Numero 12 - 2016

  • Numero 3 - 2011
  • Primo Piano

E-learning, digital heritage e scienze umanistiche, in Sapienza

di Giovanni Ragone

Tre anni di sperimentazione di un modello di insegnamento e di apprendimento ora inseparabile dall’e-learning. L’avvio di Digilab, un nuovo centro di ricerca e servizi della Sapienza rivolto alla comunicazione digitale dell’ heritage.

Su entrambi i versanti, un lavoro di sostanziale trasformazione delle culture e delle pratiche formative universitarie, nel contesto della società delle reti. Ancora troppo presto per un vero bilancio, ma qualche punto fermo è in vista e vale la pena di fissarlo. Sui corsi, intanto: mediologia 1 (teoria) e mediologia 2 (comunicazione delle risorse e delle istituzioni culturali) per le lauree triennali della facoltà umanistica; mediologia della letteratura per le lauree magistrali; comunicazione degli scavi e dei musei archeologici per una scuola di specializzazione post-laurea. Sono quasi quattrocento studenti, diversissimi tra loro per età, conoscenze, interessi; diverse cose sono cambiate, in questi tre anni, e il progetto naturalmente è cambiato, sul campo. La novità più evidente è che l’apprendimento, al di là delle differenze individuali, è ormai integralmente immerso nella comunicazione digitale, dove soprattutto i giovani universitari sono attori di nuovi processi culturali. Dieci anni fa, quando ho iniziato con l’e-learning, solo per una minoranza degli studenti avrei potuto dire la stessa cosa, anche insegnando in corsi di scienze della comunicazione. E ancora tre anni fa, almeno in area umanistica, una quota significativa era riluttante a sintonizzarsi con un modo diverso di studiare, soprattutto nei corsi di secondo e terzo livello, dove la diffidenza è più facile a scattare anche per un atteggiamento “resistenziale” (e spesso residuale) contro un mondo culturalmente fondato sui media. Oggi, invece, ci siamo: costantemente connessi in rete, pronti e disponibili per forme di comunicazione e di apprendimento attraverso ri/mediazione e ibridazione delle forme estetiche, i giovani hanno  competenze web significative e sono abituati alle logiche del social network. Di più: sono inclini a pensare che sia le conoscenze che il saper fare possono essere appresi e messi alla prova interagendo tra il web e esperienze in laboratori, in luoghi fisici, in situazioni reali; si sono convinti che l’università può anche non essere solo la classica sommatoria di docente, aula, libri da studiare e stress da esami (la parte seria dell’università, almeno); sono molto più aperti all’idea che teoria, formazione professionale e creatività possano andare insieme, come base della propria educazione superiore. Facile accorgersene navigando nella miriade di forum che popolano il nostro Moodle. Facile accorgersi anche della evidente differenza di orientamento tra ragazzi e ragazze. I primi sono in genere più subalterni sia alle logiche della pubblicità e del consumo che a quelle dei videogames, e si situano spesso ai piani bassi delle pratiche possibili su Internet, anche se spesso sono bravi nell’uso dei linguaggi visivi; le ragazze sono in media più attive, prendono sul serio il loro ruolo, sono più abili nella “internet literacy”, collaborano tra loro e apprendono meglio, e sono anche più spesso critiche e riflessive rispetto agli eventi e ai processi culturali.

Facile accorgersi del baratro che si allarga tra la cultura di un sessantenne (io), ma anche di docenti trentenni, quarantenni e cinquantenni (noi), e quella di chi studia, apprende, discute, socializza in una buona pratica di e-learning. Il che comporta un costante esercizio di comprensione, mediazione e rimediazione. Questo è il XXI secolo ma non solo: è il problema del conflitto mediale e generazionale su cui l’Italia in particolare, con i suoi paurosi ritardi in innovazione, infrastrutture e cura per la formazione, si gioca il futuro prossimo.

