Numero 12 - 2016

  • Numero 2 - 2010
  • Recensioni

François Ost, Traduire. Défense et illustration du multilinguisme, Paris, Fayard, 2009

di Carlo Cappa

Il multilinguismo come nuova lingua nazionale?

Gli angeli caduti, si sa, sono poliglotti, e a volte diventano esseri umani.
Harold Bloom, Angeli caduti.

Il testo di Ost risulta importante per differenti motivi: la forza con la quale affronta un tema particolarmente delicato, la pluralità di approcci che dispiega [1], la capacità di svincolarsi dal solo contesto francese offrendo uno spaccato di numerosi paesi. La radicalità con la quale il tema è trattato deriva, almeno in parte, dalla specifica formazione dell’autore, giurista e filosofo, membro dell’Académie royale des sciences, des lettres et des beaux-arts del Belgio, vice rettore delle Facultés universitaires Saint-Louis a Bruxelles. Fin dal titolo, il testo si pone nella tradizione di quelle opere che, pur affrontando lo specifico argomento delle lingue e della loro tradizione, intendono confrontarsi con il contesto più ampio della propria cultura in quanto tale; in tal senso, ovviamente, il ricollegarsi con l’opera di Joachim du Bellay è assai significativo [2]. L’ampio percorso compiuto da Ost è rivolto al tentativo di individuare nel paradigma della traduzione una chiave di volta che permetta di pensare in modo più adeguato il presente, rapportando continuamente la lingua e il linguaggio tanto all’ambito letterario, quanto a quello sociale e giuridico. In questo senso, il fantasma di una lingua unica che aleggia tra le pagine del volume non è solo un’infelice ipotesi che potrebbe comportare un inevitabile inaridimento espressivo, quanto una tetra minaccia che implicherebbe un essiccarsi di alcune delle fonti più generose della nostra cultura.

Posto sotto l’egida di un approccio spiccatamente interdisciplinare, il testo è divisibile, secondo le stesse indicazioni dell’autore (cfr. pp. 13-16), in quattro parti, molto eterogenee tra loro e che, forse, proprio in questo afflato enciclopedista trovano la loro principale debolezza. I primi due capitoli sono dedicati alla presentazione del mito di Babele: nel primo, sommando canoniche esegesi del Testo Sacro a letture più eterodosse e a testi che hanno colto le suggestioni di questa fondante narrazione [3] e Jacques Derrida, «Des tours de Babel», in Psyché. Invenzioni dell’altro, voll. 2, Milano, Jaca Book, 2008.], l’autore offre una prospettiva, aperta e polisemica, nella quale la pluralità delle lingue non è affatto rappresentata come il contenuto della punizione divina, quanto come la condizione primigenia da cui l’uomo avrebbe voluto allontanarsi, scivolando nella cupa utopia babelica. Al contrario, il secondo è dedicato a tutti quelle utopie o miti, nei quali il sogno di una lingua unica è continuamente ravvivato come possibile orizzonte ove compiere il destino umano. Il compimento annunciato in tali epifanie deve essere inteso in duplice modo: da un lato è ritorno all’origine, abolizione del trauma rappresentato da Babele; dall’altro è scoperta di un linguaggio perfetto, distaccato dal progredire storico e dalla percentuale di ambiguità propria delle lingue naturali [4]. La seconda parte, composta dai capitoli III e IV è dedicata nella sua interezza alla comprensione del tradurre: cosa significa? È un’azione che trova il suo appoggio nell’identità delle lingue al di là delle loro differenze oppure la sua giustificazione risiede proprio in ciò che vi è d’intraducibile? In questa parte, l’aspetto più interessante è la lettura di autori come Deleuze e Lyotard (cfr. pp. 147-148), per collocare la traduzione e l’alterità linguistica nel cuore stesso delle lingue e non soltanto tra di esse (cfr. pp. 133-154). Differentemente, l’ampio sorvolo storico rischia di banalizzare alcune delle tante posizioni presentate come avviene, per esempio, nel caso di Leonardo Bruni (cfr. p. 118), della cui posizione de facie ad faciem si diluisce inevitabilmente la forza e la capacità d’influenzare il futuro dibattito.

L’ampia e ricchissima terza parte, comprendente i capitoli dal V all’VIII, approfondisce i precedenti concetti e fa da cerniera logica con il successivo sviluppo etico e politico del testo. In questa parte, dunque, il corpo a corpo dell’autore con il concetto di linguaggio si trasforma in un attacco a una visione, propria della tradizione che vede nel Cratilo un primo fondamentale tassello, nella quale il linguaggio si strutturerebbe come trasparente corrispondenza con le cose. A tale visione ortogenetica del linguaggio, nella quale il lavoro del traduttore consisterebbe nella mera risoluzione di una semplice equazione tra termini dati, grazie al contributo di pensatori come Quine, Wittgenstein e Benviste, l’autore oppone un’immagine del linguaggio come fucina produttiva, come inesauribile vena che non cessa di trasformarsi nelle lingue e tra di esse. Ciò permetterà di individuare nel lavoro del traduttore un compito di ospitalità dell’altro nel proprio, aprendo alla possibilità d’individuare traduzioni relevantes [5] che non riflettono il dato di fatto dell’originale in un’altra lingua, bensì la trasformano e l’arricchiscono, riconoscendo nell’abduzione la logica propria di questo traghettare il senso (cfr. pp. 252-257).

