>In un’epoca di trasformazioni continue gli individui, le istituzioni e la società sono in crisi. E i giovani, per le loro caratteristiche interne, riflettono acutamente i mutamenti e le trasformazioni continue come delle “spie” di allarme.</p>
<p>Negli ultimi anni i comportamenti a rischio esprimono sempre più una dimensione quasi de-realistica in cui i ragazzi tendono a rinchiudersi: in questa condizione in cui non si realizza una relazione fiduciaria con l’altro non è possibile relazionarsi con l’altro con fiducia e realizzare momenti creativi; si resta, invece, indifferenti e indifesi, spesso in balia dei media, senza possibilità di un uso costruttivo e consapevole delle tecnologie.  Per evitare ciò, è necessario che gli adulti tornino ad assumere pienamente e con responsabilità la loro funzione educativa.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Da diverso tempo ormai nella nostra società si parla di crisi: questa attraversa i diversi ambiti, e dunque crisi economica, politica, sociale. D’altra parte la crisi si manifesta anche in maniera verticale a partire dalle istituzioni fino al singolo individuo.</p>
<p>In un’epoca di trasformazioni continue gli individui, le istituzioni e la società sono in crisi. E dunque anche i giovani sono in crisi: vivono la crisi, la subiscono o cercano di difendersi da essa?</p>
<p>La parola crisi deriva dal greco “krino”, separare, ma anche discernere, giudicare e valutare. Nell’uso comune questo significato ha assunto un senso negativo, conriferimento agli aspetti di peggioramento di una situazione. Ma se pensiamo bene alla parola troviamo anche un significato positivo del termine, perché la crisi comporta un momento di riflessione, di valutazione, di scelta critica e può sicuramente portare ad un miglioramento.</p>
<p>Nei momenti di crisi spesso si guarda ai giovani che per le loro caratteristiche interne ben riflettono i mutamenti e le trasformazioni continue come delle “spie” di allarme. I giovani ci portano a riflettere sul disagio della società, sulle difficoltà degli adulti; sono loro i “segnalatori” di fenomeni già esistenti nella società, ma li sentono con un certo anticipo, rispetto alle altre categorie sociali o di età.</p>
<p>Essi rappresentano uno specchio di un qualcosa che in realtà è già in atto, ma che non appare con la stessa evidenza nei comportamenti degli altri soggetti <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-1' id='fnref-1363-1'>[1]</a></sup>.</p>
<p>Oggi i giovani vivono con ansia e frustrazione la mancanza dei riti di passaggio. Nella costruzione dell’identità è fondamentale il ruolo di limiti e confini esterni, cioè del contesto socioculturale di riferimento: la famiglia, la scuola. Queste due agenzie sociali sembrano aver perso ogni autorità ed attraversano un grave momento di difficoltà nella gestione di particolari problematiche. I riti di passaggio sono necessari nelle diverse culture per affrontare il cambiamento e costituiscono l’accesso ad una fase successiva, segnando la crescita dell’individuo e del gruppo di riferimento. Questa funzione, che struttura, oggi pare essere esaurita, mentre resta comunque la necessità per l’individuo di portare avanti il suo percorso di crescita fisica e psichica.</p>
<p>L’“assenza di significato” tipica della fase di transizione era colmata dai riti che accompagnavano il giovane all’interno della confortevole stabilità del mondo adulto. Quello che oggi sta cambiando è il senso condiviso del rito di passaggio nell’incontro tra coloro che accolgono e coloro che devono essere accolti <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-2' id='fnref-1363-2'>[2]</a></sup>.</p>
<p>Secondo Ladame <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-3' id='fnref-1363-3'>[3]</a></sup>, oggi giovani e adulti vivono con frustrazione l’assenza di riti di passaggio e soprattutto del valore loro attribuito; mancano i punti di riferimento stabili nei momenti critici della vita per affrontare i cambiamenti necessari alla costruzione della propria identità.</p>
<p>I ragazzi oggi per affrontare la crisi adolescenziale eseguono altri riti, spesso crudeli, come antidoto alla tensione e alla confusione. Il soggetto adolescente è impegnato in un’unica esperienza: quella di vivere; e dunque in un unico problema fondamentale: quello di esistere <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-4' id='fnref-1363-4'>[4]</a></sup>.</p>
<p>I compiti evolutivi che il ragazzo deve portare a termine sono gli stessi di un tempo, ma è mutata la ragione che lo spinge e che lo accompagna ad un utilizzo del processo creativo per la propria crescita. Sono i “nuovi” adolescenti di cui parla Pietropolli Charmet.</p>
<p>La ricerca di senso presente nel mondo adolescenziale deve scontrarsi ogni giorno con le distorsioni presenti nel mondo adulto, famiglia e scuola. La società attuale non propone ai giovani delle buone alternative o soluzioni valide; dunque i comportamenti a rischio diventano l’angolazione giusta per sfidare il mondo adulto.</p>
<p>Negli ultimi anni i comportamenti a rischio esprimono sempre una dimensione come de-realistica, in cui i ragazzi tendono a rinchiudersi come “naufraghi”: sono i comportamenti che sottendono una fuga dalla realtà in direzione del virtuale. I rischi di un rifugio nel virtuale sono però elevati e consistono in una sorta di falso appagamento totalizzante con disinteresse verso le modalità interattive reali <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-5' id='fnref-1363-5'>[5]</a></sup>.</p>
<p>Nella relazione con adulti così poco “contenitivi” anche i giovani sembrano avere nostalgia di un’autorità ormai perduta. Crepet <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-6' id='fnref-1363-6'>[6]</a></sup> a tale riguardo parla di un “coraggio che i figli ci chiedono” e di dimensioni contenitive che si vanno sempre più smarrendo.</p>
<p>Effettivamente senza un padre e una madre autorevoli, i figli non riescono a diventare liberi veramente.</p>
<p>In questa condizione, in cui non si realizza una relazione fiduciaria con l’altro, non resta che il ripiegamento su se stessi; non è possibile relazionarsi con l’altro con fiducia e realizzare momenti creativi; si resta, invece, indifferenti e indifesi davanti al bombardamento dei media.</p>
<p>Molti giovani si ritrovano incapaci di vivere e gestire gli strumenti tecnologici a disposizione e finiscono per viverli come strumenti immobilizzanti, paralizzanti. Allora anche la tecnologia diventa uno specchietto di richiamo per questi giovani “narcisi”. Il sé idealizzato trova espressione solo in una modalità di rispecchiamento orizzontale, senza regole, senza confini. Dunque spesso si muovono nel virtuale senza consapevolezza.</p>
<p>In una ricerca pilota condotta su circa 500 preadolescenti e il loro utilizzo dei blogs <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-7' id='fnref-1363-7'>[7]</a></sup> è emerso, tra gli altri, un elemento importante: i ragazzi non essendo “visti”, cercano nei blogs soprattutto uno “specchio”. Lo spazio virtuale assume la funzione di rispecchiamento e riconoscimento del valore, della fiducia nelle proprie idee e nel proprio futuro; diventa un luogo immaginario di incontro e aggregazione. In realtà, però, costituisce un limbo dove stazionare per non affrontare il reale, per non dare una spinta alla creatività.</p>
<p>Il testo <em>Giovani lasciati al presente</em> riporta i risultati dell&#8217;indagine sull&#8217;identità dei giovani commissionata al Censis dall&#8217;Osservatorio Europeo sui Giovani nel 2002 e realizzata su un campione rappresentativo di ragazzi italiani tra i 15 e i 30 anni: i giovani privilegiano fortemente su tutti i piani le relazioni brevi e immediate; vogliono essere “ora” e questo spiega la mancanza di impegno sociale, l’appiattimento dei giovani sul presente, il loro utilizzo di telefonini e SMS. Mancano lo sguardo verso il futuro, le aspirazioni e i desideri.</p>
<p>Dal 9° Rapporto annuale Censis sulla comunicazione emerge ancora lo sfrenato utilizzo dei media: la maggior parte delle persone utilizza internet per trovare le strade; l’88% dei giovani è iscritto a Facebook; il 22,5% usa internet per le operazioni bancarie e ben il 19% per fare acquisti, il 18% per prenotare un viaggio, il 41% dei disoccupati per cercare lavoro; il 67,8% degli italiani conosce almeno un social network. Il 50% dei soggetti sostiene il potere (e il rischio) di omologazione della rete, che appiattisce la creatività e crea conformismo. L’83,8% riconosce però a Internet il merito di permettere a chiunque di esprimersi liberamente.</p>
<p>La chiave del problema è nella consapevolezza e nell’uso appropriato della tecnologia. I rischi connessi all’utilizzo della rete sono comunque legati ad un suo uso più o meno consapevole: mancano le regole (interne!) e i confini. E in questo entrano di nuovo le responsabilità degli adulti e le funzioni genitoriali: i limiti sono quelli dettati dal “padre” e oggi invece si assiste spesso (e non sempre) ad una latitanza completa della figura paterna.</p>
<p>Bollas <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-8' id='fnref-1363-8'>[8]</a></sup> ritiene che la destrutturazione di questa funzione paterna sia responsabile di una sorta di annichilimento dell’individuo, in quanto si determina una alterazione dei processi di simbolizzazione nel rapporto con la realtà.</p>
<p>Lo spazio del desiderabile viene sostituito da una rappresentazione simbolica che prende il posto della realtà; si confonde il rapporto con il reale e le fantasie sulla realtà.</p>
<p>Uno studio condotto dall’Università del Maryland ha portato in evidenza un disturbo definito come <em>Information Deprivation Disorder</em>: la ricerca ha visto il coinvolgimento di diversi studenti provenienti da 12 università di tutto il mondo a cui è stato chiesto di trascorrere 24 intere ore lontano da tutti i dispositivi elettronici tra cui pc, cellulari, giornali, iPod, televisione, radio. Sono stati registrati veri e propri sintomi di astinenza, tra cui ansia e irrequietezza, consistenti in un malessere derivante dalla privazione di informazioni e dal senso di isolamento.</p>
<p>Questi risultati dovrebbero far riflettere maggiormente sul labile confine tra uso e abuso di questi mezzi e strumenti.</p>
<p>Attualmente in Italia si registrano circa 50 casi (ufficialmente dichiarati) di giovani adolescenti, definiti e presi in carico come <em>Hikikomori</em>.</p>
<p>Di cosa si tratta? Il termine giapponese indica l’isolamento, il mettersi in disparte. Si tratta di giovani e giovanissimi che scelgono di rinchiudersi nella propria stanza, tagliando e rifiutando ogni tipo di rapporto con il mondo esterno e trascorrendo il tempo con Internet, fumetti e videogiochi. Si tratta di un fenomeno molto grave che in Giappone costituisce un problema sociale di dimensioni enormi.</p>
<p>Questo fenomeno ha caratteristiche specifiche che lo distinguono dall’abuso tecnologico e da altre forme patologiche, ma parte forse dallo stesso elemento comune: anche in questo caso si sceglie infatti una vita “virtuale” che sostituisce in pieno il reale!</p>
<p>Per comprendere il fenomeno è necessario certamente riferirsi alla società e cultura giapponese profondamente differente da quella occidentale: dunque, la classificazione e la diagnosi corretta di questi casi è particolarmente complessa. Alcuni casi presentano diversi elementi di comorbidità con altre patologie: gli hikikomori mostrano alcuni aspetti simili a coloro che soffrono di <em>taijin-kyofu-sho</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-9' id='fnref-1363-9'>[9]</a></sup>, che consiste nel provare vergogna estrema alla presenza di altri, patologia ben studiata da Shoma Morita, fondatore del <em>Morita therapy</em>.</p>
<p>Il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare giapponese ha sottolineato già da diverso tempo l’aspetto del ritiro sociale che deve perdurare per almeno 6 mesi.</p>
<p>Anche se diverse patologie possono essere alla base di questo fenomeno, il 45,5% dei casi registrati come Hikikomori non risultano soddisfare uno dei criteri per i disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, abuso di sostanze e dipendenza.</p>
<p>D’altra parte, alcuni studiosi sottolineano la presenza di fattori di rischio all’interno del contesto familiare.  Spesso è stata notata una prevalenza di casi nelle famiglie di ceto medio-alto ma sono troppo pochi gli studi che criticamente hanno valutato l’impatto di queste variabili; un altro possibile fattore di rischio potrebbe essere la presenza di psicopatologia all’interno del nucleo familiare.</p>
<p>Uno studio di Umeda e collaboratori <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-10' id='fnref-1363-10'>[10]</a></sup>, partendo dai dati dallo studio denominato <em>World Mental Health Japan</em>,  ha messo in evidenza i seguenti risultati: i casi di hikikomori sembrano essere prevalenti nelle famiglie con scarso svantaggio socioeconomico; la presenza di disturbi, con particolare riferimento agli attacchi di panico, nella madre sembra essere positivamente correlata con la presenza del fenomeno. Il maggiore livello di istruzione dei genitori sembra costituire un fattore di rischio: questo elemento potrebbe essere spiegato dalla presenza di maggiori aspettative nei genitori maggiormente istruiti. Lo studio, come evidenziato dagli stessi autori, mostra diversi limiti e comunque evidenzia la necessità di studi futuri su campioni specifici e con metodi longitudinali.</p>
<p>L’evidenza specifica resta comunque quella dell’isolamento e del ritiro sociale: si interagisce, in maniera più o meno esclusiva, solo con lo schermo. Questo ci fa tornare a pensare ai nostri giovani che spesso si ritirano nelle proprie stanze anche se con atteggiamenti, manifestazioni e “sintomi” diversi da quelli giapponesi, perché culturalmente connotati.</p>
<p>Da queste considerazioni specifiche è nata l’idea del progetto “Oltre lo schermo” che sarà brevemente presentato più avanti.</p>
<p>L’adolescente oggi non si rispecchia con i genitori, con gli insegnanti, con la scuola in generale e con la società perché troppo preso da sé. Non si ribella nemmeno più! Non c’è rivolta esterna perché si ascolta solo se stesso. Questo si riscopre anche e purtroppo in senso patologico. Oggi si parla sempre più di fragilità e rischio.</p>
<p>Pietropolli Charmet <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-11' id='fnref-1363-11'>[11]</a></sup> afferma che la fragilità è sempre stata una caratteristica invariante dell’adolescente: nonostante ciò, oggi i giovani hanno una fragilità “diversa” che si fonda sull’impressione di avere una “missione speciale” da compiere, e che lo porta fuori dal suo tempo rendendolo spesso disinteressato alle vicende che dovrebbero invece riguardandolo da vicino.</p>
<blockquote><p>La televisione è al completo servizio di Narciso: si incarica di rispecchiarlo, intervistarlo, farlo danzare, cantare. Gareggiare in bellezza ed esibire i suoi costumi e le sue mode. La pubblicità lo corteggia e lo rappresenta come modello di ogni consumo e di tutte le malizie. Il cinema canta i suoi amori e dissolutezze con una tenerezza commerciale inusata nei decenni precedenti, quando semmai, l’adolescente era rappresentato come vittima dell’autorità violenta in seno alle istituzioni degli adulti. L’editoria vive delle vendite di libri costruiti per lui <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-12' id='fnref-1363-12'>[12]</a></sup>.</p></blockquote>
<p>Gli adolescenti “fragili” sono a rischio nella rete. Aderire alla realtà diventa troppo faticoso, perché richiede di accettare i propri limiti e quelli degli altri, faticare nello scorgere un futuro di autorealizzazione. E in tempi di crisi questo vuol dire essere particolarmente responsabili e “creativi”.</p>
<p>La creatività costituisce l’ingrediente fondamentale per fare in modo che il processo di innovazione si metta in moto. Lo sviluppo, la crescita, il cambiamento hanno tutte in comune la creatività; la vivacità intellettuale per fare nuove cose richiede creatività e responsabilità.</p>
<p>I giovani dunque possono partire da un percorso di riappropriazione del percorso di crescita e consapevolezza. Nel progetto qui proposto si vuole proprio dare spazio alla loro creatività, sfruttando le loro potenzialità per un percorso consapevole di scambio reciproco.</p>
<p>I media, le tecnologie possono costituire un validissimo strumento per la crescita e l’innovazione, ma devono essere utilizzati in maniera più consapevole  e responsabile dai giovani <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-13' id='fnref-1363-13'>[13]</a></sup>.</p>
<p>E in questa direzione qualcosa si può fare per uscire dalla crisi in maniera creativa. Partiamo dai giovani, con loro, e agiamo in maniera preventiva!</p>
<p>Agli adulti il compito di traghettarli…</p>
<p>La scuola potrebbe forse svolgere questo compito di traghettamento dei giovani verso il mondo degli adulti; spesso, però, gli insegnanti, sembrano essere poco consapevoli di questo loro potere trasformativo e poco capaci di proporsi come tutori di una simile ritualizzazione. Per il ruolo che occupano potrebbero essere interlocutori preferenziali per realizzare con i ragazzi uno spazio di crescita condivisa, spazio di trasformazione per entrambi <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-14' id='fnref-1363-14'>[14]</a></sup>.</p>
<blockquote><p>Credo che l’attuale crisi economica possa essere molto utile a chi deve educare. I periodi di vacche grasse sono terribili da questo punto di vista: portano a pensare che non vi sia più nulla da migliorare, che tutto sia ormai garantito, che l’impegno e l’inventiva fossero necessari solo un tempo, quando servivano a spezzare catene che tenevano l’umanità legata ai ceppi del suo passato miserabile. In questo modo ci si addormenta e si diventa vulnerabili a ogni cambiamento di vento (Crepet <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-15' id='fnref-1363-15'>[15]</a></sup>).</p></blockquote>
<p>Gli educatori adulti hanno il compito di aiutare i giovani ad avvicinarsi alla rete e conoscerla essi stessi.</p>
<p>Nicholas Negroponte, informatico americano noto per i suoi studi in merito all’interfaccia uomo-macchina, nel 1995 <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-16' id='fnref-1363-16'>[16]</a></sup> scriveva sull’influenza della posta elettronica nella nostra vita. Effettivamente “essere digitali” significa aver sviluppato un modo nuovo di comunicare, interagire, socializzare, costruire la propria cittadinanza attiva, la propria realtà; essere digitali è il prodotto di processi sociali ed educativi complessi che coinvolgono tutti coloro che con motivazioni e mezzi diversi ne sono stati e ne sono interessati. Da qui la necessità di promuovere:</p>
<ul>
<li>Conoscenza del web e del mondo digitale in genere, in qualità  di genitori/educatori e come giovani;</li>
<li>educazione alla responsabilità: per una maggiore consapevolezza e conoscenza delle conseguenze del muoversi nel web;</li>
<li>educazione alla cittadinanza attiva: studio e conoscenza dei diritti/doveri dello stare in rete;</li>
<li>fiducia: costruire un rapporto di fiducia tra educatori e giovani basato sul dialogo e il confronto anche attraverso la creazione condivisa delle  regole;</li>
<li>players e privacy e la gestione del pubblico vs privato: i giovani che sono i primi attori in questione sono “più fragili”, perché più esposti al rischio che persone terze (altri attori) usino i loro dati a scopi non leciti;</li>
<li>creatività ed etica.</li>
</ul>
<p>Di seguito proporremo alcuni spunti formativi e educativi tratti da un progetto di educazione e prevenzione sull’uso consapevole delle tecnologie; in allegato saranno proposte alcune schede esemplificative delle attività.</p>
