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	<title>Rivista Scuola IaD &#187; Laura Castellucci</title>
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	<description>Modelli, Politiche R&#38;T</description>
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		<title>Un “Green New Deal” per uscire dalla duplice crisi economica e climatica</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 10:47:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Castellucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 5 - 2012]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell’ottobre del 2008, l’UNEP (United Nation Environmental Programme) decise di lanciare uno studio “urgente” su quanto  “green” potesse essere lo stimolo per la ripresa economica. L’incarico raggiunse, non a caso, Barbier che aveva già pubblicato con Pearce e Markandya,  nel 1989 il Blueprint for a Green Economy. Questo blueprint era innovativo, non solo per il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’ottobre del 2008, l’UNEP (United Nation Environmental Programme) decise di lanciare uno studio “urgente” su quanto  “green” potesse essere lo stimolo per la ripresa economica. L’incarico raggiunse, non a caso, Barbier che aveva già pubblicato con Pearce e Markandya,  nel 1989 il <em>Blueprint for a Green Economy.</em> Questo blueprint era innovativo, non solo per il titolo ma perchè sosteneva, invece del tradizionale trade-off tra sviluppo economico e  protezione ambientale, la  possibilità della loro conciliazione. A questo primo Blueprint  con ottica nazionale, seguì nel 1991, un secondo degli stessi autori e con analogo titolo ma ottica globale, il  <em>Blueprint 2. Greening the World Economy.</em> L’idea dunque di rendere il sistema economico più “amico” dell’ambiente naturale nel quale opera e dal quale dipende, veniva divulgata già più di vent’anni fa. Gli studi sull’uso delle risorse naturali e loro implicazioni per la disponibilità futura così come quelli sulle tipologie di intervento per neutralizzare le esternalità negative ovvero i danni dell’inquinamento, erano già piuttosto nutriti fin dagli anni ‘60/ ’70 ma le idee e il vivace dibattito circolavano poco al di fuori della ristretta cerchia degli specialisti. Le cose cambiano radicalmente soltanto intorno agli ’90, anche in seguito a molti incidenti/ disastri ambientali provocati dallo sviluppo economico, e in tutti i paesi avanzati si inizia ad introdurre timide politiche ambientali.</p>
<p>Ma lo sviluppo economico procede ad usare le risorse naturali con sempre maggiore voracità sia perché nuovi paesi si affacciano alla industrializzazione/ sviluppo e sia perché quelli sviluppati si aspettano sempre maggiore produzione/consumo  di beni economici (attese di crescente  prodotto interno lordo, PIL). La situazione ambientale peggiora nonostante le politiche ambientali, per la verità più annunciate che veramente intraprese, tant’è che il surriscaldamento del globo dovuto all’attività dell’uomo che per produrre energia e spostare sé e le merci ricorre sempre più massicciamente alla combustione dei fossili, produce  il cambiamento climatico  che nessuno oggi può più negare. E’ bene  puntualizzare che il cambiamento climatico non è, per così dire,  una novità; esso è la regola ed è sempre avvenuto. Anche in tempi climaticamente recentissimi, come per esempio nel Medioevo in Europa, sappiamo che la temperatura media era più elevata di quella del tempo dei romani e così via andando indietro nel tempo si registrano periodi più caldi e meno caldi. Ma ciò che sta avvenendo oggi è in buona parte antropico perché è dovuto alla concentrazione dei gas serra derivante dalla combustione dei fossili e dai tagli delle foreste: è un “fatto” che prima della rivoluzione industriale (1800) la concentrazione di CO2 fosse di 280 ppm mentre oggi sia di 430/450 ppm. Inoltre,  la velocità alla quale sta avvenendo l’accumulo di CO2 non è un fatto naturale e nè permette alla natura di reagire adeguandosi come è sempre avvenuto: i tempi della natura sono incomparabilmente più lunghi e per questo non possiamo fare affidamento sulla “resilience” della natura semplicemente perché non gliene diamo il tempo.</p>
