Numero 12 - 2016

  • Numero 2 - 2010
  • Recensioni

Alexander Adler, Dany-Robert Dufour, Marc Fumaroli, Blandine Kriegel, Victor Malka, Trinh Xuan Thuan, Max-Jean Zins, Le Big Bang, et après?, Paris, Albin Michel, 2010

di Carlo Cappa

Un’interdisciplinare convivialità. Pluralità d’approcci e polifonia di voci.

Si è lieti di poter segnalare la pubblicazione del volume Le Bag Bang, et après?, composto dai testi presentati e discussi dal 30 maggio al 3 giungo 2009 all’interno del festival Rencontres de Fès, appuntamento che si ripetete ogni anno in occasione del Festival des musiques sacrées du monde, organizzato dalla Fondation Esprit de Fès. Il testo in oggetto rappresenta il quarto volume della serie [1] e raccoglie interventi tra loro molto eterogenei, ma capaci di utilizzare le loro differenze per valorizzarsi vicendevolmente. Non vi alcun dubbio che oggi l’approccio interdisciplinare sia un elemento posto al centro della pratica educativa forse ancor di più che della sua teoria: questa rilevanza comporta una ricerca assidua di legami, vicinanze o tangenze tra discipline che vogliono confrontarsi e ridiscutere la loro epistemologia nell’incontro con altri paradigmi e nel dialogo con altre praxis. Allo stesso tempo, però, questa ricerca non sempre è supportata né da un’adeguata riflessione su ciò che l’interdisciplinarità [2] comporta, né dalla ricerca di un solido sostrato comune sul quale costruire l’impalcatura necessaria a sostenere le future acquisizioni scientifiche.

Proprio per questi motivi, la raccolta di saggi qui presentata rappresenta un caso particolarmente felice. La questione posta al centro della discussione è quella dell’origine affrontata attraverso punti di vista tra loro differenti, spaziando dalla scienza alla filosofia, dalla religione alla politica, dalla storia all’estetica. Ciò consente di avere un approccio interdisciplinare “a posteriori”, nel quale i tasselli offerti dai numerosi studiosi si ricompongono più grazie allo sguardo del lettore che sotto la pressione di un forzoso incontro disciplinare; in modo molto suggestivo, è Blandine Krigel [3], nel suo contributo La vie, la mort, le jardin, posto a conclusione del volume, a offrire un orizzonte comune a tutte le discipline. Il giardino è qui visto come elemento comune fra tradizioni distanti e tra scuole filosofiche differenti che, proprio sotto l’egida d’un incontro liberale ai piedi dell’Albero della Vita, ritrovano la loro vicinanza e la reciproca appartenenza al mondo immanente, slanciandosi contemporaneamente verso un’aspirazione alla trascendenza. È proprio l’albero della vita del poeta mistico Ibn ‘Arabî, di cui nella cattedrale di Otranto vi è una delle più sontuose rappresentazioni in un favoloso mosaico, a render conto della complessità dispiegata dal dialogo tra discipline differenti ma interconnesse.

Tra i tanti contributi, si sceglie di segnalarne due, che spiccano per ricchezza di spunti offerti: il primo è quello di Victor Malka [4] , «Berechit: au commencement de quoi?» (pp. 27-41), nel quale i primi cinque versetti della Genesi sono letti attraverso una serrata interrogazione attorno alla nozione di berechit, traducibile con «all’inizio», «in testa». I temi che l’autore fa emergere con più nettezza sembrano essere due: il primo consiste nella ricerca del proprio della Bibbia nel suo versante metafisico, piuttosto che privilegiarne un’interpretazione di tipo fisico. Ciò, ovviamente, è tanto più urgente e pressante nei riguardi della questione dell’origine e del ruolo dell’uomo nella creazione; ed è proprio quest’ultimo elemento, secondo tema dell’autore, a ricoprire la parte centrale del saggio, nella quale l’autore affresca problematicamente la visione di un Universo in cui Dio ha bisogno dell’uomo, fornendo a sostengo di quest’immagine di cooperazione l’interpretazione sviluppata da Isaac Louria nel 1534. In particolare, di grande fascino è la definizione del concetto di tzimtzoum (contrazione o autoeliminazione), strettamente connesso a quello di tiqoun (riparazione): il primo concetto indica un’azione di Dio di concentrazione in un luogo del creato, in modo da lasciare spazio (di libertà) all’uomo. Il secondo, invece, indica la necessità per l’uomo di ricercare quelle scintille del divino che si sono sparse nel mondo dopo la rottura dei vasi posti all’inizio dei tempi. Questa rapida incursione nell’esegesi di matrice ebraica della Bibbia sbocca in un’apertura scettica, che non condanna la teoria del Big Bang perché contraria al Testo Sacro, piuttosto, proprio attraverso la Bibbia, giustifica da parte dell’uomo un’indefinita ricerca [5] condotta con il bene più prezioso che Dio gli ha concesso per avvicinarsi a lui, ovvero la ragione.