<h2><strong>Oltre lo schermo. </strong><strong>Progetto di educazione all’uso consapevole dei mass media.</strong></h2>
<h3><strong>Obiettivi</strong></h3>
<p>Il progetto si propone di far acquisire ai ragazzi consapevolezza del valore della loro persona e delle relazioni con l’altro, approfondendo gli aspetti emotivo-affettivi delle relazioni che essi vivono, evidenziando i fattori di rischio dell’abuso dei media e promuovendo uno scambio fecondo all’interno del gruppo classe come stile di comunicazione non superficiale.</p>
<h3><strong>Target</strong></h3>
<p>Gruppi classe scuola secondaria di primo e secondo grado.</p>
<h3><strong>Metodologia</strong></h3>
<p>Lavoro interattivo tramite schede/giochi/questionari ed altro.</p>
<h3><strong>Tipologia conduttore</strong></h3>
<p>Il conduttore deve essere una persona con esperienza in ambito educativo, spiccate capacità relazionali e di gestione di gruppi. Poiché il lavoro affronta anche temi sensibili, è preferibile che non sia un docente interno alla scuola al fine di sollevare i ragazzi dalla paura della valutazione.</p>
<h3><strong>Sede degli incontri </strong></h3>
<p>Aula scolastica con banchi e sedie a muro (comunque a disposizione): assetto dell’aula variabile a seconda delle attività.</p>
<h3><strong>Durata e numero degli incontri</strong></h3>
<p>4 incontri di circa un’ora e mezza ciascuno a frequenza settimanale.</p>
<p>Il <em>planning</em> delle attività è il seguente.</p>
<table id="tabella" border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td colspan="2"><em>Numero incontro e Contenuti</em></td>
<td><em>Attività </em></td>
<td><em>Tempi </em></td>
</tr>
<tr>
<td>
<p align="center">1</p>
</td>
<td><em>Presentazione, prime   valutazioni su rischio e uso dei mass media. </em></td>
<td>
<ol>
<li>Presentazione: LOLclassROOM!</li>
<li>Questionario di apertura</li>
<li>Social class</li>
</ol>
</td>
<td>20’<br />
10’<br />
40’+10’</td>
</tr>
<tr>
<td>
<p align="center">2</p>
</td>
<td><em>Comunicazione dei mass   media, educazione alle emozioni.</em></td>
<td>
<ol>
<li>Aggiornamento profilo su   LOLclassROOM!</li>
<li>Caccia alla pubblicità</li>
<li>Diario delle emozioni (punti 1,2,3) <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-17' id='fnref-1363-17'>[17]</a></sup></li>
</ol>
</td>
<td>10’<br />
30’<br />
30’</td>
</tr>
<tr>
<td width="4%">
<p align="center">3</p>
</td>
<td width="28%"><em>Educazione alle emozioni e   all’immagine di Sé, comprensione dei propri bisogni.</em></td>
<td width="54%">
<ol>
<li>Aggiornamento profilo su   LOLclassROOM!</li>
<li>Diario delle emozioni (punto 4)</li>
<li>Quattr’occhi <sup class='footnote'><a href='#fn-1363-18' id='fnref-1363-18'>[18]</a></sup></li>
<li>Il regalo di Natale</li>
</ol>
</td>
<td width="11%">5’<br />
20’<br />
30’<br />
30’</td>
</tr>
<tr>
<td width="4%">
<p align="center">4</p>
</td>
<td width="28%"><em>Sfera pubblica e sfera privata, fraintendimenti nel linguaggio, attività di prevenzione, conclusione.</em></td>
<td width="54%">
<ol>
<li>Aggiornamento profilo su LOLclassROOM!</li>
<li>ESERCITAZIONI sui linguaggi</li>
<li>Questionario di prevenzione</li>
<li>Questionario di chiusura</li>
</ol>
</td>
<td width="11%">10’<br />
40’<br />
20’<br />
20’</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>La prima attività proposta nel corso del primo incontro è naturalmente la presentazione, necessaria per la formazione e le attività di gruppo, nonché utile per l’analisi di bisogni e motivazioni. Più avanti illustriamo l’attività proposta come presentazione (<em>LOLclassRoom!</em>).</p>
<p>Una volta effettuata la presentazione si può procedere, lavorando con il gruppo sui rischi connessi ad uno scorretto utilizzo della rete. Una delle attività è quella del <em>Social class</em> che aiuta i ragazzi ad acquisire maggiore consapevolezza nell’utilizzo dei social network.</p>
<p>Le diverse attività proposte sono ispirate al lavoro di gruppo, al libero confronto anche attraverso metodologie specifiche quali il <em>role-playing</em> e la <em>peer education</em>. Il role playing consiste in una tecnica di formazione e simulazione che all’interno di una situazione protetta consente ai partecipanti di assumere un ruolo e sperimentare emozioni connesse ad eventuali situazioni problematiche (“come se”); la peer education è una metodologia di formazione e supporto tra pari.</p>
<p>Nel corso del percorso possono essere anche utilizzati strumenti e questionari vari di valutazione (ad esempio sull’utilizzo delle diverse tecnologie): in questo caso il planning prevede una somministrazione iniziale ed una finale.</p>
<p>Tra le diverse attività si può richiedere ai ragazzi stessi di ricercare alcune pubblicità e di analizzarle in gruppo: lo scopo è quello di osservare e indagare il messaggio pubblicitario, riconoscerne i codici (verbali, iconici, sonori, filmici ecc..) in base al tipo di supporto.</p>
<p>Le altre attività proposte nel <em>planning</em>, come il “diario delle emozioni”, hanno la finalità di accompagnare i ragazzi nel riconoscere, esplicitare e scambiare le emozioni.</p>
<p>Queste attività, se proposte in maniera strutturata in un progetto che veda coinvolti anche gli adulti (genitori e insegnanti), potrebbero costituire un valido intervento di prevenzione ed educazione ad un utilizzo più consapevole dei media.</p>
<p>Di seguito vengono presentate alcune attività.</p>
<h2>Allegati</h2>
<p><strong>Schede Attività</strong></p>
<h3><strong>Incontro 1_Attività 1: LOLclassROOM</strong></h3>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Premessa:<br />
</strong>In questo caso la presentazione viene fatta simulando la creazione di un profilo per il social network <strong>LOL</strong><strong>class</strong><strong>R</strong><strong>OO</strong><strong>M! </strong>(cioè “Laughing out loud” classroom! = aula davvero divertente!). Come in ogni social network la creazione del profilo è libera e si può decidere di rendere pubbliche tutte le informazioni oppure no, scegliendo anche se aggiungere qualcosa in più rispetto a quelle richieste.</p>
<p><strong>Obiettivo:<br />
</strong>Introduzione al laboratorio. Conoscenza del gruppo e presentazione. Stimolare la creatività e la partecipazione critica.</p>
<p><strong>Materiali:<br />
</strong>Scheda di profilo, pieghevole di riconoscimento, post-it bianchi, penna/matita, altro materiale a scelta dei partecipanti.</p>
<p><strong>Svolgimento:<br />
</strong>Compilazione pieghevoli e presentazione.</p>
<p align="center"><strong>_______________________</strong></p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="228"><em>Iscrivetevi a </em><strong>LOL</strong><strong>class</strong><strong>R</strong><strong>OO</strong><strong>M! </strong><em>Create il vostro profilo e scegliete cosa rendere pubblico o   no. Disegnate la vostra immagine profilo su un post-it e attaccatela. Potete   ovviamente modificarla in qualunque momento, così come potete modificare il   vostro status.</em></p>
<p align="right"><strong> </strong></p>
</td>
<td width="228">
<p align="right"><em> </em><em> </em></p>
<p align="right"><a href="http://rivista.scuolaiad.it/wp-content/uploads/Schermata-03-2456014-alle-17.12.22.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1369" title="Schermata 03-2456014 alle 17.12.22" src="http://rivista.scuolaiad.it/wp-content/uploads/Schermata-03-2456014-alle-17.12.22.png" alt="Schermata 03-2456014 alle 17.12.22" width="193" height="105" /></a></p>
<p align="right"><em>Esempio pieghevol</em><strong>e</strong></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<h3><strong>Incontro 1_Attività 3: SOCIAL </strong><strong>class </strong><strong>tempo 40’ + 10’</strong></h3>
<p><strong>Premessa:<br />
</strong>I social network hanno cambiato il modo di comunicare tra le persone. Non sempre però sappiamo chi ci sia veramente oltre lo schermo.</p>
<p><strong>Obiettivo:<br />
</strong>Introduzione laboratorio, libera espressione dei ragazzi, prima comprensione dei rischi della rete.</p>
<p><strong>Materiali:<br />
</strong>2 PC in rete tra loro, un divisorio (anche lavagna va bene), proiettore.</p>
<p><em>Il conduttore avrà già impostato due profili con avatar/android su un social network –es. facebook- che i ragazzi personalizzeranno. ID e PWD sono a sola disposizione del conduttore.</em></p>
<p><strong>Svolgimento:<br />
</strong>Il conduttore invita un volontario (ragazzo) a sedersi in una postazione. All’insaputa del primo si sceglie un altro ragazzo che però si fingerà ragazza. Ognuno imposta il proprio profilo (il primo libero, il secondo guidato) e si inizia la conoscenza attraverso il social network. Tutto viene proiettato e reso pubblico alla classe che alla fine, svelato il gioco, farà le sue valutazioni.</p>
<h3><strong>Incontro 2_Attività 4: Il diario delle Emozioni (punti 1+2+3)</strong><strong> </strong><strong>tempo 35’ </strong></h3>
<p>Tratto e adattato da: C. Lo Presti, B. Quadernucci, <em>Allenare l’Intelligenza Emotiva dei Nostri Bambini – al Nido, a Scuola, a Casa – a partire dai 2 anni,</em> Era Nuova, Perugia 2004.<strong> </strong></p>
<p><strong>Premessa:<br />
</strong>Le<strong> </strong><strong>emozioni</strong><strong> </strong>sono<strong> </strong><strong> </strong><strong>reazioni</strong><strong>,</strong><strong> </strong>brevi ma intense, che insorgono all’improvviso in risposta a degli stimoli ambientali che per un qualunque motivo ci colpiscono.<strong> </strong>Le emozioni, quando compaiono in noi, provocano una serie di<strong> </strong><strong>reazioni</strong><strong> </strong>a livello<strong> </strong><strong>somatico</strong>, <strong>vegetativo</strong><strong> </strong>e<strong> </strong><strong>psichico</strong>. Non sempre si è però in grado di riconoscerle, tantomeno di gestirle. Identificarle, saper dare loro un nome e associarle allo stimolo o al pensiero che le ha generate può aiutare a migliorare la relazione con gli altri e renderla così più autentica.</p>
<p><strong>Obiettivo:<br />
</strong>Riconoscere le emozioni e saperle collocare nel contesto che le ha provocate.</p>
<p><strong>Materiali:<br />
</strong>Scheda “Diario delle emozioni”, penna/matita.</p>
<p><strong>Svolgimento:<br />
</strong><em>Il conduttore introduce brevemente il concetto di emozione e di riflesso somatico. Si invitano i ragazzi poi a compilare il “Diario” e ad analizzare il risultato (punti 1+2+3). Segue discussione di gruppo. Si invita a svolgere il punto 4 privatamente a casa per riparlarne all’incontro successivo.</em></p>
<p><strong>DIARIO DELLE EMOZIONI</strong></p>
<ol>
<li>Ripercorrendo mentalmente la giornata di ieri, segna con una crocetta le emozioni che hai sperimentato nella colonna del giorno della settimana a cui si riferisce (inserisci anche mese e numero del giorno).</li>
</ol>
<table id="tabella" border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td>Mese:</td>
<td>lunedì</td>
<td>martedì</td>
<td>mercoledì</td>
<td>giovedì</td>
<td>venerdì</td>
<td>sabato</td>
<td>domenica</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>FELICITÀ</strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>TRISTEZZA</strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>RABBIA</strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>PAURA</strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>NOIA</strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>SODDISFAZIONE</strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>CONTENTEZZA</strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>ALLEGRIA</strong><strong> </strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>EUFORIA</strong><strong> </strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>FASTIDIO</strong><strong> </strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>IRRITAZIONE</strong><strong> </strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>NERVOSISMO</strong><strong> </strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>FURIA</strong><strong> </strong></td>
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<tr>
<td valign="top"><strong>PREOCCUPAZIONE</strong><strong> </strong></td>
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<tr>
<td valign="top"><strong>AGITAZIONE</strong><strong> </strong></td>
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<tr>
<td valign="top"><strong>ANSIA</strong><strong> </strong></td>
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<tr>
<td valign="top"><strong>PAURA</strong><strong> </strong></td>
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<tr>
<td valign="top"><strong>TERRORE</strong><strong> </strong></td>
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<tr>
<td valign="top"><strong>SCONTENTEZZA</strong><strong> </strong></td>
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<tr>
<td valign="top"><strong>DISPIACERE</strong><strong> </strong></td>
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<tr>
<td valign="top"><strong>INFELICITÀ</strong><strong> </strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>DISPERAZIONE</strong><strong> </strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>SORPRESA</strong><strong> </strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>DISGUSTO</strong><strong> </strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>TIMIDEZZA</strong><strong> </strong></td>
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<td valign="top"></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>INCERTEZZA</strong><strong> </strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>GRATITUDINE</strong><strong> </strong></td>
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<td valign="top"></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>STRESS</strong><strong> </strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>VERGOGNA</strong><strong> </strong></td>
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<td valign="top"></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>RIMPIANTO</strong><strong> </strong></td>
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</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>INVIDIA</strong><strong> </strong></td>
<td valign="top"></td>
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<td valign="top"></td>
<td valign="top"></td>
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<td valign="top"></td>
<td valign="top"></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>SENSO DI COLPA</strong><strong> </strong></td>
<td valign="top"></td>
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<td valign="top"></td>
<td valign="top"></td>
<td valign="top"></td>
<td valign="top"></td>
<td valign="top"></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top"><strong>RANCORE</strong><strong> </strong></td>
<td valign="top"></td>
<td valign="top"></td>
<td valign="top"></td>
<td valign="top"></td>
<td valign="top"></td>
<td valign="top"></td>
<td valign="top"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>2.  Altre attività.</p>
<p><strong>Incontro 4_Attività </strong><strong>2</strong><strong>: SMS_SeManticaStipsi  tempo 20’<br />
</strong>Tratto e adattato da: S. Manes (a cura di), 83 Giochi psicologici per la conduzione di gruppi, Franco Angeli, Milano 2010.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Premessa:<br />
</strong>Il linguaggio, se usato in forma scorretta, può provocare fraintendimenti, talvolta anche gravi. Il linguaggio utilizzato in sms, chat o Internet in generale, ha subito notevoli cambiamenti e adattamenti dovuti al limite di spazio concesso dal gestore e alla velocità con cui si scrive.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Obiettivo:<br />
</strong>Comprendere l’importanza dell’uso corretto del codice linguistico nelle sue diverse forme. Comprendere l’importanza dell’influenza della percezione individuale sulla comprensione di un messaggio.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Materiali:<br />
</strong>Lavagna, gessetto, carta, penna.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Svolgimento:<br />
</strong><em>Il conduttore dichiara di aver ricevuto un sms che però non riesce a comprendere perché senza punteggiatura. Con proposta libera i ragazzi propongono dove e quale inserire.</em></p>
<p align="center"><strong>_______________________</strong></p>
<p><strong>SMS: </strong>Sara ora sono felice solo quando mi sei accanto non provo nulla se guardo le altre donne generose gentili premurose non sono contento di te desidero l’affetto di un’altra non sarò mai tuo Mario</p>
<blockquote>
<p align="right">&#8220;Non possiamo pretendere che le cose cambino,<br />
se continuiamo a fare le stesse cose.<br />
La crisi è la più grande benedizione<br />
per le persone e le nazioni,<br />
perché la crisi porta progressi.<br />
La creatività nasce dall&#8217;angoscia<br />
come il giorno nasce dalla notte oscura.<br />
E&#8217; nella crisi che sorge l&#8217;inventiva,<br />
le scoperte e le grandi strategie.<br />
Chi supera la crisi supera se stesso<br />
senza essere superato”<br />
(Albert Einstein, 1931)</p>
<p align="right">
</blockquote>
<h2><strong>Bibliografia</strong></h2>
<p>Angelini, L., Bertani,D. (a cura di), <em>L’adolescenza nell’epoca della globalizzazione</em>, Milano, Unicopli, 2005.</p>
<p>Bollas, C., (1989), “Una teoria del vero sé”, <em>Forze del destino</em>, Roma, Borla, 1991.</p>
<p>Casoni, A. (a cura di), <em>Il complesso del piccolo Hans</em>, Roma, Edup, 2010.</p>
<p>Censis &#8211; Osservatorio europeo sui giovani, <em>Giovani lasciati al presente</em>, Milano, Franco Angeli, 2002.</p>
<p>Censis &#8211; Ucsi,“I media personali nell’era digitale”, <em>9° rapporto sulla Comunicazione, </em>2011.</p>
<p>Crepet, P., <em>L’autorità perduta. Il coraggio che i figli ci chiedono</em>, Torino, Einaudi, 2011.</p>
<p>Disanto, A.M., <em>Percorsi di crescita oggi. Itinerari accidentati</em>, Roma, Magi, 2006.</p>
<p>Disanto, A.M., <em>Paradossi della mente giovanile. Oscillazioni tra noia, angoscia e creatività</em>, Roma, Borla, 2008.</p>
<p>Disanto, A.M., Pedata, L.T., “Uno studio pilota sull’uso dei blogs da parte degli adolescenti”, <em>Internationl Journal of Psychoanalysis and Education</em> (rivista on-line), 2009, 1, 2, ISNN 2035-4630.</p>
<p>Ladame, F. (2003), <em>Gli eterni adolescenti</em>, Milano, Salani, 2004.</p>
<p>Lo Presti, C., Quadernucci, B., <em>Allenare l’Intelligenza Emotiva dei Nostri Bambini – al Nido, a Scuola, a Casa – a partire dai 2 anni</em>, Perugia, Era Nuova, 2004.</p>
<p>Manes, S. (a cura di), <em>83 giochi psicologici per la conduzione di gruppi</em>, Milano, Franco Angeli, 2010.</p>
<p>Nakamura, K., Kitanishi, K., Miyake, Y., “The neurotic versus delusional subtype of taijin-kyofu-sho: Their DSM diagnoses”, <em>Psychiatry and Clinical Neurosciences</em>, 2002, 56, 595-601.</p>
<p>Negroponte, N., (1995), <em>Essere digitali</em>, Milano, Sperling &amp; Kupfer, 2004.</p>
<p>Parsi, M.R., Cantelmi, T., Orlando, F., <em>L’immaginario prigioniero. Come educare i nostri figli a un uso creativo e responsabile delle nuove tecnologie</em>, Milano, Mondadori, 2009.</p>
<p>Pietropolli Charmet, G., <em>Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi</em>, Roma-Bari, Laterza, 2008.</p>
<p>Umeda, M., Kawakami, N., “Association of childhood family environments with the risk of social withdrawal (“hikikomori”) in the community population in Japan”, <em>Psychiatry and Clinical Neurosciences</em>, 2012, online version, ISSN: 1440-1819.</p>
<p>Vallario, L., Giorgi, R., Martorelli, M., Cozzi, E., <em>Il rito del rischio nell’adolescenza</em>, Roma, Magi, 2005.</p>
<p>Winnicott, D.W. (1965), <em>Sviluppo affettivo e ambiente</em>, Roma, Armando, 1970.
