<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Rivista Scuola IaD &#187; università</title>
	<atom:link href="http://rivista.scuolaiad.it/tag/universita/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://rivista.scuolaiad.it</link>
	<description>Modelli, Politiche R&#38;T</description>
	<lastBuildDate>Fri, 02 Mar 2018 11:49:48 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.4</generator>
	<language>it</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>Il dottorato nel processo di adattamento dell’università spagnola allo Spazio europeo dell’Istruzione Superiore</title>
		<link>http://rivista.scuolaiad.it/n06-2012/dottorato-processo-adattamento-universita-spagnola-spazio-europeo-istruzione-superiore</link>
		<comments>http://rivista.scuolaiad.it/n06-2012/dottorato-processo-adattamento-universita-spagnola-spazio-europeo-istruzione-superiore#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 05 Nov 2012 11:13:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sabrina Ficco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 6 - 2012]]></category>
		<category><![CDATA[dottorato]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://rivista.scuolaiad.it/?p=1728</guid>
		<description><![CDATA[Abstract
Il contributo delinea le tappe del cambiamento del dottorato in Spagna, nel quadro dell’adattamento delle università spagnole allo Spazio europeo dell’Istruzione Superiore derivante dal Processo di Bologna. Il percorso del cambiamento istituzionale e normativo, ricostruito attraverso un lavoro di desk research, è integrato con una riflessione di natura interpretativa, elaborata a partire da alcuni colloqui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Abstract</h2>
<p>Il contributo delinea le tappe del cambiamento del dottorato in Spagna, nel quadro dell’adattamento delle università spagnole allo Spazio europeo dell’Istruzione Superiore derivante dal Processo di Bologna. Il percorso del cambiamento istituzionale e normativo, ricostruito attraverso un lavoro di <em>desk research</em>, è integrato con una riflessione di natura interpretativa, elaborata a partire da alcuni colloqui condotti nell’ambito di un soggiorno di ricerca presso l’Università di Granada. La lettura del cambiamento istituzionale, integrata con il punto di vista degli attori coinvolti nei processi di cambiamento in esame, consente di delineare un quadro dei significati assunti dal cambiamento del terzo ciclo, specchio di profondi mutamenti nella cultura accademica, determinatisi in Spagna in maniera più evidente a seguito dell’ingresso nello Spazio europeo dell’Istruzione Superiore. Tali significati sono strettamente legati al contesto locale di applicazione delle riforme, come è noto negli studi comparativi in educazione, e aiutano seguire le traiettorie di flessione dei discorsi internazionali sull’educazione in chiave locale. I mutamenti attualmente evidenti nel sistema spagnolo riguardano le pratiche accademiche e, in maniera particolare, la produzione accademica di conoscenza, che si connota in termini di trasparenza, trasferibilità, documentabilità e, in ultima analisi, di performatività. Le istanze relative ad un miglioramento del dottorato in direzione extra-accademica, pure presenti nel Processo di Bologna, invece, sembrano ancora da sviluppare.</p>
<h2>Introduzione</h2>
<p>Il dottorato è entrato nell’agenda del Processo di Bologna (d’ora in avanti: BP) a partire dalla Conferenza di Berlino (2003) ed è diventato un tema dominante nelle successive conferenze di Bergen (2005), Londra (2007) e Leuven (2009) e Vienna/Budapest (2010). Le Conclusioni di Salisburgo<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-1' id='fnref-1728-1'>[1]</a></sup> hanno individuato dieci principi di base per lo sviluppo dei programmi di dottorato, e le raccomandazioni di Salisburgo II<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-2' id='fnref-1728-2'>[2]</a></sup> li hanno precisati e ribaditi. Il dottorato, terzo ciclo del BP, diviene luogo di congiunzione tra Spazio europeo dell’Istruzione Superiore e Spazio Europeo della Ricerca. Ricerca e formazione alla ricerca sono ritenuti elementi strategici per preservare e migliorare il sistema di istruzione superiore europeo, potenziandone la qualità e la competitività nel quadro della «economia basata sulla conoscenza più competitiva al mondo»<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-3' id='fnref-1728-3'>[3]</a></sup>. Nel quadro delineato dal BP, le competenze di ricerca che si formano nei dottorati devono essere indirizzate non solo alla ricerca academica ma anche al contesto economico allargato, con particolare attenzione al mondo produttivo e del lavoro, nei confronti dei quali il mondo accademico appare ancora molto distante.</p>
<p>In questo contesto, le università vengono identificate come principale attore responsabile nella definizione di programmi di dottorato di alta qualità, e devono istituzionalizzare la responsabilità dei percorsi di dottorato. Ciò significa che ogni singola istituzione universitaria deve farsi garante e manager del percorso di formazione alla ricerca e, pur governando i processi in autonomia, può individuare le iniziative e le formule organizzative più opportune per avviare il cambiamento e per farsi carico delle mutate esigenze formative dei dottorati (graduate schools, iniziative formative specifiche per lo sviluppo di competenze trasversali, monitoraggio delle carriere, riformulazione, miglioramento e monitoraggio dei percorsi di studio, miglioramento dei meccanismi di supervisione, superamento dell’isolamento dei dottorandi, facilitazione al raggiungimento di una massa critica). Termini come <em>cross fertilization</em> e <em>mobilità</em> (da intendersi come mobilità <em>accademica, intersettoriale e interdisciplinare</em>) divengono le nuove parole d’ordine che caratterizzano il dottorato: le pratiche accademiche e l’organizzazione dei percorsi devono adeguarsi al contesto dell’<em>economia della conoscenza</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1728-4' id='fnref-1728-4'>[4]</a></sup>. Queste le linee essenziali del discorso elaborato nell’ambito del BP; discorso che, come osserva Schriewer, rappresenta un <em>new european myth</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1728-5' id='fnref-1728-5'>[5]</a></sup>. La valenza di mito assegnata al BP, secondo Schriewer, va intesa elemento che da una parte determina un’adesione formale a un discorso che si presenta come legittimante di fronte ad una platea internazionale di attori e, d’altra parte, determina la contemporanea elaborazione di percorsi secondari di adesione <em>idiomorfica</em> al <em>mito</em>, che si delineano su base locale. Detto in altri termini, le formule che prospettano politiche educative internazionali – come quelle derivanti dal BP &#8211; vengono declinate non solo secondo la cultura locale, ma anche secondo le esigenze politiche, economiche e sociali locali, che differiscono in ciascuno dei contesti di applicazione.</p>
<p>In questo contributo si è scelto di esaminare brevemente il processo di cambiamento del dottorato in Spagna, perché permette di osservare la flessione peculiare che le formulazioni europee sull’istruzione superiore assumono localmente; in questo caso, osserveremo che il cambiamento assume la direzione <em>idiomorfica</em> del miglioramento delle pratiche accademiche.</p>
<p>In Spagna il BP è apparso come un’occasione che ha fornito grandi opportunità per superare i problemi e le sfide che le università spagnole si trovavano ad affrontare<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-6' id='fnref-1728-6'>[6]</a></sup>. La creazione di uno Spazio europeo dell’Istruzione Superiore è stata considerata come un passo nella costruzione di una simbologia europea che, nel contesto specifico spagnolo, rappresenta istanze di modernizzazione istituzionale<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-7' id='fnref-1728-7'>[7]</a></sup>. In questo senso, come osservato da Witte (in uno studio sull’implementazione dei primi due cicli del BP in alcuni paesi europei) il modello internazionale è utilizzato per legittimare le preferenze nazionali<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-8' id='fnref-1728-8'>[8]</a></sup> che, come sarà illustrato attraverso la descrizione delle recenti elaborazioni strategiche nazionali sui temi di università e ricerca, in questo caso si muovono in direzione della modernizzazione del sistema di istruzione e ricerca, verso un modello di università <em>research intensive</em>. Una volta raggiunti gli obiettivi legati a questa priorità interna, probabilmente, ci sarà tempo e spazio per sviluppare le istanze non accademiche di miglioramento del dottorato elaborate in seno al BP. Per il momento, la convergenza verso il modello europeo chiarisce, consolida e aumenta la familiarizzazione con un desiderato modello nazionale di università.</p>
<h2>Breve panorama sul quadro legislativo e strategico dell’università in Spagna</h2>
<p>La Costituzione spagnola del 1978, è il primo testo normativo che, alla caduta del franchismo, si occupa della regolazione delle università spagnole. La Costituzione non stabilisce il mandato dell’istruzione superiore, né ne indica gli obiettivi, ma ne prescrive una gestione di competenza delle Comunità Autonome, in cui solo la regolamentazione normativa del sistema è affidata al livello centrale. La prima legge che organizza in maniera organica il sistema dell’università è la <em>Ley de Reforma universitaria</em> del 1983 (d’ora in avanti: LRU), che rappresenta la base per il processo di emancipazione del sistema di istruzione superiore dal controllo dello Stato, al termine del franchismo<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-9' id='fnref-1728-9'>[9]</a></sup>. La LRU si focalizza sul forte legame tra università e società, sull’organizzazione democratica delle università e sul processo di crescita della scienza in senso moderno. La legge inoltre attua il principio di attribuzione delle funzioni gestionali alle comunità autonome, trasferendo la competenza sulle università dal governo centrale alle regioni, i cui governi sono tutt’ora responsabili per l’approvazione di nuove università private, la creazione di nuove università pubbliche, il finanziamento delle università pubbliche e lo sviluppo di norme specifiche per l’istruzione universitaria, con l’unico limite di non contraddire le norme nazionali. Le università divengono dunque enti autonomi, con una <em>governance</em> interna estremamente democratica, basata sull’elezione di tutte le figure di governo da parte del personale accademico, non accademico e degli studenti. La competenza in materia di istruzione superiore è trasferita ai governi regionali attraverso la distribuzione di finanziamenti a pioggia, il cui utilizzo è liberamente gestito all’interno delle università.</p>
<p>Tale modello di <em>governance</em> evidenzia segnali di inefficienza nel corso degli anni Novanta. È in questo contesto che la Conferenza dei Rettori delle Università Spagnole (CRUE) commissiona uno studio sulla situazione e sulla necessità di una riforma, che si concretizza nell’<em>Informe Bricall</em>, un ampio rapporto che riflette sui cambiamenti intervenuti nel rapporto tra università e società<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-10' id='fnref-1728-10'>[10]</a></sup>. A questo momento di riflessione segue l’avvio di una serie di riforme nell’università spagnola, che hanno inizio con la promulgazione della Ley Organica de la Universidad (d’ora in avanti: LOU) nel 2001 e proseguono la successiva <em>Ley Orgánica</em> de <em>Modificación de la Ley Orgánica de Universidades </em>4/2007 (d’ora in avanti: LOMLOU). Il primo dei provvedimenti citati dà inizio al lento processo normativo di adattamento allo Spazio europeo dell’Istruzione Superiore, che prosegue con la seconda legge organica di riforma; in tale processo, si fa progressivamente più evidente una marcata connotazione del sistema universitario in termini di <em>Investigación, desarrollo e innovación</em><strong> (</strong>I+D+i). Le riforme successive al rapporto Bricall recepiscono infatti la necessità di un cambiamento nell’università spagnola, chiarendo e sottolineando la relazione tra università e società della conoscenza. In particolare il testo della riforma del 2001 sottolinea come l’università si sia radicalmente modificata negli ultimi venticinque anni e come essa abbia contribuito allo sviluppo complessivo della società, riprendendo alcune idee sottolineate nel rapporto Bricall, come la necessità di «sistematizar y actualizar los múltiples aspectos académicos, de docencia, de investigación y de gestión, que permitan a las Universidades abordar, en el marco de la sociedad de la información y el conocimiento, los retos derivados de la innovación en las formas de generación y transmisión del conocimiento»<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-11' id='fnref-1728-11'>[11]</a></sup>. Questi obiettivi devono concretizzarsi in ricerca e insegnamento di qualità ed eccellenza, perseguibili da una parte attraverso l’accentuazione dell’autonomia dell’università e, d’altra parte, attraverso il rafforzamento della necessità di una nuova <em>accountability</em>, relativa all’uso delle risorse e al conseguimento degli obiettivi.</p>
<p>Tra gli obiettivi strategici per un’integrazione competitiva del sistema universitario spagnolo all’interno dello Spazio europeo dell’Istruzione Superiore – che, all’epoca della promulgazione della legge, nel 2001, ha già iniziato a prendere forma in Europa – si possono individuare: la creazione, lo sviluppo, la trasmissione e la valutazione della scienza, della tecnologia e della cultura; l’offerta di percorsi di formazione che permettano agli studenti di intraprendere attività professionali ad elevato contenuto scientifico, professionale ed artistico; la diffusione, la valutazione e il trasferimento di conoscenza con l&#8217;obiettivo di rafforzare la cultura, la qualità della vita e lo sviluppo economico; il miglioramento della qualità del sistema universitario; l’aumento della mobilità di studenti e docenti; la sfida della formazione terziaria attraverso le ICT e l’apprendimento permanente.</p>
<p>Tuttavia, l’elemento che più degli altri lascia un segno concreto per effetto della LOU è rappresentato dall’insieme di iniziative volte a definire procedure operative e strumentali per l’implementazione di una politica di qualità all’interno delle università: infatti, con la LOU, viene per la prima volta istituita l’<em>Agencia</em> <em>Nacional de Evaluación y Calidad</em> (d’ora in avanti: ANECA). Questo elemento rappresenta un’importante innovazione nel panorama dell’istruzione superiore spagnola ed è in assoluto la prima linea del processo di convergenza europea che inizierà ad essere percorsa. La nuova legge formalizza le procedure per valutare la qualità dei corsi di studio e del personale accademico. La LOU decreta infatti che i programmi debbano essere sottoposti a valutazione ed accreditamento ex-post, al fine di essere riconosciuti come titoli ufficiali. Inoltre anche le comunità autonome iniziano a creare le proprie agenzie regionali per la certificazione della qualità dell’insegnamento e delle università. La LOU, infine, contiene cenni ad altre misure, come la regolamentazione delle funzioni di governo dell’università, che hanno costituito a lungo un <em>topic</em> piuttosto dibattuto nell’arena dei discorsi sulla politica universitaria. In particolare, le riforme della <em>governance</em> degli atenei del 2001 hanno previsto l’inserimento di tre persone esterne nel corpo dirigente delle università, l’elezione del rettore per voto diretto (invece della nomina diretta da parte del Senato) e un aumento nella rappresentanza di personale accademico in anzianità di servizio, che ha determinato una lieve riduzione nella rappresentanza studentesca. Secondo Mora, in generale, la LOU mira ad attribuire sia alle università che alle regioni autonome una maggiore indipendenza per sviluppare il proprio corpo legislativo e i propri strumenti regolativi, per meglio adattarsi alla società del XXI secolo<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-12' id='fnref-1728-12'>[12]</a></sup>.</p>
<p>La successiva LOMLOU del 2007 prosegue sulla medesima strada e introduce cambiamenti nella <em>governance</em> relativi alla elezione del rettore, alla selezione e agli organi di coordinamento nel governo dell’università. Infatti, la LOMLOU permette alle università di scegliere se eleggere il rettore tramite il voto diretto di personale e studenti o, in alternativa, tramite il Senato accademico. La struttura di base, imperniata su grandi consigli per ogni livello di decisione, rimane inalterata. Nonostante la nuova legge non porti profondi cambiamenti alla <em>governance </em>interna, essa concede maggiore autonomia alle università facilitando la possibilità di sviluppare attività terze quali <em>partnership </em>con le imprese. Un importante cambiamento formale che la LOMLOU introduce rispetto alla LOU è un’esplicita reinterpretazione della missione del sistema di ricerca dell’università verso l’<em>innovazione</em>: in tutti gli articoli che disciplinano la gestione e il governo della ricerca, accanto al termine <em>ricerca</em> viene affiancato il termine <em>transferencia del conocimiento</em> <sup class='footnote'><a href='#fn-1728-13' id='fnref-1728-13'>[13]</a></sup>.</p>
<p>Contemporaneamente, la riflessione politico-istituzionale sulla ridefinizione del ruolo dell’università non si arresta: nel 2008 viene elaborata la <em>Estrategia Universidad 2015</em> promossa dal <em>Ministerio de Ciencia e Innovación</em> e successivamente diretta dal <em>Ministerio de Educación</em>. La strategia si fonda sulla consapevolezza che le università europee, al di là dei riconosciuti compiti di insegnamento e di ricerca, propri del modello humboldtiano, svolgono oggi la nuova importante funzione del trasferimento di conoscenza e tecnologia. Pertanto, le istituzioni universitarie acquisiscono una nuova identità riconoscibile nel «modelo posthumboldtiano, característico de las universidades modernas intensivas en investigación»<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-14' id='fnref-1728-14'>[14]</a></sup>. Tale transizione verso un nuovo modello identitario delle università spagnole è elemento essenziale per una buona integrazione del sistema universitario spagnolo nel sistema universitario europeo e mondiale, anche in ragione degli obiettivi economici posti dalla strategia di Lisbona. Per queste ragioni, è indispensabile agire in direzione della promozione e della modernizzazione del sistema universitario spagnolo, attraverso il perseguimento della qualità e dell’eccellenza dell’istruzione e della ricerca, attraverso l’internazionalizzazione, lo sviluppo, la valorizzazione dell’innovazione e un più pieno e maturo coinvolgimento della Spagna nel cambiamento economico derivante dall’<em>economia della conoscenza</em>, per fronteggiare sia le richieste sociali interne sia le sfide lanciate dal contesto economico internazionale<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-15' id='fnref-1728-15'>[15]</a></sup>. Si tratta di elementi che si ripetono nelle formulazioni strategiche delle politiche spagnole e che permettono di individuare un orientamento dominante nella trasformazione dell’università spagnola, verso il <em>progresso, il benessere e la competitività </em>del paese, con una marcata attenzione al rafforzamento di quella che in più circostanze viene chiamata <em>terza missione</em> (fig.1).</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Fig. 1: il “Triangolo della Conoscenza”</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1513" title="Schermata 2012-10-29 alle 14.36.10" src="http://rivista.scuolaiad.it/wp-content/uploads/Schermata-2012-10-29-alle-14.36.10.png" alt="Schermata 2012-10-29 alle 14.36.10" width="425" height="284" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Fonte: <em>Estrategia Universidad 2015</em></strong></p>
<p>Non a caso, nel documento istitutivo della strategia si parla apertamente di un nuovo <em>contratto sociale</em> tra università e società<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-16' id='fnref-1728-16'>[16]</a></sup>, in cui l’università deve essere in grado di promuovere un capitale umano altamente qualificato, dotato di conoscenze elevate, capacità, spirito imprenditoriale, spirito critico, e tensione verso il <em>progresso</em>; l’università deve inoltre assumere un ruolo maggiormente attivo nei cambiamenti socio-economici, dato il ruolo centrale e strategico che essa svolge nella creazione, trasmissione e socializzazione delle conoscenze. Inoltre, accanto all’obiettivo di una maggiore competitività nel panorama delle migliori università europee, da raggiungere attraverso il rafforzamento sia dell’istruzione che della ricerca, si enfatizza il ruolo di motore economico che le università dovrebbero assumere per diventare centri di attrazione e di generazione di ricchezza, veicoli di creazione culturale in grado di migliorare la proiezione nazionale e internazionale del territorio in cui si trovano. Infine, si pone l’attenzione sulla necessità che il sistema universitario divenga <em>differenziato e specializzato</em>, sulla base dei punti di forza e delle specificità emergenti. <em>Estrategia Universidad 2015</em> rinnova inoltre l’attenzione sull’importanza strategica della completa integrazione della Spagna all’interno dello Spazio europeo dell&#8217;Istruzione Superiore avviato dal BP. Questo processo si può considerare effettivamente operante con la promulgazione del Real Decreto (d’ora in avanti: RD) 1393/2007, che stabilisce la <em>Ordenación de las enseñanzas universitarias officiales</em>.</p>
<p>Altra importante tappa legislativa nella strategia di ridisegno dell’università spagnola è l’approvazione della la <em>Ley de la Ciencia, la Tecnología y la Innovación</em> (LCTI) del 2011, dopo un lungo processo di gestazione. Il provvedimento sostituisce la precedente <em>Ley</em> <em>de</em> <em>Investigación</em> <em>Científica</em> <em>y Tecnológica</em> 13/1986 e mira a stabilire un quadro generale per la promozione e il coordinamento della ricerca scientifica e tecnologica per contribuire allo sviluppo sostenibile e al benessere sociale attraverso la generazione e la diffusione di conoscenza e innovazione. Il provvedimento regola anche la contrattualistica del personale di ricerca, compresi i dottorandi<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-17' id='fnref-1728-17'>[17]</a></sup>, che vengono assimilati a lavoratori a contratto presso le università; la legge, inoltre, disciplina anche la fase postdottorale, caratterizzandola in termini di progressivo affinamento e consolidamento delle abilità di ricerca, in direzione di una transizione verso un profilo sempre più autonomo di ricercatore. Altri elementi rilevanti del provvedimento sono l’introduzione di strumenti e misure volte a promuovere le attività di ricerca, come la possibilità di concludere accordi di cooperazione con altri soggetti: vengono introdotti strumenti giuridici di diritto privato per la regolazione delle azioni di trasferimento di conoscenza; si enfatizza la dimensione dell’internazionalizzazione delle attività di ricerca ai fini della cooperazione allo sviluppo del sistema.</p>
<p>All’interno del quadro sin qui delineato, in cui innovazione e trasferimento di conoscenza acquisiscono un ruolo centrale in quanto indicatori della produttività scientifica e della performance delle università, è utile osservare i concomitanti cambiamenti di contenuto e di struttura del dottorato, in virtù della sua natura di elemento che tradizionalmente unisce ricerca e insegnamento, che deve oggi integrare al suo interno la <em>terza missione</em> e che può contribuire al favorevole posizionamento delle università spagnole sulla scena scientifica internazionale.</p>
<h2>Il dottorato in Spagna prima del BP</h2>
<p>Prima dell’introduzione del BP ed effettivamente sino all’anno accademico 2006/2007<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-18' id='fnref-1728-18'>[18]</a></sup> l’istruzione universitaria in Spagna è stata organizzata secondo uno schema tradizionale che prevedeva (i) corsi a ciclo breve, detti di <em>Diploma</em>, orientati a competenze professionali, che permettevano il conseguimento di un diploma universitario in due o tre anni di corso; (ii) corsi di ciclo lungo detti di <em>Licenciatura</em>, che prevedevano il completamento di un primo e di un secondo ciclo o di un ciclo unico per il conseguimento della laurea, di durata compresa tra quattro e cinque anni; (iii) corsi di secondo ciclo, che permettevano il conseguimento di una laurea e in generale duravano due anni, a seguito del conseguimento di un titolo di primo ciclo o completato il primo ciclo di un corso di ciclo lungo; (iv) corsi di terzo ciclo (<em>Doctorado</em>) che potevano essere intrapresi da parte dei titolari di titolo di secondo ciclo o titolo unico a ciclo lungo, finalizzati alla specializzazione in diverse discipline scientifiche, tecniche e artistiche, nonché alla formazione nelle metodologie di ricerca. La programmazione dei corsi di dottorato era effettuata da dipartimenti universitari e istituti di ricerca. Inoltre, al di là dei percorsi di studio conducenti a diplomi ufficiali nazionali, le università a partire dalla metà degli anni Ottanta hanno avviato l’offerta di corsi specializzazione professionale e <em>títulos propios </em>(<em>Experto, Técnico</em>, etc.) in alcuni casi collocabili a livello di terzo ciclo, come alternativa al dottorato. La durata e i requisiti di ammissione per questo tipo di corsi potevano variare notevolmente a seconda dell’ateneo promotore. Tale offerta formativa non faceva parte della struttura ufficiale delle qualifiche, e tutt’ora questi titoli &#8211; correntemente offerti dalle università &#8211; non hanno valore legale sul tutto il territorio nazionale.</p>
