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	<title>Rivista Scuola IaD &#187; Giovanni Ragone</title>
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	<description>Modelli, Politiche R&#38;T</description>
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		<title>E-learning, digital heritage e scienze umanistiche, in Sapienza</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 13:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Ragone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 3 - 2011]]></category>

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Tre anni di sperimentazione di un modello di insegnamento e di apprendimento ora inseparabile dall’e-learning. L’avvio di Digilab, un nuovo centro di ricerca e servizi della Sapienza rivolto alla comunicazione digitale dell’ heritage. 
Su entrambi i versanti, un lavoro di sostanziale trasformazione delle culture e delle pratiche formative universitarie, nel contesto della società delle reti. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
<p><span>Tre anni di sperimentazione di un modello di insegnamento e di apprendimento ora inseparabile dall’e-learning. L’avvio di Digilab, un nuovo centro di ricerca e servizi della Sapienza rivolto alla comunicazione digitale dell’ <em>heritage. </em></span></p>
<p><span>Su entrambi i versanti, un lavoro di sostanziale trasformazione delle culture e delle pratiche formative universitarie, nel contesto della società delle reti. Ancora troppo presto per un vero bilancio, ma qualche punto fermo è in vista e vale la pena di fissarlo. Sui corsi, intanto: mediologia 1 (teoria) e mediologia 2 (comunicazione delle risorse e delle istituzioni culturali) per le lauree triennali della facoltà umanistica; mediologia della letteratura per le lauree magistrali; comunicazione degli scavi e dei musei archeologici per una scuola di specializzazione post-laurea. Sono quasi quattrocento studenti, diversissimi tra loro per età, conoscenze, interessi; diverse cose sono cambiate, in questi tre anni, e il progetto naturalmente è cambiato, sul campo. La novità più evidente è che l’apprendimento, al di là delle differenze individuali, è ormai integralmente immerso nella comunicazione digitale, dove soprattutto i giovani universitari sono attori di nuovi processi culturali. Dieci anni fa, quando ho iniziato con l’e-learning, solo per una minoranza degli studenti avrei potuto dire la stessa cosa, anche insegnando in corsi di scienze della comunicazione. E ancora tre anni fa, almeno in area umanistica, una quota significativa era riluttante a sintonizzarsi con un modo diverso di studiare, soprattutto nei corsi di secondo e terzo livello, dove la diffidenza è più facile a scattare anche per un atteggiamento “resistenziale” (e spesso residuale) contro un mondo culturalmente fondato sui media. Oggi, invece, ci siamo: costantemente connessi in rete, pronti e disponibili per forme di comunicazione e di apprendimento attraverso ri/mediazione e ibridazione delle forme estetiche, i giovani hanno  competenze web significative e sono abituati alle logiche del social network. Di più: sono inclini a pensare che sia le conoscenze che il saper fare possono essere appresi e messi alla prova interagendo tra il web e esperienze in laboratori, in luoghi fisici, in situazioni reali; si sono convinti che l’università può anche non essere solo la classica sommatoria di docente, aula, libri da studiare e stress da esami (la parte seria dell’università, almeno); sono molto più aperti all’idea che teoria, formazione professionale e creatività possano andare insieme, come base della propria educazione superiore. Facile accorgersene navigando nella miriade di forum che popolano il nostro Moodle. Facile accorgersi anche della evidente differenza di orientamento tra ragazzi e ragazze. I primi sono in genere più subalterni sia alle logiche della pubblicità e del consumo che a quelle dei videogames, e si situano spesso ai piani bassi delle pratiche possibili su Internet, anche se spesso sono bravi nell’uso dei linguaggi visivi; le ragazze sono in media più attive, prendono sul serio il loro ruolo, sono più abili nella “internet literacy”, collaborano tra loro e apprendono meglio, e sono anche più spesso critiche e riflessive rispetto agli eventi e ai processi culturali. </span></p>