<p>In questo quadro si è, nel 2008, innestata  la crisi  finanziaria poi tramutatasi in crisi dell’economia reale, (prodotto e occupazione) e dalla quale sembra difficile uscire.  Nel 2009 Barbier mette a disposizione dell’UNEP il suo rapporto e nel 2010 la Cambridge University Press lo pubblica con il titolo: <em>A Global Green New Deal. Rethinking Economic Recovery (GGND)</em>. Il titolo, con grande<em> </em>efficacia, coglie la situazione economica attuale. Mentre infatti  la recessione  mondiale assomiglia sempre di più a quella degli anni ’30 e richiede perciò un intervento pubblico non marginale,  c’è chi propone di rivisitare il New Deal di Roosevelt al quale gli storici riconoscono il merito del superamento della crisi degli anni ’30. La somiglianza nella tipologia della crisi economica fa pensare che una politica di intervento analoga possa essere capace di far uscire l’economia mondiale dalla crisi prolungata di questo secolo come lo fu nel secolo scorso. In effetti il mondo sviluppato uscì da quella crisi anche, e soprattutto,  ad opera del “New Deal” di Roosevelt . In estrema sintesi si può dire  che il Presidente americano si mosse in due direzioni. Dal un lato, intervenne sul sistema bancario/ finanziario, all’origine della crisi, regolamentandolo (così come il mercato del lavoro)  e, dall’altro,  intervenne con investimenti strutturali capaci di accrescere l’occupazione e creando le premesse per incrementi di produttività.</p>
<p>Sebbene l’analogia con gli anni ’30  possa aiutare a capire il tipo e la gravità della crisi, ed  ora come allora l’origine finanziaria investe e trascina l’economia reale, esiste  una  <span style="text-decoration: underline;">sostanziale diversità</span> che deve essere colta quando si pensi a come intervenire. Oggi gli stimoli per la ripresa  non possono essere semplicemente capaci di fare“uscire dalla crisi”, come si usa comunemente dire,  per poi tornare, una volta usciti, al modello di crescita ereditato dalla rivoluzione industriale e di “successo” indiscusso almeno fino al 2008. Ai tempi di Roosevelt, il modello  di crescita non era in discussione: si trattava di affrontare  la crisi finanziaria e reale, superarla attraverso l’intervento pubblico ben disegnato per poi  riprendere il sentiero di sviluppo consueto. Ma l’indiscusso successo di questo  modello di produzione e consumo, che ha fatto aumentare il PIL globale pro capite  e contemporaneamente la popolazione, che passa da 1 miliardo del 1800 ai 7 miliardi attuali, ha avuto un “costo” della cui dimensione oggi ci rendiamo conto e che non è più possibile trascurare. Il <span style="text-decoration: underline;">costo è dato dalle emissioni di CO2 (e altri gas ad effetto serra) e dal crescente utilizzo delle risorse naturali (intensità di uso crescente).</span> Fondamentalmente, il successo del modello produttivo scaturito dalla rivoluzione industriale è dovuto alla sostituzione dell’energia animale con l’energia prodotta dalla combustione di fossili (carbone, petrolio, gas) alla quale è associata l’emissione di gas il principale dei quali è l’anidride carbonica, CO2. Nei duecento anni o poco più che ci separano dall’inizio della rivoluzione industriale, non è balzato soltanto il PIL pro-capite e la popolazione, ma anche la concentrazione dei gas serra (da 280 ppm ai 430/ 450 attuali). Maggiore la quantità di gas serra, maggiore la temperatura sulla terra a cui seguono i corrispondenti cambiamenti climatici. Gli scienziati del clima avvertono da tanto tempo , (si pensi che il primo modello climatico globale , di Hansen, venne divulgato già nel 1981) che se questo trend continuerà (business as usual),  la concentrazione di CO2 raggiungerà presto la soglia di irreversibilità climatica. E l’inquinamento atmosferico non è l’unico costo; accanto ad esso bisogna  considerare che il sistema  produttivo e di consumo, fa sempre maggiore uso di risorse naturali a prescindere dai loro limiti. Dai pesci negli oceani alle foreste vergini, alle risorse idriche e ai minerali, tutto si sta riducendo, mentre maggiore, o almeno non minore, dovrebbe essere la disponibilità di queste risorse per soddisfare la domanda della crescente popolazione. E basta prendere atto di un unico segnale inconfutabile, quello della crescente quantità di rifiuti pro capite prodotti, per giungere alla conclusione che <span style="text-decoration: underline;">il modello non è sostenibile</span>.</p>
