Numero 12 - 2016

  • Numero 11 - 2016
  • Recensioni

Federico Bertoni, Universitaly. La cultura in scatola, Roma-Bari, Laterza, 2016

di Valentina D'Ascanio

Al trasversale e animato dibattito sul destino dell’università e sui cambiamenti che, ormai da diverso tempo, la interessano[1], partecipa anche F. Bertoni, professore di Teoria della letteratura presso l’Università di Bologna, con il suo libro Universitaly. La cultura in scatola, definito dal suo Autore «un racconto, un saggio di critica culturale e un testardo gesto d’amore» (p. VII) per il sapere e per la stessa università, oggi ridotta a «uno straordinario concentrato di stupidità» (ibidem). Una constatazione inequivocabilmente amara, gravata dal peso della «piena complicità del corpo docente» (ibidem), ma da cui non nasce il rimpianto per una passata condizione, come Bertoni sottolinea a più riprese. Poste tali premesse, l’Autore si propone di individuare le ragioni alla base di «un fallimento collettivo» (p. VII) e di guardare alle cose dall’interno, con l’intenzione di mettersi in gioco «personalmente» (p. VIII), così riuscendo a far fare esperienza al lettore di quella che è, oggi, «la giornata di un professore» (p. 3).

Nel primo capitolo, con misurato ma efficace sarcasmo e ricorrendo abilmente a una serie di riferimenti letterari e cinematografici, Bertoni descrive alcuni episodi, «rigorosamente veri» (p. 8), esempi lampanti di quella che, per l’Autore, è «un’istanza positivista che, in mancanza d’altro, colonizza le pratiche gestionali e organizzative della ricerca» (ibidem), dando luogo a una spasmodica compilazione di tabelle, misurazione di obiettivi e risultati, nonché adeguamento a stringenti criteri numerici. Il coinvolgimento diretto dell’Autore anima il riferimento agli studi letterari e umanistici, stritolati da «una furia tassonomica e nomenclatoria» (p. 10) che si abbatte su «tutto ciò che si muove tra le mura delle nostre università» (p. 11) con la pretesa di misurare la qualità degli articoli scientifici, dei corsi di dottorato, dell’offerta formativa.

Nelle pagine iniziali, quindi, Bertoni riesce a costruire la scena, impiegando, proprio come in un racconto, tale momento d’apertura per specificare la sua critica nei confronti di una valutazione, la cui «violenza» (p. 12), nell’opinione dell’Autore, risiede nel suo fungere da «macchina ideologica che dissimula la soggettività del giudizio soggettivo in un apparato ipertrofico di numeri» (ibidem). Una valutazione della quale Bertoni vuole portare allo scoperto quella «pragmatica» (p. 12) che si vorrebbe celare, vale a dire scopi e interessi politici, mediante una ricostruzione dei principali snodi che hanno condotto allo scenario attuale. Così, l’Autore torna alla nota formula del 3+2 e vi rintraccia l’inizio della «mutazione» (p. 18): l’accento sulla professionalizzazione a spese della trasmissione di una solida cultura, la volontà politica di differenziare gli Atenei e ridurre i finanziamenti, la diffusione di una pervasiva e soffocante burocrazia, la litania dell’eccellenza, «simulacro di un’idea senza contenuto» (p. 24) e l’appeal dell’internalizzazione, sono i sintomi di quell’involuzione che, come l’Autore ricorda con il riferimento al profetico libro The university in ruins, ha interessato il Nord America sin dai primi anni ’90 per poi giungere «qui da noi» (ibidem) alle soglie del Duemila. Appoggiandosi al lascito foucaultiano e con il continuo ricorso all’esperienza quotidiana, così intrecciando lo stile dell’autobiografia e del pamphlet, come ha suggerito Raul Mordenti nella sua bella recensione[2], Bertoni rintraccia nella «sinergia» (p. 34) tra misurazione, burocrazia e informatica «la governamentalità dell’attuale mondo accademico» (p. 37) e la microfisica (p. 36) di un potere capillare e sottile, che si ramifica negli interstizi del sistema, nelle sue strutture e negli strumenti di controllo. Il paragrafo che chiude il capitolo iniziale offre al lettore una prima risposta sul perché di quella stupidità che, secondo l’Autore, impregna il mondo universitario: allargando la prospettiva d’analisi, Bertoni descrive l’università «emblema e specchio concentrico della realtà sociale» (p. 36), dove brutture e dinamiche sono riproposte e amplificate «come sul vetrino del microscopio» (ibidem).