<p><span>Facile accorgersi del baratro che si allarga tra la cultura di un sessantenne (io), ma anche di docenti trentenni, quarantenni e cinquantenni (noi), e quella di chi studia, apprende, discute, socializza in una buona pratica di e-learning. Il che comporta un costante esercizio di comprensione, mediazione e rimediazione. Questo è il XXI secolo ma non solo: è il problema del conflitto mediale e generazionale su cui l’Italia in particolare, con i suoi paurosi ritardi in innovazione, infrastrutture e cura per la formazione, si gioca il futuro prossimo.</span></p>
<p><span>Delle cose che abbiamo cambiato nel nostro modello, cercando di correggere gli errori e di migliorare i risultati, ma anche di definire obiettivi realistici, quella apparentemente più banale ma che è forse la più rilevante per la tradizione universitaria (almeno in Sapienza), è l’adozione integrale dell’apprendimento on line sia per i “frequentanti” che per i “non frequentanti”, in modo da rimodulare e intrecciare i percorsi. Chi ha più tempo di giorno per venire in aule e laboratori studia in piccole comunità di 8-10 persone, che si distribuiscono ruoli e compiti: comprendere, sintetizzare e commentare sui forum lezioni e video lezioni, video conferenze, video seminari, testi; documentarsi on line e in modo pertinente sugli argomenti; in seguito il gruppo crea collaborativamente oggetti come video, spot pubblicitari, siti web,  di solito passando attraverso un lavoro di studio, ricerca, progettazione e produzione sul campo. La valutazione dei singoli che partecipano a questa modalità di apprendimento più spiccatamente cooperativo (“netlearning”) riguarda gli interventi nei forum, su abilità/livelli di risultato diversi, dall’impegno effettivo alla information literacy, dall’approfondimento teorico alla originalità, ecc., ma anche analisi scritte postate individualmente, test on line a risposte chiuse o aperte, e infine si riverbera su ogni partecipante il voto che viene dato al prodotto di gruppo (e al modo in cui è stato costruito). Per chi invece non interagisce “nei luoghi” ma solo in rete (“elearning”), il percorso è all’80% lo stesso (i video e i materiali testuali, i forum, l’attività di documentazione, le analisi individuali, i test on line, ecc.), salvo il lavoro sul campo che è sostituito da altre forme di approfondimento. Tutti gli studenti in piattaforma possono navigare e utilizzare il lavoro e le discussioni dei gruppi; i  partecipanti al percorso in “netlearning”, salvo il lavoro sul campo, possono ripartirsi i turni di partecipazione agli eventi in aula, che comunque vengono in buona parte registrati; in questo modo la distanza tra frequenza e non frequenza crolla, e l’apprendimento diventa prevalentemente collaborativo; le valutazioni sono trasparenti, si accumulano progressivamente, il che rende possibile migliorare quelle insufficienti in corso d’opera, e convergono nel voto finale, senza stress per l’esame. Naturalmente i materiali di un anno, inclusi i contenuti generati dagli studenti, possono essere selezionati e tornare a disposizione l’anno successivo.</span></p>
<p><span>Funziona? Sì, e con buoni risultati: livelli medi finali nettamente superiori a un corso “normale”, buona soddisfazione di chi partecipa, bassa percentuale di fallimento (dunque è anche così che si può abbassare l’assurdo tasso di fallimento o di studenti fuori corso di cui soffre il nostro sistema). La resa in termini di conoscenze teoriche, se si considera l’abituale distribuzione tra i più bravi e i meno ricettivi, non sembra inferiore alla tradizione, ma sono molte altre le abilità e le competenze che tendono ad emergere. Sono in larga parte gli studenti stessi a determinare una forma estetica dell’apprendimento sempre più “ibrida” tra testualità scritta, mediazione in audiovideo e culture tipiche dei new media, che fa da ponte fra tradizioni disciplinari e innovazione. Le criticità sono dunque soprattutto organizzative: servono e-tutor, per rispondere a eventualmente problemi dei gruppi e dei singoli; utilizzare studenti senior per questo compito va bene, ma pone problemi di autorevolezza e di competenza scientifica riguardo ai momenti in cui occorre orientare in qualche modo le community; occorre delimitare e