<p>Se dunque il modello non è sostenibile per motivi qualitativi (inquinamento) e quantitativi (uso eccessivo di risorse naturali), l’intervento pubblico del quale c’è necessità per superare la crisi deve anche, e soprattutto, ispirarsi al cambiamento di tale modello. Il nuovo <em>new deal</em> del quale il mondo ha bisogno, deve tener conto della sostenibilità della crescita e cioè deve dar spazio alla <em>green economy,</em> lasciare il brown growth del passato/ presente e accelerare le trasformazioni necessarie, e tecnologicamente possibili, per rendere il modello compatibile con l’ambiente naturale che ci sostiene. In ciò consiste il <em>green new deal.</em> Si può senz’altro riconoscere che oggi, come negli anni 30 di Roosevelt ,vi sia necessità di regolamentare un mondo finanziario fuori controllo, in ciò aiutato dai mezzi tecnologici oltre che dalla globalizzazione, e di investimenti pubblici capaci di creare occupazione e rinnovare il tessuto delle infrastrutture. Ma a differenza di allora oggi dobbiamo tener conto del cambiamento climatico e della sostenibilità della crescita. Sebbene “aggiungere” un altro obiettivo all’intervento pubblico possa sembrare molto ambizioso e controproducente, questa crisi economica può essere in verità  una grande occasione per effettuare la transizione verso una società a basso carbonio. <em> </em>Investimenti e/ o incentivi agli investimenti nel settore dell’energie<em> </em>pulite e rinnovabili, avrebbero efficacia sia in termini di occupazione, con ciò favorendo la ripresa,  che di allontanamento dalla soglia di irreversibilità del cambiamento climatico generato dalla combustione dei fossili; analoghi effetti avrebbero gli investimenti e/o incentivi agli investimenti per la raccolta delle acque reflue e il loro riutilizzo in impieghi irrigui (dove è richiesta una minore qualità dell’ acqua); in generale, tutti gli investimenti per consentire il riuso e riciclo dei materiali (dai rifiuti alla carta) avrebbero analoghi effetti così come li avrebbero gli interventi di protezione del suolo, di raccolta delle acque piovane, di risparmio energetico  e simili. Stesso risultato si raggiungerebbe con investimenti volti ad “educare”/ informare i consumatori della necessità di cambiare certe loro abitudini e scelte pur non  compromettendo il loro tenore di vita ( come per esempio non lasciare in stand-by le apparecchiature delle abitazioni).</p>
<p>Ovviamente  tutte le trasformazioni costano e dunque è illogico pensare che la transizione possa avvenire a costi nulli ma è certo che, allo stato attuale della tecnologia, essi sono alquanto contenuti. Inoltre, di fronte all’irreversibilità del cambiamento climatico e alle prospettive di crescenti probabilità di guerre per assicurarsi risorse naturali sempre più scarse, anche  costi elevati sarebbero incredibilmente bassi rispetto ai benefici. E se la società non si è ancora incamminata su questa via è perché governi, imprese e consumatori, prendono le loro decisioni di scelta in un’ottica sempre più miope. L’incapacità di accettare oggi un basso costo in cambio di un grosso beneficio futuro, peraltro molto ravvicinato, rischia di aggravare la duplice crisi, economica e climatica,  e di riportare in scena i fantasmi del  malthusianesimo.</p>
<p>C’è da chiedersi se esista un’Italia del “<em>green new deal</em>”: personalmente ci vorrei contare.</p>
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		<title>Back to basics: il ruolo dell’insegnamento a distanza e il punto di vista dell’economista</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 12:48:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Castellucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 4 - 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel dinamismo accelerato delle società moderne, il settore dell’istruzione appare più sollecitato degli altri e tra progetti di convergenza internazionale e scopiazzature dei sistemi dei paesi apparentemente meglio funzionanti, può dirsi che il settore sia costantemente in “transizione”. Il problema principale è che non si sa verso quale modello sia diretta questa transizione. Certo è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; text-indent: 14.1px; font: 10.0px 'Droid Serif'} span.s1 {letter-spacing: 0.0px} --><span>Nel dinamismo accelerato delle società moderne, il settore dell’istruzione appare più sollecitato degli altri e tra progetti di convergenza internazionale e scopiazzature dei sistemi dei paesi apparentemente meglio funzionanti, può dirsi che il settore sia costantemente in “transizione”. Il problema principale è che