Il secondo capitolo che si intende presentare è quello di Marc Fumaroli [6]; Paris-New York et retour. Voyage dans les arts et les images, Paris, Fayard, 2009.] , «Le sacré, le sublime, la violence, la beauté» (pp. 123-146). Si sceglie questo testo poiché, pur avvicinandosi al tema della raccolta da un versante squisitamente estetico, mostra proprio quella tangenza o quella sovrapposizione tra ambiti di ricerca dette in precedenza. Fumaroli pone come presupposto del suo saggio una nitida separazione tra sacro da un lato e bello e sublime dall’altro: il primo esclude l’uomo dalla comunanza con Dio, stabilendo un rapporto basato su terrore e incolmabile distanza; i secondi termini colmano tale abisso, riallacciando una sodalitas pur problematica e incerta. In questo senso devono leggersi i riferimenti a Rudolf Otto e Heinrich Wölfflin: il primo ribadisce il sacro come elemento divino, non sussumibile nelle categorie del fare umano, anche se queste fossero quella propria del sacrificio per la patria emersa nella terribile esperienza della prima guerra mondiale. Il secondo secolarizza l’arte sacra, inventando la categoria del barocco e rendendo così oggetto d’esperienza estetica oggetti che avevano ben altro contesto. Il sacro, come equilibrio tra la fragilità umana e l’onnipotenza divina sembra, quindi, fugato dall’esperienza europea, depotenziandosi, diventando domo e consentendo uno sviluppo autonomo d’interrogazione della natura e di progresso tecnico dalle vertiginose conseguenze[7].

In modo similare, una rapidissima storia del sublime, dal suo recupero rinascimentale con Longino [8] all’opera di Edmond Burke del 1730, mostra come anche per la comprensione di questo concetto sia proficuo il riferimento a un tipo di poetica che veda in uno slancio “divino” la sua chiave di volta. Fumaroli non cede a un avvicinamento dimentico delle differenze tra due figure così lontane nel tempo, ben sapendo che il brivido del sublime pensato da un inglese con davanti a sé un secolo di sicurezza e prosperità economica non può essere sovrapposto a un tedesco drammaticamente impegnato a comprendere il crollo delle certezze del nostro continente. Ciononostante, la chiusura del saggio ripropone una visione, più laica di quella di Malka, nella quale l’essenza del cristianesimo si scopre proprio in questa auto-sottrazione di Dio, azione mediatrice dello sviluppo dell’uomo in tutte le sue potenzialità. Questo implica sia il raffinamento e la produzione dei frutti più elaborati della nostra cultura, sia lo sbrigliamento delle più crude nefandezze; il ritrarsi del sacro come giogo permise e permette un dispiegamento che consente all’uomo di comprendersi in uno specchio che egli non cessa di forgiare, seppure non sempre l’immagine riflessa infonda una placida sicurezza sul nostro destino.

Come si può vedere, i fili rossi che emergono tra i due saggi presi in analisi sono numerosi, offrendo una meditazione di grande ricchezza sull’origine e sul dialogo dell’uomo con tale interrogativo. Oltre al contenuto, inoltre, tale raccolta di saggi mostra la fecondità di un approccio interdisciplinare nel quale le singole discipline riescano a sviluppare appieno le proprie metodologie e i propri riferimenti concettuali, per poi ritrovarsi, convivialmente, a condividere lo stesso spazio di dialogo, scoprendo così di avere molto in comune, come rami di uno stesso albero. Le suggestioni che ciò fa nascere per le scienze dell’educazione sono innumerevoli, anche se pensate lontane dall’influenza di un genius loci come quello presente a Fès, città crocevia di religioni e civiltà.

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  1. I precedenti volumi sono: Le Sacré: cet obscur objet du désir? (2009), L’art, un miroir du sacré? (2009), Les femmes, l’amour et le sacré (2010), tutti pubblicati da Albin Michel; l’editore è anche partner nell’organizzazione della rassegna di incontri.
  2. Vale la pena di ricordare che il termine in italiano è stato assunto solo recentemente, nel 1972, così come «interdisciplinare». Quest’ultimo è tratto dall’inglese interdisciplinary, mentre il derivato proviene probabilmente dal francese interdisciplinarité. Cfr. Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, a cura di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, Bologna, Zanichelli, 2007.
  3. Lo studioso si occupa soprattutto di filosofia politica. Cfr. État de droit ou Empire?, Paris, Bayard Éditions, 2002 e Philosophie de la République, Paris, Plon, 1998.
  4. Scrittore e produttore in France Culture, dirige la rivista Information juive. Tra le opere, si ricordano Les Sages du judaïsme, Paris, Le Seuil, 2007 e Petites étincelles de sagesse juive, Paris, Albin Michel, 2007.
  5. Sembra opportuno ricordare che l’idea di infinita ricerca procede parallelamente rispetto all’indefessa opera di interpretazione a cui la cultura ebraica sottopone innanzitutto proprio il testo sacro, in primo luogo attraverso il midrash che raccoglie tanto la kalakhah quanto l’haggadah.
  6. Storico e saggista, professore al Collège de France e membro dell’Académie Française; la sua produzione è molto vasta e presenta alcuni testi fondamentali per la comprensione dell’età Moderna. Cfr. L’âge de l’éloquence, Genève, Droz, 2002 [19801
  7. In tal senso, il riferimento dell’autore è René Girard.
  8. Che si diffuse in maniera più capillare grazie alla traduzione di Boileau nel 1674.