contenere la massa critica di attività sostenibili, perché a volte la foga partecipativa di una parte degli studenti tende a eccedere; il lavoro di gruppo sul campo, che ha una rilevanza educativa e anche come esperienza di socializzazione effettivamente strategica, difficilmente può essere emulato on line in modo soddisfacente e occorre sostituirlo con qualcosa di analogo; inoltre i tratta di lavori che sono tanto più efficaci quanto più si radicano in realtà istituzionali, di impresa o almeno di laboratorio in cui siano all’opera vere competenze professionali, cosa che non sempre si riesce a ottenere. Si può ovviare, in parte, ad alcuni di questi problemi coinvolgendo stagisti, purché una università attrezzi una sua struttura come laboratorio-servizio per l’e-learning, in cui lo stagista svolga una attività effettivamente professionale. E qui si viene al vecchio nodo irrisolto, e anzi mascherato dalla vicenda italiana degli atenei “telematici”.</span></p>
<p><span>La Sapienza è un complesso gigantesco di strutture di ricerca e di attività formative. L’e-learning vi si è sviluppato (a parte alcune esperienze avanzate di Master internazionali) essenzialmente in due direzioni, in entrambi i casi con buone aspettative, ma con livelli di attività ancora inadeguati rispetto alla portata del cambiamento che in questo settore si sta producendo a livello internazionale: da un lato la cura di una infrastruttura di supporto a moduli in Moodle, che sono apparentemente numerosi, ma in genere si tratta solo di offerta di materiali didattici on line e di un basso livello di comunicazione e interazione fra studenti e docente; dall’altro l’acquisizione della quota di controllo di una università telematica, che dovrebbe progettare alcuni corsi di studio integralmente on line, distinti da quelli dell’università-madre. Nel polo umanistico, si sta cercando di ottenere un salto di qualità anche in altre direzioni, e anche a questo si sta dedicando Digilab, un nuovo Centro di ricerca e servizi costituito fra 9 dipartimenti (7 umanistici e 2 di ingegneria informatica e della informazione e comunicazione). Digilab offre un servizio di supporto per la diffusione dell’e-learning (formazione dei docenti e dei tutor, assistenza per l’adattamento della piattaforma, che resta Moodle, disponibilità di tutor e servizi a costi minimi), ma il suo impegno formativo più importante è il lancio di un sistema di corsi brevi di apprendimento permanente (SAP) su competenze professionali nell’area della produzione audio video, dell’editoria digitale e della comunicazione on line dei patrimoni culturali, delle lingue, del turismo e dello stesso e-learning. Il SAP è a sua volta gestito attraverso la piattaforma e-learning; inoltre, fin dai primi mesi si è verificata la possibilità di sviluppi interessanti per quanto riguarda la diffusione internazionale di alcuni corsi, in versione on line e in inglese.</span></p>
<p><span>Ma ora veniamo all’altro versante di questa transizione verso una università in parte diversa da quella che abbiamo conosciuto. Il potenziale degli ambienti digitali in termini di produzione di oggetti, di conservazione e di accessibilità cresce in modo esponenziale. Con tecnologie ormai disponibili a bassi costi, possiamo riutilizzare, nelle pratiche universitarie, tutto quello (o parte di quello) che eravamo abituati a considerare come materiali effimeri, o dedicati a noi stessi (appunti, dispense, slide, ma più in generale lezioni, dibattiti,seminari, convegni; e dal lato delle produzioni degli studenti, lo stesso). In sintesi, una comunità-corso di 200 persone con docenti, tutor, studenti senior, studenti variamente impegnati, se diventa una comunità che produce, comunica, conserva, in un ambiente digitale può generare da sola migliaia di oggetti in 3-4 mesi di lavoro. Saranno oggetti in larga parte catturati dal web e ri/mediati in nuovi oggetti più o meno utili. I livelli e i problemi di affidabilità e di controllo della qualità non sono diversi concettualmente da quelli di ogni sistema wiki di produzione della conoscenza. Lo stesso, a livelli più elevati e con standard di finitura più tradizionali, si può dire per il potenziale di produzione e rimediazione che deriva dalle attività di ricerca. Moltiplichiamo il tutto (gli <em>user generated content</em>)<em> </em>per il numero dei docenti/ricercatori di una università. Aggiungiamo la digitalizzazione di patrimoni storici degli atenei (libri, immagini, audiovideo,  ecc.): l’<em>heritage </em>che diventa digitale<em> </em>(e le collezioni di materiali storici che vengono continuamente donate alle università. La somma di tutto questo è virtualmente una parte di rilievo dell’intero <em>digital heritage </em> nazionale. Ed è vivo, non solo passato ma presente. La base fondamentale per l’apprendimento in mezzo al “rumore” del web. </span></p>