non si sa verso quale modello sia diretta questa transizione. Certo è che in tutti i paesi convivono due tipologie di insegnamento, con tutte le variegate sottospecie, in presenza e a distanza, e che le loro dimensioni relative variano molto tra paesi e tra periodi, anche perché lo sviluppo tecnologico e la sua accessibilità, influiscono non poco sulla diffusione o non diffusione dell’insegnamento a distanza. Si può parlare a lungo in termini di vantaggi e svantaggi dell’una e dell’altra forma e si possono elencare i trade-off vari, ma se non si chiarisce il ruolo del “sistema istruzione” nella società civile, qualunque riflessione ha deboli fondamenta. </span></p>
<p><span>Nel mondo globalizzato attuale una grande contraddizione investe il settore istruzione: da un lato domina l’idea dell’istruzione per tutti (<em>education for all</em>, come si dice, ma forse è soltanto uno slogan) mentre nei fatti si assiste alla sua progressiva commercializzazione, necessariamente abbinata alla trasformazione dello studente in “cliente”. Questo processo di commercializzazione, che ha poco a che vedere con il perseguimento dell’efficienza nella fornitura del servizio di istruzione, solleva molte preoccupazioni. </span></p>
<p><span>Una prima preoccupazione è legata al fatto che manca una generalizzata, seppure elementare, cultura economica tra i <em>policy makers</em> tanto da dover rilevare frequentissime contraddizioni e scelte controproducenti nelle decisioni politiche di settore; una seconda, e ancora più importante, è legata al fatto che, in questo periodo storico, si è persa la nozione dei beni pubblici (comuni) e la percezione di quanto essi influiscano sulla qualità della vita di una collettività (ciò che gli economisti chiamano benessere sociale). In questo humus culturale si allarga e si dilata lo spazio della commercializzazione (mercato, se si preferisce) anche là dove nessuno, dotato di elementari conoscenze economiche, si sognerebbe di andare. Chi possiede queste elementari conoscenze sa infatti che c<em>i sono cose (beni e servizi) che il mercato </em>non può <em>fornire e ci sono cose che </em>può<em> fornire al meglio se è</em> <em>ben regolato</em>. Il capitalismo, la libera iniziativa privata, se inserito in un quadro di poche regole chiare e valide per tutti, è il più efficiente meccanismo di produzione di ricchezza ma se non ha regole da rispettare, si trasforma nel capitalismo d’assalto, selvaggio, emblematicamente espresso dalla attuale crisi economica originata dai mercati finanziari troppo a lungo de-regolamentati. E se ancora, dal suo inizio nel 2008, stenta a rimarginarsi è proprio perché le lobbies finanziarie sono tanto potenti da essere capaci di impedire che passino leggi e regole di tutela della collettività che ridimensionino il loro cinico modus operandi (interesse personale vs interesse della società). Se non ci fossero regole basilari per regolare il traffico, come tenere la destra e fermarsi ai semafori rossi, il traffico selvaggio che ne deriverebbe porterebbe velocemente al disastro collettivo. Non diversamente la finanza internazionale.</span></p>
<p><span>Ciò che il mercato non può fornire sono i beni (e servizi) pubblici e la cura delle esternalità. I beni pubblici sono beni <em>non rivali</em> nel consumo mentre i beni privati sono rivali nel consumo. La sicurezza dei confini nazionali, l’ordine pubblico, l’aria pulita ecc. sono tutti beni non rivali nel consumo nel senso che <em>ognuno ne usufruisce senza sottrarre niente agli altri</em> mentre il pane, un maglione ecc. sono beni privati in quanto rivali nel consumo perché l’uso che ne fa un soggetto impedisce quello degli altri. I beni privati sono commercializzabili anzi il mercato, data la domanda, ovvero la disponibilità individuale a pagare (come dicono gli economisti) un prezzo in cambio del bene, ne produce la quantità ottima; non così per i beni pubblici per i quali non c’è domanda individuale (disponibilità a pagare) e, anche a cercare di pervenire a qualcosa di simile ci si scontra con l’interesse individuale a non rivelare le proprie preferenze perché, non trattandosi di un bene rivale nel consumo, ciascuno “sa” che se il bene viene offerto (prodotto) anch’esso ne usufruirà (<em>free riding</em>) indipendentemente dalla propria disponibilità a pagare. In questi casi il mercato non funziona: l’ordine pubblico come l’aria pulita non possono essere commercializzati. Analogamente se il mio vicino di casa passa la notte a sentire musica ad alto volume o martellare il ferro, io non potrò dormire (esternalità negativa) a meno che non esistano regole per le quali nessuno può superare certi limiti di rumorosità della propria attività durante le ore notturne. Anche in questi casi il mercato non funziona eppure la qualità della vita è senz’altro migliore se si può dormire la notte.</span></p>