<p>Il passaggio verso la nuova architettura dei cicli prevista dal BP è stato abbastanza lento e di fatto in parte operativo solo in seguito alla definizione del RD 55/2005 e del RD 56/2005. Inoltre, il nuovo quadro dei titoli universitari ha determinato una ristrutturazione profonda dell’idea di <em>cicli</em> e <em>posgrado</em>, ragione per cui i cambiamenti del dottorato risultano profondamente legati all’introduzione e alla progressiva definizione dei <em>Másteres oficiale</em>s, vale a dire dei titoli di secondo ciclo.</p>
<p>Sebbene il BP influisca profondamente sul dottorato, è utile ripercorrere dal principio le tappe dello sviluppo normativo che ha regolato il terzo ciclo dell’istruzione superiore. Il primo provvedimento in materia è la <em>Ley Orgánica de Reforma Universitaria</em> 11/1983 &#8211; LRU, che attribuisce al Governo la facoltà di decidere, su proposta del <em>Consejo de Universidades</em>, i criteri per l’attribuzione del titolo di <em>Doctor</em> ai quali dovranno poi adeguarsi gli statuti universitari. Sulla base di questa delega viene promulgato il RD 185/1985, che regola il terzo ciclo di studi universitari (che comprende il <em>Doctorado</em> e gli altri titoli di <em>Posgrado</em>) e sposta la responsabilità degli studi di dottorato dalle facoltà ai fipartimenti, che curano la supervisione e l’avanzamento del lavoro di ricerca dei dottorandi. Il dottorando deve seguire e superare alcuni corsi e successivamente elaborare e discutere una tesi, che consiste in un lavoro originale di ricerca. Nel decreto si individua anche la figura della <em>Comisión de Doctorado</em>, organo di controllo e supervisione, responsabile, tra le altre cose, di approvare i programmi di dottorato o decidere il numero minimo di studenti per ciascun programma.</p>
<p>Nel 1998, il RD 778/1998, dopo 13 anni dal precedente provvedimento, esplicita la regolazione formale dell’architettura accademica di un programma di dottorato. Il decreto definisce una precisa struttura interna della fase formativa del dottorato, valida per qualunque tipo di programma di dottorato: i crediti del programma vengono formalmente divisi in due periodi: (i) il primo periodo, che comprende 20 crediti, costituisce il cosiddetto <em>período de docencia</em> e (ii) il secondo periodo, che comprende 12 crediti di lavoro di ricerca, rappresenta il cosiddetto <em>período di investigación tutelado</em>. I due periodi hanno come obiettivo la specializzazione del dottorando in un campo del sapere e la sua formazione nelle tecniche di ricerca. La legge formalizza in maniera chiara questa struttura, evidentemente già presente nelle pratiche accademiche, e stabilisce che al termine di ciascuno dei periodi lo studente possa ottenere un certificato valido in tutte le università spagnole: al termine del primo si ottiene la certificazione relativa al superamento del <em>período de docencia</em>; al termine del secondo si ottiene il <em>Diploma de Estudios Avanzados</em> (DEA), che garantisce la <em>suficiencia investigadora</em> e rappresenta un attestato degli studi compiuti in forma avanzata nel proprio ambito disciplinare. La formalizzazione di questo sistema “a tappe” rappresenta una modularizzazione interna degli studi dottorali; l’obiettivo è consentire a chi lo voglia di interrompere gli studi avanzati ad un livello intermedio, certificabile e documentabile, legalmente valido come riconoscimento di competenze di ricerca. In alternativa all’interruzione, gli studi dottorali possono essere proseguiti: questa tappa rappresenta l’ingresso nella fase di<em> investigación</em> che darà luogo alla <em>tesis</em> <em>doctoral,</em> sino alla sua conclusione e <em>defensa</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Fig. 2: Il dottorato in Spagna prima del BP</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1514" title="Schermata 2012-10-29 alle 14.36.19" src="http://rivista.scuolaiad.it/wp-content/uploads/Schermata-2012-10-29-alle-14.36.19.png" alt="Schermata 2012-10-29 alle 14.36.19" width="428" height="259" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Fonte: Ibarra Sáiz (2009)</strong></p>
<p>Inoltre, in questo provvedimento per la prima volta si focalizza l’attenzione sulla qualità dei programmi; tale elemento anticipa le iniziative relative alla qualità che avranno avvio con la promulgazione della LOU nel 2001; la qualità è intesa soprattutto in relazione alle partnership tra dipartimenti e università distinti per l’avvio di programmi di dottorato scientificamente avanzati ed innovativi, ed in relazione alla promozione della mobilità tra gli studenti<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-19' id='fnref-1728-19'>[19]</a></sup>.</p>
<p>In questa fase, il <em>Posgrado</em> spagnolo offre anche i <em>Títulos de Posgrado no oficiales</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1728-20' id='fnref-1728-20'>[20]</a></sup>, ai quali si è fatto cenno precedentemente. Tali percorsi formativi rappresentano in molti casi un’alternativa al dottorato, dal momento che entrambe le tipologie di corso possono essere intraprese dopo la <em>Licenciatura</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1728-21' id='fnref-1728-21'>[21]</a></sup>, ossia l’insieme di primo e secondo ciclo, e si collocano dunque a livello di <em>Posgrado</em>.</p>
<h2>La Spagna nello Spazio europeo dell’Istruzione Superiore: un adattamento che comincia dal terzo ciclo</h2>
<p>Con la LOU, come si è anticipato, comincia il processo di integrazione all’interno dello Spazio europeo dell’Istruzione Superiore, che si concretizza essenzialmente nell’introduzione di un sistema di qualità attraverso l’istituzione dell’ANECA. La questione della qualità ha una prima importante conseguenza nel campo del dottorato, ossia l’indizione delle prime <em>Convocatorias</em> per la concessione della cosiddetta <em>Mención de Calidad</em>. L’attribuzione di tale menzione comporta l’assegnazione di finanziamenti competitivi destinati a migliorare la formazione alla ricerca: si stabiliscono nuovi meccanismi per lo sviluppo dell’eccellenza, si punta a migliorare la qualità della docenza e della ricerca attraverso un nuovo sistema che aspira ad essere obiettivo, trasparente e più internazionale; entra in vigore l’accreditamento dei corsi. L’esistenza di dottorati che ottengono la menzione di qualità porta alla progressiva estinzione dei dottorati che non soddisfano i requisiti per l’attribuzione della menzione, o alla confluenza degli stessi nei corsi che soddisfano i requisiti di qualità. Si verifica così una progressiva razionalizzazione dei corsi di dottorato esistenti.</p>
<p>L’altro obiettivo fondamentale della nuova legge, ossia l’adattamento dei titoli spagnoli allo Spazio europeo dell’Istruzione Superiore, resta incompiuto: infatti, nonostante ci si trovi in un momento successivo alla Dichiarazione di Bologna, la LOU ribadisce lo schema dei titoli già stabilito dalla LRU (<em>Diplomado</em>, <em>Licenciado </em>e <em>Doctor</em>), rimandando di fatto la creazione di un nuovo modello a successive iniziative, delegate al governo; in virtù di tale delega saranno successivamente adottati i RD<em> </em>55/2005 e RD 56/2005, istitutivi dei nuovi titoli ufficiali: <em>Grado</em> (55/2005) e <em>Máster </em>e <em>Doctorado </em>(56/2005). Tuttavia, mentre il decreto 56/2005 sarà reso esecutivo, il decreto 55/2005 non lo sarà, in quanto il modello predisposto per il <em>Grado</em> (compreso tra 180 e 240 crediti ECTS) sarà modificato dalla successiva legge 4/2007, <em>Ley Orgánica</em> de <em>Modificación de la Ley Orgánica de Universidades</em> – LOMLOU, e dal decreto 1393/2007, che stabilisce le <em>enseñanzas universitarias oficiales</em>, ossia i nuovi titoli derivanti dall’adesione al BP. Pertanto, l’introduzione dei cicli di Bologna in Spagna inizia effettivamente dal <em>Posgrado</em> (secondo e terzo ciclo), perché a partire dall’anno accademico 2006-2007, per effetto del RD 56/2005, prenderanno avvio i <em>Másteres oficiale</em>s, prima completamente assenti dal panorama dei titoli spagnolo. L’introduzione del <em>Máster</em> si baserà su un ampliamento dei 32 crediti contenuti all’interno dei dottorati (v. paragrafo precedente). In particolare, le linee guida diffuse dal Ministero per l’implementazione dei <em>Másteres</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1728-22' id='fnref-1728-22'>[22]</a></sup> contengono indicazioni operative che suggeriscono di innestare i nuovi <em>Másteres</em> <em>oficiales</em> su quei dottorati che hanno ottenuto la menzione di qualità: qualità e cambiamento dei titoli sono dunque processi strettamente correlati.</p>
<p>L’articolo 2 del R.D. 56/2005 stabilisce inoltre l’ambito di applicazione della legge al <em>Posgrado</em>: «Los estudios oficiales de Posgrado tienen como finalidad la especialización del estudiante en su formación académica, profesional o investigadora y se articulan en <em>programas integrados</em> por las enseñanzas conducentes a la <em>obtención de los títulos de Máster o Doctor</em>» (corsivo mio). Tale formulazione sottintende una visione integrata del <em>Posgrado</em> che vede <em>Máster</em> e <em>Doctorado</em> come un percorso in sequenza, fortemente integrato. Il Máster è definito come “secondo ciclo”; e il <em>Doctorado</em> “terzo ciclo”, la cui finalità è «[…] la formación avanzada del doctorando en técnicas de investigación. Tal formación podrá articularse mediante la organización de cursos, seminarios u otras actividades dirigidas a la formación investigadora e incluirá la elaboración y presentación de la correspondiente tesis doctoral, consistente en un trabajo original de investigación»<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-23' id='fnref-1728-23'>[23]</a></sup>. Questa interpretazione, suggerita dagli stessi testi ufficiali, legge il <em>Máster</em> come periodo di formazione del <em>Doctorado</em>. Sono le università, all’interno di ciascun <em>Programa de Posgrado</em> a individuare le cosiddette <em>líneas de investigación</em>, i docenti e ricercatori addetti alla direzione delle tesi, il numero massimo di studenti, i criteri specifici di ammissione e selezione, e la programmazione e i requisiti minimi nell’ambito della formazione metodologica o scientifica. Sebbene i criteri specifici di ammissione siano delegati alle università, il decreto stabilisce i criteri generali di ammissione, precisando che: «el estudiante, una vez obtenido un mínimo de 60 créditos en programas oficiales de Posgrado o cuando se halle en posesión del título oficial de Máster, podrá solicitar su admisión en el doctorado, siempre que haya completado un mínimo de 300 créditos en el conjunto de sus estudios universitarios de Grado y Posgrado»<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-24' id='fnref-1728-24'>[24]</a></sup>. Nel successivo decreto del 2007 è stabilita la possibilità di iniziare un programma di dottorato dalla sua fase di formazione o dalla sua fase di ricerca<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-25' id='fnref-1728-25'>[25]</a></sup>. Nel primo caso, è sufficiente essere in possesso dei medesimi requisiti necessari per l’accesso al <em>Máster</em>, ossia «estar en posesión de un título universitario oficial español u otro expedido por una institución de educación superior del Espacio Europeo de Educación Superior que facultan en el país expedidor del título para el acceso a enseñanzas de máster»<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-26' id='fnref-1728-26'>[26]</a></sup>. Per l’accesso diretto al <em>período de investigación</em> (il periodo che conduce alla tesi) sono ribaditi i requisiti stabiliti dal precedente decreto, ossia devono verificarsi alternativamente le seguenti condizioni:</p>
<ul>
<li>gli studenti devono essere in possesso di un Máster, o titolo equivalente;</li>
<li>gli studenti devono aver totalizzato almeno 60 crediti acquisiti all’interno di uno o più corsi di Máster, anche senza aver ottenuto il titolo finale;</li>
</ul>
<p>In ogni caso spetta alle università stabilire le procedure e i requisiti di ammissione per ciascun programma di dottorato. Il dottorato risulta così organizzato secondo lo schema seguente. È importante ribadire che in questa fase il <em>Máster</em> è considerato come <em>periodo di formazione del Doctorado</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Fig. 3: Il dottorato in Spagna adattato allo Spazio europeo dell’Istruzione Superiore</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1516" title="Schermata 2012-10-29 alle 14.36.28" src="http://rivista.scuolaiad.it/wp-content/uploads/Schermata-2012-10-29-alle-14.36.28.png" alt="Schermata 2012-10-29 alle 14.36.28" width="359" height="394" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Fonte: Ibarra Sáiz (2009)</strong></p>
<p>Infine, è di più recente approvazione il RD 9/2011, nuovo provvedimento che riguarda il dottorato e che mette terzo ciclo in relazione esplicita con le dimensioni di sviluppo strategico elaborate nell’ambito del BP. I temi elaborati nell’ambito delle dichiarazioni di Berlino, Bergen, e dei principi di Salisburgo sono infatti incorporati nel preambolo della legge ed esplicitano il ruolo svolto dal dottorato come intersezione tra Spazio europeo dell&#8217;Istruzione Superiore e Spazio europeo della Ricerca. Il recepimento delle indicazioni europee evidenzia ancor più l’importanza della ricerca come parte integrante della formazione universitaria; in maniera specifica, nell’ambito della formazione alla ricerca, grande importanza è attribuita alla mobilità, sia nella fase di dottorato, sia nella fase di postdottorato, come parte essenziale nella formazione dei giovani ricercatori. L’accento, in questo caso è posto sul ruolo che i giovani ricercatori possono avere nel cambiamento dell’economia verso un modello di sviluppo orientato alla sostenibilità: essi devono essere in grado di offrire un contributo fondamentale al sistema di ricerca, sviluppo e innovazione ed agire come attori principali del trasferimento di conoscenza per il benessere della società.</p>
<p>Elemento centrale della legge è l’esplicitazione di una strategia di istituzionalizzazione a livello universitario dei cambiamenti che riguardano il dottorato: infatti si chiarisce che il dottorato deve essere al centro delle strategie di ricerca, sviluppo e innovazione delle singole università, conservando flessibilità e autonomia ma raggiungendo al tempo stesso picchi di qualità, internazionalizzazione, innovazione, riconoscimento e mobilità. A questo scopo il provvedimento introduce le <em>Escuelas Doctorales</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1728-27' id='fnref-1728-27'>[27]</a></sup>, il cui obiettivo è la promozione di: «[...] un modelo de formación doctoral con base en la universidad pero integradora de la colaboración de otros organismos, entidades e instituciones implicadas en la I+D+i tanto nacional como internacional, en el que las Escuelas de Doctorado [...] están llamadas a jugar un papel esencial»<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-28' id='fnref-1728-28'>[28]</a></sup>. La legge chiarisce anche che le università devono definire una strategia in materia di formazione e di ricerca a livello di dottorato, della quale saranno proprio le <em>Escuelas doctorales</em> &#8211; o unità organizzative simili – a farsi carico. Tale strategia deve contenere elementi di raccordo con le strategie elaborate da altre organizzazioni e istituzioni impegnate in attività di ricerca, sviluppo e innovazione. È alle <em>Escuelas doctorales</em> che spetta di creare le condizioni di sviluppo di attività trasversali e innovative, tra cui le iniziative legate alla mobilità, che, tra le altre cose, sono oggetto di valutazione per il rinnovo dell’accreditamento dei programmi di dottorato presso l’ANECA ogni sei anni<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-29' id='fnref-1728-29'>[29]</a></sup>.</p>
<p>La legge fa proprie anche altre indicazioni sviluppate nel dibattito europeo sui dottorati, come l’attenzione a una migliore strutturazione didattica interna del dottorato: accanto alle preesistenti <em>comisiones académicas </em>dei corsi di dottorato, responsabili di ciascun programma, e al coordinatore del corso, sono aggiunti alcuni elementi che contribuiscono a definire meglio il processo formativo e la supervisione dei ricercatori in formazione, rendendo tali processi più trasparenti, misurabili e documentabili; in particolare, l’attenzione all’aspetto didattico è accresciuta dall’introduzione del cosiddetto <em>documento de actividades del doctorando<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-30' id='fnref-1728-30'>[30]</a></sup></em> e di un limite temporale per il completamento delle attività di ricerca e per il conseguimento del titolo (stabilito in tre anni a tempo pieno e cinque anni a tempo parziale, con possibilità di proroghe)<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-31' id='fnref-1728-31'>[31]</a></sup>. Si introducono alcune innovazioni di carattere strettamente organizzativo-didattico, come la figura del <em>tutor</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1728-32' id='fnref-1728-32'>[32]</a></sup>, responsabile dell’orientamento del dottorando nell’ambito della formazione erogata nel programma di dottorato o nella <em>Escuela doctoral</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1728-33' id='fnref-1728-33'>[33]</a></sup>, accanto alla figura del <em>Director de tesis</em>, principale responsabile del lavoro di ricerca del dottorando. A proposito della supervisione (<em>seguimento</em>) del lavoro di ricerca, il decreto definisce alcuni dispositivi di controllo, come ad esempio la redazione e l’approvazione di un <em>plan de trabajo</em>, che deve essere verificato e approvato annualmente attraverso una relazione favorevole (<em>informe</em>) del <em>Director de tesis</em> presentata alla <em>Comisión Académica,</em> e il già citato <em>documento de actividades</em>.</p>
<p>Nell’art.2 il decreto ritorna sulla funzione del <em>programma di dottorato</em>, concepito come l’insieme di una parte formativa e di una parte di ricerca; tale elemento, come si è potuto evincere, è presente sin dalla costituzione dei primi dottorati “moderni”, ossia dal 1983. La parte formativa è una parte essenziale per la maturazione scientifica dei dottorandi, perché in essa maturano gli interessi scientifici e le conseguenti scelte di approfondimento, come si evince dal passaggio successivo: «Dicho programa tendrá por objeto el desarrollo de los distintos aspectos formativos del doctorando y establecerá los procedimientos y líneas de investigación para el desarrollo de tesis doctorales»<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-34' id='fnref-1728-34'>[34]</a></sup>. La novità apportata dal provvedimento è nella lettura del dottorato come segmento autonomo rispetto al <em>Máster</em> e che, pertanto, deve essere dotato di una propria parte formativa indipendente da quella del ciclo precedente. La legge inoltre riprende e ripropone dalla Carta europea dei giovani ricercatori le competenze – elaborate nel documento europeo a partire dai Descrittori di Dublino – che un dottore di ricerca deve sviluppare nel corso di programma di terzo ciclo. I passaggi successivi stabiliscono i requisiti richiesti per entrare a far parte della <em>Comisión Académica </em>e del <em>profesorado</em> di un programma di dottorato, requisiti che consistono essenzialmente nel possesso del titolo di dottore e di consistenti periodi impiegati in rilevanti attività di ricerca, secondo quanto stabilito dal RD 1086/1989; si tratta del cosiddetto <em>tramo de investigacion</em> o <em>sexenio</em>.</p>
<p>In sintesi, la nuova legge dà un contributo importante all’autonomia del dottorato, nel senso che lo svincola definitivamente dal Máster, in modo da farne apparire più chiaramente la natura di terzo ciclo, e riepiloga le istanze strategiche e relative alla qualità derivanti dai provvedimenti precedenti.</p>
<h2>Uno specchio dei cambiamenti nella cultura universitaria</h2>
<p>Al fine di comprendere meglio il valore e la portata dei cambiamenti intervenuti nel dottorato in Spagna, le tematiche individuate dall’analisi delle recenti politiche universitarie relative al dottorato sono state approfondite attraverso una serie di colloqui<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-35' id='fnref-1728-35'>[35]</a></sup> in presenza svolti nell’ambito di un soggiorno di ricerca presso l’Università di Granada (d’ora in avanti: UGR).</p>
<p>Il confronto diretto con attori coinvolti nei processi di cambiamento in corso ha permesso l’approfondimento di un quadro estremamente indicativo in particolare in relazione a compiti, funzioni e significati attribuiti al BP, che risulta declinato in ragione di obiettivi e necessità fortemente <em>locali</em>. L’adattamento allo Spazio europeo dell’Istruzione Superiore diviene occasione per rafforzare la dimensione europea e internazionale dell’istruzione superiore spagnola; il dottorato risulta così un punto di partenza per iniziare a cambiare dal basso &#8211; ossia dal momento della formazione iniziale dei ricercatori &#8211; il sistema della ricerca universitaria verso una prospettiva più internazionale, permettendo l’uniformazione delle molteplici e distinte pratiche e culture disciplinari. Infatti, il cambiamento del dottorato legato al BP, secondo quanto riconosciuto dagli intervistati, è andato di pari passo con un cambiamento nella cultura accademica<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-36' id='fnref-1728-36'>[36]</a></sup>; tale cambiamento, sotto molto punti di vista, ha avuto effetti importanti nelle pratiche accademiche legate al dottorato. Un esempio emblematico è il cambiamento nell’idea di tesi dottorale: soprattutto nelle aree di ricerca umanistiche, prima delle riforme citate, la tesi era considerata in molti casi come elemento finale della carriera di professionisti già esperti, in molti casi provenienti dal mondo della scuola e rappresentava il coronamento di un percorso di ricerca durato tutta la vita, «il culmine della propria professionalizzazione»<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-37' id='fnref-1728-37'>[37]</a></sup> Por otro, un número inestable de profesores de secundaria, que al reciclaje o al estímulo investigador le suman un interés creciente por mejorar cualitativamente el currículum respectivo en los concursos de cátedra».]. In questa visione era completamente estranea l’idea di trasferimento di conoscenza; la tesi e il conseguimento del titolo di <em>Doctor</em> rappresentavano un traguardo personale. In questa visione della ricerca dottorale, non era usuale derivare dalle tesi un gran numero di pubblicazioni, né era necessario che le tesi fossero precisamente inquadrate in più ampi progetti di ricerca o precise <em>lineas de investigación</em>. Per questo motivo, a fronte di un gran numero di tesi, l’impatto in termini di pubblicazione era molto basso, al punto che per alcuni campi del sapere si verificava una invisibilità della ricerca. A seguito delle avvenute riforme, invece, il dottorato ha invece fatto propria l’idea di trasferimento di conoscenza, prestando una grandissima attenzione alle dimensioni della scientificità, della trasferibilità, della pubblicabilità e della riproducibilità e della discussione scientifica; tutte queste dimensioni di performance portano a precisi output di produttività, che si concretizzano in articoli, progetti, pubblicazioni, attività di comunicazione scientifica e trasferimento di conoscenza. È perciò cambiato il modo di intendere la tesi: prima doveva dimostrare, spiegare, proporre; le era però estraneo il compito del trasferimento di conoscenza. Attualmente, invece, le questioni legate all’impatto scientifico, alla pubblicabilità, al trasferimento, all’internazionalizzazione acquistano importanza anche a livello di dottorato. Questi cambiamenti sono stati particolarmente percepiti in ambito umanistico, in cui è tradizionalmente prevalsa l’idea della monografia come strumento principe nella diffusione di nuova conoscenza <sup class='footnote'><a href='#fn-1728-38' id='fnref-1728-38'>[38]</a></sup>. Un altro elemento di performance (e di performatività) è la rilevanza della ricerca: in passato l’approfondimento di qualunque argomento poteva essere considerato rilevante per una tesi di dottorato; nella situazione attuale, è ormai consolidata la prassi di inquadrare precisamente le tesi nell’ambito di una <em>linea de</em> <em>investigación</em>. La prevalenza dell’organizzazione della ricerca universitaria in <em>lineas de</em> <em>investigación</em> ha avuto importanti conseguenze anche a livello di dottorato: i temi delle tesi devono essere “rilevanti” dal punto di vista scientifico. Le selezioni sui candidati sono nella prassi diventate più selettive (la selezione avviene in genere attraverso il curriculum); anche i requisiti richiesti ai potenziali direttori di tesi sono diventati più selettivi<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-39' id='fnref-1728-39'>[39]</a></sup>. Tutti i tasselli che compongono il dottorato diventano dunque molto più competitivi. Il cambiamento nelle modalità di comunicazione dei risultati di ricerca, d’altra parte, ha determinato anche un cambiamento nel tipo di formazione che viene impartita nei dottorati: c’è oggi infatti un’accresciuta attenzione alla formazione metodologica. Inoltre, una grande attenzione è riservata alla mobilità, che precedentemente avveniva prevalentemente a livello di postdottorato e che, invece, nell’ambito della costruzione dello Spazio europeo dell’Istruzione Superiore, viene anticipata nel corso della formazione dottorale.</p>