Particolarmente suggestiva è la citazione della bêtise di Flaubert, padre letterario di tale concetto tanto semanticamente ricco, nonché del farmacista Monsieur Homais, tra i protagonisti di Madame Bovary e presentato da Bertoni quale unico vincitore in questo «romanzo feroce» (p. 38) che descrive «le avventure e il successo travolgente della bêtise borghese» (ibidem). Trasposta nella narrazione della vita accademica, come la bêtise abita il «sapere meccanico e riproducibile» (p. 38) così, avverte Bertoni, il Professor Homais, «dalla stupidità assolutamente perfetta» (p. 42), è ciò che si rischia di divenire, in quanto «pensarsi esterni al sistema (…) è la solita illusione ottica» (p. 41). Ma per non cadere in tale illusione, continua l’Autore, occorre prendere ad esempio il Dantès riscritto da Calvino e comprendere che si può fuggire dalla “fortezza-labirinto” unicamente riuscendo a «capire che forma ha il mondo» (p. 39). Scandagliare i dispositivi e i codici comunicativi, svelare le strutture ideologiche, sfidare la bêtise sul suo stesso terreno, quello del linguaggio, sono, per l’Autore, i modi per conservare una prospettiva dalla quale osservare e decifrare i meccanismi che vigono nel contesto universitario e per poter mantenere quella distanza critica, necessaria per distinguere come e da chi il «discorso sull’università» (p. 43) è costruito e diffuso, così alimentando «il senso comune» (ibidem).

Nel secondo capitolo, dopo aver espressamente criticato una considerevole parte della stampa, accusata di contribuire alla costruzione di messaggio tanto semplificato quanto «narrativamente agile, comprensibile ai più, e soprattutto falso» (p. 47), supportato, per di più, da una accettazione acritica di dati statistici e classifiche, Bertoni propone quella che potrebbe definirsi “un’operazione di smascheramento” degli artifici retorici impiegati, con lievi oscillazioni, da tutte le parti politiche che si sono succedute al potere, come egli precisa, per conferire risonanza mediatica alla «master fiction» (p. 51) sull’università. Le «tre parole magiche» (p. 55) merito, eccellenza, valutazione sono, secondo l’Autore, gli elementi fondanti di una strategia comunicativa, abilmente volta a costruire storie dalla «irresistibile» (p. 56) forza narrativa. La prima, merito, è impiegata nella narrazione ufficiale per dare forma «a un nuovo romanzo di formazione finalmente euforico e a lieto fine» (ibidem), ma in concreto, come l’Autore rimarca con forza, la logica meritocratica è interna a una cultura basata su «valori come individualismo, competizione, efficienza, produttività» (p. 62), dove merito vuol dire «privilegio» (ibidem). Il termine eccellenza, analizzato sin dalle prime pagine e verso cui Bertoni non nasconde un certo fastidio, è espressione di quel «completo scollamento tra le parole e le cose» (p. 69), degenerazione di un’università ormai «concepita come grande corporation burocratica» (p. 67), nella quale l’eccellenza è l’obiettivo in virtù del quale, secondo l’Autore, è legittimata la logica del profitto e della concorrenza.  Con la disamina del reale significato della valutazione, la terza parola magica, Bertoni realizza quello che al lettore era stato presentato come uno scopo del libro, vale a dire mostrare «l’azione microscopica e pervasiva» (p. 79) degli strumenti e delle tecniche per misurare e decretare i prodotti della ricerca (p. 81). L’esposizione pubblica dei risultati e «la logica darwinista del publish or perish» (p. 81), la penalizzazione di studi di ampio respiro e interdisciplinari, l’uso politico del «dispositivo valutativo» (ibidem) per decidere sulla distribuzione di risorse e poter premiare i migliori «nel tripudio del pubblico pagante» (p. 82) sono gli effetti di quella che è diventata «la forma di governo per eccellenza» (ibidem) nel quadro di un mutato rapporto tra Stato e servizi pubblici, un rapporto entrato nell’università e da questa assimilato.

La riflessione sulla relazione tra settore universitario e il più ampio contesto sociale-culturale, politico ed economico trova ampio spazio nel capitolo finale, dove l’Autore, ricorrendo ad altri episodi emblematici, paragona la progressiva perdita della missione sociale e culturale dell’università a un «delitto perfetto» (p. 94), i cui moventi sono da leggere in un reticolo «di grandi forze che hanno riguardato l’assetto globale» (p. 95) dell’Occidente, mutandone gli equilibri con il passaggio verso una politica economica neoliberale, basata sulla diffusione e sfruttamento della conoscenza, sull’estensione dei meccanismi di mercato alla sfera pubblica e «nella quale sono stati ricollocati i sistemi educativi» (p. 98).  È un panorama desolante quello che emerge dall’analisi proposta da Bertoni, nel quale i contorni istituzionali di un’università, ove si stanno «accumulando danni su danni» (p. 109), sembrano scomparire sullo sfondo di una crisi culturale ed etico-politica, tanto pervasiva da annullare ogni distinzione tra dentro e fuori. Tuttavia, e attingendo ancora una volta alla sua formazione, l’Autore si fa aiutare dalla «zona grigia» (p. 104) di Primo Levi per esprimere «i connotati morali della vita accademica» (ibidem), ma anche per affermare energicamente che sì, anche in questo stato di «ambiguità» (p. 105) tra acquiescenza e malcontento, si può e si deve portare avanti «l’unica riforma di cui ci sarebbe davvero bisogno: una riforma morale» (ibidem) mediante quelle che Bertoni chiama «pratiche di resistenza» (p. 113) e che, come egli ammette, vogliono essere «suggerimenti» (p. 116) rivolti prima di tutto a se stesso. Esprimere e condividere sempre la propria opinione per riappropriarsi di «un orizzonte condiviso» (p. 117), rallentare nella ricerca e non abituarsi ai meccanismi di governo, perché questi si reggono sul «consenso» (p. 119), insegnare il dissenso «per strappare l’insegnamento a una mera logica di servizi» (p. 121) sono questi, per l’Autore, i gesti quotidiani per non rimanere intrappolati nella vischiosità della bêtise e per fare delle crepe in quella “fortezza-labirinto” richiamata in queste ultime pagine, quasi a voler chiudere il cerchio e dimostrare al lettore che delle alternative sono pensabili e possibili a condizione che vi sia un atteggiamento di «responsabilità» (p. 115) e non di rifiuto o distacco.