Delle cose che abbiamo cambiato nel nostro modello, cercando di correggere gli errori e di migliorare i risultati, ma anche di definire obiettivi realistici, quella apparentemente più banale ma che è forse la più rilevante per la tradizione universitaria (almeno in Sapienza), è l’adozione integrale dell’apprendimento on line sia per i “frequentanti” che per i “non frequentanti”, in modo da rimodulare e intrecciare i percorsi. Chi ha più tempo di giorno per venire in aule e laboratori studia in piccole comunità di 8-10 persone, che si distribuiscono ruoli e compiti: comprendere, sintetizzare e commentare sui forum lezioni e video lezioni, video conferenze, video seminari, testi; documentarsi on line e in modo pertinente sugli argomenti; in seguito il gruppo crea collaborativamente oggetti come video, spot pubblicitari, siti web,  di solito passando attraverso un lavoro di studio, ricerca, progettazione e produzione sul campo. La valutazione dei singoli che partecipano a questa modalità di apprendimento più spiccatamente cooperativo (“netlearning”) riguarda gli interventi nei forum, su abilità/livelli di risultato diversi, dall’impegno effettivo alla information literacy, dall’approfondimento teorico alla originalità, ecc., ma anche analisi scritte postate individualmente, test on line a risposte chiuse o aperte, e infine si riverbera su ogni partecipante il voto che viene dato al prodotto di gruppo (e al modo in cui è stato costruito). Per chi invece non interagisce “nei luoghi” ma solo in rete (“elearning”), il percorso è all’80% lo stesso (i video e i materiali testuali, i forum, l’attività di documentazione, le analisi individuali, i test on line, ecc.), salvo il lavoro sul campo che è sostituito da altre forme di approfondimento. Tutti gli studenti in piattaforma possono navigare e utilizzare il lavoro e le discussioni dei gruppi; i  partecipanti al percorso in “netlearning”, salvo il lavoro sul campo, possono ripartirsi i turni di partecipazione agli eventi in aula, che comunque vengono in buona parte registrati; in questo modo la distanza tra frequenza e non frequenza crolla, e l’apprendimento diventa prevalentemente collaborativo; le valutazioni sono trasparenti, si accumulano progressivamente, il che rende possibile migliorare quelle insufficienti in corso d’opera, e convergono nel voto finale, senza stress per l’esame. Naturalmente i materiali di un anno, inclusi i contenuti generati dagli studenti, possono essere selezionati e tornare a disposizione l’anno successivo.

Funziona? Sì, e con buoni risultati: livelli medi finali nettamente superiori a un corso “normale”, buona soddisfazione di chi partecipa, bassa percentuale di fallimento (dunque è anche così che si può abbassare l’assurdo tasso di fallimento o di studenti fuori corso di cui soffre il nostro sistema). La resa in termini di conoscenze teoriche, se si considera l’abituale distribuzione tra i più bravi e i meno ricettivi, non sembra inferiore alla tradizione, ma sono molte altre le abilità e le competenze che tendono ad emergere. Sono in larga parte gli studenti stessi a determinare una forma estetica dell’apprendimento sempre più “ibrida” tra testualità scritta, mediazione in audiovideo e culture tipiche dei new media, che fa da ponte fra tradizioni disciplinari e innovazione. Le criticità sono dunque soprattutto organizzative: servono e-tutor, per rispondere a eventualmente problemi dei gruppi e dei singoli; utilizzare studenti senior per questo compito va bene, ma pone problemi di autorevolezza e di competenza scientifica riguardo ai momenti in cui occorre orientare in qualche modo le community; occorre delimitare e contenere la massa critica di attività sostenibili, perché a volte la foga partecipativa di una parte degli studenti tende a eccedere; il lavoro di gruppo sul campo, che ha una rilevanza educativa e anche come esperienza di socializzazione effettivamente strategica, difficilmente può essere emulato on line in modo soddisfacente e occorre sostituirlo con qualcosa di analogo; inoltre i tratta di lavori che sono tanto più efficaci quanto più si radicano in realtà istituzionali, di impresa o almeno di laboratorio in cui siano all’opera vere competenze professionali, cosa che non sempre si riesce a ottenere. Si può ovviare, in parte, ad alcuni di questi problemi coinvolgendo stagisti, purché una università attrezzi una sua struttura come laboratorio-servizio per l’e-learning, in cui lo stagista svolga una attività effettivamente professionale. E qui si viene al vecchio nodo irrisolto, e anzi mascherato dalla vicenda italiana degli atenei “telematici”.

La Sapienza è un complesso gigantesco di strutture di ricerca e di attività formative. L’e-learning vi si è sviluppato (a parte alcune esperienze avanzate di Master internazionali) essenzialmente in due direzioni, in entrambi i casi con buone aspettative, ma con livelli di attività ancora inadeguati rispetto alla portata del cambiamento che in questo settore si sta producendo a livello internazionale: da un lato la cura di una infrastruttura di supporto a moduli in Moodle, che sono apparentemente numerosi, ma in genere si tratta solo di offerta di materiali didattici on line e di un basso livello di comunicazione e interazione fra studenti e docente; dall’altro l’acquisizione della quota di controllo di una università telematica, che dovrebbe progettare alcuni corsi di studio integralmente on line, distinti da quelli dell’università-madre. Nel polo umanistico, si sta cercando di ottenere un salto di qualità anche in altre direzioni, e anche a questo si sta dedicando Digilab, un nuovo Centro di ricerca e servizi costituito fra 9 dipartimenti (7 umanistici e 2 di ingegneria informatica e della informazione e comunicazione). Digilab offre un servizio di supporto per la diffusione dell’e-learning (formazione dei docenti e dei tutor, assistenza per l’adattamento della piattaforma, che resta Moodle, disponibilità di tutor e servizi a costi minimi), ma il suo impegno formativo più importante è il lancio di un sistema di corsi brevi di apprendimento permanente (SAP) su competenze professionali nell’area della produzione audio video, dell’editoria digitale e della comunicazione on line dei patrimoni culturali, delle lingue, del turismo e dello stesso e-learning. Il SAP è a sua volta gestito attraverso la piattaforma e-learning; inoltre, fin dai primi mesi si è verificata la possibilità di sviluppi interessanti per quanto riguarda la diffusione internazionale di alcuni corsi, in versione on line e in inglese.