<p>Le influenze dirette del BP sulla struttura e sull’organizzazione dei dottorati sono inoltre molto legate all’introduzione delle istanze di qualità che hanno determinato, nell’arco di un breve periodo di tempo, una razionalizzazione dei dottorati. L’assegnazione delle menzioni di qualità ai dottorati ha richiesto il soddisfacimento di precisi requisiti quantitativi relativi alla qualificazione del personale accademico e al numero di pubblicazioni, favorendo così una fusione tra programmi: a una situazione in cui esistevano tanti dottorati quanti Dipartimenti, si è passati ad una situazione in cui i dottorati sono confluiti in programmi integrati per <em>Areas de conocimiento</em>. Questa razionalizzazione dei dottorati riflette la razionalizzazione operata a livello di linee di ricerca, che sono state ridotte e integrate. Il processo di razionalizzazione di Máster e dottorati, iniziato a partire dell’input fornito dalle convocatorias relative alla qualità, ha determinato in misura netta la costituzione di programmi interdipartimentali a partire dalle <em>líneas de investigación più potenti, che si sono raggruppate.</em> Questo cambiamento ha un’altra importante conseguenza: se nella precedente fase il dottorato era vincolato al dipartimento e ne condivideva l’identità, nella situazione attuale i dottorati sono per lo più interdipartimentali o interuniversitari e nascono dalla confluenza di una serie di programmi di <em>Doctorado</em> (e Máster) differenti. L’identità del dottorato corrisponde perciò solo in parte con l’identità dell’<em>area de conocimiento</em>. Di tale nuova identità entrano inoltre a far parte le strutture che si occupano del <em>Posgrado, </em>nonché le Facoltà, che stabiliscono le linee di ricerca prioritarie. L’idea di dottorato assume dunque una nuova forma di percorso scientifico autonomo adatto a stare sulla scena scientifica internazionale. Le idee di trasparenza, controllo e qualità sono fortemente enfatizzate, a partire dalla organizzazione dei controlli interni, che sono collocati a diversi livelli e sono di pertinenza di diversi organismi. Nonostante le differenze tra le discipline, la <em>convergenza nelle pratiche scientifiche </em>risulta dunque avviata.</p>
<p>Ad esempio, presso l’UGR, l’organizzazione di un dottorato organizzato secondo la normativa 1393/2007 attualmente vigente prevede le figure del Coordinatore e della <em>Comisión Académica del Programa de Doctorado</em>. Questo organo si occupa di seguire lo sviluppo delle tesi all’interno di ciascuna <em>línea de investigación</em>, di selezionare e validare i progetti da ammettere, di fornire suggerimenti di miglioramento del lavoro e di vigilare sulla qualità della formazione, l&#8217;offerta didattica, le proposte e le approvazioni di mobilità. La <em>Comisión Académica</em> di un dottorato, come si è detto, è composta dai coordinatori, direttori e rappresentanti delle linee di ricerca e dei <em>grupos de investigación</em> provenienti da tutti i Master e tutti dottorati che, attraverso processi di razionalizzazione, hanno dato vita ai programmi attualmente in essere ai sensi del R.D. 1393/2007. Le valutazioni sui lavori di ricerca di pertinenza della <em>Comisión Académica del Programa</em> acquisiscono dunque una natura più rigorosa perché avvengono in un contesto di <em>svincolamento</em> dei dottorati dai dipartimenti. Pertanto, la supervisione della commissione accademica è considerata un cambiamento positivo per il dottorato e per la sua qualità scientifica, in quanto il dipartimento, in questa nuova percezione accademica che potremmo definire <em>post-Bologna</em>, è un’entità troppo vicina ai direttori di tesi, elemento che può generare poca oggettività nella valutazione dei lavori di ricerca. Alla supervisione assegnata alla <em>Comisión Académica</em> segue poi quella del <em>Consejo asesor de Doctorado</em> che è un organo interno alla <em>Escuela de Posgrado</em>, l’organismo che in alcune università spagnole, come quella di Granada, ha anticipato la legge del 2011 che istituisce la costituzione delle <em>Escuelas Doctorales</em>. Le <em>Escuelas de Posgrado, ove presenti, hanno</em> in parte svolto le funzioni che saranno di pertinenza delle future scuole dottorali. Le informazioni riportate di seguito sono relative in particolare all’esperienza della <em>Escuela de Posgrado</em> dell’UGR<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-40' id='fnref-1728-40'>[40]</a></sup><br />
, che gestisce gli studi di secondo e terzo ciclo attraverso una precisa ripartizione interna delle responsabilità. La direzione della Scuola è infatti affiancata nell’esercizio delle sue funzioni da una direzione aggiunta &#8211; che si occupa dei <em>titulos propios</em> e dei <em>M</em><em>ásteres oficiales</em> che non conducono al dottorato &#8211; e da un <em>Secretariado de Programas de Doctorado</em>, che è responsabile delle attività formative e di ricerca che conducono al conseguimento del titolo di <em>Doctor</em>. Vi sono inoltre due organi collegiali: il <em>Consejo Asesor de</em> <em>enseñanzas</em> <em>de Posgrado</em> e il <em>Consejo Asesor de</em> <em>enseñanzas</em> <em>de Doctorado</em>. Quest’ultimo in particolare si occupa del controllo della gestione, della qualità, della promozione e dell’internazionalizzazione del dottorato, negli ambiti di sua competenza (cioè in quegli ambiti che non competono agli organi del singolo corso). Ne fanno parte oltre al Rettore, al Direttore della Scuola e al Direttore del citato Secretariado, quattordici professori permanenti (<em>titulares o catedraticos</em>) con titolo di dottore, eletti dal Consiglio di Governo dell’università, su proposta del Consiglio di Dipartimento o dell’Istituto al quale appartengono, che rappresentino i distinti <em>ramas de conocimiento</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1728-41' id='fnref-1728-41'>[41]</a></sup>: <em>Arte e Humanidades, Ciencias, Ciencias de la Salud, Ciencias Sociales y Jurídicas, Ingeniería y Arquitectura</em>. Oltre alle competenze di ordine generale, come la promozione della qualità attraverso varie iniziative e la diffusione dell’offerta dell’università, il <em>Consejo Asesor de Doctorado</em> ha anche funzioni specifiche nel <em>seguimento</em> delle tesi: si occupa infatti di decidere dell’ammissione dei progetti di tesi, dell’ammissione alla <em>defensa publica</em> e della designazione del <em>Tribunal</em>. Il passaggio attraverso la valutazione del <em>Consejo </em>rappresenta dunque un ulteriore momento di supervisione finale rispetto alle decisioni prese negli organi interni di ciascun dottorato I livelli di valutazione sono dunque multipli e la confluenza di diversi orientamenti disciplinari all’interno di un unico programma favorisce l’esistenza di percorsi più interdisciplinari.</p>
<p>È importante notare che i passaggi sopra ricostruiti attraverso la consultazione con docenti dell’UGR a vario titolo impegnati nell’organizzazione, nel coordinamento, nella docenza di programmi di dottorato, trovano conferma anche in altri contesti. Ad esempio, anche Hernández Pina e Díaz Martínez<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-42' id='fnref-1728-42'>[42]</a></sup> di recente osservano:</p>
<blockquote><p>La formación de doctores ha pasado de ser una relación directa entre el director de la tesis y el doctorando a otra mucho más amplia en la que interviene además la institución universitaria y las administraciones. En el proceso de Convergencia los cambios en este nivel de cualificación son evidentes. El doctorado ha pasado de una formación dependiente casi exclusivamente de los departamentos a otra en la que se ven implicados los grupos de investigación, la institución universitaria y la administración, todo ello en un sistema integrado y continuo de ciclos que va desde el grado al doctorado pasando por el máster<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-43' id='fnref-1728-43'>[43]</a></sup>.</p></blockquote>
<p>Infatti, la <em>Escuela de Posgrado</em> è l’organo che si occupa di guidare il dottorato verso le linee strategiche dell’università<sup class='footnote'><a href='#fn-1728-44' id='fnref-1728-44'>[44]</a></sup>. La sua missione, a prescindere dalla struttura che potrà assumere con la nuova legge, resta quella di conseguire una maggiore qualità degli studi, una maggiore trasparenza e una migliore trasferibilità. Nell’operato degli ultimi anni la Scuola di Granada è stata in grado di fornire un buon supporto per il miglioramento dei dottorati, che da essa attualmente dipendono in maniera organica. In generale, l’idea delle nuove <em>Escuelas doctorales</em> è legata infatti all’internazionalizzazione e alla creazione di più numerosi e più forti legami con le imprese e con il mondo del lavoro, anche per riuscire ad attrarre finanziamenti privati, in direzione di un dottorato sempre più integrato non solo nello Spazio europeo dell’Istruzione Superiore ma anche e soprattutto in un panorama universitario <em>research intensive</em>.</p>
<p>Infatti, ad una prima lettura, i cambiamenti del dottorato osservati, avvenuti come conseguenza dell’adattamento alla struttura dei cicli di Bologna, al di là del complicato percorso legislativo che è stato illustrato, appaiono per il momento definiti e declinati in funzione di obiettivi prettamente finalizzati al cambiamento interno al mondo accademico; i cambiamenti osservati sino a questo momento sono legati al consolidamento della funzione del dottorato inteso come luogo principale in cui si forma il nuovo ricercatore <em>accademico,</em> che deve operare in un contesto di ricerca internazionale, competitivo e performante. Il BP ha influito decisivamente nei processi di cambiamento osservati, agendo come acceleratore di trasformazioni ritenute necessarie. Tuttavia, sarà interessante osservare le trasformazioni che seguiranno, per comprendere in che misura saranno orientate in direzione dell’altra parola d’ordine, più volte al centro delle politiche programmatiche spagnole, ossia il <em>trasferimento di conoscenza</em>, inteso anche e soprattutto in direzione extra-accademica.</p>
<h2>Bibliografia</h2>
<p>Bricall, J.M. (2000). <em>Informe Universidad 2000. </em>Madrid. CRUE.</p>
<p>Cortina García, F., González Olmos, B., «La encuesta sobre recursos humanos en ciencia y tecnología. un instrumento de análisis de la situación de los doctores en españa y su movilidad», in <em>XI foro ANECA. El Doctorado: Logros y desafíos</em> Madrid, ANECA, 2009, pp. 21-30.</p>
<p>European Council, <em>Presidency conclusion</em>, Lisbon, (23-247372000)</p>
<p>Hernández Pina, F., Díaz Martínez, E. <em>La Formación de Doctores en el contexto del EEES. Una formación basada en competencias</em>, «Revista Fuentes», n°10, 2010, pp. 69-82.</p>
<p>Ibarra Sáiz, M.S., <em>EVALDOC-Evaluación prospectiva de las enseñanzas de Doctorado. Propuesta de estrategias institucionales</em>, Madrid, ANECA, 2009.</p>
<p>Michavila, F. y Calvo, B., <em>La universidad española hacia Europa</em>, Madrid, Fundación Alfonso García Escudero, 2000.</p>
<p>Ministerio de Educación y Ciencia, <em>Directrices para la elaboración de títulos universitarios de Grado y Máster</em>,<em> </em>Madrid, MEC, 2006.</p>
<p>Ministerio de Educación y Ciencia, <em>Estrategia Univesidad 2015</em>, Madrid, MEC, 2008.</p>
<p>Mora, J.G. <em>Spagna</em>, in «Universitas Quaderni»<em> </em>n° 24<em>, La Governance nelle università europee,</em> Roma, Cimea della Fondazione RUI, 2009, pp. 211-260</p>
<p>Mora, J.G., Vieira, M.J., Chaparro, D., Detmer, A. (2009). «National Report ‐ Spain» in <em>Good Practices in University-Enterprise Partnerships &#8211; GOODUEP PROJECT </em>(a cura di JG. Mora, A. Detmer, M.J. Vieira), 2009. <a href="http://gooduep.eu/documents/Spain_National_Report.pdf">http://gooduep.eu/documents/Spain_National_Report.pdf</a> (verificato il 9 settembre 2012)</p>
<p>Simón, P., <em>Y al Acabar la Carrera, ¿“Master” o Doctorado? Los “master” dan prioridad a la práctica, frente a la vocación académica del doctorado</em>, in «Su Dinero &#8211; El Mundo» n°140, 4 ottobre 1998: <a href="http://www.elmundo.es/sudinero/noticias/act-140-11.html">http://www.elmundo.es/sudinero/noticias/act-140-11.html</a> (verificato il 9 settembre 2012)</p>
<p>Pereyra, M. A., Luzón, A. y Sevilla, D., <em>Las universidades españolas y el proceso de construcción del Espacio Europeo de Educación Superior. Limitaciones y perspectivas de cambio </em>«Revista Española de Educación Comparada»<em>, </em>n°12, 2006, pp. 113-143.</p>
<p>M. A. Pereyra, A. Luzón e D. Sevilla, «Spanish Universities and the Process of Construction of the European Higher Education Area (EHEA). Challenges and structural difficulties», in <em>Changing University in Europe and the &#8220;Bologna Process&#8221;, </em>(a cura di D. Palomba), Roma, Aracne, 2008, pp. 149-193.</p>
<p>Schimank, U., Winnes, M., <em>Beyond Humboldt? The relationship between teaching and research in European university systems</em> in «Science and Public Policy»<em>, </em>n°27, 6, 2000, pp. 397-408.</p>
<p>Schriewer, J., «“Bologna”: a Neo-European Myth?» in <em>Changing University in Europe and the &#8220;Bologna Process&#8221;, </em>(a cura di D. Palomba), Roma, Aracne, 2008, pp. 229-258.</p>
<p>Sevilla Merino, D., <em>Doctoral Studies in Spain. The Arduous Shift from Legal and Bureaucratic Control to Research Quality and Social Relevance. The Experience of the University of Granada</em>, in corso di pubblicazione.</p>
<p>Toledano, F., «La diversidad como desafío en los estudios de máster en Historia», in <em>XI foro ANECA. El Doctorado: Logros y desafíos</em> Madrid, ANECA, 2009, pp. 63-78.</p>
<p>Witte, A. (2006). <em>Change of Degrees and Degrees of CHange. Comparing Adaptations of European Higher Education Systems in the context of the Bologna Process,</em> Enschede, Center for Higher Education Policy Studies &#8211; University of Twente.</p>
<p>Leggi e decreti</p>
<p>Jefatura de Estado. Ley Orgánica 11/1983, de 25 de agosto, de Reforma Universitaria. (BOE, 01.09.1983).</p>
<p>Jefatura de Estado. Ley 13/1986, de 14 de abril, de Fomento y Coordinación General de la Investigación Científica y Técnica.(BOE, 18.04.1986)</p>
<p>Jefatura de Estado. Ley Orgánica 6/2001, de 21 de diciembre, de Universidades, (BOE, 24.12.2001).</p>
<p>Jefatura de Estado. Ley Orgánica 4/2007, de 12 de abril, por la que se modifica la Ley Orgánica 6/2001, de 21 de diciembre, de Universidades, (BOE, 13.04.2007).</p>
<p>Ministerio de Educación y Ciencia. Real Decreto 185/1985, de 23 de enero, por el que se regula el Tercer Ciclo de Estudios Universitarios, la obtención y expedición del título de Doctor y otros estudios postgraduados, (BOE, 16.02.1985).</p>
<p>Ministerio de Educación y Ciencia. Real Decreto 778/1998, de 30 de abril, por el que se regula el Tercer Ciclo de Estudios Universitarios, la obtención y expedición del título de Doctor y otros Estudios de Postgrado, (BOE, 01.05.1998).</p>
<p>Ministerio de Educación y Ciencia. Real Decreto 55/2005, de 21 de enero, por el que se establece la estructura de las enseñanzas universitarias y se regulan los estudios universitarios oficiales de Grado, (BOE, 25.01.2005).</p>
<p>Ministerio de Educación y Ciencia. Real Decreto 56/2005, de 21 de enero, por el que se regulan los Estudios Universitarios Oficiales de Posgrado, (BOE, 25.01.2005).</p>
<p>Ministerio de Educación y Ciencia. Real Decreto 1393/2007, de 29 de octubre, por el que se establece la Ordenación de las Enseñanzas Universitarias oficiales. (BOE, 30.10.2007).</p>
<p>Ministerio de Ciencia e Innovación. Ley 14/2011, de 1 de junio, de la Ciencia, la Tecnología y la Innovación. B.O.E. (2.06.2011).</p>
<p>Ministerio de Educación. Real Decreto 99/2011, de 28 de enero, por el que se regulan las enseñanzas oficiales de doctorado, (BOE, 10.02.2011).</p>
<p><h4><a href="http://rivista.scuolaiad.it/download/rivista-IaD_n6-2010_ficco_saggi.pdf" title="Scarica Il dottorato nel processo di adattamento dell’università spagnola allo Spazio europeo dell’Istruzione Superiore" target="_blank">Scarica "Il dottorato nel processo di adattamento dell’università spagnola allo Spazio europeo dell’Istruzione Superiore" in formato PDF</a>.<h4>
<div class='footnotes'>
<div class='footnotedivider'></div>
<ol>
<li id='fn-1728-1'>Cfr. EUA, <em>Doctoral Programmes for the European Knowledge Society</em>, 2005, Bruxelles. URL: <a href="http://www.eua.be/eua/jsp/en/upload/Doctoral_Programmes_Project_report.1129278878120.pdf">http://www.eua.be/eua/jsp/en/upload/Doctoral_Programmes_Project_report.1129278878120.pdf</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-1'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-2'>EUA, <em>Salzburg II Recommendations: European universities&#8217; achievements since 2005 in implementing the Salzburg Principles</em>, 2010, Bruxelles. URL: <a href="http://www.eua.be/Libraries/Publications_homepage_list/Salzburg_II_Recommendations.sflb.ashx">http://www.eua.be/Libraries/Publications_homepage_list/Salzburg_II_Recommendations.sflb.ashx</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-2'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-3'>Presidency conclusion, URL: <a href="http://www.europarl.europa.eu/summits/lis1_it.htm">http://www.europarl.europa.eu/summits/lis1_it.htm</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-3'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-4'>Cfr. European University Association, <em>Doctoral programmes in Europe’s Universities: Achievements and Challenges</em>, 2007 Bruxelles. URL: <a href="http://www.eua.be/typo3conf/ext/bzb_securelink/pushFile.php?cuid=802&amp;file=fileadmin/user_upload/files/Publications/Doctoral_Programmes_in_Europe_s_Universities.pdf">www.eua.be/typo3conf/ext/bzb_securelink/pushFile.php?cuid=802&amp;file=fileadmin/user_upload/files/Publications/Doctoral_Programmes_in_Europe_s_Universities.pdf</a><span style="text-decoration: underline;"> </span> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-4'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-5'>Cfr. J. Schriewer, «“Bologna”: a Neo-European Myth?», in <em>Changing University in Europe and the “Bologna Process” </em>(a cura di<em> </em>D. Palomba), Roma, Aracne, 2008, pp. 229-258. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-5'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-6'>Cfr. M. A. Pereyra, A. Luzón e D. Sevilla, «Spanish Universities and the Process of Construction of the European Higher Education Area (EHEA). Challenges and structural difficulties», in D. Palomba (a cura di), <em>op. cit</em>, p. 151. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-6'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-7'><em>Ivi</em>, p. 166. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-7'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-8'>Cfr. A. Witte, <em>Change of Degrees and Degrees of Change. Comparing Adaptations of European Higher Education Systems in the context of the Bologna Process.</em> Enschede, Center for Higher Education Policy Studies &#8211; University of Twente, 2006. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-8'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-9'>Cfr. J.G Mora, <em>Spagna</em>, in «Universitas Quaderni», n°24, <em>La Governance nelle università europee</em>, Roma, Cimea della Fondazione RUI, 2009, pp. 211-260. Secondo Mora l’università spagnola pre-costituzione del 1978 è perfettamente collocabile nel modello napoleonico di istruzione superiore: le università erano vere e proprie agenzie statali, totalmente regolate da leggi e norme emanate dallo Stato. Ogni aspetto del loro funzionamento era controllato dall’applicazione di regole esterne, applicabili a tutte le strutture d’istruzione superiore. I programmi accademici e i curricola di studio erano identici in tutte le università. Inoltre le università non avevano budget propri e le spese erano direttamente regolamentate dallo Stato. L’autore evidenzia il carattere elitario di tale modello, il cui scopo principale consisteva nel preparare la futura classe dirigente dello stato moderno: come in altri modelli napoleonici, le università spagnole avevano dunque un forte orientamento professionale; di conseguenza, l’insegnamento era focalizzato sulla trasmissione delle competenze necessarie allo sviluppo delle professioni, molte delle quali erano esercitate nella struttura statale. Altri autori invece definiscono il sistema universitario spagnolo come <em>pre-humboldtiano,</em> cfr. U. Schimank, e M. Winnes, <em>Beyond Humboldt? </em><em>The relationship between teaching and research in European university systems</em> in «Science and Public Policy»<em>, </em>n° 27, 6, 2000, pp. 397- 408. Da questo orientamento professionale si passa in epoca postfranchista ad un orientamento che invece valorizza e privilegia la funzione di ricerca dell’università, che muta nel tempo, sino ad incorporare le idee di ricerca, innovazione e trasferimento di conoscenza, che pervadono tanta parte dei documenti strategici spagnoli a partire dal 2000. Dello stesso parere D. Sevilla, <em>Doctoral Studies in Spain. The Arduous Shift from Legal and Bureaucratic Control to Research Quality and Social Relevance. The Experience of the University of Granada</em> (in corso di pubblicazione): «The university clearly followed the Napoleonic model. It was strongly elitist and markedly bureaucratic in operation, legitimising a minority to occupy the most socially important posts for which a university education was required. Its purpose was mainly to select, prepare and legitimise individuals to carry out professions requiring advanced knowledge». Si veda in proposito anche M. A. Pereyra, A. Luzón, e D. Sevilla, <em>Las universidades españolas y el proceso de construcción del Espacio Europeo de Educación Superior. Limitaciones y perspectivas de cambio</em>, in<em> </em>«Revista Española de Educación Comparada»<em>, </em>n°12, 2006, pp. 113-143. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-9'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-10'>Cfr. J.M. Bricall, <em>Informe Universidad 2000, </em>Madrid, CRUE, 2000. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-10'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-11'>Cfr. LOU, <em>Exposición de motivos</em>, I. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-11'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-12'>Cfr. J. Mora, <em>op. cit.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-12'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-13'>Cfr. LOU, articoli 34-39. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-13'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-14'>Cfr. Ministerio de Educación y Ciencia, <em>Estrategia Univesidad 2015</em>, MEC, Madrid, 2008, p. 5. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-14'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-15'><em>Ivi,</em> p.6. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-15'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-16'><em>Ivi,</em> p.8 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-16'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-17'>Cfr. <em>Ley de la Ciencia, la Tecnología y la Innovación, </em>Preambolo e art. 21. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-17'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-18'>Cfr. J.G. Mora et alii, «National Report ‐ Spain» in <em>Good Practices in University-Enterprise Partnerships &#8211; GOODUEP PROJECT, </em>2009 ( a cura di J.G.,Mora, A.Detmer, M.J. Vieira) <a href="http://gooduep.eu/documents/Spain_National_Report.pdf">http://gooduep.eu/documents/Spain_National_Report.pdf</a> (verificato il 10 ottobre 2012) <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-18'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-19'>Cfr. R.D. 778/1998, Introduzione. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-19'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-20'>Cfr. R.D. 778/1998, art.17. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-20'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-21'>Per una sintesi chiara e commentata a proposito dell’offerta formativa di <em>Posgrado</em> nel 1998 si consiglia la lettura del seguente articolo, pubblicato su “Su dinero”, supplemento economico del quotidiano El Mundo, Número 140 del 4 ottobre 1998, di P. Simón. URL: <a href="http://www.elmundo.es/sudinero/noticias/act-140-11.html">http://www.elmundo.es/sudinero/noticias/act-140-11.html</a> (verificato il 10 ottobre 2012). Come si può leggere, molti dei <em>titulos propios</em> vengono chiamati <em>Másteres</em> dalle istituzioni che li organizzano, e non sono offerti esclusivamente dalle università, ma anche da parte di molti soggetti privati. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-21'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-22'>Cfr. Ministerio de Educación y Ciencia, <em>Directrices para la elaboración de títulos universitarios de Grado y Máster</em>,<em> </em>Madrid MEC, 2006. URL: <a href="http://www.eees.ua.es/grados/Directrices%20para%20la%20elaboraci%F3n%20de%20t%EDtulos.pdf">http://www.eees.ua.es/grados/Directrices%20para%20la%20elaboraci%F3n%20de%20t%EDtulos.pdf</a> (verificato il 13 settembre 2012), in particolare il seguente passaggio da p.10 : «El Máster constituirá el segundo ciclo de los nuevos estudios universitarios. Los Másteres ofrecerán una formación de alto nivel, especializada tanto en un área específica del saber como en áreas interdisciplinares, con el fin de mejorar las competencias específicas en algún ámbito profesional o disciplinar. Entre los ámbitos profesionales a los que están dirigidos se encuentra la investigación, por lo que el Máster podrá integrarse como parte de la formación para la obtención del título de Doctor. <em>Las universidades podrán agrupar los másteres con elementos comunes en programas de posgrado. Estos programas de posgrado también podrán incorporar el periodo de investigación necesario para obtener el título de Doctor y la realización de la tesis doctoral</em>» (corsivo mio). <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-22'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-23'>Cfr. RD 56/2005, art.10. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-23'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-24'>Cfr. RD 56/2005, art.10.4. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-24'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-25'>Cfr. RD 1393/2007, art.19. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-25'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-26'>Cfr. RD 1393/2007, art.16.1. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-26'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-27'>Molte università avevano già in parte cominciato ad adottare questo modello, sulla base del modello francese delle <em>Écoles Doctorales</em>, che in Spagna ha molta influenza, o sulla base di altri modelli di eccellenza come la Barcelona Graduate School of Economics. In proposito, cfr. D. Sevilla, <em>op.cit.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-27'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-28'>Cfr. RD 9/2011, Preambolo. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-28'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-29'>Per completezza, si riportano qui i criteri individuati nella legge per il rinnovo dell’accreditamento ai programmi di dottorato, art.10 comma 5: «Los criterios de evaluación para la verificación y acreditación de los programas de doctorado tendrán en cuenta el porcentaje de investigadores con experiencia acreditada, los proyectos competitivos en que participan, las publicaciones recientes y la financiación disponible para los doctorandos. Asimismo se valorará el grado de internacionalización de los doctorados, con especial atención a la existencia de redes, la participación de profesores y estudiantes internacionales, la movilidad de profesores y estudiantes, y los resultados tales como cotutelas, menciones europeas e internacionales, publicaciones conjuntas con investigadores extranjeros, organización de seminarios internacionales, o cualquier otro criterio que se determine al respecto››. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-29'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-30'>Cfr. RD 99/2011, art. 2, comma 5. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-30'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-31'>Tali provvedimenti mirano, tra le altre cose, a migliorare la produttività in termini numerici del dottorato, e a mitigare gli alti tassi di dispersione, problema molto sentito nel panorama spagnolo. Il miglioramento dei meccanismi interni di monitoraggio e supervisione e l’introduzione di un tempo massimo per il conseguimento del titolo sembrano muoversi in tale direzione. Sui temi relativi al <em>fracaso</em>, cioè all’abbandono nel corso del dottorato, si veda ad esempio l’articolo pubblicato su <em>El País</em> il 15 luglio 2008 “Sólo el 15,7% de los doctorados trabaja en el sector privado La media anual de personas que obtienen el título es de 7.150” <a href="http://www.elpais.com/articulo/sociedad/Solo/157/doctorados/trabaja/sector/privado/elpepusoc/20080715elpepusoc_9/Tes">http://www.elpais.com/articulo/sociedad/Solo/157/doctorados/trabaja/sector/privado/elpepusoc/20080715elpepusoc_9/Tes</a> (verificato il 13 settembre 2012) e Cortina García, F., González Olmos, B. «La encuesta sobre recursos humanos en ciencia y tecnología. un instrumento de análisis de la situación de los doctores en españa y su movilidad», in <em>XI foro ANECA. El Doctorado: Logros y desafíos</em> Madrid: ANECA, 2009. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-31'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-32'>Cfr. RD 99/2011, art.2, comma 7. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-32'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-33'>La figura del tutor è introdotta dal RD 179/2010, <em>Estatuto del Estudiante Universitario</em>, come figura che ha in carico l’orientamento formativo dello studente. La funzione assegnata al tutor, diversa da quella del <em>Director</em> e, nel caso, del <em>codirector</em>, è la medesima anche nell’ambito del dottorato; la presenza di questa figura evidenzia dunque la centralità del processo formativo all’interno del dottorato spagnolo. In proposito, cfr. RD 99/2011, art. 10, b. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-33'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-34'>Cfr. RD 99/2011, art.2. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-34'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-35'>I colloqui sono stati condotti con testimoni privilegiati, vale a dire con soggetti prevalentemente provenienti dall’ambito accademico, coinvolti nella progettazione, gestione, supervisione, coordinamento di dottorati, ma anche a soggetti responsabili dell’elaborazione di politiche strategiche sui temi della ricerca. Nello specifico, gli intervistati sono stati i seguenti:
<ul>
<li>JDS – coordinatore di un dottorato in area educativa, UGR</li>
<li>ABB &#8211; membro de la Comisión Académica de Posgrado presso la <em>Escuela de Posgrado</em> UGR;</li>
<li>PAR &#8211; professore in area scientifica e ex-<em>Secretaria</em> del <em>Plan Andaluz de Investigación, Desarrollo e Innovación</em>;</li>
<li>MLJ &#8211; coordinatore di un dottorato in area scientifica;</li>
<li>EM &#8211; all’epoca Direttore del <em>Secretariado de Programas de Doctorado</em> della <em>Escuela de Posgrado</em> UGR;</li>
<li>LC &#8211; all’epoca Direttore della <em>Escuela de Posgrado</em> UGR;</li>
<li>FS &#8211; <em>Secretario General del Plan Andaluz de Investigación &#8211; Junta de Andalucía</em>.</li>
</ul>
<p> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-35'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-36'>L’idea del cambiamento della mentalità, non solo dei docenti, ma anche di studenti e gestori dell’università, è stata una delle principali interpretazioni dell’adattamento allo Spazio europeo dell’Istruzione Superiore. Su questi temi, cfr. F. Michavila e B. Calvo, <em>La universidad española hacia Europa</em>, Madrid, Fundación Alfonso García Escudero, 2000. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-36'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-37'>Sul cambiamento di tipologia di dottorandi, che ha interessato soprattutto le aree di Ciencias sociales e Humanidades, si riporta il seguente passaggio tratto da F. Toledano, «La diversidad como desafío en los estudios de máster en Historia», in <em>XI foro ANECA. El Doctorado: Logros y desafíos, </em>op.cit., pp. 69-70: «Si bien es cierto que, tradicionalmente, los cursos de doctorado se nutrían de antiguos alumnos de la licenciatura y de profesores de secundaria, esa imagen ha ido cambiando. Con el paso del tiempo, esos cursos vieron surgir una tercera tipología, la de los estudiantes becados por el Ministerio de Educación y Ciencia, y también por algunas comunidades autónomas y universidades. Éste era un alumnado specialmente motivado, con una sólida formación, y que aseguraba la realización de la tesis en un plazo limitado y no tan relajado, como ocurría con los supuestos anteriores. De esta forma, en los últimos años de la centuria pasada, se fue conformando una realidad de dos velocidades, la del estudiante que contemplaba la formación de doctorado como una oportunidad para continuar o reciclar conocimientos y competencias investigadoras, o la del estudiante becario, que complementaba los cursos con su proyecto de tesis. No obstante, lo característico de nuestros días entre los estudiantes de máster es la diversificación de procedencias y de situaciones. Por un lado, los estudiantes becados por las distintas administraciones públicas, y que se adscriben a proyectos I+D del ministerio [&#8230; <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-37'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-38'>Sulla diversità di approccio al tema della pubblicazione nelle varie discipline e in particolare in <em>Ciencias Sociales e Humanidades</em>, si veda F. Toledano, op.cit., p.73: «Nuestro punto más débil es el de las contribuciones que han sido publicadas a raíz de la lectura de tesis, a pesar que faltase incorporar algún que otro dato al informe final. Este aspecto guarda relación con uno de los problemas que plantea la producción científica en historia. Sin duda, debemos mejorar los índices de calidad de nuestros artículos de revista. Sin embargo, una de las características de los estudios históricos, también presente en el resto de las humanidades y de las ciencias sociales, es el predominio de la monografía. El artículo introduce y el libro consolida. El tipo de valoración al que están sujetos los artículos y las revistas por medio del número de citas, si bien cabe entenderlo como un signo de fiabilidad entre la comunidad científica, no es de por sí es un indicador de conocimiento. En realidad, sugieren niveles de distinción y de jerarquía entre revistas, que no siempre corresponden con la calidad del conocimiento. No existe un único modelo de currículum académico. Este aspecto es básico si tenemos en cuenta las singulares tradiciones académicas que se exponen, por ejemplo, en los procesos de investigación y de exposición de resultados». Per una prospettiva critica su questi temi, cfr. J. C. Bermejo Barrera, <em>Ciencia, ideología y mercado</em>, Madrid, Akal, 2006. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-38'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-39'>Cfr. M.S. Ibarra Sáiz, <em>EVALDOC-Evaluación prospectiva de las enseñanzas de Doctorado. </em><em>Propuesta de estrategias institucionales</em>, Madrid, ANECA, 2009. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-39'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-40'>La escuela de Posgrado dell’UGR è nata nel 2008, con l’intento di raggruppare, migliorare e coordinare i differenti studi di <em>Posgrado</em>, ossia <em>Másteres</em> <em>propios</em>, <em>Másteres oficiales</em> e <em>Doctorado, </em>avendo come obiettivi:
<ul>
<li>la formazione di un’offerta coerente con le necessità lavorative e di ricerca degli studenti</li>
<li>il rafforzamento del <em>lifelong learning</em> e delle competenze professionali promuovendo corsi adeguati alle necessità di proseguimento, aggiornamento e diversificazione della formazione dei professionisti</li>
<li>la facilitazione della riuscita professionale degli studenti anche attraverso la promozione dell’inserimento lavorativo degli stessi alla fine del percorso</li>
<li>la promozione di relazioni con altre istituzioni e la proiezione delle proprie attività nel contesto sociale</li>
<li>il mantenimento della vitalità dei propri corsi</li>
<li>il monitoraggio sul controllo di qualità dei corsi di tutti i livelli di propria pertinenza (<em>Másteres</em> <em>propios e oficial</em>es, dottorato)</li>
<li>l’incentivazione dell’internazionalizzazione dei corsi e la promozione di scambi, mobilità e dottorati interuniversitari e cooperativi</li>
</ul>
<p>Elementi tratti dal documento <em>Estatuto de la Escuela de Posgrado de la UGR</em>, URL: <a href="http://secretariageneral.ugr.es/pages/normativa/ugr/consejo-de-gobierno/creacionescuelaposgrado/%21">http://secretariageneral.ugr.es/pages/normativa/ugr/consejo-de-gobierno/creacionescuelaposgrado/%21</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-40'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-41'>I <em>ramas de conocimiento</em> sono stati introdotti con il R.D. 1393/2007, per raggruppare gli studi di <em>Grado</em>. Cfr. in particolare, art. 2.4 e annexo II, <em>Materias básicas por rama de conocimiento</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-41'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-42'>Cfr. F. Hernández Pina e E. Díaz Martínez, <em>La Formación de Doctores en el contexto del EEES. Una formación basada en competencias</em>, in «Revista Fuentes», n°10, 2010, pp. 69-82. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-42'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-43'><em>Ivi</em>, p.71. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-43'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1728-44'>Si sottolinea qui che questa affermazione, riportata a partire dal colloquio intercorso con la professoressa EM, all’epoca <em>Secretaria del Consejo asesor de Doctorado</em>, ricalca quasi precisamente l’art. 8.1 della nuova legge: «<em>La universidad</em>, de acuerdo con lo que establezca su normativa, <em>definirá su estrategia en materia de investigación y de formación doctoral que se articulará a través de programas de doctorado desarrollados en Escuelas de Doctorado</em> o en sus otras unidades competentes en materia de investigación, de acuerdo con lo establecido en los estatutos de la universidad» e l’art. 9.3 del RD 99/2011: «<em>Las Escuelas de Doctorado deberán garantizar que desarrollan su propia estrategia ligada a la estrategia de investigación de la universidad </em>o universidades y, en su caso, de los Organismos Públicos de Investigación y demás entidades e instituciones implicadas» (corsivi miei). <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1728-44'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://rivista.scuolaiad.it/n06-2012/dottorato-processo-adattamento-universita-spagnola-spazio-europeo-istruzione-superiore/feed/?lang=it</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Quali spazi educativi per un’università nella società della conoscenza?</title>
		<link>http://rivista.scuolaiad.it/n06-2012/quali-spazi-educativi-per-un-universita-nella-societa-della-conoscenza</link>
		<comments>http://rivista.scuolaiad.it/n06-2012/quali-spazi-educativi-per-un-universita-nella-societa-della-conoscenza#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 29 Oct 2012 15:04:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sabrina Ficco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 6 - 2012]]></category>
		<category><![CDATA[conoscenza]]></category>
		<category><![CDATA[pedagogia]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://rivista.scuolaiad.it/?p=1506</guid>
		<description><![CDATA[Abstract
Le riforme di orientamento neoliberale che hanno caratterizzato la storia recente delle università convergono oggi nel quadro politico e discorsivo rappresentato dalle idee di economia e società della conoscenza. Il contributo si propone da una parte di esplorare i contenuti, i dispositivi di governo nonché le conseguenze relative alla visione dell’educazione tipici delle politiche di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Abstract</h2>
<p>Le riforme di orientamento neoliberale che hanno caratterizzato la storia recente delle università convergono oggi nel quadro politico e discorsivo rappresentato dalle idee di <em>economia</em> e <em>società della conoscenza</em>. Il contributo si propone da una parte di esplorare i contenuti, i dispositivi di governo nonché le conseguenze relative alla visione dell’educazione tipici delle politiche di orientamento neoliberale e, d’altra parte, di approfondire le plurali definizioni di economia e società della conoscenza, con l’obiettivo di individuare &#8211; attraverso una riflessione di natura pedagogica &#8211; spazi possibili di azione educativa nel quadro così delineato dell’università contemporanea.</p>
<h2>Introduzione</h2>
<p>Il presente lavoro intende proporre un avvio di riflessione sul tema dell’università nel quadro della società contemporanea. A partire dalla definizione degli orientamenti politici che caratterizzano la fase attuale di riforme in alcuni settori chiave della società, si approfondirà la cornice discorsiva in cui le attuali riforme dell’istruzione superiore sono collocate. Obiettivo del contributo è evidenziare i tratti distintivi dei discorsi in cui è inquadrato il cambiamento dell’istituzione universitaria nella contemporaneità, per riconoscervi alcuni elementi critici a partire dai quali avviare una riflessione più spiccatamente educativa.</p>
<h2>Idee sull’istruzione superiore nell’epoca del postwelfarismo</h2>
<p>In questa sezione l’attenzione sarà focalizzata su alcuni degli elementi che caratterizzano l’idea di università nel dibattito politico e accademico contemporaneo, con l’obiettivo di collocarli in un più ampio quadro teorico di riferimento. Nei processi di cambiamento e di riforma che interessano l’università oggi &#8211; tra i quali a livello europeo è possibile individuare, ad esempio, il Processo di Bologna, che sarà in questa sede assunto come oggetto di discussione &#8211; emergono con chiarezza alcune idee-guida, come quelle di impiegabilità, di gestione dell’educazione, di competitività e concorrenza fra istituzioni di istruzione superiore, di governo dei processi distribuito e decentrato attraverso una serie di soggetti satelliti che si occupano della diffusione degli obiettivi, del controllo e della valutazione, accanto all’immagine di un’università che si fa sempre più attenta alle esigenze economiche, sociali e professionali che provengono dal suo esterno. Già a partire da queste evidenze è possibile focalizzare l’attenzione su un primo elemento di riflessione: tali idee possono, con un buon grado di accordo, essere collocate nel quadro di più ampie politiche educative di orientamento neoliberale<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-1' id='fnref-1506-1'>[1]</a></sup>, intendendo con <em>neoliberalismo</em> quella corrente politica che a partire dalla fine degli anni Settanta ha determinato una progressiva erosione del modello di stato sociale in Europa<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-2' id='fnref-1506-2'>[2]</a></sup>. La riflessione accademica ha sottolineato la pervasività delle idee neoliberali in campo educativo, tanto ai livelli inziali dell’istruzione quanto nell’istruzione superiore; secondo Rizvi, ad esempio, la maggior parte dei sistemi educativi mondiali interpreta le richieste di cambiamento in una forma simile, «vedendole attraverso cristalli di uguali colori»<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-3' id='fnref-1506-3'>[3]</a></sup>. Sebbene la dinamica reale e il ritmo del cambiamento siano variabili a seconda dei contesti locali, la direzione del cambiamento appare la medesima: tutti i paesi negli ultimi trent’anni hanno sperimentato, con enfasi crescente, una transizione da un orientamento politico e da una forma di governo in materia educativa di impostazione socialdemocratica ad una di carattere neoliberale<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-4' id='fnref-1506-4'>[4]</a></sup>. Il Processo di Bologna può di buon grado essere collocato nel quadro delle trasformazioni che negli ultimi vent’anni hanno interessato i sistemi educativi di gran parte dei paesi occidentali; trasformazioni che coincidono con un cambiamento più profondo all’interno del governo della società, ossia il passaggio da «assetti welfaristi a configurazioni post-welfariste del governo dell’<em>education</em>»<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-5' id='fnref-1506-5'>[5]</a></sup> e dell<em>’higher education</em>. L’idea di postwelfarismo, d’altra parte, comprende anche la ridefinizione storica che il neoliberalismo ha vissuto a metà degli anni Novanta, quando sono emersi i limiti della competizione mercatistica e dell’eccessiva frammentazione da questa prodotta<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-6' id='fnref-1506-6'>[6]</a></sup>, che hanno reso necessario «uno spostamento (…) verso soluzioni di <em>governance</em> di tipo “eterarchico” (…), che mettessero al centro lo strumento dei <em>network</em> e della <em>partnership</em> pubblico-privata»<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-7' id='fnref-1506-7'>[7]</a></sup>, individuando in esse «le forme politico-organizzative più efficaci per la definizione ed attivazione delle politiche delle nuove arene decentrate»<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-8' id='fnref-1506-8'>[8]</a></sup>. Le iniziative improntate a tale orientamento, noto come <em>terza via,</em> hanno caratterizzato le riforme di molti sistemi educativi, presentandosi come possibili alternative sia al neoliberalismo che al welfarismo attraverso l’idea di uno stato attivatore di processi di differenziazione educativa centrati sulle specificità locali, da perseguire attraverso strumenti collaborativi di rete, come le partnership, e il maggiore coinvolgimento degli <em>stakeholders</em>. I processi legati al funzionamento delle dinamiche educative divengono in questo modo più aperti al controllo comunitario. In questa visione, la differenziazione dell’offerta diviene un arricchimento a disposizione della scelta dell’utente. Anche questo modello di <em>governance</em>, tuttavia, assume al proprio interno alcune caratteristiche di ispirazione neoliberale, senza negarne la validità: la dimensione competitiva, le politiche di scelta, la managerializzazione, la valutazione, l’accountability, la privatizzazione sono elementi che conservano la loro centralità; a bilanciare queste tendenze già in atto intervengono però aumenti di investimenti in ambito educativo, la previsione di fondi destinati alle fasce svantaggiate, l’impegno retorico a garantire l’accesso, la promozione di forme di <em>governance</em> collaborativa e l’ampliamento della partecipazione ai processi decisionali in ambito educativo attraverso lo strumento della <em>partnership</em> pubblico-privata<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-9' id='fnref-1506-9'>[9]</a></sup>. Tali modelli di azione, ad esempio, sono riconoscibili anche nelle dinamiche del Processo di Bologna, in quanto processo internazionale basato sulla logica di rete, sul coinvolgimento degli <em>stakeholders</em> e caratterizzato da una forte enfatizzazione delle dimensioni dell’accesso, dell’integrazione sociale, della sostenibilità, collocate nella più ampia cornice della competitività economica. Tali connotazioni non smentiscono, anzi rafforzano, l’orientamento postwelfarista del disegno di riforma complessivo dell’università europea, anche alla luce delle crescenti istanze di differenziazione e competitività che permangono nel <em>discourse</em> del Processo di Bologna e che, anzi, a partire dalla sua parziale implementazione, vi si accentuano<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-10' id='fnref-1506-10'>[10]</a></sup>.</p>
<h2>Tra individualizzazione della responsabilità e <em>New Public Management</em></h2>
<p>Il carattere neoliberale delle riforme nei sistemi di istruzione e istruzione superiore permette di identificare specifici «vincoli, (…) possibilità e (…) spazi a disposizione degli attori»<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-11' id='fnref-1506-11'>[11]</a></sup> che agiscono in tali sistemi. Ad esempio, la visione neoliberale dell’individuo si caratterizza per un «individualismo metodologico di stampo economicistico»<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-12' id='fnref-1506-12'>[12]</a></sup> e dipinge un attore razionale, in grado di utilizzare al meglio le proprie capacità e realizzare i propri progetti di vita; d’altro canto però, questo individuo razionale è considerato come unico responsabile della propria formazione e della propria impiegabilità: il rischio connesso alla mutabilità delle condizioni di vita e di lavoro risulta allora individualizzato, così come la responsabilità per le traiettorie formative e di vita scelte dal soggetto nel quadro dell’offerta di servizi educativi assicurati da uno stato che si fa garante di percorsi idonei a promettere l’impiegabilità degli individui nel mercato del lavoro<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-13' id='fnref-1506-13'>[13]</a></sup>. Il cattivo esito di una traiettoria formativa è così responsabilità del singolo; in caso di esito positivo, però, l’uomo neoliberale incontra la sua realizzazione nello sforzo competitivo, nel possesso di beni materiali e nel benessere, che rappresentano la giusta ricompensa al suo sforzo e alle competenze acquisite attraverso l’educazione<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-14' id='fnref-1506-14'>[14]</a></sup>.</p>
<p>Nel funzionamento delle organizzazioni, al modello burocratico professionale tipico del liberalismo di stampo classico ma anche degli assetti welfaristi, si sostituisce il <em>New Public Management</em> (d’ora in avanti: NPM)<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-15' id='fnref-1506-15'>[15]</a></sup>, articolato in una serie di:</p>