<div class='footnotes'>
<div class='footnotedivider'></div>
<ol>
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<li id='fn-1363-3'>F. Ladame (2003), <em>Gli eterni adolescenti</em>, Milano, Salani, 2004. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1363-3'>&#8617;</a></span></li>
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<li id='fn-1363-7'>A.M., Disanto, L.T. Pedata, “Uno studio pilota sull’uso dei blogs da parte degli adolescenti”, <em>Internationl Journal of Psychoanalysis and Education</em> (rivista on-line), 2009, 1, 2, ISNN 2035-4630. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1363-7'>&#8617;</a></span></li>
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<li id='fn-1363-9'>K. Nakamura, K. Kitanishi, Y. Miyake, “The neurotic versus delusional subtype of taijin-kyofu-sho: Their DSM diagnoses”, <em>Psychiatry and Clinical Neurosciences</em>, 2002, 56, 595-601. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1363-9'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1363-10'>M. Umeda, N. Kawakami, “Association of childhood family environments with the risk of social withdrawal (“hikikomori”) in the community population in Japan”, <em>Psychiatry and Clinical Neurosciences</em>, 2012, online version, ISSN: 1440-1819. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1363-10'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1363-11'><em>Op.cit.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1363-11'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1363-12'><em>Ibidem</em>, p.7. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1363-12'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1363-13'>M. R. Parsi, T. Cantelm, F. Orlando, <em>L’immaginario prigioniero. Come educare i nostri figli a un uso creativo e responsabile delle nuove tecnologie</em>, Milano, Mondadori, 2009. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1363-13'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1363-14'>A.M. Disanto, <em>Paradossi della mente giovanile. Oscillazioni tra noia, angoscia e creatività</em>, Roma, Borla, 2008. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1363-14'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1363-15'><em>Op.cit</em>., pag.176. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1363-15'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1363-16'>N. Negroponte, (1995), <em>Essere digitali</em>, Milano, Sperling &amp; Kupfer, 2004. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1363-16'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1363-17'>“Il diario delle emozioni” è un’attività proposta ed adattata da: C. Lo Presti, B. Quadernucci, <em>Allenare l’Intelligenza Emotiva dei Nostri Bambini – al Nido, a Scuola, a Casa</em> – a partire dai 2 anni, Era Nuova, Perugia, 2004.  <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1363-17'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1363-18'>Le attività “Quattr’occhi” e “Il regalo di Natale” sono proposte e adattate dal testo: (a cura di) S. Manes, <i>83 giochi psicologici per la conduzione di gruppi</i>, Franco Angeli, Milano 2010. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1363-18'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
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		<title>La mediazione, strumento pedagogico dei nostri tempi</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 14:16:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisabetta Colla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 5 - 2012]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è andato sempre più diffondendo, da qualche anno a questa parte, l’uso del termine ‘mediazione’, nelle sue molteplici sfaccettature ed in contesti molto diversi fra loro, in ambito giuridico, sociale, culturale: se un tempo, infatti, la mediazione atteneva soprattutto al gergo finanziario, commerciale ed immobiliare, indicando la funzione di facilitazione o intermediazione svolta da un terzo fra due parti, oggi si parla con una certa naturalezza di mediazione penale, interculturale, umanistica e familiare.</p>
<p>Proprio in questi ultimi contesti, e soprattutto in una società in cui le agenzie educative tradizionali sembrano vivere una profonda crisi identitaria, la mediazione può svolgere una funzione coadiuvante a forte valenza educativa, nelle dinamiche, nei processi e nelle relazioni.</p>
<p>È noto che ogni crisi epocale di ampia portata storico-politico-economica genera inevitabilmente uno smarrimento sociale, alterando equilibri talvolta già precari e favorendo il sorgere di tensioni.</p>
<p>Attraverso la mediazione si cercano soluzioni a conflitti e contenziosi politici e territoriali, scolastici e condominiali, si compongono liti tra familiari e si pongono uno dinanzi all’altro, con le dovute cautele, perfino autori e vittime di reati. Dunque la mediazione è uno strumento ‘conciliativo’ e, talvolta, ‘riparativo&#8217; <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-1' id='fnref-1355-1'>[1]</a></sup>, oltre che un approccio considerato idoneo a favorire il dialogo fra persone e situazioni con difficoltà di reciproca comprensione culturale ed interetnica <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-2' id='fnref-1355-2'>[2]</a></sup>.</p>
<p>La mediazione, che può essere formale o informale <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-3' id='fnref-1355-3'>[3]</a></sup>, viene vista a seconda delle correnti di pensiero e degli approcci, da un lato come strumento alternativo alla giurisdizione tradizionale,  dall’altro come suo valido affiancamento, in quanto elemento atto a favorire &#8211; attraverso ben definite procedure e pratiche o in maniera non troppo regolata &#8211; la gestione di un evento che ha procurato una frattura, più o meno grave, nonché la ricomposizione e riparazione del danno.</p>
<p>Fra i numerosi campi in cui, come poc’anzi constatato, si applicano le teorie e le pratiche della mediazione, s’intende qui brevemente accennare ai principali approcci e tecniche della <em>mediazione penale</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-4' id='fnref-1355-4'>[4]</a></sup>, in particolare quelli utilizzati con minorenni e giovani adulti che transitano nei circuiti penali della giustizia minorile per aver commesso reati, gravi o <em>bagatellari</em> che siano.</p>
<p>Delle tante tipologie di mediazione di un conflitto, quella fra chi ha commesso un reato, di diversa entità, e chi ne ha subite le conseguenze, la vittima, per l’appunto, può apparire una delle più complesse e difficili sfide per il mediatore: pure, all’interno della cosiddetta Giustizia Riparativa (<em>Restorative Justice</em>) <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-5' id='fnref-1355-5'>[5]</a></sup>, le cui tendenze teorico-pratiche si vanno sempre più diffondendo a livello europeo ed internazionale, la mediazione penale appare come l’apice di un percorso, individuale e sociale, quali che siano gli esiti del giudizio penale. Se è vero che la Giustizia Riparativa può essere definita anche come quel “procedimento nel quale la vittima e il reo e, se appropriato, ogni altro individuo o membro della comunità lesi da un reato partecipano insieme attivamente alla risoluzione delle questioni sorte dall’illecito penale, generalmente con l’aiuto di un facilitatore” <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-6' id='fnref-1355-6'>[6]</a></sup>, è altresì comprensibile il motivo per cui numerosi autori ritengono che, proprio tramite lo strumento della mediazione si realizzi l’espressione più profonda e significativa della <em>Restorative Justice</em>.</p>
<p>Un primo punto importante, infatti, è che la mediazione, come approccio di Giustizia Riparativa, dà spazio alla valorizzazione della vittima, che recupera un ruolo ‘attivo’ e non più marginale: spesso la vittima, nella cosiddetta giustizia tradizionale (‘retributiva’), rimane senza voce per l’intero procedimento, né il suo carico emotivo, in termini di sofferenza, vissuti, sentimenti, ha modo di trovare sbocco. Qui, invece, vengono messe in campo, oltre ad una maggior considerazione dei bisogni della vittima, diverse possibili forme di ‘riparazione’ rispetto alle conseguenze del danno subito, con una potenziale valenza ‘restitutiva’ da parte dell’autore di reato <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-7' id='fnref-1355-7'>[7]</a></sup>. Dall’altro lato, è altrettanto auspicabile l’affermarsi del significato educativo/responsabilizzante/relazionale con cui l’atto mediatorio coinvolge, senza stigmatizzarlo, l’autore del reato, il quale, specialmente nei casi di adolescenti difficili, spesso per la prima volta ha l’occasione di apprendere (emotivamente e cognitivamente) come e perché ‘mettersi nei panni dell’altro’, riconoscendone le problematiche.</p>
<p>Parlando della necessità di introdurre adeguati programmi di assistenza alle vittime, la legislazione europea promuove ed incoraggia espressamente “lo sviluppo di politiche di giustizia riparatrice, di procedure e di programmi rispettosi dei diritti, dei bisogni e degli interessi delle vittime, dei delinquenti, delle comunità e di tutte le altre parti” <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-8' id='fnref-1355-8'>[8]</a></sup>. Si tratta, in buona sostanza, di implementare pratiche di educazione alla pace, attraverso la gestione e risoluzione dei conflitti, poiché i modelli di giustizia nominati, e le tecniche che li sostanziano, tendano a ridurre la criminalità, promuovendo da un lato la ricomposizione della frattura tra reo e vittima, e favorendo, dall’altro, un maggiore senso di sicurezza e benessere per l’intera società, abbassando i toni ed i clamori delle ‘sanzioni’ e mantenendo alte le posizioni dei ‘diritti’.</p>
<p>Dunque si ravvisa, nei documenti che orientano le politiche di Giustizia Riparativa così come in letteratura, l’importanza della Comunità, come ulteriore soggetto coinvolto a pieno titolo nel percorso mediativo/riparativo, con il compito di sostenere e diffondere sempre nuovi ed efficaci modelli di prevenzione del crimine, informando ed orientando sulle possibili tutele alle vittime e lavorando di pari passo per il reinserimento sociale degli autori di reato<sup class='footnote'><a href='#fn-1355-9' id='fnref-1355-9'>[9]</a></sup>. Pertanto i benefici di tale approccio si presuppongono complessivi: per la vittima, per l’autore e per la comunità intera.</p>
<p>Fra i principali strumenti della <em>Restorative Justice</em>, che non contemplano necessariamente l’incontro fra reo e vittima, c’è la <em>restitution, </em>un’azione, materiale o simbolica, diretta a rimuovere i danni provocati dal reato: ne esistono tipologie diverse, quali l’invio di una lettera, la restituzione monetaria della somma prelevata alla vittima, un risarcimento dei danni alla persona o alla comunità (esempio devolvendo somme ad enti di beneficenza), una restituzione sotto forma di un servizio da svolgere per la vittima o, ancora, in forma di <em>community service, </em>cioè di un servizio in favore della comunità.</p>
<p>Il dispositivo privilegiato della Restorative Justice, fra quelli che prevedono l’incontro diretto tra reo e vittima (altri esempi sono il <em>conferencing</em> ed i circoli di pacificazione) è senza dubbio quello, già citato, della mediazione penale, la <em>victim-offender mediation</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-10' id='fnref-1355-10'>[10]</a></sup><em>,</em> ove le parti sono assistite, nel processo negoziale, da un mediatore, un facilitatore<em> </em>della comunicazione <em>equally partial </em>(si preferisce<em> </em>tale espressione all’utilizzo del termine ‘imparziale’), la cui caratteristica perspicua è la cosiddetta ‘equi-prossimità’ o ‘equi-vicinanza’, il quale, in maniera non-direttiva, coadiuva il dialogo tra i due <em>stakeholder</em>, l’autore e la vittima. Nuovi programmi di mediazione prevedono la possibilità di allargare il gruppo di mediazione anche ai genitori (in caso di coinvolgimento di minori) o ad altri soggetti significativi nell’evento conflittuale, includendo in casi particolari più vittime e/o più autori di reato e/o co-mediatori. Il mediatore si fa carico di un importante compito, quello di attivare durante l’intervento, i risuonatori delle parti mediate, accantonati o mai portati alla coscienza (per paura, incapacità, rimozione), fungendo da stimolo, da pungolo maieutico, intenzionalmente ma senza nulla imporre:</p>
<blockquote><p>Lo scopo primario della mediazione è di svolgere un percorso di riconoscimento reciproco tra le parti alla presenza di un terzo neutrale che lo rende possibile e lo sostiene, e di realizzare quindi una giustizia non riduttiva perché fondata su una relazione che si ricostruisce, su di un ordine che non viene imposto, ma generato dalle stesse persone coinvolte nel conflitto. <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-11' id='fnref-1355-11'>[11]</a></sup></p></blockquote>
<p>La stessa asimmetria in cui si vengono a trovare nella mediazione la vittima ed il reo, esplicitata dal mediatore agli interessati, con le dovute cautele, evidenziando la sostanziale differenza di obiettivi che le parti raggiungeranno, pur attraverso un auspicato accordo, assume i connotati di elemento generatore di autenticità ed efficacia nella comunicazione e nell’incontro relazionale.</p>
<p>In tutti questi casi si può dire, a ragion veduta, che la mediazione può essere e/o divenire un potente strumento educativo. Infatti occuparsi di conflitti, nelle varie tipologie in cui essi si manifestano, ed individuare strategie di conciliazione, riparazione, mediazione, avvalendosi di metodologie non direttive ma incisive, significa riflettere e far riflettere sugli atti che si compiono e sulle cause che li muovono e, lavorando sugli aspetti personali e transazionali delle parti in causa, la mediazione può generare veri e propri atti educativi, focalizzando percorsi di ‘crescita’, ‘cura’ e, talvolta, ‘guarigione’.</p>
<p>Esistono numerosi casi di autori afferenti a discipline diverse del campo umanistico, socio-psicologico e pedagogico che evidenziano, direttamente o indirettamente, elementi in tal senso significativi.</p>
<p>Molto interessante appare ad esempio, rispetto a quanto detto poc’anzi, il punto di vista di Deutsch <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-12' id='fnref-1355-12'>[12]</a></sup>, secondo il quale è possibile trasformare un conflitto in un’importante opportunità di riflessione e cambiamento, senza necessariamente volerlo ‘sanare’, ma anche solo prendendosene cura, convertendolo in una fonte di confronto e diversificando interventi e prassi operative.</p>
<p>Altri autori, come Rumiati e Pietroni <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-13' id='fnref-1355-13'>[13]</a></sup>, si soffermano sulla capacità ‘trasformativa’ del conflitto, e sull’importanza di promuovere, nel lungo periodo, transizioni delle parti mediante lo sviluppo di prospettive e ‘percezioni di abbondanza’, anziché di ‘scarsità’, lavorando sul passaggio dal piano emotivo a quello cognitivo, per giungere a poco a poco a nuove soluzioni di mediazione.</p>
<p>Viene rivalutata, per così dire, la valenza ‘pedagogica’ del conflitto, luogo/evento di possibile crescita se ben orientato in senso trasformativo, attraverso il dialogo, la comunicazione, il colloquio.</p>
<p>La capacità della mediazione di svolgere un’attività pedagogica, o per meglio dire educativa in senso lato, non sovrastrutturale ma sostanziale, echeggia, con le debite differenze di contesti e di periodi storici, in alcune teorie esposte nel bel volume <em>La mediazione pedagogica</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-14' id='fnref-1355-14'>[14]</a></sup>, del compianto Giacomo Cives, ove lo studioso ribadisce, in contrasto con una lettura ritenuta ‘negativa’, di estremizzazione ideologica del concetto di mediazione pedagogica, proposta da alcuni autori <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-15' id='fnref-1355-15'>[15]</a></sup>, il valore ‘positivo’ di tale idea: « &lt;…&gt; mi sono convinto sempre più che essa (la mediazione) è richiesta nel più largo grado proprio dalla pedagogia, sia a livello di riflessione teorica che di concreta pratica educativa. Educazione è aiutare gli uomini a unificarsi, cioè per meglio dire a equilibrarsi dinamicamente, cioè a maturare e farsi uomini».</p>
<p>Proprio grazie all’ampiezza delle prospettive storico-pedagogiche, delle sintesi interdisciplinari e degli intenti dinamici ed unificanti segnalati da questo autore in ambito di “mediazione pedagogica”, è possibile avvicinare le finalità concettuali della mediazione e della Giustizia Riparativa a quelle della pedagogia: «Ma il discorso pedagogico non poteva neppure chiudersi nell’ambito delle sole scienze dell’educazione e discipline affini. La pedagogia intesa nella sua dimensione di mediazione, lo vedevamo già all’inizio, si collega nel modo più vivo con le più varie dimensioni della cultura senza esclusioni» <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-16' id='fnref-1355-16'>[16]</a></sup>.</p>
<p>Il ruolo del mediatore culturale o interculturale che opera nella scuola, o in altro ambito sociale, non è del resto distante nelle finalità sostanziali (se non per alcune specifiche tecniche) da quello del mediatore che opera in contesti giudiziari di carattere penale: per quest’ultimo, di fatto, la capacità di ‘riconoscimento’ della situazione conflittuale può risultare più evidente e dichiarata (o sembrare tale) dal contesto stesso del reato mentre, in ambiti scolastici o familiari, la relazione che si incrina può assumere connotati e sfumature più difficili da definire. Ma in entrambi i casi, accertata la rottura di un dialogo <strong>-</strong> avvenuta in modo più o meno violento, più o meno manifesto <strong>-</strong> si cerca di gestire quell’evento e di ricomporre un equilibrio, come è proprio della dialettica fra opposti di hegeliana memoria. In entrambe le situazioni risulta forte il richiamo che la mediazione opera verso il concetto di <strong>responsabilità, intesa nel senso di</strong><strong> </strong>attitudine a progettare, assumere e mantenere un impegno <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-17' id='fnref-1355-17'>[17]</a></sup>. Il reciproco aprirsi alla percezione nuova dell’altro, l’attivazione di un processo volto alla potenziale trasformazione del proprio punto di vista ed all’accettazione di quello dell’altro, rappresentano già un primo esito positivo della mediazione, attività per sua natura dinamica, perché non vincolata ad alcuna soluzione pre-definita, ma che si realizza in divenire con la partecipazione attiva dei soggetti coinvolti, entro un contesto sociale ed ambientale partecipante.</p>
<p>Non a caso, con le dovute differenze teoriche ed epocali, per John Dewey la mediazione è sintesi che scaturisce da un ‘urto già in atto’, connessione dialettica fra opposti, frutto di un processo globale in termini pan-esperienziali, e viene costruita nel tempo a contatto con la natura e l’ambiente circostante, poiché ‘la prima condizione per la crescita è l’immaturità’ <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-18' id='fnref-1355-18'>[18]</a></sup>.</p>
<p>Il binomio cultura-natura, così come quello libertà-autorità, evocano alla mente i principi educativi sanciti, in forma di paradosso, nell’<em>Emilio</em> di Rousseau, laddove il precettore/maestro lascia credere al ragazzo di essere libero di scegliere e di sperimentare ogni possibilità nell’apprendimento, affinché impari a sbagliare e ad auto-correggersi, lasciando ad Emilio l’impressione che le sue esperienze siano casuali e libere: in realtà sarà il maestro, in forma indiretta ma intenzionale, a guidare ed orientare quelle scelte, evitando ogni influenza negativa e stimolando piuttosto la curiosità e la motivazione verso ciò che è positivo, “farà tutto senza far nulla”, soprattutto senza dare precetti (c’è da riflettere sulla critica che Rousseau muove alle tecniche educative del suo tempo!). In questa proficua ‘ambiguità’ si rispecchia per l’appunto la doppia anima della mediazione: una non-direttività capace di emancipare, un non-agire consapevole che intenzionalmente, ma senza forzature, responsabilizza, accompagna ed educa alla relazione.</p>
<p>Pur essendosi caratterizzata, a livello nazionale ed internazionale, attraverso molteplici approcci e ‘modelli’ diversi, la mediazione mantiene degli elementi comuni: la figura di un mediatore, la necessità di un <em>setting</em> (procedure ed elementi materiali), l’utilizzo di alcune ‘tecniche’, sia pur declinate in modo differente. Il percorso di mediazione si basa sulla <em>libera volontà</em> dei partecipanti di aderire o meno alle proposte mediativo-riparative <strong>-</strong> e per questo le parti vengono contattate separatamente dal mediatore per accertarne la disponibilità iniziale <strong>-</strong> e sulla partecipazione<em> consensuale</em>, che viene data in fase iniziale e può essere revocata in qualsiasi momento, fondamentale per la condivisione degli esiti &#8211; simbolici o materiali, positivi o negativi <strong>-</strong> e delle decisioni finali della mediazione. Relativamente alla mediazione penale, appare di vitale importanza che le parti riconoscano il proprio coinvolgimento nel conflitto sorto dall’atto-reato e, qualora una delle parti non dia il proprio consenso all’incontro ‘faccia a faccia’, o se ne valuti l’inidoneità, può essere dichiarata la non fattibilità della mediazione. Altri elementi trasversali a ogni modello di mediazione sono: la <em>riservatezza</em>, che impedisce di riferire a terzi i contenuti della mediazione, al fine di tutelare gli interessi delle parti oltre a consentire lo svolgimento dell’incontro in un <em>setting</em> che lasci ampia libertà di espressione verbale ed emotiva alle parti; l’<em>indipendenza </em>del mediatore, che non deve avere un coinvolgimento diretto nella vicenda trattata o nel processo penale dell’autore di reato e deve trovarsi in quella posizione di equanime prossimità verso entrambe le parti di cui si è già parlato; la <em>gratuità</em> dell’intervento, infine, che configurandosi come ‘servizio’ deve essere fruibile da tutti, come dichiarato espressamente nella normativa europea <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-19' id='fnref-1355-19'>[19]</a></sup>.</p>