Ma ora veniamo all’altro versante di questa transizione verso una università in parte diversa da quella che abbiamo conosciuto. Il potenziale degli ambienti digitali in termini di produzione di oggetti, di conservazione e di accessibilità cresce in modo esponenziale. Con tecnologie ormai disponibili a bassi costi, possiamo riutilizzare, nelle pratiche universitarie, tutto quello (o parte di quello) che eravamo abituati a considerare come materiali effimeri, o dedicati a noi stessi (appunti, dispense, slide, ma più in generale lezioni, dibattiti,seminari, convegni; e dal lato delle produzioni degli studenti, lo stesso). In sintesi, una comunità-corso di 200 persone con docenti, tutor, studenti senior, studenti variamente impegnati, se diventa una comunità che produce, comunica, conserva, in un ambiente digitale può generare da sola migliaia di oggetti in 3-4 mesi di lavoro. Saranno oggetti in larga parte catturati dal web e ri/mediati in nuovi oggetti più o meno utili. I livelli e i problemi di affidabilità e di controllo della qualità non sono diversi concettualmente da quelli di ogni sistema wiki di produzione della conoscenza. Lo stesso, a livelli più elevati e con standard di finitura più tradizionali, si può dire per il potenziale di produzione e rimediazione che deriva dalle attività di ricerca. Moltiplichiamo il tutto (gli user generated content) per il numero dei docenti/ricercatori di una università. Aggiungiamo la digitalizzazione di patrimoni storici degli atenei (libri, immagini, audiovideo,  ecc.): l’heritage che diventa digitale (e le collezioni di materiali storici che vengono continuamente donate alle università. La somma di tutto questo è virtualmente una parte di rilievo dell’intero digital heritage nazionale. Ed è vivo, non solo passato ma presente. La base fondamentale per l’apprendimento in mezzo al “rumore” del web.

La questione strategica, allora, è l’infrastruttura, la digital library universitaria; insieme alla cultura, alle nuove pratiche, che comunque stanno emergendo, e verranno, col tempo, da sole. Su questa strada occorre andare, e su questo obiettivo si misurerà il successo o il fallimento. Digilab, in Sapienza, è nato per questo, nonostante lo scenario economico negativo, che porta a cercare i finanziamenti a livello europeo, e da attività di servizio e formazione.

Il mondo corre, la formazione superiore si orienta sempre più verso l’uso del web. La virtualizzazione non riguarda solo l’interazione tra le persone, riguarda molto di più l’interazione con gli oggetti che noi stessi generiamo. Così, credo che si possa cominciare a intravedere come realizzabili alcuni obiettivi intermedi, che se esistesse un governo attento dei processi dovrebbero essere indicati e incentivati sia dal governo che dagli atenei. Vale a dire: migliorare la performance di riuscita degli studenti nei corsi di studio attraverso l’ideazione e il supporto di modelli didattici che aboliscano la figura del non frequentante”; rendere le università protagoniste, attraverso strumenti analoghi, dell’educazione permanente, attraverso sistemi di corsi brevi, accessibili da giovani e adulti; esportare la cultura italiana/europea, il migliore tra i nostri made in Italy, attraverso le infrastrutture digitali; costruire infrastrutture di digital library come strutture aperte di conservazione, comunicazione e rimedi azione delle conoscenze, rigenerando l’heritage in ambienti digitali. Si può fare, con le tecnologie che ci sono. Soprattutto, con gli studenti.

Bibliografia

Per la questione della digitalizzazione:
- Capaldi D., Ilardi E., Ragone G., Comunicare la memoria, Napoli, Liguori, 2008
- Antinucci, F., Comunicare nel museo, Roma-Bari, Laterza 2009
- Guercio, M., La conservazione a lungo termine dei documenti elettronici: normativa italiana e progetti internazionali,http://archive.forumpa.it/archivio/0/200/260/263/GuercioConservazioneDeiDoc.pdf
- Atti del Convegno “Il documento elettronico e la dematerializzazione: il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale”,http://iniziative.forumpa.it/expo10/convegni/il-documento-elettronico-e-la-dematerializzazione-il-nuovo-codice

Per la parte metodologico-didattica:
- Abruzzese A., Maragliano R., Educare e comunicare. Spazi e azioni dei media, Milano, Mondadori, 2008
- Guasti L. (a cura di), Apprendimento e insegnamento. Saggi sul metodo, Milano, Vita e pensiero, 2002
- Castoldi M., Valutare le competenze. Percorsi e strumenti, Roma, Carocci, 2009

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