<blockquote><p><em>«tecnologie di management e di controllo apparentemente decentralizzate, che incorporano alcuni tratti propri delle burocrazie, ma estendono e frammentano il livello del controllo in misura significativa, distribuendolo e aumentandone la portata in modo particolare sul piano simbolico»</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1506-16' id='fnref-1506-16'>[16]</a></sup>.</p></blockquote>
<p>Il modello di gestione del NPM, basato in particolare su contrattualismo e managerialismo «mina quel tessuto di relazioni fiduciarie sulle quali si fonda il professionalismo, inteso come modalità di organizzazione istituzionale e forma di potere basta sull’autonomia e sulla delega dell’autorità»<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-17' id='fnref-1506-17'>[17]</a></sup>, tipica del liberalismo classico, pertanto:</p>
<blockquote><p><em>«(…) i professionisti dell’educazione vengono reinseriti all’interno di modelli autoritativi fortemente connotati dal punto di vista gerarchico, in cui l’autorità viene esercitata non più attraverso la regolamentazione e il controllo procedurale, quanto piuttosto attraverso un controllo di tipo simbolico e orientato alle performance (…)»</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1506-18' id='fnref-1506-18'>[18]</a></sup></p></blockquote>
<p>modalità di controllo che risulta in aperta contraddizione con l’enfasi sulla libertà e l’autonomia degli attori e con le politiche di decentramento.</p>
<p>L’estensione delle logiche del NPM al settore educativo ha un’altra importante conseguenza: «I processi decisionali diventano essenzialmente strumentali, guidati da una forma di razionalità tecnica e da logiche efficientistiche piuttosto che sostanziali e legate alle specificità dell’educazione»<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-19' id='fnref-1506-19'>[19]</a></sup>.</p>
<p>Il predominio di questo tipo di visioni o <em>discourses</em> determina un profondo mutamento nel modo in cui le università e le altre istituzioni di istruzione superiore interpretano e giustificano la ragione della propria esistenza come istituzioni. La tradizionale cultura professionale della ricerca libera e del dibattito avvertono la pressione istituzionale sulla performatività, come è possibile constatare dall’emergere di una marcata enfasi sulla misura dei risultati, sulla pianificazione strategica, sugli indicatori di performance, sulle misure di controllo di qualità e sull’audit.</p>
<p>Gli orientamenti neoliberali sono strettamente correlati sia all’idea di globalizzazione che all’idea di economia della conoscenza. Infatti, in un ambiente globale, il ruolo dell’istruzione superiore per l’economia è considerato strategico da parte dei governi: l’istruzione superiore è diventata «l’ammiraglia nella flotta politica dei governi di tutto il mondo»<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-20' id='fnref-1506-20'>[20]</a></sup>. Le università sono considerate come il principale <em>driver</em> nell’economia della conoscenza e, di conseguenza, sono spinte a sviluppare nuovi legami e nuovi partenariati con il mondo produttivo e degli affari. Il riconoscimento dell’importanza economica dell’istruzione superiore e della necessità della sua redditività economica hanno visto la nascita di iniziative volte a promuovere maggiori capacità imprenditoriali, così come lo sviluppo di nuove misure di perfomance per migliorare la produttività e raggiungere gli obiettivi. In questo quadro, il sistema di istruzione è rappresentato come un sistema di tipo <em>input-output</em>, assai simile ad una funzione della produzione economica. Le dimensioni che governano le dinamiche educative sono:</p>
<ul>
<li>la flessibilità, in relazione all’organizzazione, attraverso l’uso del contratto;</li>
<li>obiettivi chiaramente definiti (sia dal punto di vista dell’organizzazione che dell’individuo);</li>
<li>orientamento ai risultati attraverso la misura degli stessi e la responsabilità manageriale per il loro raggiungimento.</li>
</ul>
<p>In più, il modello del NPM, applicando microtecniche proprie del settore privato o di settori di <em>quasi-mercato</em> alla gestione delle organizzazioni del settore pubblico, sostituisce l’etica del servizio pubblico &#8211; secondo la quale le organizzazioni sono governate secondo norme e valori derivanti da assunti relativi al bene comune o al pubblico interesse &#8211; con una serie di norme e regole di tipo contrattualistico. Di conseguenza, il riconoscimento della dimensione professionale, basato sulla dimensione fiduciaria, è sostituito dall’idea di rapporto tra committente e esecutore (<em>principal/agent relationships</em>)<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-21' id='fnref-1506-21'>[21]</a></sup>. In questo nuovo modello le caratteristiche distintive sono: la fiducia nel potere del management, l’elaborazione di strategie di sviluppo e una forte leadership. Economicità, efficienza ed efficacia sono concetti chiave nell’uso dei beni, pubblici o privati che siano, e diventano indicatori del buon governo dei processi. Il NPM, come paradigma globalmente diffuso di governo della pubblica amministrazione, ha un forte orientamento al mercato e la sua applicazione empirica all’interno dei processi di governo si basa sull’elaborazione di alcuni dispositivi<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-22' id='fnref-1506-22'>[22]</a></sup>:</p>
<ul>
<li>decentralizzazione dei processi decisionali: la politica sviluppa le strategie e le agenzie sono responsabili per la loro implementazione;</li>
<li>direzione attraverso gli outcomes o output e chiarificazione degli obiettivi attraverso accordi di performance;</li>
<li>appiattimento delle gerarchie attraverso la creazione di agenzie esterne ed entità autonome che gestiscono un proprio budget;</li>
<li>introduzione di meccanismi di mercato e competizione tra le istituzioni;</li>
<li>introduzione di strumenti di management propri del settore privato come rendicontazione, marketing, management strategico e management delle risorse umane.</li>
</ul>
<p>In maniera specifica, nell’ambito del rapporto tra stato e istituzioni di istruzione superiore, l’affermarsi di questo tipo di approccio ha determinato il progressivo spostamento dalla guida dello stato alla guida del mercato; questo nuovo assetto ha attribuito crescente importanza a soggetti terzi come possibili finanziatori, nonché alla necessità di risorse interne da dedicare ad attività di <em>fundraising</em>. D’altra parte, in virtù della quota di risorse che lo stato continua a concedere alle istituzioni di istruzione superiore, la strategia governativa per aumentare l’autoregolamentazione si basa sull’invito a dimostrare responsabilità istituzionale in merito al modo in cui le risorse vengono utilizzate e sui risultati che il loro utilizzo riesce a determinare<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-23' id='fnref-1506-23'>[23]</a></sup>. L’obbligo di comunicare agli altri, spiegare, giustificare e rispondere a domande sull’utilizzo delle risorse e sui risultati che ne conseguono, detto <em>accountability</em>, rappresenta da parte sua un tema controverso: da un lato, coloro che sostengono in maniera incondizionata la libertà accademica reputano la necessità di rendere conto come un meccanismo di controllo e dipendenza nei riguardi del centro politico, che intacca profondamente il modo tradizionale di intendere la libertà della scienza; siffatta visione contraddice in effetti l’idea che scienza e insegnamento siano valori di per sé, e che dunque solo l&#8217;autocontrollo &#8211; che in ambito accademico si manifesta essenzialmente attraverso il meccanismo del controllo tra pari, la <em>peer review</em> &#8211; in questo campo sia un legittimo meccanismo di regolazione.</p>
<p>D’altra parte, i sostenitori del nuovo orientamento di gestione pubblica sostengono che coloro che finanziano un’istituzione abbiano il diritto di essere informati circa la distribuzione e l’uso delle risorse e le prestazioni che esse ottengono, per essere in grado di elaborare conclusioni sulla base di questi dati. Secondo questo punto di vista, l’<em>accountability</em> può rafforzare la legittimità e la posizione delle istituzioni di istruzione superiore e migliorarne le prestazioni.</p>
<p>L’implementazione delle riforme e la loro interpretazione sono frammentate su differenti livelli decisionali e assegnate a diversi soggetti: molteplici <em>stakeholders</em> articolano le proprie domande e interessi, che determinano dei processi decisionali interni piuttosto complessi. Le politiche centrali, guidate spesso dai movimenti del mercato globale, o comunque da idee educative diffuse a livello sovranazionale, incentivano le istituzioni di istruzione superiore a cambiare il proprio mix di ricerca e insegnamento da un modello in cui è centrale la consistenza disciplinare (<em>discipline inspired</em>) a un modello guidato dal mercato (<em>market driven</em>)<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-24' id='fnref-1506-24'>[24]</a></sup>. Un esempio sono i finanziamenti che si indirizzano prevalentemente verso corsi di studio e di ricerca di impostazione tecnologica e prevalentemente orientati al networking. Il risultato è un vero e proprio cambiamento nella cultura universitaria: l’università perde in parte la propria connotazione come istituzione pubblica per trasformarsi in un’organizzazione ibrida in cui convivono caratteri del sistema pubblico e istanze del sistema privato. Infatti, l’orientamento al mercato influenza anche la vita interna delle singole istituzioni di istruzione superiore, rompendone la monoliticità e collocandovi all’interno nuove e differenziate richieste sociali: nelle università divengono sempre più frequenti <em>consultancies</em> e ricerca applicata, attività peraltro remunerative, in un contesto in cui sempre più le singole discipline competono tra loro per l’allocazione delle risorse. La ricerca diviene sempre più ricerca a contratto, determinando così una sorta di <em>capitalismo accademico</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1506-25' id='fnref-1506-25'>[25]</a></sup> che è talora letto come rischio per la libertà accademica, in quanto condiziona l’attività dei ricercatori e sposta l’attenzione verso problemi di medio raggio, a scapito della ricerca fondamentale o di base. Inoltre, la grande allocazione di risorse umane sulla ricerca a contratto rappresenta un rischio di deterioramento qualitativo nei tradizionali compiti di ricerca e insegnamento delle università, anche in virtù della stretta connessione tra di essi esistente. L’orientamento al mercato, che sempre più le istituzioni di istruzione superiore acquisiscono, porta a riconsiderare la tradizionale missione delle istituzioni di istruzione superiore nell’ambito del loro posizionamento competitivo, dei benefici che questo comporta, della diversificazione o della specializzazione tra istituzioni<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-26' id='fnref-1506-26'>[26]</a></sup><br />
Il nuovo ruolo del governo centrale, definito come <em>governo debole</em> si basa sulla reinvenzione e distribuzione dei processi di governo: i governi centrali stabiliscono la politica più ampia, la combinano con le questioni economiche, ma trasferiscono la responsabilità della crescita, dell’innovazione, delle perfomance e dei risultati alle istituzioni decentralizzate. Parole chiave come <em>competizione, strategia, sviluppo, risultati e orientamento agli obiettivi, orientamento al cliente, orientamento al mercato</em> divengono frequenti e comuni nel settore pubblico e sono ormai accettate nei settori dell’istruzione superiore. Tale rimodulazione dei processi di governo è talora descritta come un cambiamento di paradigma dal modello del controllo statale (che controlla a livello centrale in maniera diretta tutti gli aspetti chiave) al modello della supervisione totale (in cui lo stato governa a distanza, assicurando la qualità e l’accountability)<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-27' id='fnref-1506-27'>[27]</a></sup>.</p>
<p>La presenza degli elementi sin qui descritti, la cui matrice è legata al controverso passaggio a una impostazione postwelfarista dell’istruzione superiore, distintamente riconoscibile all’interno del Processo di Bologna, è motivo della formazione di opinioni molto critiche nei confronti dello stesso Processo. Ad esempio, secondo Lorenz, le dichiarazioni che costituiscono l’ossatura programmatica del Processo di Bologna sono profondamente dipendenti da una politica pubblica di chiara ispirazione neoliberale<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-28' id='fnref-1506-28'>[28]</a></sup>. Le politiche pubbliche elaborate a partire dal quadro politico costruito dal Processo, fortemente ispirate al NPM, sono la logica conseguenza di quanto sopra descritto, ossia appaiono caratterizzate da elementi molto contrastanti, in cui alla retorica del libero mercato si combinano pratiche di controllo che il critico del Processo di Bologna definisce <em>quasitotalitarie</em>. Le università vengono così trasformate in <em>NPM institutions</em>, con una conseguente introduzione della dimensione del mercato in tutti i domini sociali, inclusi quelli che prima si riferivano ai <em>public services</em>. In particolare in questi domini, l’introduzione di logiche di mercato può risultare un elemento problematico e talora foriero di rischi, in quanto tali servizi non possiedono naturalmente una capacità di adattamento al mercato.</p>
<h2>Istruzione superiore, economia e società della conoscenza</h2>
<p>Il mutamento dei meccanismi di governo dei processi interni all’università e la loro interazione con l’ambiente esterno sin qui analizzate, rappresentano elementi non di rado collocati nella più ampia cornice di senso definita dalle idee di <em>società</em> ed <em>economia della conoscenza</em>. Tali potenti idee-concetti sono ampiamente utilizzate tanto nella riflessione accademica quanto nella comunicazione scientifico-divulgativa, nel dibattito pubblico e nella sua rappresentazione mediale. Il più delle volte, l’idea di società della conoscenza non è discussa, ma è utilizzata come dato di fatto, come cornice concettuale che non ha bisogno di spiegazioni. In realtà, sono molti e plurali i <em>discourses</em> che sostengono o che trovano il proprio fondamento sulle idee stesse di società ed economia della conoscenza; al tempo stesso, differenti sono gli usi che si fanno di tali concetti in ambito politico ed in ambito economico. Secondo Välimaa e Hoffman, ad esempio, il concetto di società della conoscenza rappresenta un obiettivo di natura politica ed economica fortemente pervasivo tanto a livello locale, quanto a livello nazionale, sovranazionale e globale; è un orizzonte di natura politica verso il quale bisogna indirizzarsi; tale idea rappresenta tuttavia anche un tentativo sintetico di definire il modo in cui la società cambia<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-29' id='fnref-1506-29'>[29]</a></sup>. Il concetto di società della conoscenza è, per questo motivo, un macro-tema multidimensionale e non neutrale, che merita un approfondimento nelle sue plurali definizioni di <em>economia della conoscenza</em>, <em>società della conoscenza</em>, <em>società dell’informazione, learning society</em>. Le differenti definizioni che si riferiscono a questo dominio di senso non interagiscono tra di loro tanto in ambito accademico, quanto, e soprattutto, in ambito politico, dove i concetti funzionano, secondo Peters, come ideologie performative (<em>performative ideologies</em>) anziché come teorie<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-30' id='fnref-1506-30'>[30]</a></sup>. A tale proposito, sembra interessante la distinzione che Välimaa e Hoffman propongono a proposito degli usi possibili di concetti come quelli di società ed economia della conoscenza: l’idea di società della conoscenza è infatti usata sia come concetto accademico, <em>intellectual device</em>, volto a chiarire e spiegare una condizione esistente e a creare le condizioni per un’analisi e una riflessione su di essa, sia come elemento presente in «various public policy arenas» e orientato ad un divenire ideale di natura politica, dunque con connotazioni tipiche di un’<em>ideologia performativa,</em> che mira ad intervenire su un insieme di fenomeni e processi sociali. Tale distinzione è necessaria per comprendere con maggiore chiarezza la relazione tra i cambiamenti che avvengono nelle istituzioni di istruzione superiore, nelle politiche sull’istruzione superiore e nella società.</p>
<blockquote><p><em>«Knowledge society provides an example of a concept which has created its own images, expectations and narratives (…). A useful starting point for understanding the variety of connotations is to characterize the knowledge society as an imaginary space, a discourse which is based on intellectual assumptions about the most fruitful focal points for analyses of modern societies. In knowledge society discourse everything related to knowledge and knowledge production can be included and interconnected, regardless of whether it concerns individuals, organisations or entire societies. Knowledge society discourse also describes the current situation in which the knowledge society is both the objective of policies and debates and an agent promoting policies and debates concerning its’ potentials (…). Knowledge society discourse occurs in the context of globalisation debates which assume ‘‘the widening, deepening and speeding up of world wide interconnectedness’’ as Held et al. (1999) contend. Knowledge society discourse also is rooted in the fact that higher education institutions are more important than ever as mediums in global knowledge economies. In the age of globalization, higher education institutions are integral to the continuous flows of people, knowledge, information, technologies, products and financial capital»</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1506-31' id='fnref-1506-31'>[31]</a></sup>.</p></blockquote>
<p>Per questo motivo, di seguito si analizzano gli aspetti economici, sociali e tecnologici che contribuiscono alle plurali definizioni che esistono in tale dominio di senso. Secondo Powell e Snellman per economia della conoscenza si può intendere la produzione di prodotti e servizi basati su attività che si fondano sulla conoscenza, che contribuiscono ad accelerare tanto il ritmo del progresso tecnico e scientifico quanto la rapida obsolescenza dello stesso<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-32' id='fnref-1506-32'>[32]</a></sup>. La dimensione che più di altre caratterizza l’idea di economia della conoscenza è una fiducia più marcata sulle capacità intellettuali piuttosto che sugli input fisici o sulle risorse naturali, accompagnata dall’impegno ad integrare miglioramenti in tutti i passaggi dei processi produttivi, a partire dal laboratorio di ricerca e sviluppo, sino alla fabbrica e all’interfaccia con i clienti. I cambiamenti che caratterizzano un’economia della conoscenza si riflettono nella quota crescente relativa di prodotto interno lordo che è attribuibile al <em>capitale intangibile</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1506-33' id='fnref-1506-33'>[33]</a></sup>. È tuttavia importante sottolineare che le prime concettualizzazioni relative all’idea di economia della conoscenza si possono collocare intorno ai tardi anni Cinquanta – primi anni Sessanta, e fanno riferimento alla crescita delle nuove industrie di base scientifica e al loro ruolo nel cambiamento economico e sociale. Uno dei più emblematici lavori in questo senso è quello di Bell, che analizza la centralità della conoscenza, una conoscenza che lo studioso definisce <em>theoretical</em>, come principale fonte dell’innovazione<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-34' id='fnref-1506-34'>[34]</a></sup>. Negli anni Novanta, data la straordinaria crescita dei mercati basati sulla conoscenza, l’attenzione si è focalizzata sulle conseguenze relative alla nascita di nuove forme di lavoro; molti studiosi si sono inoltre concentrati sulla gestione efficiente della conoscenza all’interno delle imprese<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-35' id='fnref-1506-35'>[35]</a></sup>. Powell e Snellman sottolineano che, sebbene esistano molte altre e più ampie definizioni di economia della conoscenza, essi abbiano scelto di concentrare l’attenzione su una visione che enfatizza la produzione di nuove idee in grado di generare beni, servizi e pratiche organizzative nuove o migliorate. Gli autori analizzano infatti i dati sui brevetti come prove che documentano uno slancio nella produzione di conoscenza, e dimostrano che questa espansione è guidata dall’emergere di nuove attività produttive, che indicano la concretizzazione della diffusione e del trasferimento di nuova conoscenza<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-36' id='fnref-1506-36'>[36]</a></sup>. Un altro modo di concettualizzare i cambiamenti legati all’avvento dell’economia della conoscenza è la definizione di <em>knowledge capitalism</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1506-37' id='fnref-1506-37'>[37]</a></sup>, emersa per descrivere la transizione all’economia della conoscenza, che si caratterizza in termini di un’economia dell’abbondanza, dell’annullamento delle distanze, della deterritorializzazione degli stati e degli investimenti in capitale umano. Secondo Burton-Jones, il sapere diviene la più importante forma di capitale globale. Nei lavori di Burton-Jones, così come in quelli di agenzie come la World Bank<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-38' id='fnref-1506-38'>[38]</a></sup> o l’OECD<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-39' id='fnref-1506-39'>[39]</a></sup>, il passaggio ad un’economia della conoscenza passa attraverso un ripensamento radicale delle relazioni tradizionali tra l’educazione, l’apprendimento e il lavoro, focalizzando così l’attenzione sul bisogno di una nuova alleanza tra università e attività produttive. Nell’ambito di queste riflessioni, l’educazione è considerata come una forma di capitale conoscitivo in grado di determinare il futuro del lavoro, l’organizzazione delle istituzioni che gestiscono la conoscenza e la configurazione della società nel futuro<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-40' id='fnref-1506-40'>[40]</a></sup>.</p>
<p>L’idea di società della conoscenza, rispetto all’idea di economia della conoscenza, focalizza la propria attenzione su una visione più integrale della società, non limitandosi ad enfatizzare la dimensione dei processi produttivi ed economici &#8211; che pure rimangono centrali – ma dedicando anche consistente attenzione all’interazione tra cambiamenti economici, conseguenze per le vite degli individui e dimensione sociale. Tale visione emerge già verso la fine degli anni Novanta: l’UNESCO (2005), in particolare, ha adottato il termine <em>società della conoscenza</em>, o la sua variante al plurale, <em>knowledge societies</em>, nell&#8217;ambito delle sue politiche istituzionali<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-41' id='fnref-1506-41'>[41]</a></sup>. Tale tipo di riflessione prende l’avvio dal fatto che nei paesi sviluppati il numero di lavoratori della conoscenza ha ormai raggiunto e superato il numero di lavoratori tradizionali, rappresentando così il più grande gruppo di lavoratori della società cosiddetta <em>postindustriale</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1506-42' id='fnref-1506-42'>[42]</a></sup>. La struttura sociale, economica e politica è profondamente influenzata da questi processi di cambiamento. In primo luogo, è essenziale rilevare che il lavoratore della conoscenza ottiene l&#8217;accesso al lavoro e la sua posizione sociale attraverso l&#8217;istruzione formale. La quantità e il tipo di conoscenza formale accumulata nel corso della vita rappresentano dunque elementi che differenziano tra loro i lavoratori della conoscenza, i quali possono possedere gradi più o meno elevati di specializzazione. Pertanto, l’istruzione rappresenta una risorsa chiave per l’individuo ma anche per la stessa società: i centri di istruzione &#8211; scuole, università, enti e istituzioni di formazione continua, anche all’interno di aziende e organizzazioni, ecc. &#8211; divengono istituzioni centrali. La realizzazione o la <em>performance</em> di un individuo, di un’organizzazione, di un settore produttivo o di un paese dipende dalla capacità di acquisire, produrre e applicare conoscenza. Oltre alla trasformazione della struttura occupazionale, in cui i lavoratori della conoscenza costituiscono la maggior parte della forza lavoro, la conoscenza si fa tanto più produttiva in termini economici quanto più specializzata. L’elevata specializzazione cambia anche l’organizzazione del lavoro: un sapere estremamente specializzato, per essere produttivo, presuppone il lavoro di équipe e, in secondo luogo, presuppone che la propria specializzazione si concretizzi all’interno di un’organizzazione di grandi dimensioni: un ospedale, una banca, un’istituzione educativa, un centro di ricerca, un organismo di governo<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-43' id='fnref-1506-43'>[43]</a></sup>. Le organizzazioni forniscono il quadro in cui i saperi sono posti tra loro in relazione di continuità, contiguità e interrelazione, in maniera che siano in grado di produrre altro sapere e valore economico. La specializzazione, in un certo senso, espropria gli individui specializzati degli obiettivi e dei fini della propria conoscenza, che si esplica al meglio delle proprie possibilità all’interno delle organizzazioni stesse: il soggetto sperimenta nuove forme di alienazione. Per questo motivo, al centro della società della conoscenza, ci sono i lavoratori e le organizzazioni: ciò significa che la definizione stessa di società della conoscenza è profondamente interrelata con l’economia e con l’organizzazione della società.</p>