<p>L’incontro di mediazione viene portato avanti in base ad alcune procedure, non rigide ma tradizionalmente accolte: dopo avere incontrato l’autore e la vittima, se si giunge all’incontro vis-à-vis, la sessione di mediazione viene condotta, in maniera non-direttiva, dal mediatore, il quale prende per primo la parola, accogliendo i presenti e stabilendo alcune regole per un dialogo autentico tra le parti (non interrompere l’altro, non essere aggressivi, non offendersi), sottolineando la confidenzialità dell’incontro ed invitando le persone a prendere la parola una per volta: si tratta del cosiddetto ‘patto metodologico’, che definisce le regole del percorso di mediazione e offre ai partecipanti la possibilità concreta di essere e percepirsi ‘in relazione’. Ciascuna delle parti racconta a questo punto il proprio vissuto, relativamente all’evento-reato, ed al termine di questo momento nodale il mediatore propone un breve riassunto, affinché le parti ascoltino la storia da un terzo che li aiuti ad identificare i punti-chiave della questione ed a chiarire le proprie posizioni rispetto al conflitto. Il mediatore cerca di far emergere, in questo momento cruciale, i bisogni e gli interessi delle parti, proponendo lui stesso alcune opzioni per una soluzione di riconciliazione/riparazione, o mediando le proposte delle parti, in vista di un accordo, che viene chiamato anche ‘patto relazionale’.</p>
<p>Fra i numerosi approcci teorici e pratici in cui la mediazione si è andata sviluppando, è possibile evidenziare la cosiddetta ‘mediazione umanista’, ben rappresentata da Jacqueline Morineau e dalla sua scuola, che si fonda sul dialogo guidato tra le parti, ascoltate separatamente e congiuntamente, e sulla preparazione del processo di mediazione  <strong>- </strong>piuttosto che su un <em>setting</em> molto strutturato <strong>-</strong> ove il mediatore assume un atteggiamento non<strong>-</strong>giudicante e positivo, intervenendo il meno possibile.</p>
<p>Negli incontri separati con l’autore di reato, il mediatore cerca di far emergere in lui vissuti di esperienze come vittima, perché possa effettivamente entrare nei panni dell’altro, nella sua sofferenza e nella comprensione del danno arrecato: talvolta ciò avviene enfatizzando il racconto e l’ascolto delle storie dei ragazzi poiché, secondo la Morineau, la mediazione penale minorile è un contesto altamente ‘drammatico’, come quello della tragedia greca, che ‘obbliga le parti a confrontarsi con le proprie emozioni’ <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-20' id='fnref-1355-20'>[20]</a></sup>.  La mediazione umanista,  a tale scopo, valorizza il silenzio così come il dialogo, poiché la violenza che spesso caratterizza il conflitto ‘nasce dalla sofferenza e dalla solitudine di due persone che non riescono più a comunicare’ ed ‘onorare il silenzio’ significa lasciar emergere emozioni utili a favorire la comunicazione.</p>
<p>Estremamente attuali appaiono le motivazioni che hanno convinto negli anni Jacqueline Morineau a diffondere e sostenere la pratica della mediazione, quelle cioè di promuovere una cultura della pace e della risoluzione pacifica dei conflitti, laddove il passaggio da situazioni di ordine &#8211; individuale o collettivo &#8211; ad altre di disordine e conflitto, all’interno di ‘una società che non ha più un posto per accogliere tali conflitti’, trova nella mediazione lo spazio ed il tempo per ammetterli e ‘rappresentarli’, proponendo un ‘luogo in cui la violenza reciproca possa dirsi e trasformarsi’. La prospettiva è dunque più ampia, e ‘desiderare la reintegrazione del disordine significa allora pensare a una vera e propria rivoluzione sociale, dato che si va controcorrente rispetto allo spirito, agli usi e ai costumi stabiliti’. In questo senso è necessario riconoscere che siamo nel campo di un ‘ribaltamento della relazione che l&#8217;uomo ha con la società e con se stesso’ <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-21' id='fnref-1355-21'>[21]</a></sup></p>
<p>Non può non emergere l’eco del pensiero e delle opere di Maria Montessori, che tanto è stata vicina ai temi che richiamano l’educazione alla pace, la cooperazione, la responsabilità:</p>
<blockquote><p>Solo offrendo una «educazione di vastità» che permetta a ciascuno di superare i propri egoismi, di uscire dall’isolamento dei limitanti e circoscritti interessi personali per porsi nella prospettiva dell’umanità, della interrelazione, interdipendenza e cooperazione degli individui tra loro e con l’ambiente in cui vivono, sarà possibile il rinnovamento spirituale dell’uomo e l’inizio di un percorso di pace <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-22' id='fnref-1355-22'>[22]</a></sup>.</p></blockquote>
<p>Ancora una volta la mediazione, all’interno di un contesto sociale, può rappresentare un’occasione privilegiata per favorire la decodifica e l’interpretazione delle relazioni e delle differenze culturali, per uscire dai particolarismi, in altre parole per promuovere l’educazione alla pace, che si attua nel riconoscimento dell’opportunità di un incontro-scambio incessante con gli altri. Il mediatore, in tal senso, secondo Adolfo Ceretti è quel ‘terzo’, che “permette a un soggetto di aprirsi all&#8217; &#8216;altro&#8217;, di porre soprattutto l&#8217;antagonista come &#8216;altro&#8217; e di porre se stesso come &#8216;altro possibile&#8221; <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-23' id='fnref-1355-23'>[23]</a></sup>.</p>
<p>Tornando nel seminato, accenniamo soltanto al modello anglosassone, in cui la mediazione, differente nei vari Stati, è prevista fra le modalità contemplate dalla Giustizia Riparativa per giungere alla riparazione e riconciliazione, considerati i veri obiettivi, tramite i programmi Vorps <em>victim offender riconciliation program,</em> nati negli Stati Uniti negli anni Settanta: dunque un modello maggiormente calato nei contesti specifici della <em>Restorative Justice</em>, a differenza di quello umanista-trasformativo che, per la sua maggiore flessibilità, se così si può dire, ha trovato idonea applicazione in molti campi della mediazione sociale, in ambito, comunitario, scolastico, familiare e, soprattutto in specifici casi e con minorenni, giudiziario.</p>
<p>Benché in numerosi Paesi europei ed extraeuropei esista una tradizione già avanzata nel campo della mediazione e della Giustizia Riparativa, in termini di studi e ricerche, di pratiche e di normative, e sebbene la legislazione europea intervenga da anni  per sollecitare l’approvazione di una disciplina normativa da parte dei singoli Stati <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-24' id='fnref-1355-24'>[24]</a></sup>, in Italia non esiste ancora una legge che regolamenti la mediazione, benché le prassi applicative e le sperimentazioni siano ampiamente  portate avanti (e spesso con successo), specialmente laddove, come nel caso della Giustizia minorile, esistano alcuni ‘agganci’ normativi <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-25' id='fnref-1355-25'>[25]</a></sup>.</p>
<p>L’esigenza di capitalizzare gli interventi in atto, di regolare l’attività professionale di chi opera nel campo della mediazione (Centri e uffici di mediazione) e di evolvere verso una fase più avanzata, definita ed omogenea, rispetto ai ruoli ed alle funzioni dei servizi territoriali coinvolti nelle attività di mediazione, non deve fare dimenticare l’importanza dello sviluppo di una riflessione teorica, di ricerca e progettazione, in ambito di mediazione e Giustizia Riparativa, indispensabile per un processo ben fondato, e rispetto alla quale ancora tanto c’è da fare, anche con il sostegno e l’implementazione delle nuove tecnologie e dell’<em>e-learning</em>, come in recenti e ben riuscite esperienze di formazione nel campo della mediazione <sup class='footnote'><a href='#fn-1355-26' id='fnref-1355-26'>[26]</a></sup>.</p>
<h2>Bibliografia</h2>
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<div class='footnotes'>
<div class='footnotedivider'></div>
<ol>
<li id='fn-1355-1'>Se nel mondo anglosassone i termini <em>conciliation</em> e <em>mediation</em> vengono utilizzati quasi come sinonimi, in Italia si opera una distinzione fra <em>conciliazione</em>, strumentale al raggiungimento di accordi basati su interessi delle parti maggiormente legati a valutazioni utilitaristiche, e <em>mediazione</em>, un insieme di strategie sociali, con valenza riparativa e rigenerativa di relazioni e legami indeboliti da conflitti, adottate mediante particolari tecniche. In un’accezione specifica la <em>riparazione</em> &#8211; diretta o indiretta a seconda se vi è contatto fra le parti – è l’azione risarcitoria/compensatoria di un danno, ed è uno dei mezzi per raggiungere le finalità di mediazione, cioè il ripristino di legami sociali. Nel caso di danni o reati operati da minori, si cerca quanto più possibile una riparazione di tipo simbolico, più coerente con lo spirito e le finalità della mediazione,  svincolata dal potere economico dei genitori e che solleciti la responsabilizzazione del ragazzo attraverso azioni positive. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-1'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-2'>Le attività di mediazione ‘culturale’ ed ‘interculturale’ sono generalmente svolte da personale specializzato, italiano o straniero, presso gli uffici pubblici, nel settore legislativo, presso gli uffici della questura, nel settore del ricongiungimento familiare, presso le case d’accoglienza per famiglie straniere, in carcere, presso i Servizi sanitari scolastici, alla frontiera nel contesto degli sbarchi, o in ambiti societari (convegni, associazioni, quartiere). «Il mediatore è una persona adulta che, adoperando il proprio bagaglio culturale e formativo &lt;&#8230;&gt; opera per promuovere l’incontro, la comunicazione, la condivisione fra persone. Decostruisce stereotipi e luoghi comuni e persegue l’obiettivo di generare un’interazione positiva fra gli esseri umani a prescindere dalle differenze e dalle diverse provenienze culturali. La sua azione concorre ad affermare una visione sociale e pedagogica interculturale, utile a superare ogni tipo di etnocentrismo. &lt;…&gt; Nel bagaglio professionale di un mediatore &lt;&#8230;&gt; oltre alla dimensione linguistico-culturale, c’è la dimensione più generale dell’incontro e quella più specifica della gestione del conflitto. Nella mediazione, ancora, ci sono le dimensioni della consulenza e dell’informazione, l’aspetto progettuale e il piano formativo.», da: ‘La mediazione interculturale: un documento del “Forum per l’Intercultura”, in: <em>Forum per l’intercultura: 18 anni di esperienze</em>, Roma, Caritas diocesana, 2008. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-2'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-3'>I processi di mediazione possono essere caratterizzati sia da una struttura formale, basata su precise fasi, tempi, condizioni e tecniche per la conduzione degli interventi, sia da un livello informale, come quando si aiutano due o più persone a trovare un accordo con i mezzi della comunicazione quotidiana, caratterizzati da tecniche più fluide e norme più flessibili. Mentre nel primo caso il mediatore è una persona professionalmente preparata, nel secondo può essere qualunque persona che agisca in modo spontaneo in una situazione di conflitto. Nella scuola, come in molti altri settori della società, è fortemente avvertita &#8211; specialmente laddove si manifestano atti di bullismo e di disagio sociale &#8211; l’esigenza di promuovere, al di là della dimensione tecnico-specialistica legata alla mediazione formale, anche una vera e propria cultura della mediazione, della convivenza, della composizione pacifica dei conflitti, non orientando necessariamente ogni intervento verso un accordo, ma anche solo verso il miglioramento delle relazioni. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-3'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-4'>Come già accennato, la mediazione si configura come un percorso relazionale tra due o più persone per la gestione o risoluzione di conflitti di natura sociale, culturale, penale: in quest&#8217;ultimo ambito il conflitto viene a configurarsi come ‘reato’.  A livello europeo ed internazionale si parla di VOM, <em>Victim Offenders Mediation</em>, in senso generale, ad intendere approcci teorici ed applicativi, o programmi di mediazione con sfumature diverse a seconda delle differenti scuole di pensiero e dei vari Paesi in cui si attua. I programmi di mediazione possono trovare applicazione entro programmi di <em>diversion</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-4'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-5'>La <em>Restorative Justice</em> (RJ) è una teoria della Giustizia che enfatizza la riparazione del danno causato o prodotto dal comportamento criminoso. I modelli della <em>Restorative Justice</em> nascono dalla crisi dei principali modelli di Giustizia Retributiva e Riabilitativa, unitamente alla crescente esigenza di considerare la vittima come importante e non marginale nel fatto-reato e nel processo. Questo nuovo modello di Giustizia, non sancisce però la fine o il declino dei precedenti modelli, ma secondo alcuni autori, può offrire la possibilità, a seconda dei cambiamenti sociali e politici, che i diversi modelli possano coesistere e integrarsi diversamente o sostituirsi all’occorrenza in un’ottica sintetica (De Leo, Patrizi, 2008) o rappresentare un modello di Giustizia che si può affiancare a quelli tradizionali, in particolare a quello riabilitativo (Scardaccione, 1997). La <em>Restorative Justice, </em>che viene attuata oggi attraverso diverse modalità operative, fra cui i programmi di VOM <em>(Victim Offenders Mediation</em>), è  un modello di Giustizia che cerca soluzioni agli effetti del conflitto prodotto dall’evento-reato delittuoso, coinvolgendo il reo, la vittima e la comunità allargata, al fine di promuovere la riparazione del danno, la riconciliazione fra le parti e il rafforzamento del senso di sicurezza collettivo. Alcuni autori (come A. Morris) pongono maggiormente l’accento su specifici elementi della <em>Restorative Justice</em> &#8211; l’equilibrio fra processi e risultati &#8211; e sui diversi gradi di riparazione che è possibile realizzare con alcuni interventi, pratiche, processi e considerano ad alta valenza riparativa processi comunicativi che vedono coinvolti vittime, autori di reato e altri attori che ruotano intorno a loro. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-5'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-6'>La definizione dei Principi base sull’uso dei programmi di Giustizia Riparativa in ambito penale, è affermata al punto 3 della risoluzione adottata dall’Economic and Social Council (ECOSOC), nella sessione 2000 (Risoluzione 2000/14). <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-6'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-7'>“È proprio attraverso un riconoscimento giuridico di tale portata, che si rende possibile liberare le vittime dalla condizione di inferiorità e di sottomissione in cui si trovano e restituire loro la necessaria posizione di ‘eguaglianza’ di fronte all’autore del reato”. (Bouchard, M., <em>Le garanzie processuali per la vittima minorenne</em>, in “Minori e Giustizia”, 2003, n. 2, p. 287). <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-7'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-8'>Dichiarazione di Vienna su criminalità e giustizia: X Congresso delle Nazioni Unite sulla Prevenzione del Crimine e il trattamento dei detenuti. Vienna 10-17 aprile 2000. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-8'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-9'>Nel sottolineare la necessità di promuovere una cultura favorevole alla mediazione ed alla Giustizia Riparativa, la Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, n. 56/261/2002, afferma che la Comunità stessa deve “diffondere la cultura della soluzione dei conflitti e tutte quelle iniziative che possano ridurre e dissipare i pregiudizi, provocare una presa di coscienza da parte di tutta la comunità e produrre un senso di maggiore sicurezza e benessere in tutti i cittadini. Dunque la Comunità diventa soggetto promotore del percorso “di pace” che si fonda sull’azione riparativa posta in essere dall’autore di reato (Marcus, 1996). Cfr. M.P. Giuffrida in: Commissione di studio sulla mediazione penale e giustizia riparativa (26 febbraio 2002) &#8211; Linee di indirizzo sull’applicazione nell’ambito dell’esecuzione penale di condannati adulti.  <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-9'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-10'>In base all’<em>International Scientific and Professional Advisory Council</em> (ISPAC), l’attività riparativa può essere applicata attraverso varie tipologie di programmi adottate in diversi Paesi, tra cui spiccano: l’invio di una lettera di scuse (<em>apology</em>) alla vittima da parte dell&#8217;autore del reato;gli incontri tra vittime e autori di reati analoghi a quello subito dalle vittime (the <em>Victim/Community Impact Panel</em>); gli incontri di mediazione allargata che tendono a realizzare un dialogo esteso ai gruppi parentali ovvero a tutti soggetti coinvolti dalla commissione di un reato (the<em>Community/Family Group Conferencing</em>); la prestazione di un&#8217;attività lavorativa a favore della vittima stessa (<em>Personal Service to Victims</em>) o a favore della collettività (<em>Community Services</em>); la mediazione tra l’autore del reato e la vittima dello stesso (<em>Victim-Offender Mediation</em>). <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-10'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-11'>Mazzuccato, C., “Mediazione e giustizia riparativa in ambito penale. Fondamenti teorici, implicazioni polito –criminali e profili giuridici”<em>,</em> in: <em>Lo spazio della mediazione</em>, (a cura di Cosi, Foddai),  Milano, Giuffré, 2003. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-11'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-12'>Deutsch, M., “Educating for a peaceful world”, in <em>American Psychologist</em>, San Francisco, 1993, 48. Deutsch, M., Coleman, P. T., &amp; Marcus, E. (Eds.). <em>The handbook of conflict resolution: Theory and practice</em> (2nd ed.). San Francisco, CA: Jossey-Bass, 2006. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-12'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-13'>Rumiati, R., Pietroni, D., <em>La negoziazione</em>, Milano, Raffello Cortina, 2001. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-13'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-14'>Cives, G., <em>La mediazione pedagogica</em>, Firenze, La Nuova Italia, 1973. L’autore, riflettendo sul concetto di ‘mediazione pedagogica’ lo connota in una prospettiva di grande interesse, sia in quanto “la pedagogia è mediazione per eccellenza anche per un altro motivo distintivo: poche altre discipline, o se si vuole pochi altri complessi di discipline, richiedono una così diretta saldatura tra prospettiva filosofica, ricerca delle scienze, arte come abilità pratica, applicativa (l’insostituibile perizia dell’insegnante)” e ancora: “nella dimensione della mediazione pedagogica vi era l’affermazione sul piano personale dello sforzo vissuto di equilibrazione e armonizzazione critica” (Cives 1973,). Non si può non pensare alla mediazione come elemento-ponte fra prospettive teoriche e strumenti applicativi, dove necessita la capacità di facilitazione insostituibile (‘perizia’) dell’insegnante o del mediatore. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-14'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-15'>Il dibattito con Angelo Broccoli è riportato dallo stesso Cives, in diverse fonti: “Dominava allora una riflessione, senza dubbio brillante, ma tendenzialmente pure incline a farsi unilaterale ed esasperata, che vedeva in una libera lettura marxiana la pedagogia (e l’educazione) tutta in chiave sovrastrutturale, orientata a mascherare, mistificare la realtà. La mediazione della pedagogia era allora sostanzialmente considerata un imbroglio. Se pure in ciò era colta storicamente una parte di vero, l’esito ultimo era esiziale: ed era la morte della pedagogia, di qualunque pedagogia.  Io sostenni invece una visione in positivo della mediazione pedagogica. Non di una pedagogia purchessia, ma di una certa pedagogia orientata in senso democratico, tesa a realizzare attraverso un paziente lavoro costruttivo individui più completi, più liberi, inseriti in un’attiva collaborazione e in una realtà sociale e ambientale via via arricchita, in un contesto di sapere, in primo luogo ma non solo, di scienze dell’educazione, operativamente comunicante e reciprocamente sostenuto &lt;…&gt; Una linea di rafforzamento dell’identità e specificità dei singoli soggetti, delle singole realtà, dei singoli tipi di sapere, ma insieme del loro scambio, rapporto fecondo e sostegno scambievole.” In:<em> Una vita tra scuola e pedagogia. Intervista a Giacomo Cives</em> (a cura di A. Mariani). Firenze, Roma. 2008. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-15'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-16'>Cives, G., “Un saluto e un augurio”, in: <em>La mediazione pedagogica</em>, Rivista on-line, Anno 1, n.1. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-16'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-17'>Cosi , G.,  Foddai, M.A. (a cura di), <em>Lo spazio della mediazione</em>,  Milano, Giuffré, 2003 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-17'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-18'>Dewey, J., (1916). <em>Democrazia e Educazione</em>. Firenze, La Nuova Italia, (tr.it. 1970), p.53 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-18'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-19'>Cfr. la Raccomandazione Europea R(99) 19, che sostiene l’introduzione della mediazione penale quale strumento di risoluzione dei conflitti, adottata dal Comitato dei Ministri in data 15.9.1999. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-19'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-20'>Morineau, J., <em>Lo spirito della mediazione</em>. Prefazione di Adolfo Ceretti. Milano, Franco Angeli, 2000. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-20'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-21'><em>Ivi</em>, p.40. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-21'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-22'>Montessori, M., <em>Educazione e Pace</em>.  Milano, Garzanti, 1949, p.23. In alcune scuole montessoriane, ampliandone il metodo, viene incoraggiata la mediazione – o l&#8217;arbitrato – per la risoluzione dei diverbi. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-22'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-23'>Ceretti, A., ‘Progetto per un ufficio di mediazione penale’, in  G.V. Pisapia (a cura di), <em>La sfida della mediazione</em>, Padova, Cedam, 1997, pp. 94-95. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-23'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-24'>Cfr. la Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei bambini, emanata a Strasburgo il 25 gennaio 1996, che chiede agli Stati parte (art. 13) di incoraggiare l’attuazione della mediazione per raggiungere l’accordo nei casi appropriati al fine di prevenire o risolvere i conflitti ed evitare procedimenti giudiziari riguardanti bambini e la Raccomandazione (9919) del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che obbligava i Paesi membri dell’UE ad adottare la mediazione penale entro il 2006. Fra i Paesi europei, per tutti, si evidenziano la Francia, che ha celebrato il decennale dall’istituzione della legge sulla mediazione familiare, e la Spagna, dove sono state varate, anche di recente, leggi regionali in materia. In alcuni Paesi alla mediazione penale è stato riconosciuta la dignità di procedura alternativa, e non solo complementare, al tradizionale percorso giudiziario <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-24'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-25'>La possibilità di fare ricorso ad esperienze di mediazione in campo penale minorile, è ritagliata in alcuni specifici spazi normativi, individuabili nel codice di procedura penale per i minorenni (D.P.R.448/88) e, in particolare, nell&#8217;ambito delle indagini preliminari (art.9), durante l&#8217;udienza preliminare o nel dibattimento (art.27), nell&#8217;attuazione della sospensione del processo e messa alla prova (art.28), nell&#8217;applicazione delle sanzioni sostitutive della semidetenzione o della libertà controllata. La mediazione penale può essere inoltre realizzata in fase di esecuzione penale, nell&#8217;ambito della misura alternativa alla detenzione riferita all&#8217;art. 47 della L.354/75, mentre il concetto di riparazione è stato introdotto nel recente Regolamento di esecuzione dell&#8217;ordinamento penitenziario e delle misure privative della libertà personale (D.P.R. 230/2000). In alcuni Paesi alla mediazione penale è stato riconosciuta la dignità di procedura alternativa, e non solo complementare, al tradizionale percorso giudiziario <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-25'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1355-26'>Tra le altre iniziative in materia di mediazione penale, il Dipartimento Giustizia Minorile &#8211; un osservatorio privilegiato che da alcuni anni, seppure in via sperimentale, ha inserito la mediazione fra gli strumenti idonei ad  intervenire sui casi di propria competenza, sviluppando scambi sempre più sistematici con magistrati, giuristi e operatori del terzo settore &#8211; ha realizzato un progetto, in collaborazione con l’Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali-IPRS, che ha dato l’avvio ad un’ampia azione formativa, rivolta ad operatori ed esperti del mondo della Giustizia Minorile, della scuola, degli enti locali, dell’associazionismo. Tale attività è stata supportata da strumenti informatici per la formazione a distanza, tramite <em>e-learning</em>, che hanno introdotto elementi innovativi nelle modalità di apprendimento e scambio di conoscenze, favorendo lo sviluppo di una comunità dialogante <em>on-line</em>, attraverso la costruzione di uno spazio collaborativo e progettuale per la condivisione di linguaggi, saperi e strategie di mediazione. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1355-26'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