<p><span>La questione strategica, allora, è l’infrastruttura, la <em>digital library </em>universitaria; insieme alla cultura, alle nuove pratiche, che comunque stanno emergendo, e verranno, col tempo, da sole. Su questa strada occorre andare, e su questo obiettivo si misurerà il successo o il fallimento. Digilab, in Sapienza, è nato per questo, nonostante lo scenario economico negativo, che porta a cercare i finanziamenti a livello europeo, e da attività di servizio e formazione.</span></p>
<p><span>Il mondo corre, la formazione superiore si orienta sempre più verso l’uso del web. La virtualizzazione non riguarda solo l’interazione tra le persone, riguarda molto di più l’interazione con gli oggetti che noi stessi generiamo. Così, credo che si possa cominciare a intravedere come realizzabili alcuni obiettivi intermedi, che se esistesse un governo attento dei processi dovrebbero essere indicati e incentivati sia dal governo che dagli atenei. Vale a dire: migliorare la performance di riuscita degli studenti nei corsi di studio attraverso l’ideazione e il supporto di <em>modelli didattici che aboliscano la figura del non frequentante”</em>; rendere le università protagoniste, attraverso strumenti analoghi, dell’<em>educazione permanente, attraverso sistemi di corsi brevi, accessibili da giovani e adulti</em>; esportare la cultura italiana/europea, il migliore tra i nostri <em>made in Italy, attraverso le infrastrutture digitali</em>; costruire infrastrutture di <em>digital library </em>come strutture aperte di conservazione, comunicazione e rimedi azione delle conoscenze, rigenerando l’<em>heritage </em>in ambienti digitali. Si può fare, con le tecnologie che ci sono. Soprattutto, con gli studenti.</span></p>
<h2><span>Bibliografia</span></h2>
<p><span>Per la questione della digitalizzazione:<br />
- Capaldi D., Ilardi E., Ragone G.,<em> Comunicare la memoria</em>, Napoli, Liguori, 2008<br />
- Antinucci, F., <em>Comunicare nel museo</em>, Roma-Bari, Laterza 2009<br />
- Guercio, M.,<em> La conservazione a lungo termine dei documenti elettronici: normativa italiana e progetti internazionali</em>,<a style="color: #074d8f;" href="http://archive.forumpa.it/archivio/0/200/260/263/GuercioConservazioneDeiDoc.pdf" target="_blank">http://archive.forumpa.it/archivio/0/200/260/263/GuercioConservazioneDeiDoc.pdf</a><br />
- Atti del Convegno &#8220;Il documento elettronico e la dematerializzazione: il nuovo Codice dell&#8217;Amministrazione Digitale&#8221;,<a style="color: #074d8f;" href="http://iniziative.forumpa.it/expo10/convegni/il-documento-elettronico-e-la-dematerializzazione-il-nuovo-codice" target="_blank">http://iniziative.forumpa.it/expo10/convegni/il-documento-elettronico-e-la-dematerializzazione-il-nuovo-codice</a></span></p>
<p>Per la parte metodologico-didattica:<br />
- Abruzzese A., Maragliano R., <em>Educare e comunicare. Spazi e azioni dei media</em>, Milano, Mondadori, 2008<br />
- Guasti L. (a cura di),<em> Apprendimento e insegnamento. Saggi sul metodo</em>, Milano, Vita e pensiero, 2002<br />
- Castoldi M., <em>Valutare le competenze. Percorsi e strumenti</em>, Roma, Carocci, 2009</p>
<h4><a href="http://rivista.scuolaiad.it/download/n3-2011-primo-piano-ragone.pdf" title="Scarica E-learning, digital heritage e scienze umanistiche, in Sapienza" target="_blank">Scarica "E-learning, digital heritage e scienze umanistiche, in Sapienza" in formato PDF</a>.<h4>
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		<item>
		<title>Per l’e-Learning nelle università italiane</title>
		<link>http://rivista.scuolaiad.it/n01-200801/per-le-learning-nelle-universita-italiane</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Jan 2008 11:32:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Ragone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 1 – 2008/2009]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche]]></category>