<p><span><em>L’istruzione è un bene complesso: è sia privato che pubblico e produce esternalità (positive)</em>. E’ un bene privato per il quale esiste disponibilità a pagare, ma è anche bene pubblico perché l’istruirsi e il conseguimento del titolo non si sottraggono alle possibilità degli altri di istruirsi e conseguire analogo titolo inoltre, più gli individui sono istruiti e più la società civile migliora (esternalità positiva). In questa prospettiva, tipica dell’economista, l’istruzione non può essere semplicemente “commercializzata” e l’utente non può coincidere con il “cliente”, anche se valutazioni economiche di costi e benefici, sia privati (individuali) che pubblici (della società) possono e devono essere fatti. Lo studente non può essere il cliente perché ciò significherebbe che egli, come consumatore, è il miglior giudice dei suoi bisogni di istruzione mentre questa giuoca un ruolo fondamentale nella trasformazione e riproduzione di una buona società. (&#8230;anche se al momento molti l’hanno dimenticato o non l’hanno mai saputo). Inutile aggiungere che ciò vale indipendentemente dalla modalità dell’istruzione.</span></p>
<p><span>L’istruzione richiede investimenti e questi, per quanto è stato richiamato, saranno privati e pubblici. Affrontando la questione sul filo del ragionamento economico, sappiamo che essi sono consigliabili se il loro rendimento è positivo e se è superiore ad altri tipi di investimento. Una letteratura piuttosto ampia mostra che questo è il caso. Come risulta per esempio da un paio di studi dell’OECD, (Sveinbjörn Blöndal, Simon Field, Nathalie Girouard, <em>Investment in Human Capital through Post-compulsory Education and Training</em>, 2002 e Romina Boarini, Huber Strauss, <em>The private Internal Rates of Return to Tertiary Education: New Estimates for 21 OECD Countries</em>, 2007), i tassi di rendimento dell’investimento individuale (privato) in istruzione sono positivi e più alti dei rendimenti di altri tipi di investimento così come lo sono quelli sociali anche se si differenziano per paese. Quelli anglosassoni sono caratterizzati dai tassi di rendimento più alti mentre il nostro da quelli più bassi anche se positivi e superiori ad altri tipi. L’investimento in istruzione è perciò un “buon” investimento.</span></p>
<p><span>Se adesso ci chiediamo su quali basi si possa individuare il ruolo, la funzione, dell’insegnamento a distanza in un paese post-industriale, tipo il nostro, possiamo di nuovo cercare la risposta nel ragionamento economico. Anche se da noi questa modalità di istruzione non può vantare antiche e ampie esperienze paragonabili a quelle inglesi o australiane, essa ha certamente forti potenzialità. Una prima riflessione economica porta a dare risalto all’incremento di benessere sociale che seguirebbe dalla “specializzazione” delle due forme di istruzione. Se si specializzassero, per così dire, nei campi/ nicchie nei quali sono più efficienti ovvero hanno costi unitari più bassi o rispondono meglio alle esigenze dell’utente (&#8230;non cliente), il risultato complessivo (sociale) sarebbe massimizzato. Come nel commercio internazionale tutti i paesi traggono benefici dall’apertura delle proprie economie (liberismo economico) perché ciascuno si specializza nella produzione per la quale ha vantaggi comparati, così le due modalità di istruzione potrebbero positivamente integrarsi. Su questa premessa non è difficile constatare che la distanza può godere di un vantaggio comparato (costi unitari più bassi) nel caso del terzo livello di istruzione (università) e come tale potrebbe avere un ruolo maggiore. Qui la specializzazione che funziona indica come non debba trattarsi di un ruolo concorrenziale (non entriamo nel dettaglio di questo tema in quanto strettamente legato alla <em>qualità </em>dell’insegnamento; di questa, per evidenti motivi di spazio non ci occupiamo, ma implicitamente la assumiamo data) ma piuttosto di integrazione tra modalità ciascuna con proprie