</div>
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		<title>La performatività: come cambia l&#8217;orizzonte della formazione</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 12:44:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina D&#39;Ascanio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 5 - 2012]]></category>

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		<description><![CDATA[Abstract
A partire dagli anni &#8216;90, i sistemi d&#8217;istruzione superiore europei sono stati interessati da una nuova serie di riforme volte a cambiare l&#8217;organizzazione delle Università e a ridefinire i rapporti tra queste, gli Stati e gli Organismi sovranazionali. I discorsi che hanno strutturato e continuano a guidare tali misure possono essere calati nella cornice propria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Abstract</h2>
<p>A partire dagli anni &#8216;90, i sistemi d&#8217;istruzione superiore europei sono stati interessati da una nuova serie di riforme volte a cambiare l&#8217;organizzazione delle Università e a ridefinire i rapporti tra queste, gli Stati e gli Organismi sovranazionali. I discorsi che hanno strutturato e continuano a guidare tali misure possono essere calati nella cornice propria della Knowledge Economy, dove l&#8217;innovazione e la commercializzazione della conoscenza sono considerate i motori dello sviluppo economico e ai sistemi educativi è assegnato il compito di produrre e trasmettere un tipo di conoscenza che risponda alle sfide poste da una situazione economica caratterizzata da una accresciuta competitività e da rapidi cambiamenti. Sono numerosi e complessi, quindi, i fattori coinvolti nei mutamenti prodottisi negli ultimi anni; una possibile chiave di lettura di questi è offerta dal concetto di performatività, per vedere come l&#8217;adozione dell&#8217;efficacia, quale criterio di valutazione, possa aver influito in questi contesti.</p>
<h2>1. Introduzione</h2>
<p>Il saggio si propone di illustrare i recenti sviluppi teorici legati all&#8217;idea di performatività, nell&#8217;ambito della produzione di conoscenza, evidenziandone la complessità e le diverse sfaccettature, per poi utilizzare tali caratteristiche per interrogare alcuni dei profondi cambiamenti che hanno riguardato, e tuttora riguardano, i sistemi d&#8217;istruzione superiore.</p>
<p>I documenti istituzionali europei, che saranno proposti nella prima parte, vogliono offrire uno sguardo d&#8217;insieme sulle condizioni sociali, politiche ed economiche che costituiscono la cornice delle riforme educative, promosse a partire dagli anni&#8217;90, tese ad assegnare un nuovo ruolo all&#8217;università e alla conoscenza. Competitività, innovazione e internazionalizzazione, descritte come colonne dell&#8217;economia della conoscenza, saranno analizzate quali fattori che comportano, per le università, sia un diverso management, fondato su flessibilità, gestione efficace delle risorse, collaborazioni con il mondo industriale, sia cambiamenti nella produzione di conoscenza, la quale sembra doversi fondare su un approccio transdisciplinare e su una marcata specializzazione. Saranno evidenziati, inoltre, gli inviti a promuovere, a livello europeo, una cultura dell&#8217;eccellenza attraverso la differenziazione tra università, la separazione tra didattica e ricerca, l&#8217;adozione di una mentalità imprenditoriale e di principi concorrenziali. Verrà sottolineata, parimenti, la necessità espressa nei documenti di introdurre una <em>governance</em> che assegni agli atenei maggiore autonomia e, nel contempo, richieda loro un grado maggiore di <em>social accountability</em>. In tale cornice, la scelta di operare la valutazione delle università sulla base dei risultati, mediante misurazioni quantitative e criteri comuni, sarà letta quale volontà politica di creare tanto una convergenza tra sistemi universitari europei quanto una condizione di maggiore trasparenza e visibilità.</p>
<p>Nella seconda parte, le teorizzazioni di John McKenzie, Michael Power e Stephen J. Ball saranno assunte quali principali riferimenti per leggere e approfondire il concetto di performatività; tali autori, infatti, hanno fornito attraverso le loro riflessioni un&#8217;attenta analisi delle condizioni sociali ed economiche in cui situare l&#8217;adozione e la diffusione dell&#8217;efficacia quale criterio di valutazione.</p>
<p>I punti teorici sviluppati da McKenzie, in riferimento alla riformulazione dello stesso concetto di performance e alla sua diffusione, tanto nella sfera culturale quanto in quella economica, saranno collegati al carattere plurale della performatività e all&#8217;emergere dell&#8217;<em>audit culture</em>. Quest&#8217;ultima, presentata dall&#8217;autore come parte costitutiva di un&#8217;economia neoliberale e di un nuovo stile di management, sarà illustrata evidenziando, sia le differenze rispetto alla società disciplinare delineata da Michel Foucault, sia i punti di contatto con la società del controllo descritta da Gilles Deleuze. Particolare attenzione riceverà il paradigma di ricerca denominato <em>Performance</em> <em>Management</em>, con il quale, secondo McKenzie, si descrive il nuovo managerialismo. Saranno illustrati, inoltre, i collegamenti tra il <em>Performance Management</em> e la <em>Technological Performance</em>, altro paradigma di ricerca che spiega l&#8217;introduzione di misurazioni quantitative e l&#8217;utilizzo di standard per valutare le due dimensioni che costituiscono la performance, ovvero efficienza ed efficacia.</p>
<p>Il legame tra <em>audit culture</em> e il nuovo stile di management costituirà un ponte con la teorizzazione di Power, il quale, ugualmente, collega la diffusione delle procedure di controllo e valutazione ai mutamenti legati alla gestione delle organizzazioni. L&#8217;<em>audit society</em>, presentata da Power, testimonia, infatti, la volontà di controllare le organizzazioni attraverso la misurazione e la valutazione della performance. Verrà data particolare rilevanza alla distinzione tra i discorsi che delineano lo scopo delle tecniche di <em>assessment</em> e che assumono una valenza performativa e i fondamenti operativi delle attività di verifica. La necessità di costruire performance verificabili, mediante la quantificazione e la standardizzazione, rappresenterà il punto da cui partire per riflettere sulla centralità, data da Power, all&#8217;ambiente in cui si realizzano i controlli. Si vedrà come nella teorizzazione di Power, inoltre, i controlli rappresentino una questione culturale, nella misura in cui traducono un&#8217;idea di fiducia e di rischio.</p>
<p>Sarà analizzata, infine, la definizione di performatività proposta da Ball poiché rispecchia gli snodi teorici delineati dai precedenti autori: questa, infatti, è declinata come tecnologia, cultura e modo di regolamentazione che si avvale di giudizi e confronti. Tale immagine costituirà il punto da cui osservare gli effetti della performatività: questa, secondo tale autore, comporta l&#8217;entrata di nuovi valori nelle organizzazioni e una condizione di costante visibilità, la quale, realizzata attraverso valutazioni frequenti, trova giustificazione anche nei moniti volti a una maggiore <em>accountability</em>. Il tema della visibilità, inoltre, sarà collegato al concetto di <em>fabrications</em>, con il quale Ball indica delle strategie adottate dalle organizzazioni, per costruire un&#8217;immagine rispondente alle richieste di efficacia ed efficienza.</p>
<p>Nella terza parte, le caratteristiche e gli effetti della performatività, delineati nella seconda parte, saranno assunti per leggere i cambiamenti nei sistemi universitari. Il carattere plurale della performatività, quindi, sarà una lente con cui analizzare i discorsi tesi a effettuare la valutazione dell&#8217;università, e della conoscenza prodotta, sulla base di una pluralità di dimensioni che delineano i concetti di efficacia e di efficienza. Verrà considerato il ruolo dei discorsi che, in ambito educativo, hanno introdotto e promosso l&#8217;implementazione delle tecniche per la misurazione della performance, le quali, come sarà sottolineato, rispondono all&#8217;esigenza di rendere visibili i risultati. Le considerazioni finali saranno tese a evidenziare l&#8217;importanza di approfondire e ampliare il concetto di performatività al fine di far dialogare tali acquisizioni critiche con altre rilevanti teorie pedagogiche.</p>
<h2>2. Il quadro istituzionale</h2>
<p>A partire dagli anni &#8216;90, i sistemi d&#8217;istruzione superiore europei sono stati interessati da una nuova serie di riforme volte a cambiare l&#8217;organizzazione delle Università e a ridefinire i rapporti tra queste, gli Stati e gli Organismi sovranazionali. I discorsi che hanno strutturato e continuano a guidare tali misure possono essere calati nella cornice propria della Knowledge Economy, «dove l&#8217;innovazione e la commercializzazione della conoscenza sono considerate i motori dello sviluppo economico» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-1' id='fnref-1336-1'>[1]</a></sup> e ai sistemi educativi è assegnato il compito di produrre e trasmettere un tipo di conoscenza che risponda alle sfide poste da una situazione economica caratterizzata da una accresciuta competitività e da rapidi cambiamenti. L&#8217;insieme di tali politiche educative da una parte, ha testimoniato una nuova idea di conoscenza, di produzione e trasmissione della stessa dall&#8217;altra, ha comportato una diversa articolazione del ruolo attribuito all&#8217;istruzione superiore e dei rapporti di questa con la società, alla luce di concetti quali <em>social accountability</em> e <em>value for money</em>. Sono numerosi e complessi, quindi, i fattori coinvolti nei mutamenti prodottisi negli ultimi anni; una possibile chiave di lettura di questi è offerta dal concetto di performatività, per vedere come l&#8217;adozione dell&#8217;efficacia, quale criterio di valutazione, possa aver influito in questi contesti.</p>
<p>All&#8217;interno di quest&#8217;ottica, può essere preso quale primo riferimento il documento dell&#8217;OCSE, <em>The Knowledge based economy</em> in cui si afferma:</p>
<p>la conoscenza è adesso riconosciuta come il motore della produttività e della crescita economica (…). Il termine “k<em>nowledge-based economy</em>” deriva da questo un più pieno riconoscimento del posto della conoscenza e della tecnologia nelle moderne economie dei paesi dell&#8217;OCSE <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-2' id='fnref-1336-2'>[2]</a></sup>.</p>
<p>Viene sottolineata, nel contempo, l&#8217;appartenenza dei sistemi d&#8217;istruzione superiore al più vasto sistema scientifico e la loro partecipazione nella produzione, trasmissione e trasferimento della conoscenza. In particolare, nel report<em> </em>si pone l&#8217;accento sull&#8217;emergere di un periodo di transizione dovuto alla riduzione della spesa pubblica e al parallelo incremento dei costi della ricerca, per spiegare come «il sistema scientifico stia fronteggiando la sfida tesa a riconciliare le sue tradizionali funzioni con il suo più recente ruolo in quanto elemento integrale di un più vasto network e sistema – l&#8217;economia basata sulla conoscenza» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-3' id='fnref-1336-3'>[3]</a></sup>.</p>
<p>L&#8217;Unione Europea, congiuntamente, ha sostenuto il legame tra ricerca, innovazione e competitività attraverso una serie di documenti, tra i quali assume particolare rilievo la comunicazione dal titolo: <em>“Per un&#8217;Europa della conoscenza”</em> dove, nell&#8217;introdurre i cambiamenti derivanti dall&#8217;entrata nella Società della conoscenza, si mette in luce come la competitività non poggi unicamente sulla produzione di beni materiali, in quanto: «la vera ricchezza è ormai legata alla produzione e alla diffusione della conoscenza e dipende soprattutto dai risultati in materia di ricerca, istruzione e formazione, oltre che dalla capacità di promuovere l&#8217;innovazione» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-4' id='fnref-1336-4'>[4]</a></sup>. Secondo George Pasias e Yannis Roussakis, inoltre,</p>
<blockquote><p>le idee politiche legate alla conoscenza in questo documento sono state essenziali per la fondamentale discussione politica e per le prassi politiche che hanno dominato il periodo seguente al 1997. Si può affermare che esse costituiscono la cornice degli obiettivi, delle prassi e delle tecnologie (metodi) propri della Strategia di Lisbona <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-5' id='fnref-1336-5'>[5]</a></sup>.</p></blockquote>
<p>Quest&#8217;ultima, infatti, trova il suo fulcro nella necessità, per l&#8217;Unione Europea, «di divenire l&#8217;economia basata sulla conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-6' id='fnref-1336-6'>[6]</a></sup> attraverso la relazione tra ricerca, innovazione e crescita economica. Se da una parte, la Strategia di Lisbona rappresenta, e fa proprio, un modello di sviluppo socio-economico fondato sull&#8217;utilizzo della conoscenza dall&#8217;altra, «fornisce un&#8217;espressione pratica-politica del modo in cui l&#8217;istruzione e la ricerca in quanto aree politiche sono definite ed elaborate nel discorso proprio della Knowledge Economy» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-7' id='fnref-1336-7'>[7]</a></sup>. In tale cornice, va letta la volontà di costituire uno Spazio Europeo della Ricerca, da affiancare allo Spazio Europeo dell&#8217;Istruzione Superiore, obiettivo scaturito dal Processo di Bologna, avvalendosi di un metodo aperto di coordinamento (OMC); quest&#8217;ultimo, presentato come una nuova forma di <em>governance</em>,<em> </em>è<em> </em>fondato sull&#8217;articolazione di obiettivi comuni e sullo stabilire indicatori e <em>benchmarks </em>al fine di comparare le migliori prassi e la performance conseguita. Tale approccio, teso a raggiungere la convergenza mediante procedure di misurazione e <em>assessment</em>, trova corrispondenza «con il discorso sul controllo, sulla valutazione e sulla performatività dei sistemi d&#8217;istruzione e di formazione, derivante dalle Organizzazioni internazionali, quali la Banca Mondiale, l&#8217;OCSE ed il Fondo Monetario Internazionale» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-8' id='fnref-1336-8'>[8]</a></sup>.</p>
<p>Posto l&#8217;accento sulla «situazione preoccupante» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-9' id='fnref-1336-9'>[9]</a></sup> in cui versa la ricerca in Europa e sul pericolo legato alla «perdita di competitività in un&#8217;economia ormai mondializzata» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-10' id='fnref-1336-10'>[10]</a></sup>, la Commissione esorta a effettuare una mappatura dei centri di eccellenza europei per «dare loro maggiore visibilità» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-11' id='fnref-1336-11'>[11]</a></sup>; lo scopo, infatti, è quello di avviare collaborazioni con le imprese, in quanto «uno dei criteri più diffusi per definire un centro di eccellenza è di fatto legato alla sua capacità di produrre conoscenze passibili di sfruttamento da parte dell&#8217;industria» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-12' id='fnref-1336-12'>[12]</a></sup>. Parimenti, per promuovere una politica dell&#8217;eccellenza, «occorre (…) fare in modo che la concorrenza fra operatori pubblici e privati della ricerca si mantenga ad un livello soddisfacente» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-13' id='fnref-1336-13'>[13]</a></sup> attraverso l&#8217;adozione, su scala europea, di finanziamenti fondati su principi concorrenziali.</p>
<p>Nei documenti seguiti alla definizione della Strategia di Lisbona, ampio spazio è stato dato alle riflessioni intorno alle nuove modalità di produzione di conoscenza e a come queste richiedano, da parte delle università, maggiore flessibilità, autonomia ed apertura verso l&#8217;esterno. A tale riguardo, l&#8217;Unione Europea afferma:</p>
<blockquote><p>la maniera in cui nuova conoscenza è creata ed utilizzata sta cambiando. C&#8217;è adesso un&#8217;interazione più stretta e profonda tra gli attori. Le università hanno un ruolo fondamentale da giocare nella produzione di conoscenza, ma devono adattarsi a questo nuovo ambiente <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-14' id='fnref-1336-14'>[14]</a></sup>.</p></blockquote>
<p>La competitività su scala globale, che contraddistingue l&#8217;attuale panorama della ricerca, per i sistemi universitari comporta un nuovo equilibrio tra cooperazione e competizione: da una parte,</p>
<blockquote><p>occorre intensificare la cooperazione tra università e industria a livello nazionale e regionale, nonché orientarla maggiormente verso l&#8217;innovazione, la creazione di nuove imprese e, più in generale, il trasferimento e la divulgazione della conoscenza <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-15' id='fnref-1336-15'>[15]</a></sup></p></blockquote>
<p>dall&#8217;altra, la moltiplicazione dei luoghi di produzione di conoscenza, il cambiamento delle stesse relazioni tra Università ed industrie vicine, in quanto «la prossimità geografica non costituisce più la principale base di scelta di un <em>partner </em>con cui lavorare» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-16' id='fnref-1336-16'>[16]</a></sup>, il ridursi dei tempi tra le scoperte e la loro concreta applicazione «pongono il problema del ruolo e del contributo dell&#8217;università al processo d&#8217;innovazione tecnologica, e dei legami tra università ed imprese» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-17' id='fnref-1336-17'>[17]</a></sup>. I sistemi universitari devono riconoscere che «la (…) correlazione con il mondo dell&#8217;economia riveste <strong>un&#8217;importanza strategica e fa parte delle loro responsabilità al servizio dell&#8217;interesse</strong> <strong>pubblico</strong>» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-18' id='fnref-1336-18'>[18]</a></sup>, in quanto lo sviluppo di partenariati permetterebbe sia di «valorizzare le conoscenze scientifiche e tecnologiche» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-19' id='fnref-1336-19'>[19]</a></sup>, sia di promuovere «un processo di “co-innovazione”» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-20' id='fnref-1336-20'>[20]</a></sup> attraverso il trasferimento della conoscenza. Compito delle università, quindi, è perseguire «attivamente» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-21' id='fnref-1336-21'>[21]</a></sup> la promozione di efficaci rapporti con l&#8217;industria e, come viene sottolineato, «opportuni criteri di valutazione del rendimento delle università potrebbero tener conto di questo aspetto» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-22' id='fnref-1336-22'>[22]</a></sup>. Allo stesso tempo, il parziale sbiadire della linea di confine tra ricerca di base ed applicata non deve «arrivare fino al punto di privare completamente di senso la differenza tra la ricerca della conoscenza in sé (…) e il suo sviluppo in vista di obiettivi precisi»<sup class='footnote'><a href='#fn-1336-23' id='fnref-1336-23'>[23]</a></sup>.</p>