<p>L’altra dimensione che ha caratterizzato fortemente le concettualizzazioni in tema di società della conoscenza è quella tecnologico-informativa. Le profonde trasformazioni avvenute con l’accelerazione dello sviluppo tecnologico, con l’interconnessione delle comunicazioni a livello mondiale attraverso la rete, con la diffusione planetaria del web, sono anch’essi elementi profondamente connessi con i cambiamenti delle modalità di creazione del valore, con i mutamenti nei modi di produzione della ricchezza, con l’improvvisa centralità della conoscenza; da qui, la nascita delle le più varie etichette: <em>Villaggio Globale</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1506-44' id='fnref-1506-44'>[44]</a></sup>, <em>Era Tecnotronica</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1506-45' id='fnref-1506-45'>[45]</a></sup><em> società dell&#8217;informazione</em> o <em>era dell&#8217;informazione</em>. Il termine <em>società dell&#8217;informazione</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1506-46' id='fnref-1506-46'>[46]</a></sup> e i suoi sinonimi, sebbene definiti sin dagli anni Settanta, hanno rappresentato una potente definizione, centrale soprattutto negli anni Novanta, non perché esprimessero necessariamente una chiarezza teorica, quanto piuttosto perché questa idea fu enfaticamente incorporata all’interno delle politiche ufficiali dei paesi più sviluppati, concentrando l’attenzione sulle idee di interconnessione, cancellazione delle distanze, cambiamento delle modalità di lavoro grazie alla tecnologia, rapida circolazione della conoscenza come fattore di sviluppo economico. Nel contesto dello sviluppo del World Wide Web e delle ICTs, la <em>società dell&#8217;informazione</em>, come concetto politico e costrutto ideologico, si è sviluppata nell’ambito della contemporanea e crescente globalizzazione dei mercati, accompagnata spesso dall’idea di un’accelerazione nel processo di creazione di un mercato mondiale aperto e auto-regolato. L’idea di società dell’informazione ha rappresentato in qualche modo la faccia amichevole dei processi di globalizzazione. L’enfasi sull’idea di società dell’informazione è diminuita contestualmente alla crisi della new economy manifestatasi a partire dal 2000<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-47' id='fnref-1506-47'>[47]</a></sup>. Dal rapporto <em>World report on Knowledge Societies</em><sup class='footnote'><a href='#fn-1506-48' id='fnref-1506-48'>[48]</a></sup> si possono trarre alcune riflessioni che aprono la porta ad uno spazio di azione educativo; nel rapporto si sottolinea infatti come società della conoscenza e società dell’informazione non debbano essere confuse: la prima propone una visione che mette al centro il benessere degli individui e delle comunità, e comprende dimensioni etiche, sociali e politiche; la seconda focalizza la propria attenzione su progressi tecnologici che ampliano l’accesso ad una moltitudine di dati, che possono risultare indistinti e poco significativi per coloro che non possiedono le competenze necessarie per trarne beneficio. Castells compie un passo in avanti nella definizione di società dell’informazione, precisando che più che di <em>information society</em>, si debba parlare di <em>informational society</em>. In questa definizione, il termine <em>informational</em> si riferisce ad una specifica modalità di organizzazione sociale, in cui la creazione, il trattamento e la trasmissione delle informazioni si trasformano in fonti di produttività e di potere, grazie alle nuove condizioni tecnologiche. Inoltre Castells osserva che ciò che è centrale non è tanto la conoscenza o l’informazione, quanto piuttosto la loro applicazione alla generazione di nuova conoscenza e ai dispositivi di elaborazione delle informazioni/comunicazione, in un ciclo di feedback cumulativo tra l’innovazione e gli usi sociali della stessa. Sono gli usi sociali della tecnologia a determinare il fatto che la mente umana divenga una forza produttiva diretta e non solo un elemento all’interno del sistema produttivo<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-49' id='fnref-1506-49'>[49]</a></sup>; pertanto le tecnologie dell’informazione e della comunicazione agiscono sulla possibilità stessa di produzione della conoscenza, potenziando da un lato le capacità del singolo di processare informazioni, dall’altro consentendo la creazione di reti di soggetti che possono scambiare e produrre conoscenza collettivamente, da cui l’idea di <em>networked society</em>.</p>
<h2>Spazi aperti di riflessione pedagogica per l’università nella società della conoscenza. Il diritto di cittadinanza nella <em>learning society</em></h2>
<p>La pluralità di definizioni sin qui illustrata ci restituisce un quadro più completo, benché più complesso, del panorama in cui hanno luogo i cambiamenti dell’università contemporanea, nonché della connotazione storico-politica dei cambiamenti in corso. A seguito di una ricomplessificazione del discorso è opportuno ora domandarsi quali spazi sia possibile individuare per avviare considerazioni di natura prettamente educativa, che possano avere diritto di parola nelle questioni relative all’università tanto quanto le riflessioni di natura economica e politica.</p>
<p>Secondo Alberici, un elemento da cui partire per sviluppare una riflessione di questa natura è dato proprio dalla complessità delle dimensioni sin qui delineate, che emergono però con alcuni tratti comuni che convergono verso la centralità dell’apprendimento, inteso come strumento chiave per la gestione della complessità. L’apprendimento è «sfida per affrontare la globalizzazione o l’innovazione tecnologica, leva a partire dalla quale costruire una nuova coesione sociale e, contestualmente, ambito che offre ai soggetti la possibilità di sperimentare un protagonismo riflessivo, creativo e divergente»<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-50' id='fnref-1506-50'>[50]</a></sup>. Dalla pluralità degli scenari illustrati precedentemente, che individuano i caratteri distintivi della società contemporanea e intorno ai quali ruotano l’insieme dei processi sociali, culturali, economici, politici e le vite degli individui, emerge l’importanza di privilegiare una lettura trasversale di tali caratteri, centrata sulla definizione di <em>learning society</em>. Questa visione, infatti, «evidenzia la pervasività della conoscenza, dei saperi e delle competenze, in tutte le dimensioni della vita sociale e individuale, nel lavoro, nell’economia, nelle politiche di sviluppo, nella stessa distribuzione e concentrazione mondiale del potere e della ricchezza»<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-51' id='fnref-1506-51'>[51]</a></sup> e controbilancia l’idea di una società della conoscenza intesa anche e soprattutto come società di mercato, in cui l’abbondanza di informazione/conoscenza è considerata merce volta a soddisfare un bisogno e non un bene volto a determinare un apprendimento significativo per il soggetto e per la società. È pertanto possibile leggere l’idea di <em>learning society</em> come quella di una società in cui a tutti deve essere data la possibilità non solo di accedere ma di <em>imparare a gestire</em> le informazioni e la conoscenza<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-52' id='fnref-1506-52'>[52]</a></sup> in ogni circostanza e momento in cui l’accesso al sapere si riveli essenziale per il pieno esercizio del diritto di cittadinanza. Da qui deriva il bisogno di individuare spazi di garanzia, formali ed informali, grazie ai quali i cittadini possano costantemente aggiornare le loro competenze<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-53' id='fnref-1506-53'>[53]</a></sup>. Il riconoscimento della necessità di spazi educativi aperti e accessibili ha implicazioni importanti non solo dal punto di vista economico, ma anche per le condizioni di vita e di lavoro dei soggetti, in quanto la richiesta crescente di specializzazione, in continuo cambiamento e l’offerta di forza lavoro qualificata rischiano di non coincidere più e di dar luogo a condizioni di vita inique, tensioni, emarginazione e ingiustizia sociale. Di conseguenza, alle grandi opportunità in termini di accesso alla conoscenza, fa da contraltare un aumento dei rischi<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-54' id='fnref-1506-54'>[54]</a></sup>, in quanto la creazione e il trasferimento di conoscenza non rappresentano più garanzia di equità in un contesto in cui il soggetto è privato della possibilità di far fruttare la propria conoscenza in maniera autonoma e individuale. Abbiamo infatti visto come nell’economia della conoscenza, la ricchezza e la prosperità dipendano dalla capacità dei soggetti di essere competitivi sul mercato del lavoro, di entrare in sintonia con i desideri e le esigenze del mercato, e di essere pronti a ristrutturare la propria identità professionale e sviluppare nuove competenze, a seconda di quanto richiesto dalle fluttuazioni economiche. Nell&#8217;economia della conoscenza, tali capacità non dipendono solo dagli individui, ma dalle organizzazioni<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-55' id='fnref-1506-55'>[55]</a></sup>. Per questo motivo, le istituzioni di istruzione superiore e le istituzioni educative in generale divengono il luogo privilegiato per la creazione e la <em>cura</em> di quelle capacità intellettuali necessarie in una società in cui la produzione e la circolazione di conoscenza sono centrali, e luoghi in cui è possibile garantire la promozione, l’aggiornamento e il miglioramento delle conoscenze e competenze possedute in un’ottica di <em>lifelong learning</em>. Lo spazio in cui allora una riflessione di natura pedagogica può svilupparsi ancora con forza e richiedere diritto di parola è proprio quello dato dalla possibilità di una lettura complessiva delle dimensioni dei cambiamenti in corso, che evidenzi da una parte il ruolo dell’apprendimento come risorsa chiave per la realizzazione degli individui e che, d’altra parte, ponga l’accento sulla responsabilità istituzionale dell’università: una responsabilità intesa non solo come <em>accountability</em>, ma anche come attenzione al soggetto, alla efficacia e al buon esito delle traiettorie formative, che sempre più spesso sono importanti chiavi di accesso alla piena cittadinanza. Tale centralità della dimensione pedagogica emerge con forza ancora maggiore se si prendono in considerazione visioni critiche come quella di Giroux, il quale sottolinea come, nei discorsi sull’educazione, il potere esercitato dalla dimensione economica e lo spazio che si è lasciato governare dalle dinamiche dei nuovi assetti sociali ed economici abbiano determinato una marginalizzazione delle istanze civiche ed una crescente mercificazione della conoscenza, che è così deprivata della sua componente etica e politica e che può produrre «(…) compliant workers, depoliticized consumers, and passive citizens»<sup class='footnote'><a href='#fn-1506-56' id='fnref-1506-56'>[56]</a></sup> a scapito di equità, cittadinanza attiva e democrazia.</p>
<h2>Bibliografia</h2>
<p>Abramovitz M., David P.A., «Technological change and the rise of intangible investments. The U.S. economy’s growth-path in the twentieth century», in <em>Employment and Growth in the Knowledge-Based Economy</em>, Paris, OECD, 1996, pp. 35–60.</p>
<p>Alberici, A., <em>Imparare sempre nella società della conoscenza</em>, Milano, Bruno Mondadori, 2002.</p>
<p>Bauman, Z., <em>Liquid Modernity</em>, Cambridge, Polity Press, 2000.</p>
<p>Beck, U., <em>Risk Society: Towards a New Modernity,</em> New Delhi, Sage, 1992.</p>
<p>Bell, D., <em>The coming of post-industrial society: A venture in social forecasting</em>, New York, Basic Books, 1973.</p>
<p>Brzezinski, Z., <em>Between the Two Ages: America in the Technetronic Era</em>, Harmondsworth. Penguin, 1976.</p>
<p>Burch, S., <em>The Information Society/The Knowledge Societies</em>, 2005 [online] disponibile a: <a href="http://vecam.org/article517.html">http://vecam.org/article517.html</a> [consultato il 10 ottobre 2012]</p>
<p>Burton-Jones, A., <em>Knowledge capitalism: business, work and learning in the new economy</em>, Oxford, Oxford University Press, 1999.</p>
<p>Cascante Fernandez, C.A., ¿<em>Refundar Bolonia? Un análisis político de los discursos sobre el proceso de creación del espacio europeo de educación superior,</em> in «Revista espanola de educacion comparada», n°15, 2009, pp.131-161.</p>
<p>Castells, M., <em>The Rise of the Network Society</em>, Oxford, Blackwell, 1996.</p>
<p>Dale, R., «Los efectos de la globalización en la política nacional: un análisis de los mecanismos», in <em>Globalización y Educación: Textos Fundamentales, </em>(a cura di X. Bonal, A. Tarabini-Castellani, A.Verger), Buenos Aires, Miño y Dávila, 2007, pp. 87-114.</p>
<p>Drucker, P.,<em> Post-capitalist Society</em>. New York: Harper Collins, 1993.</p>
<p>Gewirtz, S., Ball. S., <em>From ‘Welfarism’ to ‘New Mangagerialism’: shifting discourses of school headship in the education marketplace</em>, in «Discourse: studies in the cultural politics of education», n° 21,3, 2000, pp. 253-268.</p>
<p>Giddens, A., <em>The Third Way. The Renewal of Social Democracy</em>, Cambridge, Polity, 1998.</p>
<p>Giddens, A., <em>The Consequences of Modernity</em>, Cambridge, Polity, 1990.</p>
<p>Giroux, H. A, <em>Neoliberalism and the Vocationalization of Higher Education</em> (senza data) [online] disponibile a:<a href="http://www.henryagiroux.com/online_articles/vocalization.htm">http://www.henryagiroux.com/online_articles/vocalization.htm</a> [consultato il 10 ottobre 2012]</p>
<p>Grimaldi, E., <em>Discorsi e pratiche di Governance nella scuola</em>, Milano, Franco Angeli, 2010.</p>
<p>Hargreaves, A. <em>Teaching in the Knowledge Society</em>. Technology Colleges Trust Vision 2020 &#8211; Second International Online Conference, 13-26 October and 24 November-7 December 2002. [online] disponibile a:<a href="http://www.pgsimoes.net/Biblioteca/Hargreaves.pdf">http://www.pgsimoes.net/Biblioteca/Hargreaves.pdf</a> [consultato il 10 ottobre 2012]</p>
<p>Hood, C., <em>A Public Management for all seasons? </em>in «Public Administration»<em>,</em> n°69, 1991, pp. 3-19.</p>
<p>Lorenz, C., <em>Higher Education Policies in the European Union, the ‘Knowledge Economy’ and Neoliberalism</em>, in «Social Europe the journal of the european left», 2006, pp. 78-86.</p>
<p>Marcelo C., <em>Aprender a enseñar para la Sociedad del Conocimiento</em>. «Revista Complutense de Educación», n°12:2, Universidad de Sevilla, 2001, pp. 531-593.</p>
<p>Mateo, J. L., <em>Sociedad del conocimiento</em>, in «ARBOR Ciencia, Pensamiento y Cultura»<em>, </em>n° CLXXXII (718), 2006, pp. 145-151.</p>
<p>McLuhan, M., <em>Understanding Media: The Extensions of Man,</em> New York, McGraw-Hill, 1964.</p>
<p>Nonaka, I., Takeuchi, H., <em>The knowledge-creating company</em>, New York, Oxford University Press, 1995.</p>
<p>OECD, <em>The Knowledge-based Economy</em>, Paris, OECD, 1996.</p>
<p>Olsen, J., Peters, B.G., «Learning from Experience?» in <em>Lessons from Experience, Experiential Learning in Administrative Reforms in eight Democracies</em> (a cura di J. Olsen and B.G. Peters), Oslo, Scandinavian University Press, 1996.</p>
<p>Olssen, M., Peters, M.A., <em>Neoliberalism, higher education and the knowledge economy: from the free market to knowledge capitalism</em>, in «Journal of Education Policy», n° 20, 3, 2005, pp. 313-345.</p>
<p>Peters, M. A., <em>Knowledge economy, development and the future of higher education</em>, Rotterdam and Taipei, Sense Publishers, 2007.</p>
<p>Powell, W., Snellman, K., <em>The Knowledge Economy,</em> in «Annual Review of Sociology», n° 30, 2004, pp. 199-220.</p>
<p>Prusak L., <em>Knowledge in Organizations, </em>Boston, MA Butterworth-Heinemann, 1997.<em> </em></p>
<p>Rizvi, F., «La globalización y las políticas en materia de reforma educativa» in <em>Globalización, posmodernidad y educación</em> (a cura di J.L. Aróstegui e J.B. Martínez), Madrid, Akal y Universidad Internacional de Andalucía, 2008, pp. 91-120.</p>
<p>Roberts, P., Peters, M.A., <em>Neoliberalism, Higher Education and Research.</em> Rotterdam &amp; Taipei, Sense Publishers, 2008.</p>
<p>Slaugther, S., Leslie.L., <em>Academic capitalism: Politics, policies, and the entrepreneurial university</em>, Baltimore, Johns Hopkins Press, 1997.</p>
<p>Strehl, F., S. Reisinger , M. Kalatschan, <em>Funding Systems and their Effects on Higher Education Systems</em>, «OECD Education Working Papers», n° 6, OECD Publishing, 2007. [online] disponibile a:<a href="http://www.go8.edu.au/__documents/university-staff/events/2008/cost-and-compacts/oecd2007-fstehl_funding_systems_and_their_effects_on_he_systems.pdf">http://www.go8.edu.au/__documents/university-staff/events/2008/cost-and-compacts/oecd2007-fstehl_funding_systems_and_their_effects_on_he_systems.pdf</a> [consultato il 10 ottobre 2012].</p>
<p>UNESCO, <em>Towards knowledge societies: UNESCO world report</em>, Paris, UNESCO Publishing, 2005.</p>
<p>Välimaa, J., Hoffman, D., <em>Knowledge society discourse and higher education</em>, in «Higher Education», n°56 (3), Springer, 2008, pp. 265-285.</p>
<p>Webster, F., <em>Theories of the information society</em>, London, Routledge, 1995.</p>
<p>Weymans, W., «From Coherence to Differentiation: understanding (changes in) the European Area for Higher Education and Research» in <em>International Handbook of Comparative Education</em> (a cura di R. Cowen, e A. M. Kazamias), Dordrecht, Springer, 2009, pp. 569-585</p>
<p>World Bank, <em>World Development Report: Knowledge For Development</em>, Oxford, Oxford University Press, 1998.</p>
<p>World Bank, <em>Constructing Knowledge Societies: New Challenges for Tertiary Education</em>, Washington DC, World Bank, 2002.</p>
<p><h4><a href="http://rivista.scuolaiad.it/download/rivista-IaD_n6-2010_ficco_politiche.pdf" title="Scarica Quali spazi educativi per un’università nella società della conoscenza?" target="_blank">Scarica "Quali spazi educativi per un’università nella società della conoscenza?" in formato PDF</a>.<h4>
<div class='footnotes'>
<div class='footnotedivider'></div>
<ol>
<li id='fn-1506-1'>Su questi temi, cfr<em>.</em> P. Roberts e M.A. Peters, <em>Neoliberalism, Higher Education and Research</em>, Rotterdam &amp; Taipei, Sense Publishers, 2008, e R. Dale, «Los efectos de la globalización en la política nacional: un análisis de los mecanismos», in <em>Globalización y Educación: Textos Fundamentales</em>, (a cura di X. Bonal, A. Tarabini-Castellani, A.Verger), Buenos Aires, Miño y Dávila, 2007, pp. 87-114. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-1'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-2'>Gli orientamenti neoliberali, secondo Roberts e Peters possono essere fatti risalire sino agli anni Cinquanta e si possono individuare come orientamenti politico-economici dominanti in almeno sei momenti storici: «(…) For analytical purposes, we can postulate several stages of neoliberalism: first, the development of the Austrian, Freiburg and Chicago schools in neoclassical economics; second, the “first globalization” of neoliberalism with the establishment of the Mont Pelerin Society in 1947; third, the development of the “Washington consensus” during the 1970s; fourth, the Thatcher-Reagan experiment; fifth, the emergence of structural adjustment loans and institutionalisation of neoliberalism through a series of world policy agencies such as the International Monetary Fund, the World Bank, the OECD (Organisation for Economic Cooperation and Development), and the WTO (World Trade Organisation); sixth, the transition to “knowledge economy” and “knowledge for development” in the 1990s and beyond». P. Roberts e M.A. Peters, <em>op.cit</em>., p. 9. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-2'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-3'>F.Rizvi, «La globalización y las políticas en materia de reforma educativa» in <em>Globalización, posmodernidad y educación</em> ( a cura di J.L. Aróstegui e J.B. Martínez), Madrid, Akal y Universidad <em>Internacional</em> de Andalucía, 2008, p. 91. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-3'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-4'><em>Ivi</em>, p. 92. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-4'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-5'>E. Grimaldi, <em>Discorsi e pratiche di Governance nella scuola</em>, Milano, Franco Angeli, 2010, p. 59. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-5'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-6'>Cfr. E. Grimaldi, <em>op.cit.</em>, p.75 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-6'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-7'><em>Ibidem</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-7'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-8'><em>Ibidem</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-8'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-9'><em>Ivi, </em>pp. 75-77. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-9'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-10'>Cfr. W. Weymans , «From Coherence to Differentiation: understanding (changes in) the European Area for Higher Education and Research» in <em>International Handbook of Comparative Education</em> (a cura di R. Cowen, e A. M. Kazamias), Dordrecht, Springer, 2009, pp. 569-585. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-10'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-11'>E. Grimaldi, <em>op. cit.</em>, p. 59. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-11'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-12'><em>Ivi</em>, p. 67. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-12'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-13'>Cfr. E. Grimaldi, <em>op.cit.</em>, pp. 67-69. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-13'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-14'>Cfr<em>.</em> C.A. Cascante Fernandez, <em>¿Refundar Bolonia? Un análisis político de los discursos sobre el proceso de creación del espacio europeo de educación superior</em>, in «Revista española de educacion comparada», n°15, 2009, pp.131-161. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-14'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-15'>Il <em>New Public Management</em> &#8211; NPM, è uno stile di <em>governance</em> emerso nei primi anni ottanta del XX secolo nei lavori di alcuni studiosi statunitensi. La <em>public governance</em> rappresenta la gestione di settori pubblici complessi e non direttamente limitabili alle dinamiche di mercato, in quanto i portatori di interessi (gli <em>stakeholders</em>) sono di natura plurima e comprendono istituzioni, associazioni senza scopo di lucro, cittadini privati, imprese e altri enti pubblici in rete: dato questo convergere di interessi disomogenei per natura e finalità in un equilibrio dinamico, molti studiosi preferiscono parlare di <em>collaborative public management</em>. Il <em>New Public Management</em> è, quindi, definibile come uno stile di gestione del settore pubblico che, sull&#8217;esempio delle pubbliche amministrazioni anglosassoni soprattutto, vuole integrare il diritto amministrativo e le pratiche gestionali tradizionali di un ente pubblico con una metodologia più orientata al risultato (l’interesse pubblico), mutuata dal settore privato e mirata ad un maggior coinvolgimento nella gestione della cosa pubblica. Secondo Olsen e Peters non vi è un modello uniforme di NPM, poiché ogni Stato lo declina in modo diverso, fermo restando il nucleo minimo costituito dall’introduzione nel settore pubblico dei meccanismi del mercato e della competizione tramite il ricorso alla contrattualizzazione e alla managerializzazione (<em>Governance without government</em>), cfr<em>.</em> J. Olsen, e B.G. Peters, «Learning from Experience?» in <em>Lessons from Experience, Experiential Learning in Administrative Reforms in eight Democracies</em> (a cura di J. Olsen and B.G. Peters), Oslo, Scandinavian University Press, 1996. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-15'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-16'>E. Grimaldi, <em>op. cit.</em>, p. 72. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-16'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-17'><em>Ivi</em>, p. 73. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-17'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-18'><em>Ibidem</em>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-18'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-19'>Cfr<em>.</em> S. Gewirtz e S. Ball, <em>From “Welfarism” to “New Mangagerialism”: shifting discourses of school headship in the education marketplace</em>, in «Discourse: studies in the cultural politics of education», n° 21,3, 2000, pp. 253-268., citato in E. Grimaldi, <em>op.cit</em>, p.74. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-19'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-20'>Cfr<em>.</em> M. Olssen e M.A. Peters, <em>Neoliberalism, higher education and the knowledge economy: from the free market to knowledge capitalism</em>, in «Journal of Education Policy», n° 20, 3, 2005, pp. 313-345. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-20'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-21'><em>Ivi</em>, p. 324; cfr<em>.</em> anche E. Grimaldi, <em>op.cit.</em>, p.74. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-21'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-22'>Cfr. C. Hood, <em>A Public Management for all seasons?,</em> in «Public Administration», n°69, 1991, pp. 3-19. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-22'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-23'>Cfr<em>.</em> F. Strehl, S. Reisinger and M. Kalatschan, <em>Funding Systems and their Effects on Higher Education Systems</em>, «OECD Education Working Papers», n°. 6, OECD Publishing, 2007, pp.19- 21. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-23'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-24'><em>Ivi,</em> p. 20. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-24'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-25'>Cfr<em>. </em>S. Slaugther e L. Leslie, <em>Academic capitalism: Politics, policies, and the entrepreneurial university</em>, Baltimore, Johns Hopkins Press, 1997. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-25'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-26'>Ad, esempio, uno degli argomenti frequentemente addotto come elemento a supporto di una separazione tra i compiti di ricerca e di insegnamento delle università è il fatto che in aree di insegnamento di tipo basilare o introduttivo non è necessaria un’integrazione diretta tra insegnamento e ricerca: può essere più efficiente ed efficace fornire lo stato dell’arte rilevante (ed internazionale) del campo di studi. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-26'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-27'>F. Strehl <em>et al</em>., <em>op.cit., </em>p.23. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-27'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-28'>Cfr<em>. </em>C. Lorenz, <em>Higher Education Policies in the European Union, the ‘Knowledge Economy’ and Neoliberalism</em>, in «Social Europe the journal of the european left», 2006, pp. 78-86. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-28'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-29'>Cfr<em>. </em>J. Välimaa e D. Hoffman, <em>Knowledge society discourse and higher education</em>, in «Higher Education», n°56 (3), Springer, 2008, pp. 265-285. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-29'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-30'>Cfr<em>. </em>M. A. Peters, <em>Knowledge economy, development and the future of higher education</em>, Rotterdam and Taipei, Sense Publishers, 2007. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-30'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-31'>J. Välimaa e D. Hoffman, <em>op. cit.</em>, p. 266. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-31'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-32'>Cfr<em>.</em> W. Powell e K. Snellman, <em>The Knowledge Economy,</em> in «Annual Review of Sociology», n° 30, 2004, pp. 199-220. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-32'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-33'>Cfr<em>.</em> M. Abramovitz e P.A. David, «Technological change and the rise of intangible investments. The U.S. economy’s growth-path in the twentieth century», in <em>Employment and Growth in the Knowledge-Based Economy</em>, Paris, OECD, 1996, pp. 35-60. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-33'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-34'>Cfr<em>. </em>D. Bell, <em>The coming of post-industrial society: A venture in social forecasting</em>, New York, Basic Books, 1973. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-34'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-35'>Su queste tematiche, cfr<em>. </em>P. Drucker, <em>Post-capitalist Society</em>. New York, Harper Collins, 1993; inoltre I. Nonaka e H. Takeuchi, <em>The knowledge-creating company</em>, New York, Oxford University Press, 1995 e L. Prusak, <em>Knowledge in Organizations, </em>Boston, MA Butterworth-Heinemann, 1997 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-35'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-36'>W. Powell e K. Snellman, <em>op. cit.</em>, p. 201. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-36'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-37'>Cfr<em>. </em>A. Burton-Jones, <em>Knowledge capitalism: business, work and learning in the new economy</em>, Oxford, Oxford University Press, 1999. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-37'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-38'>Cfr<em>. </em>World Bank, <em>World Development Report: Knowledge For Development</em>, Oxford, Oxford University Press, 1998. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-38'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-39'>Cfr<em>. </em>OECD, <em>The Knowledge-based Economy</em>, Paris, OECD, 1996. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-39'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-40'>Cfr. W. Powell e K. Snellman, <em>op. cit.</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-40'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-41'>Si veda ad esempio UNESCO, <em>Towards knowledge societies: UNESCO world report</em>, Paris, UNESCO Publishing, 2005, p.18; la definizione dell’UNESCO è «simultaneous growth of the internet, mobile telephony and digital technologies with the third industrial revolution – which, at first in the developed countries, has seen much of the working population migrate to the service sector – has revolutionized the role of knowledge in our societies». <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-41'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-42'>Cfr<em>. </em>J. L.Mateo, <em>Sociedad del conocimiento</em>, in «ARBOR Ciencia, Pensamiento y Cultura»<em>, </em>n° CLXXXII (718), 2006, pp. 145-151. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-42'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-43'><em>Ivi</em>, p.149. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-43'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-44'>Cfr<em>. </em>M. McLuhan, <em>Understanding Media: The Extensions of Man,</em> New York, McGraw-Hill, 1964 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-44'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-45'>Cfr<em>.</em> Z. Brzezinski, <em>Between the Two Ages: America in the Technetronic Era</em>, Harmondsworth. Penguin, 1976. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-45'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-46'>Per una sintesi delle varie teorie sulla società dell’informazione e della conoscenza, si veda F. Webster, <em>Theories of the information society</em>, London,, Routledge, 1995. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-46'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-47'>Cfr<em>.</em> S. Burch, <em>The Information Society/The Knowledge Societies</em>, 2005: <a href="http://vecam.org/article517.html">http://vecam.org/article517.html</a> (verificato il 10 ottobre 2012) <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-47'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-48'>UNESCO, <em>Towards knowledge societies: UNESCO world report</em>, Paris, UNESCO Publishing, 2005 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-48'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-49'>Cfr<em>.</em> M. Castells, <em>The Rise of the Network Society</em>, Oxford, Blackwell, 1996 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-49'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-50'>A. Alberici, <em>Imparare sempre nella società della conoscenza</em>, Milano, Bruno Mondadori, 2002, p. 4. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-50'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-51'><em>Ibidem</em> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-51'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-52'><em>Ivi</em>, pp. 16-17. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-52'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-53'>Cfr<em>.</em> C. Marcelo, <em>Aprender a enseñar para la Sociedad del Conocimiento</em>. «Revista Complutense de Educación», n°12:2, Universidad de Sevilla, 2001, pp. 531-593. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-53'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-54'>L’idea di rischio, declinata a partire da vari punti di vista, è centrale nell’elaborazione sociologica sul tema della tarda modernità/postmodernità; su questi temi, si vedano, ad esempio, A. Giddens, <em>The Consequences of Modernity</em>, Cambridge, Polity, 1990, U. Beck, <em>Risk Society: Towards a New Modernity,</em> New Delhi, Sage, 1992 e Z. Bauman, <em>Liquid Modernity</em>, Cambridge, Polity Press, 2000. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-54'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-55'>Cfr<em>.</em> A. Hargreaves, <em>Teaching in the Knowledge Society</em>. Technology Colleges Trust Vision 2020 &#8211; Second International Online Conference, 13-26 October and 24 November-7 December 2002. URL: <a href="http://www.pgsimoes.net/Biblioteca/Hargreaves.pdf">http://www.pgsimoes.net/Biblioteca/Hargreaves.pdf</a> (verificato il 10 ottobre 2012) <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-55'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-1506-56'>H. A. Giroux, <em>Neoliberalism and the Vocationalization of Higher Education</em>: <a href="http://www.henryagiroux.com/online_articles/vocalization.htm">http://www.henryagiroux.com/online_articles/vocalization.htm</a> (verificato il 13 settembre 2012) <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-1506-56'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://rivista.scuolaiad.it/n06-2012/quali-spazi-educativi-per-un-universita-nella-societa-della-conoscenza/feed/?lang=it</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Università e riforme</title>
		<link>http://rivista.scuolaiad.it/n01-200801/universita-e-riforme</link>
		<comments>http://rivista.scuolaiad.it/n01-200801/universita-e-riforme#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 12:40:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ignazio Volpicelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 1 – 2008/2009]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://rivista.intranet.scuolaiad.it/?p=470</guid>
		<description><![CDATA[I vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni alla guida del paese nel volgere di pochi decenni hanno radicalmente trasformato, con una serie di “mini riforme”, la fisionomia del nostro sistema universitario[1]. Va detto che gli interventi adottati non sono stati sempre adeguatamente ponderati nelle loro conseguenze e hanno prestato il fianco talora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni alla guida del paese nel volgere di pochi decenni hanno radicalmente trasformato, con una serie di “mini riforme”, la fisionomia del nostro sistema universitario<sup class='footnote'><a href='#fn-470-1' id='fnref-470-1'>[1]</a></sup>. Va detto che gli interventi adottati non sono stati sempre adeguatamente ponderati nelle loro conseguenze e hanno prestato il fianco talora a storture e deformazioni di non poca rilevanza. Ciononostante non si può convenire con le affermazioni di Angelo Panebianco il quale ha recentemente scritto che l’“Italia repubblicana negli ultimi quaranta anni, grosso modo dal ’68 in poi”, ha quasi sempre ridotto la questione del sistema educativo “a un problema di ordine pubblico (per le periodiche agitazioni studentesche) o a una questione sindacale, una questione di ‘posti’”. E che per “quaranta anni la qualità dei sistemi di istruzione non è mai stata un tema politicamente rilevante”<sup class='footnote'><a href='#fn-470-2' id='fnref-470-2'>[2]</a></sup>.<br />
Da quando, più di trent’anni fa, venne deciso di liberalizzare gli accessi alle università per elevare il livello culturale del nostro paese sono stati compiuti enormi passi avanti nella direzione di una radicale passaggio dal tradizionale modello di università elitario all’attuale sistema universitario di massa, al punto che attualmente l’Italia, come ha evidenziato una recentissima classifica internazionale volta a comparare tra loro i sistemi universitari di quaranta paesi europei ed extraeuropei, si situa in terza posizione al mondo, dopo Usa ed Australia, per numerosità di allievi iscritti in uno degli atenei che figurano nella lista dei primi 500 nel mondo<sup class='footnote'><a href='#fn-470-3' id='fnref-470-3'>[3]</a></sup>.<br />
I dati che sistematicamente agenzie più o meno accreditate sfornano con sempre maggiore frequenza sul sistema università sono innumerevoli. Si tratta spesso di vere e proprie pagelle stilate tenendo presenti parametri ed indicatori assai eterogenei, che finiscono per dare un quadro assai differenziato della efficacia interna ed esterna del livello della formazione universitaria e della innovatività e incidenza della ricerca nei vari domini della conoscenza. Pur non prendendole in tutto e per tutto per oro colato, tali indagini evidenziano nei loro risultati un certo distacco tra efficienza formativa e qualità della ricerca di molti atenei europei ed extraeuropei rispetto a quelli italiani<sup class='footnote'><a href='#fn-470-4' id='fnref-470-4'>[4]</a></sup>. Al di là delle “isole felici” in termini di eccellenza, indubbiamente presenti in alcuni comparti e settori di ricerca, resta infatti che quasi tutti gli indicatori qualitativi relegano le nostre università, anche quelle storicamente più blasonate e prestigiose, in posizioni pressoché di retroguardia in una ipotetica classifica dei migliori atenei del mondo. E’ indubbiamente vero che valutare i risultati di una ricerca, e quindi la sua “qualità”, appare un’operazione estremamente “difficile, se non impossibile, soprattutto nel medio termine”, che “il successo immediato di un ‘prodotto scientifico’” risulta “spesso legato a fattori ideologici, o di moda”, e ancora non secondariamente “alla capacità o volontà dell’autore di saperlo vendere”<sup class='footnote'><a href='#fn-470-5' id='fnref-470-5'>[5]</a></sup> e che il principio di una premialità nella ripartizione delle risorse sulla base di oggettivi criteri meritocratici, così caldamente e giustamente invocato a livello non solo massmediologico, trova un proprio ineludibile limite nella estrema difficoltà di ricondurre parametri di natura qualitativa all’interno di una rete di indicatori di tipo quantitativo. Altrettanto certo e vero è tuttavia che tra le condizioni essenziali per promuovere cultura e ricerca appare fondamentale la presenza di un generale clima di attenzione e di interesse nei confronti della rilevanza di queste dimensioni come risorsa e patrimonio dell’intera collettività ben maggiore di quella che ad esse è stata riservata dai governi di vario orientamento politico che si sono succeduti alla guida dell’Italia.<br />
Leggendo il recente rapporto annuale dell’OCSE sull’istruzione nei vari paesi membri e analizzando le relative statistiche si scopre, per quanto concerne gli investimenti economici per l’università, che l’Italia rappresenta uno dei fanalini di coda con lo 0,9 del Pil rispetto alla media dell’1,5, ben al di sotto di paesi come gli Stati Uniti, il Canada e la Corea che si attestano al di sopra del 2%. Per quanto poi riguarda la spesa per singolo studente la media dei paesi OCSE risulta superiore a quella italiana di oltre il 40%<sup class='footnote'><a href='#fn-470-6' id='fnref-470-6'>[6]</a></sup>. Certo, i dati possono essere interpretati e letti in maniere assai varie, a volte in funzione direttamente strumentale a precise volontà precostituite, in particolare poi quando siano svincolati da un contesto più ampio e letti in maniera unilaterale<sup class='footnote'><a href='#fn-470-7' id='fnref-470-7'>[7]</a></sup>. E’ evidente comunque che un paese che non ha sensibilità e che non investe nella ricerca è inevitabilmente condannato a stare fuori da tutto. Studi condotti dai migliori economisti a livello internazionale indicano infatti che la ricerca scientifica costituisce il punto di forza dello sviluppo dell’economia moderna, che tra i fattori che contribuiscono alla scarsa crescita un peso rilevante è attribuibile alla quantità e qualità della spesa in istruzione e ricerca, e che l’importanza dell’investimento in questi settori risulta tanto maggiore quanto più il paese si avvicina alla soglia tecnologica.<br />
Accanto alle note dolenti relative alla esiguità degli investimenti che lo Stato assegna annualmente al sistema università, e ai più o meno discutibili meccanismi di ripartizione degli stessi, altre e non meno dolenti sono quelle che riguardano la efficacia e la qualità della formazione terziaria in Italia.<br />
Dal rapporto 2008 sullo stato del sistema universitario elaborato dal CNVSU<sup class='footnote'><a href='#fn-470-8' id='fnref-470-8'>[8]</a></sup> risulta infatti che gli studenti regolarmente in corso sono poco più del 59% del totale degli iscritti. Il che significa che su un totale di dieci studenti, quattro risultano esser fuori corso o ripetenti. La percentuale poi degli abbandoni è pari al 20% dopo il primo anno. Vale a dire che su cinque iscritti, solo quattro proseguono il loro percorso di studi nel secondo anno. Per quanto poi attiene l’offerta formativa si è constatata una notevole crescita del numero dei corsi di studio attivi con un incremento nell’anno accademico 2006-2007 – anno di riferimento della ricerca – stimabile al 38% rispetto al 2000-2001. Il rapporto rileva inoltre come ben il 10% dei corsi di primo livello attivi non supera i 10 immatricolati, e che il numero totale degli insegnamenti impartiti è aumentato rispetto al 2000-2001 di circa il 60%, passando da 116.182 a 180.001, di cui circa il 39,5% con un numero massimo di 4 crediti.<br />
Ciò sembra indicare che la riforma del sistema universitario, avviata secondo il D.M. 509/99, che ha radicalmente modificato la struttura dei corsi di studio sulla base di un impianto condiviso a livello europeo per cicli e livelli, è stata occasione per assecondare l’attuazione di indirizzi rispondenti spesso ad una modesta domanda, per frammentare la conoscenza in una miriade di segmenti, per moltiplicare attraverso il sistema dei crediti il numero degli esami da sostenere, per creare una infinità di percorsi di laurea con una offerta assai ampia e strutturata ma spesso privi tuttavia di effettivi sbocchi professionali in conseguenza di un mismatch tra competenze possedute dai laureati e richieste del mercato del lavoro.<br />
In questa prospettiva appare indicativo che, sulla base dei dati di una recente indagine promossa dal Centro Studi Unioncamere in accordo col Ministero del Lavoro e l’Unione Europea nell’ambito del Sistema Informativo Excelsior<sup class='footnote'><a href='#fn-470-9' id='fnref-470-9'>[9]</a></sup>, l’aumento della domanda di laureati non è andato di pari passo con quello dell’offerta determinatasi a seguito della riforma dell’ordinamento universitario, presentando di fatto uno squilibrio non solo quantitativo, determinato da una domanda di laureati maggiore rispetto al numero dei neo-laureati, ma anche e soprattutto qualitativo, dovuto al fatto che non sempre le competenze richieste dal sistema economico hanno coinciso con quelle in possesso dei laureati alla ricerca di impiego.<br />
L’avvio della riforma del sistema universitario caldeggiato da una serie di accordi a livello di Comunità Europea a partire da quelli di Sorbona, Bologna, Lisbona ecc. che imponeva nuovi vincoli alla formazione universitaria sembra in definitiva non aver pienamente centrato gli obbiettivi prefissati in termini di riduzione del tasso di abbandono della popolazione studentesca, di diminuzione dei tempi per il conseguimento dei titoli di studio, di professionalizzazione delle lauree, in particolare delle lauree brevi, che negli intenti avrebbero dovuto essere immediatamente spendibili nel mercato del lavoro.<br />
Tali problematiche, come è stato sottolineato, non si riscontrano tuttavia unicamente nel nostro paese, ma affliggono anche i sistemi universitari di altre nazioni europee le “quali stanno spesso sperimentando delle soluzioni, a cui dovrebbe più proficuamente rivolgersi la nostra attenzione”<sup class='footnote'><a href='#fn-470-10' id='fnref-470-10'>[10]</a></sup>.<br />
Si sente, intanto, con sempre maggior insistenza, avanzare da vari fronti la richiesta, che ha profonde radici nella tradizione della cultura liberale, della soppressione del valore legale dei titoli di studio e che, nell’auspicio di coloro che attualmente la propongono, dovrebbe stimolare una positiva competizione tra i vari atenei in modo non solo da migliorare la qualità dei corsi ma anche creare, in un momento di forte espansione della offerta formativa universitaria, una vera e propria cesura qualitativa tra la miriade di atenei sparsi nella nostra penisola. Il fatto è che un tale discrimine esiste già, che le pagelle periodicamente proposte delle varie università italiane e puntualmente portate all’attenzione pubblica dai giornali non mancano di segnalare i notevoli divari esistenti tra i singoli atenei. Divari che dipendono da variabili e fattori eterogenei: servizi offerti (biblioteche, laboratori, attrezzature, sedi di incontro), qualità della didattica e della ricerca, attrattività, accoglienza, incentivi per il diritto allo studio (contributi per la mobilità internazionale, borse di studio, forme di sostegno indiretto, mense, alloggi), flessibilità e capacità di adattamento all’interno e all’esterno, utilizzo di canali specializzati per il servizio di orientamento in ingresso e in uscita, e di placement, volti ad agevolare l’inserimento dei laureati nel mondo del lavoro, ecc. Forse più che di soppressione del valore legale o formale, istanza che portata alle estreme conseguenze finirebbe inevitabilmente col condurre allo smantellamento del sistema formativo pubblico con tutti i pericoli che ne potrebbero conseguire in relazione all’effettiva “autonomia” e “libertà” degli studi e  della ricerca, occorrerebbe puntare all’opposto alla messa in atto di strategie mirate a difendere e a valorizzare il valore reale degli studi e dei relativi titoli attraverso un sistema di certificazioni volte a garantire, nel rispetto dell’autonomia delle singole università, la trasparenza e la qualità dell’istruzione offerta, la sua rispondenza a reali esigenze sociali ed economiche, la compatibilità dei livelli d’istruzione offerti con gli standard europei, ma soprattutto i giovani, e non solo quelli più brillanti e dotati, ma tutti, indistintamente, da considerare come una vera e propria risorsa per il progresso civile, culturale e democratico della collettività, e che certo non hanno bisogno di una scuola che vale poco o di un titolo che vale altrettanto poco, ma che tanto meno debbono essere gettati in una esasperata competizione in cui contano soltanto gli obbiettivi, i punteggi, i record.<br />
Non si può per ciò che riguarda la formazione universitaria non convenire realisticamente con la celebre sentenza di Seneca il quale nelle Lettere morali al figlio Lucilio stigmatizzava quell’atteggiamento di eccessiva intemperanza negli studi che finisce per portare ad apprendere “non per la vita, ma per la scuola”<sup class='footnote'><a href='#fn-470-11' id='fnref-470-11'>[11]</a></sup>.<br />
E’ indubbio che coloro che hanno a cuore la “cultura” nel senso più ampio e profondo non possono acconsentire ad una concezione degli studi eccessivamente sbilanciata &#8211; se non addirittura appiattita &#8211; in una prospettiva dichiaratamene funzionale a ragioni utilitaristiche. Fiumi di inchiostro sono stati versati nei confronti della annosa questione relativa al ruolo della scuola per la formazione professionale delle giovani generazioni. L’acceso dibattito di principio su questo tema, e sui risvolti pratici ad esso collegati, ha ripetutamente e ciclicamente attraversato la riflessione sul sistema scuola e sulle riforme ad esso collegate, non solo nel contesto della storia delle istituzioni formative del nostro paese, ma a livello planetario, a conferma della importanza, della centralità e della universalità di un problema che, travalicando confini geografici e contingenze storiche, si è sempre prestato a letture e interpretazioni divergenti a seconda delle prospettive e dei punti di vista di partenza.<br />
Il fatto è che alla radice di questo problema insistono due motivazioni altrettanto valide a cui non si può non prestare ascolto. Motivazioni riconducibili alla seguente coppia antitetica: cultura generale-formazione professionale. Se le ragioni che spingono verso una cultura, una formazione di carattere generale possono avere una loro piena legittimità per ciò che in particolare riguarda il livello primario e secondario della formazione, meno esse sembrano pesare nel campo dell’istruzione terziaria, segnatamente universitaria, in cui la scelta del percorso si lega strettamente a motivazioni ed aspirazioni vocazionali.<br />