Con grazia, ironia e decisione, Bertoni non risparmia critiche al mondo politico e accademico, tuttavia, ed è questo uno dei pregi del libro, egli si mette in gioco come promesso e offre una pars costruens che piace pensare nasca da quella testardaggine di chi sente che salvaguardare una certa idea di cultura, e con essa l’istituzione che dovrebbe trasmetterla, significhi mantenere una prospettiva molteplice e difforme sulla realtà e coltivare un pensiero aperto e problematico. Giova inoltre al libro la sensibilità mostrata dall’Autore nel ricorso a figure dell’arte, della letteratura e del cinema, un ricorso che, si può affermare, non solo impreziosisce e rende più “affascinante” il testo, ma pare voglia ricordare al lettore quella vitalità che abita la cultura e che rischia di essere soffocata da discorsi unilaterali e mortificanti. Una vitalità preziosa perché, proprio come affermava Calvino[3], ha il respiro dell’otium umanistico, allena a un esercizio di attenzione e di riflessione, oggi baluardo da difendere e contrapporre strenuamente a un’idea contabilizzata e produttiva del tempo.

  1. Sul ruolo dell’università e sul significato dell’istruzione superiore, vi è una vasta e nutrita bibliografia che include riflessioni maturate nell’orizzonte nazionale e internazionale da parte di studiosi e rappresentanti del mondo politico e della cultura. La varietà dei titoli dà prova, inoltre, delle implicazioni e delle tensioni che tale dibattito solleva: la valutazione della ricerca e il ruolo delle Agenzie, i meccanismi di accreditamento e l’introduzione di standard della qualità, la spinta verso percorsi professionalizzanti e la terza missione dell’università, l’influenza di Organismi sovranazionali e le risposte a livello nazionale sono alcune delle questioni sulle quali si registrano posizioni nettamente discordanti e, in alcuni casi, viziate da letture ideologiche. Per una disamina del dibattito nazionale e internazionale, si rimanda ai seguenti testi: A. Banfi, E. Franzini, P. Galimberti, Non sparate sull’umanista. La sfida della valutazione, Milano, Guerini e Associati, 2014; A. Bonaccorsi, La valutazione possibile. Teoria e pratica del mondo della ricerca, Bologna, il Mulino, 2015; R. Deem, K. Ho Mok, L. Lucas, Transforming higher education in whose image? Exploring the concept of the “World-Class” university in Europe and Asia, in «Higher Education Policy», 21, 2008, pp. 83-97; G. Delanty, Rethinking the university: the autonomy, contestation and reflexivity of knowledge, in «Social Epistemology», vol. 12, n. 1, 1998, pp. 103-113. E. Hazelkorn, Rankings and the Reshaping of Higher Education. The Battle for World-Class Excellence. Houndmills, Basingstoke, Palgrave McMillan, 2011; J. Kai, A critical analysis of accountability in higher education. Its relevance to evaluation of higher education, in «Chinese Education and Society», n. 2, vol. 42, March-April 2009, pp. 39-51; K. Locke, Performativity, performance and education, in «Educational Philosophy and Theory», 2013, pp. 1-13; P. Miccoli, A. Fabris (a c. di), Valutare la ricerca? Pisa, Ed. ETS, 2012; R. Mordenti, L’università struccata. Il movimento dell’Onda tra Marx, Toni Negri e il professor Perotti, Milano, Edizioni Punto Rosso, 2010; V. Pinto, Valutare e punire. Una critica della cultura della valutazione, Napoli, Cronopio, 2012; N. C. Soguel, P. Jaccard (a c. di.), Governance and performance of education systems, Springer Science+Business Media B. V., 2008; M. Vukasovic et al., (a c. di), Effects of higher education reforms: change dynamics, Rotterdam, Sense Publishers, 2012; E. Zanelli, L’idea di università. Orizzonti storici, vicoli ciechi e ipotesi di rinnovamento, Torino, Bollati Boringhieri, 2013.
  2. R. Mordenti, Federico Bertoni, Universitaly. La cultura in scatola/Come distruggere l’università. (18.06.2016), http://www.doppiozero.com/materiali/come-distruggere-luniversita-0
  3. I. Calvino, Perché leggere i classici, Milano, Mondadori, 2010.