<p>La stessa riorganizzazione della conoscenza, contraddistinta da crescente specializzazione, marcata diversificazione e da un parallelo movimento verso l&#8217;interdisciplinarità, comporta «nuovi approcci istituzionali e organizzativi in materia di (…) ricerca e formazione alla ricerca» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-24' id='fnref-1336-24'>[24]</a></sup>, volti a «garantire programmi di dottorato che promuovano la formazione interdisciplinare» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-25' id='fnref-1336-25'>[25]</a></sup> e a creare ambienti di ricerca dove sia adottato un approccio interdisciplinare e favorito «lo sviluppo di progetti con un focus specifico» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-26' id='fnref-1336-26'>[26]</a></sup>.</p>
<p>Allo stesso modo, per cogliere nuove possibili direzioni di indagine è fondamentale concentrare l&#8217;attenzione «meno <strong>su singole discipline scientifiche e maggiormente su ambiti di ricerca</strong>» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-27' id='fnref-1336-27'>[27]</a></sup>, costituendo, sulla base di una volontà di cooperazione, la formazione di network a livello nazionale ed europeo. Evidenziando come «la produzione di conoscenza sia un importante componente del processo d&#8217;innovazione e come le Università contribuiscano in maniera attiva a questo processo» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-28' id='fnref-1336-28'>[28]</a></sup>, la Commissione Europea pone l&#8217;accento sulla presenza di un&#8217;asimmetria tra la complessità dei problemi scientifici e la divisione basata sui settori disciplinari propria di molti sistemi universitari. In tale cornice, la stessa interdisciplinarità, quando poggia su una cooperazione tra discipline per un tempo limitato, rappresenta «più una misura di compenso che un nuovo strumento proprio della scienza e della ricerca» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-29' id='fnref-1336-29'>[29]</a></sup>.</p>
<p>La transdisciplinarità rappresenta, invece, «un principio della ricerca e della scienza adottato quando è impossibile definire o tentare di risolvere dei problemi all&#8217;interno dei confini di campi d&#8217;indagine o di discipline» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-30' id='fnref-1336-30'>[30]</a></sup>; indica, allo stesso tempo, un diverso modo di cogliere la complessità e specificità dei temi attuali, superando rigide divisioni, senza per questo implicare la sostituzione o la formazione di stabili insiemi disciplinari. Mutamenti a livello istituzionale di ampia portata, uniti ad un parallelo «cambio di cultura, che deve riguardare tutti i livelli dell&#8217;istruzione e delle attività di ricerca,» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-31' id='fnref-1336-31'>[31]</a></sup> sono visti quali passi necessari per favorire l&#8217;adozione di un approccio transdisciplinare. Parimenti, la stessa internazionalizzazione della ricerca e la conseguente accresciuta concorrenza richiedono «università <strong>in grado di far leva sui loro punti forti e di differenziare la loro attività sulla</strong> <strong>base di tali punti forti</strong>» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-32' id='fnref-1336-32'>[32]</a></sup>, in quanto pur condividendo valori e obiettivi comuni, l&#8217;indagine scientifica rappresenta «un compito fondamentale dei sistemi nel loro complesso, ma non necessariamente di tutte le istituzioni» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-33' id='fnref-1336-33'>[33]</a></sup>. La Commissione Europea rileva come, nonostante la marcata eterogeneità che contraddistingue il panorama universitario, per cui «non tutte le università (…) reagiscono allo stesso modo e alla stessa velocità»<sup class='footnote'><a href='#fn-1336-34' id='fnref-1336-34'>[34]</a></sup>, vi sia un progressivo allontanamento dai modelli ideali d&#8217;università <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-35' id='fnref-1336-35'>[35]</a></sup> e una crescente presenza «di istituti più specializzati che si concentrano su un nucleo di competenze specifiche in materia di ricerca e d&#8217;insegnamento» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-36' id='fnref-1336-36'>[36]</a></sup>. Tale differenziazione, si afferma, contribuisce a promuovere una «cultura dell&#8217;eccellenza» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-37' id='fnref-1336-37'>[37]</a></sup>, in quanto, «nessuno Stato membro è in grado di raggiungere l&#8217;eccellenza ovunque» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-38' id='fnref-1336-38'>[38]</a></sup> e, per tanto, risulta fondamentale individuare quei settori dove è possibile conseguirla sulla base di standard europei e internazionali. La scelta di tali ambiti, sui quali verranno convogliati i finanziamenti per la ricerca, deriverà da una valutazione operata all&#8217;interno di ogni università, ma effettuata da «figure esterne» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-39' id='fnref-1336-39'>[39]</a></sup> affinché «sia obiettiva e rispondente alla percezione della comunità scientifica e accademica europea e internazionale» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-40' id='fnref-1336-40'>[40]</a></sup>. Questa «competizione per l&#8217;eccellenza» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-41' id='fnref-1336-41'>[41]</a></sup> rappresenta, per lo Spazio Europeo della Ricerca, una condizione per vedere accresciuta la propria visibilità e attrattiva; tali fattori, infatti, sono necessari «per diventare attori competitivi su scala mondiale» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-42' id='fnref-1336-42'>[42]</a></sup>.</p>
<p>Viene riconosciuta, inoltre, la necessità di introdurre nei sistemi universitari una <em>governance</em> basata su una maggiore responsabilità ed autonomia, sull&#8217;individuazione di priorità strategiche, sulla gestione professionale delle risorse umane e degli investimenti, su «meccanismi di feedback volti sia a misurare e a valutare in maniera puntuale la loro qualità, (…) sia a identificare e perseguire le opportunità in nuove aree» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-43' id='fnref-1336-43'>[43]</a></sup>. Ribadendo come «solo le università con adeguati modelli di governance saranno in grado di affrontare le nuove sfide che lo Spazio Europeo dell&#8217;Istruzione Superiore e quello della Ricerca dovranno fronteggiare in futuro» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-44' id='fnref-1336-44'>[44]</a></sup>, l&#8217;Unione Europea esorta gli Stati membri a «premiare ed incoraggiare le capacità di management e di leadership all&#8217;interno delle Università» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-45' id='fnref-1336-45'>[45]</a></sup>. Queste, parallelamente, hanno il compito di «introdurre approcci manageriali di tipo strategico» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-46' id='fnref-1336-46'>[46]</a></sup> per rafforzare strategie istituzionali, nell&#8217;ambito della ricerca, tese a «massimizzare le opportunità offerte dagli strumenti di finanziamento» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-47' id='fnref-1336-47'>[47]</a></sup>; i sistemi universitari, infatti, devono sviluppare una «<strong>mentalità imprenditoriale</strong>» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-48' id='fnref-1336-48'>[48]</a></sup> e abilità manageriali, quali «parti integranti (…) della formazione alla ricerca» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-49' id='fnref-1336-49'>[49]</a></sup> per «utilizzare le risorse finanziarie limitate di cui dispongono nel modo più efficace possibile» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-50' id='fnref-1336-50'>[50]</a></sup>.</p>
<p>Autonomia, responsabilità e gestione efficace dei fondi appaiono strettamente intrecciate: da una parte, sono presentate come cambiamenti necessari affinché le università possano «modernizzarsi, diventare più competitive e protagoniste della propria rinascita» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-51' id='fnref-1336-51'>[51]</a></sup> dall&#8217;altra,</p>
<blockquote><p>quale contropartita per il fatto di essere state liberate da un&#8217;eccessiva regolamentazione e dall&#8217;onere della microgestione, le università dovrebbero accettare la piena responsabilità <em>istituzionale </em>nei confronti della società per quanto concerne i risultati <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-52' id='fnref-1336-52'>[52]</a></sup>.</p></blockquote>
<p>Infatti, «l&#8217;autonomia (…) implica la volontà di assumersi responsabilità non solo di fronte alla comunità universitaria interna (…) ma anche verso l&#8217;intera società» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-53' id='fnref-1336-53'>[53]</a></sup>.</p>
<p>La Commissione Europea, ribadendo la centralità di una maggiore <em>social accountability</em>,  afferma:</p>
<blockquote><p>poiché vive di cospicui finanziamenti pubblici e privati, e dal momento che le conoscenze che produce e trasmette hanno un impatto significativo sull&#8217;economia e la società, l&#8217;università è responsabile del modo in cui funziona e gestisce le proprie attività e i propri bilanci dinanzi ai suoi finanziatori e ai cittadini <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-54' id='fnref-1336-54'>[54]</a></sup>.</p></blockquote>
<p>Quindi, per assicurare una maggiore efficacia nella distribuzione dei fondi destinati alla ricerca e compensare l&#8217;esiguità delle risorse economiche disponibili, «le università dovrebbero ricevere finanziamenti più per quello che fanno che per quello che sono, ovvero <strong>i finanziamenti dovrebbero</strong> <strong>tener conto dei risultati prodotti piuttosto che degli input</strong>» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-55' id='fnref-1336-55'>[55]</a></sup> e, allo stesso tempo, le università sono portate, se non forzate, ad assumersi maggiori responsabilità in riferimento a una diversificazione proattiva delle loro possibili entrate finanziarie. Per raggiungere questo obiettivo, i sistemi universitari devono rendere visibile e manifesta la qualità della loro attività scientifica, «condividendo le conoscenze con la società e rafforzando il dialogo con tutti gli interessati» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-56' id='fnref-1336-56'>[56]</a></sup>. La richiesta di trasparenza, responsabilità e comparabilità trova una concretizzazione «nella progressiva crescita dei metodi per misurare e valutare la ricerca prodotta dall&#8217;università» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-57' id='fnref-1336-57'>[57]</a></sup>, in quanto «dati comparabili, verificabili e corretti sono il necessario prerequisito per l&#8217;autonomia istituzionale e perché le università siano in grado di operare una gestione strategica, efficace ed efficiente» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-58' id='fnref-1336-58'>[58]</a></sup>.</p>
<p>Tali politiche educative si accordano con quanto espresso dall&#8217;OCSE, secondo la quale, data l&#8217;importanza dei sistemi d&#8217;istruzione superiore nella creazione e diffusione della conoscenza, «i Governi devono pensare seriamente a come meglio organizzare la loro governance e il loro finanziamento» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-59' id='fnref-1336-59'>[59]</a></sup> e, in tale ottica, i fondi assegnati in base ai risultati sono uno «strumento politico finalizzato a convogliare i finanziamenti alla ricerca sulla base di una valutazione <em>ex post</em> degli esiti e dei risultati scientifici delle istituzioni» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-60' id='fnref-1336-60'>[60]</a></sup>.</p>
<p>L&#8217;importanza attribuita alla ricerca, e ai suoi esiti, trova ampia risonanza anche nella Strategia di Lisbona 2020, dove viene ribadito il legame tra conoscenza, innovazione e crescita economica e come questo richieda, per la sua piena attuazione, l&#8217;adozione di una mentalità imprenditoriale e un&#8217;attenzione costante alle opportunità offerte dal mercato.</p>
<h2>3. Performatività: attuali sviluppi teorici</h2>
<p>Negli ultimi anni, il concetto di performatività è stato ripreso e articolato da diversi autori, i quali partendo dalla definizione data da Lyotard, quale «miglior rapporto input/output» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-61' id='fnref-1336-61'>[61]</a></sup> di un sistema,  ne hanno illustrato ed analizzato le possibili dimensioni e manifestazioni in un&#8217;ampia varietà di contesti. A tale riguardo, Jon McKenzie rileva come il concetto di performance, riformulato in diversi ambiti, economici culturali sociali, spieghi «i collegamenti tra la valutazione normativa di compiti economici e la produzione di un ampio spettro di attività sociali» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-62' id='fnref-1336-62'>[62]</a></sup>. Parimenti, questi ambiti, caratterizzati da determinati discorsi e pratiche, mostrano una commistione e sovrapposizione dei propri confini istituzionali, per cui «modelli finanziari sono entrati nel mondo delle arti e dell&#8217;università, mentre paradigmi propri dell&#8217;ambito culturale hanno trasformato strategie di management» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-63' id='fnref-1336-63'>[63]</a></sup>. La stessa valutazione della performance, operata in un settore e basata sui criteri dell&#8217;efficacia e dell&#8217;efficienza, deve includere l&#8217;integrazione di più dimensioni, economiche sociali culturali che, nell&#8217;insieme, concorrono a definire i diversi tipi di performance.</p>
<p>All&#8217;interno di tale cornice, McKenzie pone in evidenzia come la performatività da una parte, «consista di molte conflittuali e a volte contraddittorie performatività: culturali, organizzative, tecnologiche, (…)» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-64' id='fnref-1336-64'>[64]</a></sup> e dall&#8217;altra, «funzioni precisamente attraverso continui tentativi di negoziare performatività multiple e in competizione» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-65' id='fnref-1336-65'>[65]</a></sup>.</p>
<p>Quest&#8217;ultima riflessione segna una linea di demarcazione tra il pensiero di Lyotard e quello di McKenzie: infatti, se l&#8217;autore de “<em>La condizione postmoderna</em>” vede la performatività quale ottimizzazione del rapporto input/output per il raggiungimento del grado massimo di efficienza, il secondo, invece, sottolinea come questa sia da associare al termine <em>satisficing </em><sup class='footnote'><a href='#fn-1336-66' id='fnref-1336-66'>[66]</a></sup>, in quanto è possibile realizzare solo un compromesso tra i tipi di performance che concorrono a definire un ambito.</p>
<p>La permeabilità dei confini istituzionali che definiscono i livelli, il conseguente passaggio di modelli, discorsi e procedure tra ambiti diversi, la presenza di più tipi di performance portano McKenzie a parlare di <em>global performativity </em><sup class='footnote'><a href='#fn-1336-67' id='fnref-1336-67'>[67]</a></sup>, e ad evidenziare come questa, non associabile ad un  fenomeno unitario e non riconducibile a uno specifico ambito, spieghi l&#8217;emergere dell&#8217;audit culture. Scrive McKenzie:</p>
<blockquote><p>la performance è una formazione emergente di potere e sapere che (…) sostituisce la formazione disciplinare descritta da Foucault. O per spiegare in altro modo: l&#8217;audit culture sorge in un&#8217;epoca di global performativity <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-68' id='fnref-1336-68'>[68]</a></sup>.</p></blockquote>
<p>Se da una parte, è importante riconoscere gli aspetti di continuità con «la società disciplinare» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-69' id='fnref-1336-69'>[69]</a></sup>descritta da Foucault dall&#8217;altra, è necessario porre in luce gli aspetti peculiari dell&#8217;audit culture: questa, in quanto «fenomeno globale» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-70' id='fnref-1336-70'>[70]</a></sup>, si realizza attraverso «un circuito di potere collegato a rete» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-71' id='fnref-1336-71'>[71]</a></sup> che supera i limiti geografici propri di uno Stato per includere, a differenza della società disciplinare, Organizzazioni ed Istituzioni sovranazionali. Anche Gilles Deleuze, tracciando l&#8217;emergere delle «società del controllo» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-72' id='fnref-1336-72'>[72]</a></sup>, sottolinea il parallelo venir meno di un potere disciplinare esercitato all&#8217;interno di un&#8217;istituzione; a tale riguardo Deleuze afferma:</p>
<blockquote><p>noi siamo in una crisi generalizzata in relazione a tutti gli ambienti di chiusura- prigione, ospedale, fabbrica, scuola, famiglia. (…) Queste istituzioni sono finite, qualsiasi sia la durata dei loro periodi di scadenza. È solo questione di amministrare i loro ultimi riti e di tenere le persone occupate fino all&#8217;installazione di nuove forze che bussano alla porta. Queste sono le società del controllo, che stanno sostituendo le società disciplinari <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-73' id='fnref-1336-73'>[73]</a></sup>.</p></blockquote>
<p>Inoltre, come «il secolo XVIII ha inventato la tecnica della disciplina e dell&#8217;esame» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-74' id='fnref-1336-74'>[74]</a></sup>, così</p>
<blockquote><p>l&#8217;audit contemporaneo e le procedure per la valutazione possono essere comprese nel contesto di un nuovo stile di management, un sistema molto più ampio di pratiche organizzative le quali devono essere viste come una parte fondamentale del capitalismo neoliberale mondiale <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-75' id='fnref-1336-75'>[75]</a></sup>.</p></blockquote>
<p>Infatti, il passaggio da un&#8217;economia di tipo fordista, basata su fasi di produzione rigide, ad un regime economico caratterizzato da «una certa flessibilità nei confronti dei processi produttivi, dei mercati del lavoro, dei prodotti e dei modelli di consumo» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-76' id='fnref-1336-76'>[76]</a></sup> comporta un miglioramento continuo della performance dei lavoratori, i quali devono mostrare un adattamento incessante a rapidi cambiamenti mediante il raggiungimento di un maggior grado di autonomia e responsabilità nell&#8217;organizzazione del lavoro.</p>
<p>Secondo McKenzie, tali mutamenti possono essere letti attraverso il paradigma noto come Performance management, con il quale si «descrive il nuovo managerialismo» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-77' id='fnref-1336-77'>[77]</a></sup> e la volontà «di integrare la performance degli individui e delle stesse organizzazioni» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-78' id='fnref-1336-78'>[78]</a></sup>. Con l&#8217;adozione di tale paradigma, infatti, le tecniche per la misurazione della performance «cominciano ad essere applicate oltre che alle persone anche ai gruppi di lavoro, ai dipartimenti e alle organizzazioni nella loro interezza» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-79' id='fnref-1336-79'>[79]</a></sup>; quest&#8217;ultime, considerate alla stregua di sistemi, sono chiamate non solo a rispondere ai cambiamenti ma, soprattutto, ad operare delle progressive riformulazioni e ristrutturazioni di sé stesse mediante un continuo processo di formazione e apprendimento. In tale cornice, le organizzazioni con standard elevati di performance sono «sistemi che stanno “facendo meglio” rispetto ad altri sistemi affini composti da una medesima forza lavoro, che utilizzano tecnologie simili, perseguono scopi analoghi, o aderiscono a standard equivalenti» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-80' id='fnref-1336-80'>[80]</a></sup>. Se da una parte, la valutazione delle organizzazioni poggia sulla loro capacità di accettare «la sfida di lavorare meglio e costare di meno, di accrescere gli output e diminuire gli input, ovvero la sfida dell&#8217;efficienza»<sup class='footnote'><a href='#fn-1336-81' id='fnref-1336-81'>[81]</a></sup> dall&#8217;altra, nei programmi denominati <em>pay for performance</em><em> </em><sup class='footnote'><a href='#fn-1336-82' id='fnref-1336-82'>[82]</a></sup>, l&#8217;assegnazione di incentivi economici a seguito del  raggiungimento di specifici target rappresenta una strategia volta alla promozione della qualità e dell&#8217;eccellenza. In tale cornice, il feedback rappresenta</p>
<blockquote><p>uno dei più importanti mezzi per calcolare la relazione tra input ed output, per valutare se la performance è “in target” o se questi target devono essere mutati, e per operare dei cambiamenti al fine di accrescere l&#8217;efficienza delle organizzazioni. <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-83' id='fnref-1336-83'>[83]</a></sup></p></blockquote>
<p>Quest&#8217;ultimo dato trova espressione anche in un altro paradigma di ricerca, il Technological Performance, dove la stessa performance, definita come l&#8217;efficacia in uno specifico compito, va valutata attraverso dei dati e delle misurazioni quantitative. Allo stesso tempo, questa operazione quantitativa fa parte di un più ampio processo di valutazione qualitativa centrata «non solo su un&#8217;efficacia di natura tecnica, ma anche su altre dimensioni come la sicurezza, il costo, l&#8217;affidabilità e la qualità» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-84' id='fnref-1336-84'>[84]</a></sup>. Tali operazioni di <em>assessment </em>sono condotte sulla base di standard ovvero,<em> </em>«criteri valutativi accettati e riconosciuti dai membri di una particolare comunità e progettati per essere applicabili in un&#8217;ampia varietà di contesti» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-85' id='fnref-1336-85'>[85]</a></sup>. In tale quadro teorico, il Performance Management e il Technological Performance, tra loro strettamente connessi, traducono sia la performance nelle sue dimensioni, efficacia ed efficienza, sia le idee e le pratiche alla base dell&#8217;audit culture.</p>
<p>Come McKenzie, anche Michael Power collega l&#8217;emergere della <em>società dei controlli</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-86' id='fnref-1336-86'>[86]</a></sup> ai mutamenti connessi alla gestione e all&#8217;amministrazione delle organizzazioni; a tale riguardo, Power afferma: «l&#8217;aumento dei processi di valutazione e verifica è l&#8217;esplosione di un&#8217;idea che è diventata centrale in un particolare stile di controllo sulle persone e che ha permeato la vita nelle organizzazioni» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-87' id='fnref-1336-87'>[87]</a></sup>. Questa diffusione, parimenti, ha trovato testimonianza nella comparsa, agli inizi degli anni&#8217;90, del termine <em>audit</em> «in una varietà di contesti» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-88' id='fnref-1336-88'>[88]</a></sup>, dove ha assunto nuovi significati e funzioni. Tale passaggio, infatti, ha comportato la formazione di nuovi cluster semantici, nei quali  la parola <em>audit</em>, intesa come <em>keyword</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-89' id='fnref-1336-89'>[89]</a></sup>, è stata legata ad altri termini come «performance, quality assurance, quality control, (&#8230;), accountability, trasparency, efficiency» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-90' id='fnref-1336-90'>[90]</a></sup>, dando origine al «domaining effect» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-91' id='fnref-1336-91'>[91]</a></sup>.</p>