specificità. Nei paesi anglosassoni, dove appunto esiste una lunga tradizione di istruzione a distanza, esistono vari studi applicati che comparano le due modalità sia in termini di costo che più ampi e relativi ad altri aspetti. Tra questi, e non sorprende, emerge per esempio che l’età media dello studente a distanza è più alta di quello in presenza. Se come appare dalle statistiche il nostro paese ha un numero più basso di laureati, soprattutto tra le generazioni meno giovani, ecco che il potenziamento dell’insegnamento universitario a distanza potrebbe contribuire a farci accorciare le distanze dagli altri paesi simili al nostro e a farcele accorciare a costi unitari mediamente più bassi. Oltre a ciò, nel nostro paese come negli altri simili, si ha la necessità di investire nel campo dell’aggiornamento o life-long-learning sempre più richiesto dal dinamismo dell’economie mature. Anch’esso può con facilità diventare uno slogan oppure un obiettivo raggiungibile soprattutto grazie a questa forma di istruzione.</span></p>
<p><span>Infine, e sempre per restare nel filo del ragionamento economico, si deve prendere atto che l’istruzione non solo è un “buon” investimento individuale e sociale ma è positivamente correlata al tasso di crescita del PIL (prodotto interno lordo). Il Pil, e la sua crescita, è oggi e nel bene e nel male, l’obiettivo prioritario di tutti i paesi. Anche relativamente a questo aspetto non manca letteratura applicata e sia ai paesi ad economia avanzata che a quelli meno sviluppati. Non a caso i paesi OECD, nella maggioranza dei quali la scuola superiore è ormai praticamente universale, dalla fine degli anni ‘90 puntano ad accrescere il numero dei laureati. I risultati non mancano tanto che se mediamente nel 1995 i laureati rappresentavano il 35% della popolazione, nel 2005 sono arrivati al 57%. Per i meno sviluppati basta citare il lavoro di Gylfason per rendersi conto di quanto importante sia l’investimento in istruzione per la crescita: i paesi meno sviluppati non crescono neanche nel caso di scoperte di nuove risorse naturali, dal petrolio all’oro, se non investono in istruzione. (Thorvaldur Gylfason, <em>Natural Resources, Education and Economic Development</em>, «European Economic Review»<em>,</em> vol. 45, 4-6, 2001,).</span></p>
<p><span>In conclusione se la crescita economica è legata all’istruzione, come segnala l’evidenza empirica, un crescente ricorso alla modalità a distanza può essere una buona soluzione. Per elevare ed aggiornare il livello di istruzione nei paesi avanzati essa appare più flessibile e meno costosa mentre per trasformare in fatti lo slogan, “istruzione per tutti”, essa sembra l’unico candidato in grado di raggiungere gli abitanti del pianeta ancora oggi analfabeti. Come dire che lo sviluppo tecnologico che tanto potenzia l’insegnamento a distanza, potrebbe accorciare le distanze tra paesi sviluppati e arretrati &#8230;ma potrebbe anche accrescerli (!) se si concretizzasse il paventato fenomeno del <em>digital-divide</em>.</span></p>
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		<title>Produttività in declino e tecnologia dell’informazione: una storia tutta italiana?</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jan 2008 10:38:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Castellucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 1 – 2008/2009]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[produttività]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia dell'informazione]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Fin dai tempi del miracolo economico (anni 50/ 60), quando in Italia c’erano più biciclette/ lambrette/ vespe che automobili, molte macchine da scrivere, nessun computer e al massimo la prima calcolatrice elettronica (Pisa, ’57), la televisione era in bianco e nero, la scuola dell’obbligo di fatto fino a 12 anni (solo nel ’63 con la media unificata l’obbligo dei 14 anni divenne operativo), fax e fotocopiatrici non esistevano, ecc., la “produttività” era “alta”. Il miracolo economico, facile a spiegarsi a posteriori, fu dovuto non solo al liberismo economico ma ad una serie di circostanze, chiamiamole fortunate,  che portarono agli alti tassi di produttività. Oggi, con auto, aerei,computer, telefoni e telefonini, scuola dell’obbligo fino a 16 anni (18 in prospettiva), internet, informatizzazione amministrativa, ecc.., la produttività è bassa