		<category><![CDATA[e-learning]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

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		<description><![CDATA[Il nostro paese è in ritardo, ma possiamo e dobbiamo recuperare, e stiamo costruendo le condizioni istituzionali perché questo possa avvenire più rapidamente. Le scelte compiute dal governo negli anni 2003-2006 hanno deviato il sistema in una direzione sbagliata, occorreva invertire la rotta, e su un terreno appositamente minato. La scelta di abbandonare l’e-learning delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il nostro paese è in ritardo, ma possiamo e dobbiamo recuperare, e stiamo costruendo le condizioni istituzionali perché questo possa avvenire più rapidamente. Le scelte compiute dal governo negli anni 2003-2006 hanno deviato il sistema in una direzione sbagliata, occorreva invertire la rotta, e su un terreno appositamente minato. La scelta di abbandonare l’e-learning delle università alle iniziative spontanee, “aprendo il mercato” a nuove università telematiche – per lo più private, apriva uno scenario potenzialmente devastante, del quale si sono visti solo i primi movimenti: canali di formazione a livello di primo e secondo ciclo universitario “facili” e fuori da ogni dinamica di controllo della qualità, accaparramento della formazione universitaria degli adulti lavoratori da parte di questi nuovi attori, spinta oggettiva alla delegittimazione dell’e-learning nelle università “normali”. La tutela del nuovo business si è spinta a tal punto da sottrarre l’istituzione delle “telematiche” e l’istituzione e attivazione dei loro corsi a ogni controllo da parte della pure assai timida filiera della valutazione prevista dalle leggi per ilo nostro sistema di istruzione superiore.</p>
<p>Bloccare la proliferazione di un business politicamente protetto che ha spinto avventurosi imprenditori a travestirsi da “ateneo” con scarsissima competenza (le iscrizioni – l’università più facile si paga – avrebbero più che compensato le spese per i docenti – senza dover comunque assumere nessuno) era il primo imperativo. Nel complesso, questo è avvenuto. Ma la posta in gioco è quella di una vera, organica ed efficiente regolazione della materia, che stimoli l’<em>altro </em>movimento: la vera diffusione pervasiva dell’e-learning delle università, l’interconnessione e ibridazione con la didattica e con le forme dell’apprendimento che stanno mutando sensibilmente, e infine l’estensione dell’e-learning universitario come strumento fondamentale per la “terza missione” delle università, vale a dire (oltre alla ricerca e alla formazione dei giovani) il life-long-learning, e in particolare la formazione superiore degli adulti/ dei lavoratori.</p>
<p>Il decreto interministeriale in corso di emanazione, e altri provvedimenti connessi, si muovono in quella direzione: procedure e requisiti di accreditamento dei corsi a distanza, tali da richiedere e al tempo stesso da favorire un investimento in questa direzione da parte delle università, e tali da scoraggiare le iniziative avventurose e da smontare la stessa idea che un soggetto dotato di numeri ridicoli di docenti possa essere riconosciuto e promosso come una università. Si definisce come “corso di studio a distanza” delle Università un corso di laurea che preveda l’apprendimento mediante sistemi telematici per almeno due terzi del numero complessivo di CFU. I requisiti generali e i criteri organizzativi e di qualità per l’istituzione e l’attivazione dei corsi di studio a distanza e in ogni caso per le attività formative delle Università che prevedono apprendimento mediante sistemi telematici sono definiti dal Ministro, su parere dell’ANVUR. E comunque, i requisiti strutturali, organizzativi e di qualificazione dei docenti dei corsi di laurea sono ricondotti alla disciplina “normale” degli ordinamenti didattici (la regola dei dodici docenti di ruolo per una laurea triennale, per esempio, di cui è prevedibile una consistente riduzione a sei in caso venga attivato un corso di laurea on line omologo). I requisiti organizzativi e tecnici sul piano del coordinamento, della formazione di insegnanti e tutor, della gestione amministrativa, delle integrazioni di sistema, della trasparenza dell’offerta formativa, della qualità dell’interazione didattica, dei ruoli e forme dell’attività di tutoraggio, delle forme della verifica in itinere e finale, e delle soluzioni tecnologiche  intesi come criteri “di qualità” sulla base dei quali è possibile l’accreditamento e la valutazione periodica – sono stati ridisegnati con il contributo del gruppo di lavoro nominato dal ministro Mussi, del quale fanno parti autorevoli esperti universitari, alcuni dei quali sono ai vertici della SIe-L.</p>