<p>Oltre che concetti, audit, controllo e valutazione rappresentano tecniche concrete, le quali sono costituite «da elementi <em>programmatici </em>(normativi) e <em>tecnologici </em>(operativi)» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-92' id='fnref-1336-92'>[92]</a></sup>; con i primi, si vogliono indicare i concetti che descrivono lo scopo della stessa pratica e che «la mettono in relazione con gli obiettivi (…) che attengono alla sfera politica» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-93' id='fnref-1336-93'>[93]</a></sup> con i secondi, invece, si fa riferimento al «fondamento operativo delle attività di controllo e verifica, un insieme di conoscenze (…) codificato e formalizzato» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-94' id='fnref-1336-94'>[94]</a></sup>. Sottolineato che «non vi può essere partecipazione collettiva alla pratica senza adesione all&#8217;idea, alle norme sociali e alle speranze cui essa dà corpo» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-95' id='fnref-1336-95'>[95]</a></sup>, Power evidenzia come i discorsi circa la validità delle pratiche abbiano una valenza performativa, in quanto promuovono «una convinzione della loro competenza» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-96' id='fnref-1336-96'>[96]</a></sup>, rendendo la stessa attività di controllo «un ambito di conoscenza istituzionalizzato» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-97' id='fnref-1336-97'>[97]</a></sup>.</p>
<p>Allo stesso tempo, le condizioni politiche ed economiche che hanno stimolato la nascita della società dei controlli vanno rintracciate nei cambiamenti legati al concetto di <em>governance</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-98' id='fnref-1336-98'>[98]</a></sup>; questi possono essere analizzati utilizzando la teoria del <em>New Public Management </em>(NPM). Basato su di un nucleo di idee derivate «dalla pratica amministrativa del settore privato»<sup class='footnote'><a href='#fn-1336-99' id='fnref-1336-99'>[99]</a></sup> , quali la creazione di meccanismi di mercato o quasi-mercato, l&#8217;adozione di forme contrattuali, la crescente autonomia delle organizzazioni unita alla trasparenza finanziaria, il maggior grado di responsabilità nei confronti dei clienti in riferimento alla qualità del servizio, da misurare mediante indicatori di performance, il NPM ha rappresentato la traduzione dei valori neoliberali fondati su «forme di intervento e di controllo più indirette e distanti»<sup class='footnote'><a href='#fn-1336-100' id='fnref-1336-100'>[100]</a></sup> da parte dello Stato. Tale stile di management, impostosi come <em>popular discourse </em><sup class='footnote'><a href='#fn-1336-101' id='fnref-1336-101'>[101]</a></sup>, fa proprio un approccio universalista, per cui identiche soluzioni possono essere applicate a contesti e ambiti differenti. Inoltre, come la standardizzazione e la quantificazione rappresentano le condizioni per governare problemi complessi, riformulandoli mediante «il linguaggio neutrale della scienza» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-102' id='fnref-1336-102'>[102]</a></sup> così, le procedure di audit, poiché basate su tali presupposti, appaiono «razionali, oggettive e neutrali» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-103' id='fnref-1336-103'>[103]</a></sup>.</p>
<p>In tale cornice, i discorsi politici volti a promuovere ed aumentare l&#8217;<em>accountability </em>dei fornitori di servizi pubblici hanno giustificato l&#8217;adozione della verifica conosciuta come <em>value for money</em>; questa, come sottolineato da Power, «è qualcosa di più di una tecnica di monitoraggio neutra» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-104' id='fnref-1336-104'>[104]</a></sup>, in quanto si basa su «programmi che definiscono la performance del soggetto sottoposto a verifica in termini di economia, efficienza ed efficacia» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-105' id='fnref-1336-105'>[105]</a></sup> . Allo stesso tempo, per attuare concretamente le attività di controllo, è necessario sia operare una definizione operativa dei criteri di efficacia ed efficienza sia scegliere standard di performance verificabili da porre a confronto con la performance da valutare; a tale riguardo, Power afferma:</p>
<blockquote><p>i controlli funzionano perché le organizzazioni sono state rese verificabili nel senso letterale del termine; il controllo ha bisogno dell&#8217;ambiente, sotto forma di sistema, e di misure di performance, che renda possibile un particolare stile di verifica <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-106' id='fnref-1336-106'>[106]</a></sup>.</p></blockquote>
<p>Verificabilità, misurabilità, responsabilità, quindi, sono strettamente interdipendenti nella misura in cui «la performance deve essere costruita in modo tale da poter essere misurata, verificata e comunicata ad agenzie esterne in una forma legittima, razionale e per di più “reale”» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-107' id='fnref-1336-107'>[107]</a></sup>.</p>
<p>Se da una parte, la diffusione dei controlli deriva da «uno specifico stile di responsabilità formalizzata» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-108' id='fnref-1336-108'>[108]</a></sup> e si realizza attraverso delle «tecnologie politiche» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-109' id='fnref-1336-109'>[109]</a></sup> dall&#8217;altra, è necessario un grado di «accettazione istituzionalizzata» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-110' id='fnref-1336-110'>[110]</a></sup> circa la validità di tali operazioni di verifica; all&#8217;interno di tale cornice, va letta ed analizzata la riflessione di Power:</p>
<p>ci si può naturalmente preoccupare di quanto bene o male, i professionisti svolgano verifiche e controlli con riferimento a standard ben definiti. Ma ci si può anche chiedere da dove provengano tali standard e in che modo caratterizzino un sistema di conoscenza <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-111' id='fnref-1336-111'>[111]</a></sup>.</p>
<p>La stessa definizione di qualità, tracciata sulla base della conformità a tali processi, genera un capovolgimento mezzi – fini, per cui «i controlli emergono come nuova forma di gestione dell&#8217;immagine» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-112' id='fnref-1336-112'>[112]</a></sup> e le organizzazioni, per rispondere alle idee che guidano le attività di verifica, si vedono impegnate nella ricerca del «Sacro Graal dell&#8217;efficacia» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-113' id='fnref-1336-113'>[113]</a></sup>.</p>
<p>Power, inoltre, pone in luce la contraddittorietà insita nell&#8217;<em>audit society</em>: le richieste di una maggiore <em>accountability</em> e visibilità, infatti, non sono accompagnate da un reale confronto intorno alle misure di performance, le quali, autoreferenziali, non rappresentano la base da cui partire per un cambiamento. La società dei controlli, in realtà, rischia «di diventare una società sempre più chiusa, sebbene i principi programmaticamente dichiarati siano di apertura e responsabilità» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-114' id='fnref-1336-114'>[114]</a></sup>.</p>
<p>Nell&#8217;analisi proposta da Power, il tema del controllo, declinato come «questione culturale» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-115' id='fnref-1336-115'>[115]</a></sup> e non solo tecnica, è associato con i concetti, tra loro complementari, di fiducia e rischio: la società dei controlli, infatti, «non è semplicemente una società sospettosa; essa riflette piuttosto una tendenza a non fidarsi della fiducia» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-116' id='fnref-1336-116'>[116]</a></sup> testimoniando, allo stesso tempo, una specifica gestione del rischio «in termini di audit, verifiche, valutazioni» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-117' id='fnref-1336-117'>[117]</a></sup>. In tale cornice, l&#8217;adozione di contratti basati sulla performance e «la cultura della prestazione legata a premi e punizioni» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-118' id='fnref-1336-118'>[118]</a></sup>esprimono non solo, la mancanza di fiducia in una motivazione individuale ma soprattutto, la preminenza della «fiducia istituzionalizzata (…), concessa a chi controlla e rimossa da altri luoghi istituzionali» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-119' id='fnref-1336-119'>[119]</a></sup>. Il rischio che le procedure di verifica e valutazione sfuggano ad un controllo è direttamente proporzionale al grado di fiducia a loro accordato; quando questo succede, audit e controlli tendono a conservarsi e assumere la veste di «un rituale organizzativo, una performance drammatica» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-120' id='fnref-1336-120'>[120]</a></sup>.</p>
<p>Pur senza un riferimento esplicito all&#8217;audit culture o audit society, anche Stephen J. Ball spiega  l&#8217;affiorare della «performative society» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-121' id='fnref-1336-121'>[121]</a></sup> quale esito dell&#8217;azione congiunta della performatività, di logiche di mercato e di un determinato stile di management. Tali fattori rappresentano delle  «tecnologie politiche» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-122' id='fnref-1336-122'>[122]</a></sup> le quali da una parte, richiedono «tecniche ed artefatti per organizzare forze e capacità all&#8217;interno di (…) network di potere» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-123' id='fnref-1336-123'>[123]</a></sup> dall&#8217;altra, contribuiscono a adeguare «le organizzazioni del settore pubblico ai metodi, alla cultura e al sistema di valori del settore privato» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-124' id='fnref-1336-124'>[124]</a></sup>.</p>
<p>La definizione di performatività proposta dall&#8217;autore riassume gli elementi che concorrono a delineare tale quadro: questa, infatti,</p>
<p>è una tecnologia, una cultura e un modo di regolamentazione che ricorre a giudizi, confronti e dimostrazioni come mezzi di incentivo, controllo, attrito e cambiamento – basato su premi e punizioni (sia materiali sia simbolici) <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-125' id='fnref-1336-125'>[125]</a></sup>.</p>
<p>Parimenti, guardare alla performance quale simbolo e prova della qualità di un&#8217;organizzazione non può esimere dal domandarsi «chi decide cos&#8217;è il sapere, e chi sa cosa conviene decidere?» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-126' id='fnref-1336-126'>[126]</a></sup> o, per usare le parole di Ball, «chi è che determina cosa conta come performance valida, efficace o soddisfacente?»<sup class='footnote'><a href='#fn-1336-127' id='fnref-1336-127'>[127]</a></sup>. Questo «discorso di potere»<sup class='footnote'><a href='#fn-1336-128' id='fnref-1336-128'>[128]</a></sup>, all&#8217;apparenza oggettivo, in quanto fondato sulla traduzione di processi complessi in categorie standardizzate di giudizio, determina l&#8217;entrata di nuovo sistema di valori all&#8217;interno delle istituzioni; queste, sotto la spinta di un&#8217;accresciuta competitività, «sono incoraggiate a differenziarsi dalle altre, a distinguersi,  a migliorarsi, (…) ad assumersi la responsabilità di trasformarsi e di disciplinare sé stesse e i loro dipendenti» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-129' id='fnref-1336-129'>[129]</a></sup>. Allo stesso tempo, competizione e <em>accountability </em>giustificano uno stato di «permanente visibilità»<sup class='footnote'><a href='#fn-1336-130' id='fnref-1336-130'>[130]</a></sup>, realizzato attraverso la registrazione di dati, la pubblicazione di risultati e il continuo monitoraggio della performance. Ball sottolinea come, alla base di tale modo di regolamentazione, non ci sia tanto «una <em>struttura </em>di sorveglianza, quanto un <em>flusso </em>di performatività, continuo e movimentato, cioè <em>spettacolare</em>»<sup class='footnote'><a href='#fn-1336-131' id='fnref-1336-131'>[131]</a></sup>; la conseguenza è una condizione di incertezza e instabilità determinata dall&#8217;essere «costantemente giudicati in modalità differenti, con diversi mezzi, secondo criteri diversificati, da vari agenti e agenzie» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-132' id='fnref-1336-132'>[132]</a></sup>. Le istituzioni, allo stesso tempo, sono tenute a fornire resoconti, piani di sviluppo, documenti, i quali hanno una rilevanza simbolica in quanto, «rappresentano il consenso  societario dell&#8217;istituzione» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-133' id='fnref-1336-133'>[133]</a></sup> e, allo stesso tempo, «sono anche una versione dell&#8217;istituzione costruita per il pubblico esterno» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-134' id='fnref-1336-134'>[134]</a></sup>. Sulla base di quest&#8217;ultima considerazione,  può essere analizzato il concetto di <em>fabrications </em><sup class='footnote'><a href='#fn-1336-135' id='fnref-1336-135'>[135]</a></sup>: queste, prodotte dalle organizzazioni, «sono delle selezioni tra varie possibili rappresentazioni o versioni dell&#8217;organizzazione» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-136' id='fnref-1336-136'>[136]</a></sup>. Tali scelte, «permeate dalle priorità, dalle costrizioni (…) poste dall&#8217;ambiente politico» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-137' id='fnref-1336-137'>[137]</a></sup>,  sono guidate dal criterio dell&#8217;efficacia ovvero, le organizzazioni devono trasformarsi in un «auditable commodity» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-138' id='fnref-1336-138'>[138]</a></sup>. Se da una parte, le <em>fabrications </em>rappresentano un modo per elidere il controllo dall&#8217;altra, testimoniando «la sottomissione al rigore della performatività e alla disciplina della competizione» <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-139' id='fnref-1336-139'>[139]</a></sup>, ripropongono il tema della visibilità e delle valutazioni. A tale riguardo, Ball scrive:</p>
<p>tecnologie e valutazioni che sembrano rendere le organizzazioni del settore pubblico più trasparenti possono in realtà renderle più opache, poiché artefatti rappresentativi sono sempre più costruiti con grande attenzione e sofisticazione. <sup class='footnote'><a href='#fn-1336-140' id='fnref-1336-140'>[140]</a></sup></p>
<p>Tali teorizzazioni, pur partendo da diverse prospettive, giungono a delineare degli aspetti comuni che, nell&#8217;insieme, definiscono la performatività, i suoi effetti e i contesti nei quali tali manifestazioni sono visibili. Viene tratteggiata, infatti, la presenza dell&#8217;efficacia, quale criterio di valutazione, in ambiti diversi, e in alcuni casi lontani, e viene sottolineato come la performatività derivi la sua forza da discorsi e tecniche che, pur appartenendo a un settore, possono dirompere in altri contesti. Ulteriore elemento in comune è rappresentato dalla centralità data al territorio in cui la performatività si muove: uno spazio globale, contraddistinto da molteplici attori e da differenze di potere. Gli effetti della performatività, ugualmente, sono letti e analizzati sia come fenomeni diffusi sia come specifici dei contesti istituzionali in cui prendono forma. Questi, e gli altri snodi teorici sviluppati, contribuiscono a disegnare le molteplici facce che compongono e costituiscono la performatività.</p>
<h2>4. Conclusioni</h2>
<p>Il percorso di ricerca compiuto in queste pagine mostra quanto la performatività sia un concetto largamente utilizzato in ambito istituzionale e come sia diventato, negli ultimi decenni, un elemento studiato in maniera approfondita da molti studiosi, con approcci e con letture tra loro differenti.</p>
<p>A partire dalla riflessione di Lyotard, la performatività è stata variamente articolata ed analizzata quale fenomeno diffuso, in quanto presente in ambiti e sfere diverse, e plurale nelle sue forme ed  effetti. Nei documenti istituzionali, tali caratteristiche vanno situate e lette all&#8217;interno di un modello di sviluppo socio-economico, dove ricerca, innovazione e competitività sono strettamente intrecciate e alle università è assegnato il compito di promuovere e rinsaldare tale legame. I discorsi promotori di una valutazione della conoscenza, operata sulla base di più dimensioni, tra le quali  giocano un ruolo di primo piano la rilevanza e l&#8217;impatto sociale, rispecchiano la volontà politica di stabilire l&#8217;efficienza dei sistemi universitari considerando, non solo la qualità della conoscenza prodotta, ma, anche, il loro grado di apertura verso l&#8217;esterno, la gestione efficace delle risorse finanziarie e la capacità di operare scelte strategiche a livello organizzativo. Il concetto di efficacia, quindi, non può essere scisso da altri concetti, come competitività, imprenditorialità ed <em>accountability</em>: questi, nell&#8217;insieme, nei documenti analizzati, appaiono leve su cui far forza per richiedere un cambiamento organizzativo e, soprattutto, culturale. I discorsi istituzionali volti ad un maggior grado di <em>accountability</em>, infatti, sono espressione di un mutamento nella stessa idea di responsabilità, la quale, non più ristretta ai soli confini accademici, include i finanziatori e la società nel suo complesso. In tale cornice, l&#8217;introduzione e l&#8217;utilizzo di solidi principi concorrenziali e l&#8217;assegnazione dei fondi sulla base dei risultati testimoniano non solo l&#8217;entrata di discorsi propri di altri ambiti, ma anche la volontà di dare fiducia sulla base del risultato e non più all&#8217;istituzione in quanto tale. Un&#8217;idea di fiducia, quindi, la cui validità è da rinegoziare e la cui durata è scandita dall&#8217;intervallo tra le valutazioni. Concorrenza, competitività, efficienza delineano i contorni di quella che, nei documenti istituzionali, è definita cultura della qualità e dell&#8217;eccellenza: quest&#8217;ultime paiono essere ricercate attraverso la crescente specializzazione e differenziazione tra atenei e per mezzo di una sempre più marcata separazione tra didattica e ricerca. La performatività,  formalizzata mediante i discorsi propri di un settore, necessita, ugualmente, di un complesso apparato per raggiungere una compiuta concretizzazione: in ambito educativo, i richiami alla responsabilità, differenziazione ed efficienza hanno giustificato e promosso l&#8217;adozione e la diffusione di tecniche per la misurazione della performance. Presentate nei documenti istituzionali come l&#8217;attuazione di un progetto politico, teso alla convergenza e al coordinamento, attraverso la standardizzazione e la quantificazione, tali tecnologie rappresentano la trasposizione di uno specifico modello di conoscenza e di università, da assumere quale riferimento per differenziare i sistemi universitari.</p>
<p>Standardizzazione e operazionalizzazione, inoltre, rispondono alla richiesta di rendere comunicabili e visibili all&#8217;esterno i risultati raggiunti: la performatività, infatti, richiede una condizione di visibilità, declinata come trasparenza nei documenti istituzionali, la quale trova realizzazione attraverso le valutazioni, la mappatura dei centri d&#8217;eccellenza e la pubblicazione dei ranking. La performatività, inoltre, si muove in uno spazio non circoscrivibile e immateriale che, nei documenti, assume la forma di un network costituito da una parte, dalle relazioni tra industria, centri di ricerca ed università e, dall&#8217;altra, dalla molteplicità degli attori coinvolti nella strutturazione e trasmissione dei discorsi.</p>
<p>In queste pagine, seguendo la prospettiva di indagine scelta e per ragioni di economia espositiva, si è data maggiore enfasi ad alcuni aspetti, non volendo tanto compiere una completa rassegna delle problematiche e degli approcci legati alla performatività, quanto porre una base da cui partire per approfondire tale concetto; la performatività, infatti, non può essere compresa se pensata solo come espressione di una razionalità tecnico-strumentale, ma va analizzata quale parte costitutiva di un certo tipo di cultura e società. Allo stesso tempo, arricchire questo concetto permetterebbe di leggere altri importanti snodi pedagogici, con un particolare rilievo in educazione comparata, come la ridefinizione dei rapporti tra Stato e università, il complesso ruolo attribuito alle Agenzie esterne e il dialogo, sempre più articolato e multiforme, tra la dimensione internazionale, Europea in particolare ma non solo, e la dimensione locale, dove considerare il peso di fattori culturali, sociali ed istituzionali.</p>
<h2>Bibliografia</h2>
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<h2>Documenti istituzionali</h2>
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<p>Commissione Europea,<em> Il ruolo dell&#8217;Università nell&#8217;Europa della conoscenza, </em>COM (2003), 58, Bruxelles.</p>
<p>Commissione Europea, <em>Mobilitare gli intelletti europei: creare le condizioni affinché le università contribuiscano pienamente alla strategia di Lisbona</em>, COM (2005), 152, Bruxelles.</p>
<p>Commissione Europea,<em> Portare avanti l&#8217;agenda di modernizzazione delle Università: istruzione, ricerca, innovazione, </em>COM (2006), 208, Bruxelles.</p>
<p>European Commission, <em>Assessing Europe’s University-Based Research. </em><em>Expert Group on Assessment of University-Based Research</em>, 2010.</p>
<p>Comunicato di Bergen,<em> L&#8217;Area Europea dell&#8217;Istruzione Superiore – Conseguire gli obiettivi, </em>19-20<em> </em>maggio 2005.</p>
<p>European Universities,<em> Enhancing Europe&#8217;s research base</em>, 2005, Brussels.</p>
<p>European Universities, <em>Looking forward with confidence</em>, Prague Declaration, 2009.</p>
<p>EUA, <em>Le Università d&#8217;Europa oltre il 2010: diversità con un obiettivo comune</em>, 2007, Bruxelles.</p>
<p>OECD, <em>The knowledge based economy</em>, Paris, OECD, 1996.</p>
<p>OECD, <em>Performance-based Funding for Public Research in Tertiary Education Institutions:  Workshop Proceedings</em>, 2010.