Nella quarta e ultima parte, – capitoli IX, X e XI – l’attenzione dell’autore è rivolta all’attuale complessità linguistica e sociale che caratterizza la nostra società, mostrando la creazione di ambiti tra loro eterogenei e che rispondono a leggi e lingue differenti [6]. Tale pluralità non può non investire tanto il piano individuale quanto quello etico: è interessante, per tale aspetto, il rintracciare una riflessione in tal senso in Schleiermacher [7] (cfr. pp. 287-288), nella quale è il termine fremd (straniero) a essere tematizzato rispetto ad ausländer, indicando il primo come accezione contrapposta a ciò che è proprio (das Eigene), potendo così essere applicato anche a chi appartiene alla stessa nazione e, al limite, anche a se stessi. In tale prospettiva, la traduzione può presentarsi come articolata attorno a un’etica che la diriga, riuscendo a passare dall’attenzione e dalla cura per la parola dell’altro a un’accoglienza che possa essere rispettosa e protesa verso l’altro. Ciò fa accedere in modo diretto alla dimensione politica del testo, dove, partendo da una ricostruzione storica dell’approccio francese alla lingua (cfr. pp. 304-313) e un approfondimento delle coordinate concettuali strutturanti l’attuale panorama nazionale, si attraversa la presentazione di tredici casi di studio [8], per giungere a trattare la situazione del «laboratorio europeo» (cfr. 362-375). In tale quadro, la traduzione può presentarsi come un paradigma [9] che investe anche il campo del diritto, come ipotizzato nell’XI capitolo e che non può non prestare una particolare attenzione al diritto internazionale e al diritto comparato.

L’opera, nel suo insieme, rappresenta uno sforzo di concettualizzare un ampio orizzonte di senso, con una netta presa di posizione, da parte dell’autore, in favore di un multilinguismo animato dal paradigma della traduzione, punto d’arrivo di un percorso tanto intellettuale quanto sociale e giuridico. I risultati più interessanti del volume risiedono nell’individuazione di tali legami, più o meno evidenti, che attraversano la nostra cultura, anticorpi da conservare contro derive omogeneizzanti che non soltanto comporterebbero un grave impoverimento, ma potrebbero possedere anche nefaste conseguenze sociali. Naturalmente, questa veduta così ampia cede qualcosa negli approfondimenti su singoli aspetti, spesso utilizzati come meri snodi argomentativi e non sviscerati singolarmente; tuttavia, ciò non fa perdere mordacità al testo, fruibile tanto dall’esperto linguista o dal giurista, quanto dal lettore interessato alla comprensione dell’attuale contesto di riflessione su tematiche vitali per le loro innumerevoli implicazioni educative.

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  1. Si segnala, per quanto riguarda l’aspetto unicamente letterario della traduzione, il recentissimo volume di Edith Grossman, Why Translation Matters, Yale University Press, 2010. L’autrice è una celebre traduttrice americana che ha fatto parlare in inglese, tra gli altri, anche Cervantes.
  2. Ci si riferisce alla Deffence et illustration de la Langue Françoise pubblicata a Parigi nel 1545 presso Arnoul l’Angelier.
  3. Tra gli altri autori presentati, George Steiner, Dopo Babele, Milano, Garzanti, 1994 [19751
  4. Si potrebbe parlare di ritorno o di sintesi a posteriori e, come ben illustrato dal testo, sono “tentazioni” che hanno attraversato, in modo differente, tutta la nostra cultura. Cfr. Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, Roma-Bari, Laterza, 1993.
  5. Ancora una volta, il riferimento va a Jacques Derrida che ha introdotto questa nozione in «Che cos’è una traduzione ‘rilevante’», Aut-Aut, n. 334, 2007.
  6. Istaurando un dialogo con M. Walzer, Paul Ricœur, L Boltanski e L. Thévenot.
  7. Discorso all’Accademia delle Scienze di Berlino, 1813.
  8. L’autore privilegia, ovviamente, quei paesi nei quali il multilinguismo è da tempo un dato di fatto, come la Svizzera o il Canada.
  9. In questo senso, la nozione di paradigma è mutuata da quella di Kuhn, mantenendo assieme il versante epistemologico con quello sociologico.