E’ in questa prospettiva che si impone dunque una pacata ed equilibrata riflessione sulle emergenze e criticità della formazione universitaria. Una riflessione tanto più problematica per i nodi che dovrebbe sciogliere, quanto più aleatorie, molteplici e complesse sono le variabili di cui occorre tener conto. A partire dalle carenze di base degli studenti universitari italiani, retaggio di una formazione secondaria i cui esiti collocano l’Italia, per quanto riguarda le competenze testate, tra i paesi a basso grado di istruzione<sup class='footnote'><a href='#fn-470-12' id='fnref-470-12'>[12]</a></sup>, per giungere agli spinosi problemi relativi alla mutevolezza del mercato del lavoro, alla obsolescenza dei profili occupazionali, all’aggiornamento delle competenze ecc. ecc. Variabili, queste, in particolare, che finiscono con l’assegnare all’università un delicato ruolo di cerniera tra mondo della scuola e mondo del lavoro, e in forza delle quali occorrerebbe da un lato prevedere opportune strategie di verifica e di recupero dei prerequisiti per l’accesso ai corsi di studio (sistema di tutoraggio, corsi integrativi ecc.) in obbedienza ad una logica che sempre più riconosce nell’università un canale di istruzione terziaria democraticamente aperto ad una più ampia fascia di popolazione<sup class='footnote'><a href='#fn-470-13' id='fnref-470-13'>[13]</a></sup>, dall’altro valorizzare la funzione degli atenei come luoghi di formazione continua e ricorrente, anche attraverso modalità di formazione a distanza o miste, in stretta sintonia con le istanze provenienti dal mondo del lavoro. Di tutte queste e di molte altre cose ancora occorrerebbe dunque tenere conto per avviare una riflessione seria sull’università e sulle modalità di una sua “organica” riforma la quale andrebbe formulata il più possibilmente in obbedienza a quanto scriveva Vincenzo Cuoco nel suo celebre Saggio storico sulla Rivoluzione napoletana ripercorrendo le vicende della rivoluzione del ’99. “Era venuta l&#8217;epoca fortunata della riforma; ma questa riforma, né dovea esser fatta con leggi particolari, le quali o presto o tardi si sarebbero contraddette, né in un momento. Era l’opera di molto tempo”<sup class='footnote'><a href='#fn-470-14' id='fnref-470-14'>[14]</a></sup>.</p>
<p><h4><a href="http://rivista.scuolaiad.it/download/universita-e-riforme-volpicelli.pdf" title="Scarica Università e Riforme (Volpicelli)" target="_blank">Scarica "Università e Riforme (Volpicelli)" in formato PDF</a>.<h4>
<div class='footnotes'>
<div class='footnotedivider'></div>
<ol>
<li id='fn-470-1'>Le riflessioni qui proposte sono riprodotte in A. Granese  (a cura di ), <em>Scuola e Università. Crisi ed emergenza permanente. Opinioni pedagogiche a confronto</em>, Roma, Anicia, 2009, pp. 177-184. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-470-1'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-470-2'>A. Panebianco, Università senza testa, in “Corriere della Sera Magazine”, 9 ott. 2008. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-470-2'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-470-3'>Cfr. http://www.topuniversities.com/worlduniversityrankings/results/2008/ <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-470-3'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-470-4'>Tra le principali indagini internazionali condotte in tal senso cfr. soprattutto quella apparsa  sull’Higher Education Supplement del “Times” consultabile al sito http://www.timeshighereducation.co.uk; quella dell’Academic Ranking of World Universities (Shanghai Jiao Tong University) consultabile su http://ed.sjtu.edu.cn/ranking.htme; e quella dell’ HEEACT (Taiwan) Performance Ranking of Scientific Papers of World Class Universities in www.heeact.edu.tw/ranking/index.htm. Per quanto riguarda la classifica delle Università europee cfr., in particolare, The Leiden Ranking 2008 in http://www.cwts.nl/ranking/LeidenRankingWebSite.html <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-470-4'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-470-5'>A. Ciccioli, <em>Difficile valutare i risultati delle ricerche</em>, in “Il Corriere della Sera”, 4 ott. 2008 <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-470-5'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-470-6'>Il rapporto intitolato <em>Education at a Glance 2008:OECD Indicators</em> è consultabile all’indirizzo: www.oecd.org/edu/eag2008 x sito <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-470-6'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-470-7'>Ad esempio se è vero da un lato, come si evince dalla rapporto OCSE appena citato che solo il  19% dei 25-34enni italiani possono vantare un diploma di laurea &#8211; dato ben distante dal 33% della media Ocse &#8211; dall&#8217;altro il tasso di laurea dei nuovi studenti è passato in Italia dal 17% del 2000 al 39% del 2006. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-470-7'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-470-8'>Cfr.: http://www.cnvsu.it <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-470-8'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-470-9'>Cfr.: http://excelsior.unioncamere.net. Secondo tale ricerca il fabbisogno di laureati come lavoratori dipendenti è stimabile nel 2008 in 126.100 unità, di cui 88.300 nel settore privato e 37.800 nella Pubblica amministrazione (sanità, scuola, università, enti locali, ecc.), a cui potrebbero aggiungersi 72.700 tra liberi professionisti e nuovi imprenditori, per 198.800 laureati occupabili con un variazione di circa il 6% in più rispetto al 2007. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-470-9'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-470-10'>Sono le parole di Marino Regini coautore insieme a Gabriele Ballarino, Daniela Bellini, Sabrina Colombo, Loris Perotti e Renata Semenza di una ricerca dal titolo L’università malata e denigrata. Un confronto con l’Europa – consultabile sul sito http://www.unimi.it/img/news/Universita_malata_e_denigrata.pdf &#8211; in cui contro una “vis denigratoria” del tutto strumentale e faziosa nei confronti del sistema universitario italiano si istituisce un serrato confronto con i sistemi di altri paesi europei &#8211; e precisamente Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna, Olanda &#8211; “intorno a cinque grandi aree di criticità che hanno costituito il leit-motiv delle polemiche recenti sull’università italiana”. Confronto volto ad evidenziare come “talune anomalie” che caratterizzano le nostre Università sono in realtà “comuni ad altri paesi” e a raccomandare, di conseguenza, di fronte “alle polemiche recenti scatenate da esponenti del ceto politico, da taluni studiosi che hanno rinunciato all’equilibrio e all’approfondimento delle analisi, e soprattutto dai media”,  “un atteggiamento più equilibrato” e positivamente orientato “al problem-solving”. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-470-10'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-470-11'>Seneca, <em>Epistula</em> CVI, 12, 35. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-470-11'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-470-12'>Cfr., in questa prospettiva, i dati OCSE su le rilevazioni realizzate a cadenza triennale, a partire dal 2000 nell’ambito del progetto PISA (Programm for International Student Assessment). <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-470-12'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-470-13'>Cfr., in proposito, P. Ederer, P. Schuller, S. Willms, University Systems Ranking: Citizens and Society in the Age of the Knowledge, novembre 2008, consultabile al sito: http://www.lisboncouncil.net. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-470-13'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-470-14'>V. Cuoco, <em>Saggio storico sulla rivoluzione napoletana</em>, seconda edizione con aggiunte dell’Autore, Milano, Tip. F. Sonzogno, 1806, p. 247. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-470-14'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://rivista.scuolaiad.it/n01-200801/universita-e-riforme/feed/?lang=it</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Per l’e-Learning nelle università italiane</title>
		<link>http://rivista.scuolaiad.it/n01-200801/per-le-learning-nelle-universita-italiane</link>
		<comments>http://rivista.scuolaiad.it/n01-200801/per-le-learning-nelle-universita-italiane#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 14 Jan 2008 11:32:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Ragone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 1 – 2008/2009]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche]]></category>
		<category><![CDATA[e-learning]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://localhost/wp_rivista/?p=222</guid>
		<description><![CDATA[Il nostro paese è in ritardo, ma possiamo e dobbiamo recuperare, e stiamo costruendo le condizioni istituzionali perché questo possa avvenire più rapidamente. Le scelte compiute dal governo negli anni 2003-2006 hanno deviato il sistema in una direzione sbagliata, occorreva invertire la rotta, e su un terreno appositamente minato. La scelta di abbandonare l’e-learning delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il nostro paese è in ritardo, ma possiamo e dobbiamo recuperare, e stiamo costruendo le condizioni istituzionali perché questo possa avvenire più rapidamente. Le scelte compiute dal governo negli anni 2003-2006 hanno deviato il sistema in una direzione sbagliata, occorreva invertire la rotta, e su un terreno appositamente minato. La scelta di abbandonare l’e-learning delle università alle iniziative spontanee, “aprendo il mercato” a nuove università telematiche – per lo più private, apriva uno scenario potenzialmente devastante, del quale si sono visti solo i primi movimenti: canali di formazione a livello di primo e secondo ciclo universitario “facili” e fuori da ogni dinamica di controllo della qualità, accaparramento della formazione universitaria degli adulti lavoratori da parte di questi nuovi attori, spinta oggettiva alla delegittimazione dell’e-learning nelle università “normali”. La tutela del nuovo business si è spinta a tal punto da sottrarre l’istituzione delle “telematiche” e l’istituzione e attivazione dei loro corsi a ogni controllo da parte della pure assai timida filiera della valutazione prevista dalle leggi per ilo nostro sistema di istruzione superiore.</p>
<p>Bloccare la proliferazione di un business politicamente protetto che ha spinto avventurosi imprenditori a travestirsi da “ateneo” con scarsissima competenza (le iscrizioni – l’università più facile si paga – avrebbero più che compensato le spese per i docenti – senza dover comunque assumere nessuno) era il primo imperativo. Nel complesso, questo è avvenuto. Ma la posta in gioco è quella di una vera, organica ed efficiente regolazione della materia, che stimoli l’<em>altro </em>movimento: la vera diffusione pervasiva dell’e-learning delle università, l’interconnessione e ibridazione con la didattica e con le forme dell’apprendimento che stanno mutando sensibilmente, e infine l’estensione dell’e-learning universitario come strumento fondamentale per la “terza missione” delle università, vale a dire (oltre alla ricerca e alla formazione dei giovani) il life-long-learning, e in particolare la formazione superiore degli adulti/ dei lavoratori.</p>
<p>Il decreto interministeriale in corso di emanazione, e altri provvedimenti connessi, si muovono in quella direzione: procedure e requisiti di accreditamento dei corsi a distanza, tali da richiedere e al tempo stesso da favorire un investimento in questa direzione da parte delle università, e tali da scoraggiare le iniziative avventurose e da smontare la stessa idea che un soggetto dotato di numeri ridicoli di docenti possa essere riconosciuto e promosso come una università. Si definisce come “corso di studio a distanza” delle Università un corso di laurea che preveda l’apprendimento mediante sistemi telematici per almeno due terzi del numero complessivo di CFU. I requisiti generali e i criteri organizzativi e di qualità per l’istituzione e l’attivazione dei corsi di studio a distanza e in ogni caso per le attività formative delle Università che prevedono apprendimento mediante sistemi telematici sono definiti dal Ministro, su parere dell’ANVUR. E comunque, i requisiti strutturali, organizzativi e di qualificazione dei docenti dei corsi di laurea sono ricondotti alla disciplina “normale” degli ordinamenti didattici (la regola dei dodici docenti di ruolo per una laurea triennale, per esempio, di cui è prevedibile una consistente riduzione a sei in caso venga attivato un corso di laurea on line omologo). I requisiti organizzativi e tecnici sul piano del coordinamento, della formazione di insegnanti e tutor, della gestione amministrativa, delle integrazioni di sistema, della trasparenza dell’offerta formativa, della qualità dell’interazione didattica, dei ruoli e forme dell’attività di tutoraggio, delle forme della verifica in itinere e finale, e delle soluzioni tecnologiche  intesi come criteri “di qualità” sulla base dei quali è possibile l’accreditamento e la valutazione periodica – sono stati ridisegnati con il contributo del gruppo di lavoro nominato dal ministro Mussi, del quale fanno parti autorevoli esperti universitari, alcuni dei quali sono ai vertici della SIe-L.</p>
<p>L’emanazione del decreto di riforma è una tappa decisiva, indispensabile per dare forza al movimento. Ma i compiti a cui l’azione di governo deve rispondere, di lì in avanti, sono più complessi. Occorre infatti che la questione esca dall’emergenza e occupi il giusto rilievo all’interno dell’agenda politica ed operativa dell’università. Le permanenti resistenze di settori del corpo docente, che non sono altra cosa dalla resistenza più generale a riflettere e innovare in materia di didattica, vanno attenuate affrontando temi finora inevasi (per es. il pieno riconoscimento delle attività di insegnamento on line, una chiara disciplina della trasferibilità dei crediti, una regolamentazione circa i temi del copyright per i learning objects, ecc). Vanno favorite le reti tra università, e anche i consorzi tra università e soggetti in grado di fornire infrastrutture e collaborazione a vario titolo. E occorre costruite reti in grado di portare a sistema l’offerta che è già a disposizione, e può essere estesa orizzontalmente, migliorata qualitativamente e promossa a livello nazionale (e internazionale). In particolare, l’offerta – da coordinare anche a livello di reti regionali supportate dalle Regioni &#8211; di moduli utili per la formazione permanente. Nell’insieme, si tratta di azioni che richiedono anche investimento di risorse (in una certa misura reperibili, soprattutto con fondi CIPE), oltre a un nuovo set di indicatori e incentivi specifici nel sistema di finanziamento attraverso FFO sulla base della attività di valutazione dell’ANVUR, e a un forte coordinamento istituzionale delle università con MiUR e Regioni per dare vita a reti organizzate rivolte agli adulti.</p>
<p>Ultima, ma non ultima in ordine di importanza, la scelta culturale di fondo, in favore della qualità: l’e-learning non è la didattica di chi “non può frequentare normalmente”, quindi di settori potenzialmente esclusi e comunque “diversi”. E’ invece una delle forme metamorfiche dell’università che cambia perché cambia la comunicazione, e con essa tutti i processi culturali. Gli studenti <em>non possono apprendere se non in un ibrido tra il libro e le tecnologie digitali. </em>Un fatto semplice ma decisivo, che ci sfida a ribaltare i modelli, costruendo comunità di apprendimento, e praticando l’immissione diretta degli studenti nella ricerca e nel lavoro professionale concreto. Al centro dell’università del XXI secolo, e dunque non solo come modello della “classe” in e-learning, è il gruppo di ricerca, il laboratorio, la comunità che ricerca e apprende.</p>
<p>Una trasformazione che va considerata nella sua problematicità, ma anche nella sua necessità e per le nuove opportunità che si aprono. La <em>mission</em> che viene affidata alle università è complessa e trasversale: formare giovani e adulti, ricercare e trasferire, contribuire alla vita del paese e alla crescita globale come motori dell’innovazione. Potrà rispondervi solo una università aperta, ma non digeribile dal mercato. Una istituzione che si senta autonoma, protagonista, fuori dalla cristallizzazione inerziale e particolaristica delle vecchie forme. In grado di sostenere la sfida della massa critica, della qualità, della competizione a livello almeno europeo e della valutazione come criterio generale per ogni scelta di investimento.</p>
<h4><a href="http://rivista.scuolaiad.it/download/per-l-e-learning-nelle-universita-italiane-ragone.pdf" title="Scarica Per l’e-Learning nelle università italiane (Ragone)" target="_blank">Scarica "Per l’e-Learning nelle università italiane (Ragone)" in formato PDF</a>.<h4>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://rivista.scuolaiad.it/n01-200801/per-le-learning-nelle-universita-italiane/feed/?lang=it</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il dottorato in Italia, una storia recente</title>
		<link>http://rivista.scuolaiad.it/n01-200801/il-dottorato-in-italia-una-storia-recente</link>
		<comments>http://rivista.scuolaiad.it/n01-200801/il-dottorato-in-italia-una-storia-recente#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Jan 2008 12:37:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Cappa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 1 – 2008/2009]]></category>
		<category><![CDATA[Saggi]]></category>
		<category><![CDATA[dottorato]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://rivista.intranet.scuolaiad.it/?p=374</guid>
		<description><![CDATA[Il dottorato di ricerca è, in Italia, un argomento che ha avuto nuova attenzione grazie ai profondi mutamenti avvenuti nell’Università negli ultimi dieci anni; inoltre, esso si presta a essere lente con la quale leggere i grandi rivolgimenti nei concetti di ricerca e di sapere che, negli ultimi trent’anni, hanno attraversato la cultura e le pratiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Al quadro di un’attività nella coscienza di coloro che la esercitano non bisogna dunque prestar troppa fede. </em><br />
Robert Musil, <em>L’uomo senza qualità.</em></p></blockquote>
<h2>Abstract</h2>
<p>Il dottorato di ricerca è, in Italia, un argomento che ha avuto nuova attenzione grazie ai profondi mutamenti avvenuti nell’Università negli ultimi dieci anni; inoltre, esso si presta a essere lente con la quale leggere i grandi rivolgimenti nei concetti di ricerca e di sapere che, negli ultimi trent’anni, hanno attraversato la cultura e le pratiche educative dell’istruzione superiore. Questo saggio opera una lettura storica dello sviluppo del dottorato di ricerca nell’orizzonte del contesto europeo, ponendo in evidenza alcune criticità della trasformazione in atto.</p>
<h2>Indice</h2>
<p>1. Il dottorato in Italia fino al 1998: un percorso di ricerca<br />
2. La trasformazione del 1998: un titolo per più percorsi?<br />
3. Il processo di Bologna: tra qualità e standardizzazione<br />
4. Tendenze e nodi irrisolti<br />
Sitografia<br />
1. <em>Documenti inerenti al dottorato in Italia<br />
</em>2. <em>Documenti inerenti al Processo di Bologna</em><br />
Bibliografia</p>
<h4><a href="http://rivista.scuolaiad.it/download/il-dottorato-in-italia-una-storia-recente.pdf" title="Leggi l'intero saggio Il dottorato in Italia, una storia recente (Cappa)" target="_blank">Leggi l'intero saggio "Il dottorato in Italia, una storia recente (Cappa)" in formato PDF</a>.<h4>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://rivista.scuolaiad.it/n01-200801/il-dottorato-in-italia-una-storia-recente/feed/?lang=it</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L’Istruzione a Distanza: un percorso di innovazione per l’Università?</title>
		<link>http://rivista.scuolaiad.it/n01-200801/l’istruzione-a-distanza-un-percorso-di-innovazione-per-l’universita</link>
		<comments>http://rivista.scuolaiad.it/n01-200801/l’istruzione-a-distanza-un-percorso-di-innovazione-per-l’universita#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Jan 2008 10:36:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea De Dominicis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 1 – 2008/2009]]></category>
		<category><![CDATA[Saggi]]></category>
		<category><![CDATA[didattica]]></category>
		<category><![CDATA[istruzione a distanza]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://localhost/wp_rivista/?p=232</guid>
		<description><![CDATA[Abstract
L&#8217;elearning gioca un ruolo fondamentale nel quadro dell&#8217;impegno delle Istituzioni Educative in materia di Apprendimento Permanente. Sia nella sua utilizzazione &#8220;in alternativa&#8221; alle pratiche tradizionali di insegnamento/apprendimento sia come forma &#8220;complementare&#8221; a queste, l&#8217;Istruzione a Distanza possiede un potenziale ancora scarsamente utilizzato al servizio della crescita delle conoscenze e delle competenze di tutti. In un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Abstract</h2>
<p>L&#8217;elearning gioca un ruolo fondamentale nel quadro dell&#8217;impegno delle Istituzioni Educative in materia di Apprendimento Permanente. Sia nella sua utilizzazione &#8220;in alternativa&#8221; alle pratiche tradizionali di insegnamento/apprendimento sia come forma &#8220;complementare&#8221; a queste, l&#8217;Istruzione a Distanza possiede un potenziale ancora scarsamente utilizzato al servizio della crescita delle conoscenze e delle competenze di tutti. In un quadro di fortissima interdipendenza dei sistemi di istruzione, l&#8217;Università deve affrontare con intelligenza e decisione il problema della flessibilità e dell&#8217;innovazione dei contenuti e dei metodi, per rilanciare il suo ruolo nella società della conoscenza.</p>
<h4><a href="http://rivista.scuolaiad.it/download/l-istruzione-a-distanza-un-percorso-di-innovazione-per-l-universita-de-dominicis.pdf" title="Leggi l'intero saggio L’Istruzione a Distanza un percorso di innovazione per l’Università (De Dominicis)" target="_blank">Leggi l'intero saggio "L’Istruzione a Distanza un percorso di innovazione per l’Università (De Dominicis)" in formato PDF</a>.<h4>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://rivista.scuolaiad.it/n01-200801/l’istruzione-a-distanza-un-percorso-di-innovazione-per-l’universita/feed/?lang=it</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>E-learning e ICT nelle Università europee. Modelli e prospettive</title>
		<link>http://rivista.scuolaiad.it/n00-200701/e-learning-e-ict-nelle-universita-europee-modelli-e-prospettive</link>
		<comments>http://rivista.scuolaiad.it/n00-200701/e-learning-e-ict-nelle-universita-europee-modelli-e-prospettive#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 15 Jan 2007 13:57:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco C. Ugolini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 0 - 2007]]></category>
		<category><![CDATA[e-learning]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://localhost/wp_rivista/?p=36</guid>
		<description><![CDATA[Abstract
Nella recente evoluzione dell’istruzione superiore in Europa un ruolo molto importante è giocato dalle nuove tecnologie e dall’e-learning. Data la centralità che il settore ha nell’economia del Vecchio Continente, per valutarne modelli e prospettive, la Commissione Europea ha promosso diverse ricerche che hanno permesso di individuare vari aspetti di notevole rilievo. Il presente contributo si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Abstract</h2>
<p>Nella recente evoluzione dell’istruzione superiore in Europa un ruolo molto importante è giocato dalle nuove tecnologie e dall’e-learning. Data la centralità che il settore ha nell’economia del Vecchio Continente, per valutarne modelli e prospettive, la Commissione Europea ha promosso diverse ricerche che hanno permesso di individuare vari aspetti di notevole rilievo. Il presente contributo si sofferma ad analizzarne alcuni fra i più cruciali.<br />
In un’istituzione come quella universitaria, che, per via della sua specificità, ha visto l’introduzione dell’e-learning soprattutto per mezzo di singoli progetti di alcuni docenti “pionieri”, è giunto il momento di porre maggiore attenzione, da parte della dirigenza, sulla strategicità politica degli interventi. Le iniziative dei singoli, nell&#8217;ambito dell&#8217;autonomia didattica, naturalmente continuano a costituire un importante punto di forza per le università ma sempre più si palesa l&#8217;esigenza di  fornire loro adeguati supporto e formazione.<br />
Un altro aspetto importante riguarda le forme di partnership tra diversi atenei relativamente alla tematica dell’e-learning, per le quali emergono diversi modelli, su alcuni dei quali incide anche l’orientamento al mercato delle università europee.</p>
<h2>Sommario</h2>
<div class="parti-da-zero">
<ol>
<li>IAD, innovazione tecnologica e Lifelong learning</li>
<li>Il rapporto Virtual Models
<ol>
<li>Una strategia per l’integrazione delle ICT nell’università</li>
<li>Le collaborazioni tra università possono aiutare l’integrazione delle ICT?</li>
</ol>
</li>
<li>Il rapporto del progetto ELUE
<ol>
<li>La Finlandia e la Finnish Virtual University</li>
<li>Il caso francese
<ol>
<li>Strategia e consorzi: quali vantaggi reali?</li>
<li>L’impatto sui docenti</li>
</ol>
</li>
<li>Il caso italiano</li>
</ol>
</li>
<li>Conclusioni</li>
</ol>
<h4><a href="http://rivista.scuolaiad.it/download/ugolini-modelli.pdf" title="Leggi l'intero saggio E-learning e ICT nelle Università europee. Modelli e prospettive" target="_blank">Leggi l'intero saggio "E-learning e ICT nelle Università europee. Modelli e prospettive" in formato PDF</a>.<h4>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://rivista.scuolaiad.it/n00-200701/e-learning-e-ict-nelle-universita-europee-modelli-e-prospettive/feed/?lang=it</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