e in “calo” <sup class='footnote'><a href='#fn-213-1' id='fnref-213-1'>[1]</a></sup>. Certo agli anni di boom economico seguono sempre anni di rallentamento e a questi poi, di nuovo, anni di ripresa/espansione/boom secondo il movimento ciclico dell’economia, ma nel nostro caso la questione sembra peculiare. Bisognerebbe per esempio spiegarsi perché la “fiammata” di alte produttività degli anni ’90 (che dette luogo alla (breve) stagione degli entusiasmi per la new economy), non ci abbia minimamente investito. Ammettiamo che sia difficile  capire perché la produttività italiana sia così in declino e i nostri studenti di medie e superiori così in basso nella graduatoria degli studenti mondiale ed europea <sup class='footnote'><a href='#fn-213-2' id='fnref-213-2'>[2]</a></sup>, ma chiediamoci almeno se quello che è avvenuto nel mondo sviluppato negli ultimi vent’anni, non ci abbia colto impreparati prima di abbracciare la tesi dello “stellone italiano” che nasce e tramonta. Negli ultimi vent’anni il liberismo economico, potendo contare su un’accresciuta schiera di sostenitori, ha portato alla globalizzazione delle economie e il progresso tecnico, soprattutto nel settore dell’informazione, ha impresso nuovi e più veloci ritmi nei sistemi di produzione e di consumo. Il progresso tecnico, difficile da definire e misurare con precisione, è comunque ciò che ci fa muovere e comunicare molto più velocemente che in passato (resta a vedere se a questo sooner si accompagni sempre il better, come vorrebbero gli appassionati di progresso tecnico ad ogni costo, ma questo è un altro discorso). Ora, in questo contesto economico liberalizzato e globalizzato, i cambiamenti tecnologici devono essere colti  con prontezza altrimenti si crea un divario tecnologico tra aree e paesi che presto diventa incolmabile. Se nel gruppo dei paesi di punta dove si trova il nostro, i cosiddetti G8, la e-economy (e-business, e-learning, e-commerce, e-procurement, ecc.) è diventata un fatto acquisito <sup class='footnote'><a href='#fn-213-3' id='fnref-213-3'>[3]</a></sup>, faremo bene ad “acquisirlo” anche noi o presto ci troveremo fuori dal gruppo. Insomma non è questione di tessere le lodi della società dell’informazione,  del suo prodotto e-learning, o di esaltarne le potenzialità, ma piuttosto di evitare che si ritorca contro. E se è vero che consentendo per esempio l’aggiornamento permanente degli insegnanti e la riqualificazione/riconversione di vasti gruppi di lavoratori, l’e-learning potrebbe contribuire a recuperare produttività,  (e già per questo varrebbe la pena di utilizzarla intensamente) è ugualmente vero che il suo non-uso potrebbe contribuire  a farci perdere terreno nella competizione globale.<br />
Il digital divide o  apartheid digitale , come è anche è stato chiamato, può farci ritrovare dalla parte sbagliata del divario e da paese di punta diventare di retroguardia come del resto il calo della produttività già ci segnala.  Viva lo stellone (?), abbasso il digital divide (?),……….alla prossima puntata!</p>
<p><h4><a href="http://rivista.scuolaiad.it/download/produttivita-in-declino-e-tecnologia-dell-informazione-una-storia-tutta-italiana-castellucci.pdf" title="Scarica Produttività in declino e tecnologia dell’informazione- una storia tutta italiana (Castellucci)" target="_blank">Scarica "Produttività in declino e tecnologia dell’informazione- una storia tutta italiana (Castellucci)" in formato PDF</a>.<h4>
<div class='footnotes'>
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<li id='fn-213-1'>L’ OCSE ha recentemente calcolato che nel triennio 2002/2004 la produttività italiana non solo calava in media dell’1,2 % ma era addirittura in controtendenza  rispetto agli altri paesi. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-213-1'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-213-2'>Anche i giornali hanno riportato questi risultati di indagini internazionali come Il Programme for International Student Assessment, PISA, gestita dall’OCSE. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-213-2'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-213-3'>Non a caso l’Unione Europea ha lanciato il Piano d’Azione eEurope2002 per aiutare la crescita delle regioni in ritardo. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-213-3'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
</div>
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