<div class='footnotes'>
<div class='footnotedivider'></div>
<ol>
<li id='fn-1336-1'>F. Rizvi, B. Lingard, The OECD and the global shift in educational policy, in <em>International Handbook of Comparative Education</em>,  (a c. di R. Cowen, A. M. Kazamias), Springer Science + Business Media B. V., 2009, p. 441. Per rendere più agevole la lettura del presente saggio, si è scelto di tradurre tutti i testi in lingua inglese di cui non c&#8217;è un&#8217;edizione italiana. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-1'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-2'>The knowledge based economy <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-2'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-3'><em>Ivi</em>, pag. 21. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-3'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-4'>European Commission, <em>Towards the Europe of knowledge</em>, COM (97) 563, Brussels, p. 1. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-4'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-5'>G. Pasias, Y. Roussakis, «Towards the European panopticon: EU discourses and policies in education and training 1992-2007», in <em>International Handbook of Comparative Education</em>, (a c. di R. Cowen, A. M. Kazamias), Springer Science + Business Media B. V., 2009, p. 486. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-5'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-6'>Presidency conclusion <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-6'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-7'>University Dynamics and European Integration <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-7'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-8'>op. cit.  <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-8'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-9'>Commissione Europea, <em>Verso uno spazio europeo della ricerca. Situazione attuale ed obiettivi</em>, COM (2000), Bruxelles, p. 4. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-9'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-10'><em>Ibidem.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-10'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-11'><em>Ivi</em>, p. 10. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-11'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-12'><em>Ibidem.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-12'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-13'><em>Ibidem.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-13'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-14'><em>European Universities: enhancing Europe&#8217;s research base</em>, 2005, Brussels, p. 22. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-14'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-15'>Commissione Europea, <em>Il ruolo dell&#8217;Università nell&#8217;Europa della conoscenza</em>, COM (2003), 58, Bruxelles, p. 7. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-15'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-16'><em>Ivi, </em>p. 8. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-16'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-17'><em>Ibidem.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-17'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-18'>Commissione Europea, <em>Portare avanti l&#8217;agenda di modernizzazione delle Università: istruzione, ricerca, innovazione</em>, COM (2006), 208, Bruxelles, p. 6.<em> </em>N. d. A. Si è preferito lasciare il grassetto presente nel testo originale poiché denota la centralità, anche per gli estensori del documento, degli elementi proposti. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-18'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-19'><em>Ibidem.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-19'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-20'>EUA, <em>Le Università d&#8217;Europa oltre il 2010: diversità con un obiettivo comune</em>, 2007, Bruxelles, p. 31. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-20'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-21'>COM (2003), <em>op. cit.</em>, p. 21. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-21'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-22'><em>Ibidem.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-22'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-23'>COM (2003), <em>op. cit.</em>, p. 8. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-23'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-24'>COM (2006), <em>op. cit.</em>, p. 9. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-24'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-25'>Comunicato di Bergen, <em>L&#8217;Area Europea dell&#8217;Istruzione Superiore – Conseguire gli obiettivi</em>,<em> </em>19-20 maggio 2005, p. 3. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-25'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-26'>European Universities, <em>Looking forward with confidence</em>, Prague Declaration, 2009, p. 7. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-26'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-27'>COM (2006), <em>op. cit.</em>, p. 9 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-27'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-28'><em>European Universities: enhancing Europe&#8217;s research base</em>, <em>op. cit.</em>,  p. 6. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-28'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-29'><em>Ibidem.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-29'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-30'><em>Ibidem.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-30'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-31'><em>Ivi</em>, p. 7. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-31'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-32'>COM (2006), <em>op. cit.</em>, p. 4. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-32'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-33'><em>Ibidem.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-33'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-34'>COM (2003), <em>op. cit.</em>, p. 5. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-34'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-35'>Nel testo, il modello ideale di università è esplicato con riferimento alla figura di Wilhelm Humbolt; tale vago collegamento  viene riportato avendo presente tutta la sua indeterminatezza. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-35'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-36'>op. cit. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-36'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-37'>Mobilitare gli intelletti europei: creare le condizioni affinché le università contribuiscano pienamente alla strategia di Lisbona <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-37'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-38'>op. cit. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-38'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-39'><span style="font-style: italic;">Ibidem.</span> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-39'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-40'><span style="font-style: italic;">Ibidem.</span> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-40'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-41'>op. cit., <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-41'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-42'><span style="font-style: italic;">Ibidem.</span> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-42'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-43'><em>European Universities: enhancing Europe&#8217;s research base</em>, <em>op. cit.</em>, p. 8. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-43'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-44'><em>Ibidem</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-44'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-45'>COM (2006), <em>op. cit.</em>, p. 6. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-45'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-46'>EUA, <em>op. cit.</em>, p. 31. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-46'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-47'><em>Ibidem.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-47'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-48'>COM (2006), <em>op. cit.</em>, p. 7. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-48'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-49'><em>Ibidem.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-49'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-50'>COM (2003), <em>op. cit.</em>, p. 14. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-50'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-51'>COM (2006), <em>op. cit.</em>, p. 5. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-51'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-52'><em>Ivi</em>, p. 6. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-52'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-53'>EUA, <em>op. cit.</em>, p. 29. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-53'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-54'>COM (2003), <em>op. cit.</em>, p. 9. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-54'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-55'>COM (2006), <em>op. cit.</em>, p. 8. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-55'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-56'><em>Ivi</em>, p. 9. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-56'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-57'>European Commission, <em>Assessing Europe’s University-Based Research. Expert Group on Assessment of University-Based Research</em>, 2010, p. 24. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-57'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-58'><em>Ivi</em>, p. 21. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-58'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-59'>OECD, <em>Performance-based Funding for Public Research in Tertiary Education Institutions:  Workshop</em><em> </em><em>Proceedings</em>, 2010, p. 9. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-59'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-60'><em>Ibidem</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-60'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-61'>J. F. Lyotard, <em>La condizione postmoderna</em>, Milano, Feltrinelli, 2010, p. 84. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-61'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-62'>J. McKenzie, <em>High Performance Schooling</em>, in «Parallax», vol. 10, n. 2, 2004, p. 55. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-62'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-63'><em>Ivi</em>, p. 58. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-63'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-64'><em>Ivi</em>, p. 59. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-64'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-65'><em>Ibidem</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-65'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-66'><em>Ibidem. </em>Jon McKenzie fa riferimento alla teoria delle decisioni di Herbert Simon, dove con “satisficing”, si indica una strategia volta a soddisfare i criteri di adeguatezza, e non la ricerca della soluzione ottimale. Tale termine, coniato dallo stesso Simon, è formato da “satisfy” soddisfazione e “sufficy” sufficienza. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-66'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-67'><em>Ivi</em>, p. 58. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-67'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-68'><em>Ivi, </em>p. 52. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-68'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-69'>M. Foucault, <em>Sorvegliare e punire. Nascita della prigione</em>, Torino, Giulio Einaudi Ed., 2011 (1976), p. 194. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-69'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-70'>M. Strathern, New accountabilities. Anthropological studies in audit, ethics and the academy, in<em>Audit Cultures. Anthropological studies in accountability, ethics and the academy</em>, (a c. di M. Strathern), London and New York, Routledge, 2000, p. 2. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-70'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-71'>J. McKenzie, <em>Perform or else: from discipline to performance</em>, London, Routledge, 2001, p. 181. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-71'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-72'>G. Deleuze, <em>Postscript on the Societies of Control</em>, in «L&#8217;autre journal», n.1, 1990, p. 1. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-72'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-73'><em>Ivi, </em>p. 3-4. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-73'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-74'>M. Foucault<em>,op. cit,</em> p. 245. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-74'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-75'>J. McKenzie, <em>High Performance Schooling</em>, cit., p. 51. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-75'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-76'>D. Harvey, <em>La crisi della modernità. Riflessioni sulle origini del presente</em>, Milano, Net, 2006, p. 185. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-76'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-77'>J. McKenzie, <em>High Performance Schooling</em>, cit., p. 52. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-77'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-78'>J. McKenzie, <em>Perform or else: from discipline to performance</em>, cit., p. 60. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-78'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-79'>J. McKenzie, <em>High Performance Schooling</em>, cit., p. 57. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-79'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-80'>P. B. Vaill, «Toward a behavioral description of  high-performing system», in <em>Leadership: where else can we go? </em>(a c. di M. W. McCall, Jr. and M. M. Lombardo), Durham, NC, Duke University Press, 1978, p. 104. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-80'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-81'>J. McKenzie, <em>Perform or else: from discipline </em><em>to performance</em>, cit. p. 56.  <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-81'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-82'><em>Ivi</em>, p. 60. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-82'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-83'>J. McKenzie, <em>Perform or else: from discipline to </em><em>performance</em>, cit., p. 73. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-83'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-84'><em>Ivi</em>, p. 108. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-84'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-85'><em>Ibidem</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-85'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-86'>M. Power, <em>La società dei controlli. Rituali di verifica, </em>Torino, Edizioni di Comunità, 2002, p. 7. Come evidenziato nell&#8217;introduzione, «il termine “audit” ha nella lingua inglese un&#8217;accezione ben più ampia di quanto non avvenga in italiano», in quanto include anche “controllo”, “verifica”, “valutazioni”. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-86'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-87'>Ibidem <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-87'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-88'><em>Ivi, </em>p. 6. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-88'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-89'>R. Williams, <em>Keywords. A vocabulary of culture and society</em>, London, Fontana, 1976, p. 13. Nella teorizzazione di R. Williams,  le <em>keywords</em> rappresentano quelle parole che, entrando in ambiti e settori diversi da quello d&#8217;origine, assumono nuove sfumature o, addirittura, nuovi significati. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-89'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-90'>C. Shore, S. Wright, «Coercive accountability. The rise of audit culture in higher education», in <em>Audit Cultures. Anthropological studies in accountability, ethics and the academy</em>, (a c. di M. Strathern), London and New York, Routledge, 2000, p. 60 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-90'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-91'>AM. Strathern, <em>After nature. English kinship in the late twentieth century</em>, Cambridge, Cambridge University Press, 1992, p. 131. Con “domaining effect”, M. Strathern vuole indicare il processo per il quale la logica concettuale propria di un termine, associato ad un determinato ambito, è trasposta in un altro ambito, dando luogo a conseguenze non previste. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-91'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-92'>M. Power, <em>op. cit.</em>, p. 11. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-92'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-93'><em>Ibidem</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-93'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-94'><em>Ibidem</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-94'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-95'><em>Ivi, </em>p. 8. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-95'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-96'><em>Ivi, </em>p. 14. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-96'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-97'><em>Ibidem</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-97'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-98'>Come evidenziato da Power, il concetto di <em>governance</em> racchiude differenti accezioni, le quali rendono difficile arrivare a una definizione univoca. Comunque, secondo Power, «le diverse sfumature (…) sono legate da un filo conduttore rappresentato dal ruolo sempre più rilevante dei sistemi di controllo interno». In Power, <em>op. cit.</em>, p. 59. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-98'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-99'><em>Ivi</em>, p. 61. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-99'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-100'><em>Ivi</em>, p.62. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-100'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-101'>J. W. Meyer, <em>Management models as popular discourse</em>, in «Scandinavian Journal of Management», nº 21, 2005, p. 133. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-101'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-102'>H. Dreyfus, P. Rabinow, <em>Michel Foucault: beyond structuralism and hermeneutics</em>, Brighton, Harvester Press, 1982, p. 196. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-102'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-103'>C. Shore, S. Wright, <em>op. cit.</em>, p. 61. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-103'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-104'><em>Ivi, </em>p. 17. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-104'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-105'><em>Ibidem</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-105'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-106'>M. Power, <em>op. cit.</em>, p. 128. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-106'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-107'><em>Ivi</em>, p. 160. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-107'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-108'><em>Ivi</em>, p. 7. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-108'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-109'>H. Dreyfus, P. Rabinow, <em>op. cit.</em>, p. 196. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-109'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-110'>M. Power, <em>op. cit.</em>, p. 160. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-110'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-111'><em>Ivi, </em>p. 123. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-111'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-112'><em>Ivi</em>, p. 201. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-112'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-113'>S. Cohen, <em>Visions of social control. Crime, punishment and classification, </em>Cambridge, Polity Press, 1985, p. 177. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-113'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-114'>M. Power, <em>op. cit.</em>, p. 179. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-114'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-115'><em>Ivi</em>, p. 5. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-115'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-116'><em>Iv</em><em>i</em>, p. 193. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-116'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-117'><em>Ivi, </em>p. 194. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-117'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-118'><em>Ivi</em>, p. 143. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-118'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-119'><em>Ivi</em>, p. 192. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-119'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-120'><em>Ivi</em>, p. 198. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-120'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-121'>S. J. Ball, «Performativities and fabrications in the education economy: towards the performative society», in <em>Education, globalization and social change</em>, (a c. di H. Lauder, P. Brown, J. A. Dillabough, A. H. Halsey), Oxford, University Press, 2008, p. 692. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-121'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-122'>S. J. Ball, <em>The teacher&#8217;s soul and the terrors of performativity</em>, in «Journal of Education Policy», vol. 18, n°2, 2003, p. 215. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-122'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-123'><em>Ivi</em>, p. 216. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-123'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-124'><em>Ibidem</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-124'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-125'><em>Ibidem</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-125'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-126'>J. F. Lyotard, <em>op. cit.</em>, p. 20. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-126'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-127'>S. J. Ball, <em>The teacher&#8217;s soul and the terrors of performativity</em>, cit., p. 216. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-127'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-128'>S. J. Ball, <em>Performativities and fabrications in the education economy: towards the performative society</em>, cit., p. 692. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-128'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-129'>S. J. Ball, <em>The teacher&#8217;s soul and the terrors of performativity</em>, cit., p. 219. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-129'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-130'>S. J. Ball<em>, Performativities and fabrications in the education economy: towards the performative society</em>, cit., p. 693. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-130'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-131'><em>Ibidem</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-131'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-132'>S. J. Ball, <em>The teacher&#8217;s soul and the terrors of performativity</em>, cit., p. 220. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-132'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-133'>S. J. Ball<em>, Performativities and fabrications in the education economy: towards the performative society</em>, cit., p. 698. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-133'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-134'><em>Ibidem</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-134'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-135'>S. J. Ball, <em>The teacher&#8217;s soul and the terrors of performativity</em>, cit., p. 224. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-135'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-136'>S. J. Ball<em>, Performativities and fabrications in the education economy: towards the performative society</em>, cit., p. 696. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-136'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-137'><em>Ibidem</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-137'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-138'>C. Shore, S. Wright, <em>Audit culture and anthropology: neo-liberalism in British higher education</em>, in «The Journal of the Royal Anthropological Institute», vol. 5, n°4, 1999, p. 557. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-138'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-139'>S. J. Ball<em>, Performativities and fabrications in the education economy: towards the performative society</em>, cit., p. 696. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-139'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1336-140'><em>Ivi,</em> p. 697. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1336-140'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
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		<title>Pereyra, Kotthoff, Cowen, PISA Under Examination. Changing Knowledge, Changing Test, and Changing Schools</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 11:50:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Cappa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 5 - 2012]]></category>

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		<description><![CDATA[Miguel A. Pereyra, Hans-Georg Kotthoff, Robert Cowen, PISA Under Examination. Changing Knowledge, Changing Test, and Changing Schools, Rotterdam (Netherlands), Sense Publishers, 2011.
Nell’attuale dibattito pedagogico l’indagine internazionale PISA riveste un ruolo di primo piano, sia per la risonanza mondiale che la pubblicazione dei risultati possiede [1], sia perché numerose tematiche che costituiscono l’ossatura di tale valutazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Miguel A. Pereyra, Hans-Georg Kotthoff, Robert Cowen, <em>PISA Under Examination. Changing Knowledge, Changing Test, and Changing Schools</em>, Rotterdam (Netherlands), Sense Publishers, 2011.</p></blockquote>
<p>Nell’attuale dibattito pedagogico l’indagine internazionale PISA riveste un ruolo di primo piano, sia per la risonanza mondiale che la pubblicazione dei risultati possiede <sup class='footnote'><a href='#fn-1330-1' id='fnref-1330-1'>[1]</a></sup>, sia perché numerose tematiche che costituiscono l’ossatura di tale valutazione rappresentano a loro volta argomenti fortemente dibattuti, come i concetti di competenza e di efficienza nell’istruzione. In tal senso, essa suscita un vivo interesse che non può più pensarsi circoscritto agli accademici e ai pedagogisti, essendo riscontrabile anche nei decisori politici più avvertiti, nelle scuole, nei genitori e nelle comunità locali <sup class='footnote'><a href='#fn-1330-2' id='fnref-1330-2'>[2]</a></sup> .</p>
<p>Il volume in oggetto compie, nel panorama di riflessione su questa indagine coordinata dall’OCSE, un importate approfondimento svolto nell’ottica dell’educazione comparata e utilizzando differenti approcci per interrogare criticamente questa che sembra profilarsi, nel bene e nel male, come una rivoluzione pedagogica di ampia portata. Il testo raccoglie gli atti del convegno organizzato dalla CESE (<em>Comparative Education Society in Europe</em>), dal 23 al 26 novembre del 2009, svoltosi nell’isola La Palma dell’arcipelago delle Canarie. Il volume si presenta diviso in cinque sezioni che costituiscono altrettanti percorsi di analisi rivolti non soltanto all’impostazione dell’indagine internazionale, ma anche alla sua storia, ai suoi presupposti concettuali e alla sua statura politica. Il primo saggio <sup class='footnote'><a href='#fn-1330-3' id='fnref-1330-3'>[3]</a></sup>, a firma dei curatori, illustra molto bene l’articolazione del volume, delineando il complesso profilo del Programme for International Student Assessment (PISA), che impone la necessità di un percorso di taglio nettamente interdisciplinare.</p>
<p>Nella prima parte, <em>The comparative challenges of OECD PISA programme</em>, pp. 15-74, attraverso quattro saggi di studiosi di chiara fama (Ulf Lundgren, Thomas Popkewitz, Clara Morgan e Antonio Bolívar), l’indagine PISA è analizzata come un nuovo e possibile riferimento per gli studi che utilizzano una metodologia comparativa, cercando di comprendere quanto vi sia di specificamente appartenente a questo ambito di studi, riferendosi anche alla sua storia e al suo ruolo politico. Nella seconda parte, <em>Pisa and School Knowledge</em>, pp. 75-122, l’attenzione è portata, invece, sul ruolo giocato da questa indagine rispetto alla scuola, ai suoi programmi e alle valutazioni di questa. Confermando il carattere prima indicato del volume, gli approcci degli studiosi <sup class='footnote'><a href='#fn-1330-4' id='fnref-1330-4'>[4]</a></sup> risultano eterogenei, ma capaci di fornire un quadro molto ricco e numerosi spunti di riflessione.</p>
<p>Nella terza parte, <em>The assessment of PISA, School Effectiveness and the Socio-cultural Dimension</em>, pp. 123-182, composta in questo caso da quatto saggi <sup class='footnote'><a href='#fn-1330-5' id='fnref-1330-5'>[5]</a></sup>, proposto all’attenzione del lettore è il ruolo che i risultati di PISA possono giocare come strumento per incidere sulla vita politica e sulla programmazione delle azioni rivolte all’istruzione in differenti paesi, giungendo, inoltre, ad analizzare il delicato nodo rappresentato dal modo in cui studenti in situazioni di svantaggio socio-economico affrontano questo tipo di valutazioni. Nella quarta parte, <em>Pisa and the Immigrant Student Question</em>, pp. 183-222, due saggi, il primo di Aileen Edele e Petra Stanat e il secondo di Julio Carabaña, partendo dai risultati degli studenti immigrati nell’indagine PISA, presentati nella letteratura scientifica solitamente come inferiori alle medie ottenute dagli altri studenti delle stesse scuole, pongono in campo differenti letture che giungono a conclusioni divergenti su questo tema molto dibattuto. L’ultima parte, infine, intitolata <em>Extreme Visions of Pisa</em>, pp. 223-265, presenta due saggi che colgono l’immagine di questa indagine internazionale dal punto di vista di paesi in cui essa ha avuto un forte impatto, seppur per ragioni diametralmente opposte. Hannu Simola e Risto Rinne, infatti, presentano le ripercussioni di PISA in Finlandia, paese risultato ai vertici della classifica, mentre Daniel Tröhler analizza il dibattito scatenato dai poco lusinghieri risultati della Germania nelle prime indagini PISA, ponendo in relazione con la tradizione tedesca della <em>Bildung</em> le diverse posizioni espresse da studiosi appartenenti a questo paese.</p>
<p>In chiusura il volume propone un breve ma denso contributo di Robert Cowen, indirizzato a definire il tipo di potenzialità che l’indagine Pisa può rappresentare per gli studi in <em>Comparative Education</em>. Non mancano, infine, tre appendici, contenenti ulteriore materiale, dai poster utilizzati durante il convegno ad approfondimenti riguardo alla lettura delle valutazioni. La ricchezza del testo non si presta a un approfondimento puntuale, ma sembra opportuno soffermarsi, seppur brevemente, su due saggi, tra loro differenti ma con numerosi punti di convergenza: il testo di Ulf P. Lundgren, <em>Pisa as a political instrument: One history behind the formulating of the PISA Programme</em>, pp. 17-30 e il contributo di Daniel Tröhel, <em>Concepts, cultures and comparisons. Pisa and the double German discontentment</em>, pp. 245-258. In entrambi questi saggi è posta radicalmente in questione l’utilità di guardare all’indagine PISA come un puro strumento di valutazione delle competenze: essa, infatti, come ben dimostrato da entrambi gli autori, affonda la sua origine nell’evoluzione di un preciso approccio alla cultura e alla conoscenza, frutto delle aspre vicende politiche che hanno caratterizzato i rapporti tra le potenze Occidentali, Stati Uniti <em>in primis</em>, e l’Unione Sovietica. Un modo di intendere la conoscenza, quindi, che prende slancio nell’alveo del cognitivismo e in accordo con il desiderio politico di rivolgersi a un contesto più ampio di quello rappresentato delle singole tradizioni nazionali, ponendosi come orizzonte la costruzione di una società armonica e omogenea (<em>One World</em>). In tal senso, un’indagine che intendeva programmaticamente porsi come altra rispetto alle valutazioni compiute all’interno della scuola, dunque basate sul curriculum nazionale <sup class='footnote'><a href='#fn-1330-6' id='fnref-1330-6'>[6]</a></sup>, si rivela avere due conseguenze di grande rilevanza, che possono essere pensate come strutturale e la cui portata deve essere ancora compresa appieno. Innanzitutto, approfondendo un approccio focalizzato sulle competenze, l’indagine PISA veicola una precisa immagine di apprendimento e dei risultati di questo, caldeggiando, se non imponendo, una visione d’individuo in forte discontinuità con la tradizione pedagogica di molti paesi europei. In secondo luogo, la dichiarata estraneità dell’indagine al curriculum <sup class='footnote'><a href='#fn-1330-7' id='fnref-1330-7'>[7]</a></sup>, lungi dal non avere riflessi sul mondo della scuola, rischia di diventare cartina tornasole della preparazione degli alunni e della validità dei sistemi d’istruzione.</p>
<p>La ricchezza delle tematiche presentate, le ampie bibliografie dei singoli saggi e la competenza degli studiosi impegnati in esso, rendono il volume sia un utilissimo strumento di informazione sull’indagine PISA, sia un momento di approfondita e raffinata riflessione sui numerosi aspetti prettamente educativi implicati in questo rilevante fenomeno di portata mondiale.
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<li id='fn-1330-1'>Numerose pubblicazioni in italiano si occupano di analizzare i risultati PISA, approfondendo singoli ambiti dell’indagine. Si veda, ad esempio, Stefania Pozio, <em>La risoluzione di prove di competenza matematica. Analisi dei risultati italiani nell&#8217;indagine OCSE (Pisa, 2003)</em>, Roma, Nuova Cultura, 2011 ed Emma Nardi, <em>Come leggono i quindicenni. Riflessioni sulla ricerca Ocse-Pisa</em>, Milano, FrancoAngeli, 2010. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1330-1'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1330-2'>Come ben indicato nel contributo di D. Palomba e A. R. Paolone, <em>Competencies vs. interculturalty. Student exchanges in the age of PISA</em>, pp. 109-122, in Italia, nelle scuole, l’interesse per l’indagine PISA è veicolato e rafforzato anche dall’attuale rilevanza posseduta dalle valutazioni dell’INVALSI. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1330-2'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1330-3'>M. A. Pereyra, H.-G. Kotthoff, R. Cowen, <em>Pisa Under Examination</em>, pp. 1-14. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1330-3'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1330-4'>Questa parte si compone di tre saggi di David Berliner, David Scott e dei già citati Donatella Palomba e Anselmo R. Paolone. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1330-4'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1330-5'>I cui autori sono Katharina Maag Merki, Garry MacRauirc, Marie Duru-Bellat e l’ultimo a doppia firma di Javier Salinas e Daniel Santín. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1330-5'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1330-6'>Con tutte le differenze che un bacino di realtà così variegate come quelle valutate dall’indagine OCSE rappresenta. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1330-6'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1330-7'>La volontà dell’indagine PISA di valutare competenze rivolte alla vita futura degli studenti è esplicita sia nelle indicazioni del progetto stesso, sia nelle prime pubblicazioni italiane a questo dedicate. Cfr.<em>Conoscenze e abilità per la vita. Primi risultati Pisa 2000. I libri dell’OCSE</em>, Roma, Armando editore, 2002. Il saggio di Daniel Tröhel ben analizza le criticità di quest’approccio. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1330-7'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
</div>
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