<p>L’emanazione del decreto di riforma è una tappa decisiva, indispensabile per dare forza al movimento. Ma i compiti a cui l’azione di governo deve rispondere, di lì in avanti, sono più complessi. Occorre infatti che la questione esca dall’emergenza e occupi il giusto rilievo all’interno dell’agenda politica ed operativa dell’università. Le permanenti resistenze di settori del corpo docente, che non sono altra cosa dalla resistenza più generale a riflettere e innovare in materia di didattica, vanno attenuate affrontando temi finora inevasi (per es. il pieno riconoscimento delle attività di insegnamento on line, una chiara disciplina della trasferibilità dei crediti, una regolamentazione circa i temi del copyright per i learning objects, ecc). Vanno favorite le reti tra università, e anche i consorzi tra università e soggetti in grado di fornire infrastrutture e collaborazione a vario titolo. E occorre costruite reti in grado di portare a sistema l’offerta che è già a disposizione, e può essere estesa orizzontalmente, migliorata qualitativamente e promossa a livello nazionale (e internazionale). In particolare, l’offerta – da coordinare anche a livello di reti regionali supportate dalle Regioni &#8211; di moduli utili per la formazione permanente. Nell’insieme, si tratta di azioni che richiedono anche investimento di risorse (in una certa misura reperibili, soprattutto con fondi CIPE), oltre a un nuovo set di indicatori e incentivi specifici nel sistema di finanziamento attraverso FFO sulla base della attività di valutazione dell’ANVUR, e a un forte coordinamento istituzionale delle università con MiUR e Regioni per dare vita a reti organizzate rivolte agli adulti.</p>
<p>Ultima, ma non ultima in ordine di importanza, la scelta culturale di fondo, in favore della qualità: l’e-learning non è la didattica di chi “non può frequentare normalmente”, quindi di settori potenzialmente esclusi e comunque “diversi”. E’ invece una delle forme metamorfiche dell’università che cambia perché cambia la comunicazione, e con essa tutti i processi culturali. Gli studenti <em>non possono apprendere se non in un ibrido tra il libro e le tecnologie digitali. </em>Un fatto semplice ma decisivo, che ci sfida a ribaltare i modelli, costruendo comunità di apprendimento, e praticando l’immissione diretta degli studenti nella ricerca e nel lavoro professionale concreto. Al centro dell’università del XXI secolo, e dunque non solo come modello della “classe” in e-learning, è il gruppo di ricerca, il laboratorio, la comunità che ricerca e apprende.</p>
<p>Una trasformazione che va considerata nella sua problematicità, ma anche nella sua necessità e per le nuove opportunità che si aprono. La <em>mission</em> che viene affidata alle università è complessa e trasversale: formare giovani e adulti, ricercare e trasferire, contribuire alla vita del paese e alla crescita globale come motori dell’innovazione. Potrà rispondervi solo una università aperta, ma non digeribile dal mercato. Una istituzione che si senta autonoma, protagonista, fuori dalla cristallizzazione inerziale e particolaristica delle vecchie forme. In grado di sostenere la sfida della massa critica, della qualità, della competizione a livello almeno europeo e della valutazione come criterio generale per ogni scelta di investimento.</p>
<h4><a href="http://rivista.scuolaiad.it/download/per-l-e-learning-nelle-universita-italiane-ragone.pdf" title="Scarica Per l’e-Learning nelle università italiane (Ragone)" target="_blank">Scarica "Per l’e-Learning nelle università italiane (Ragone)" in formato PDF</a>.<h4>
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