Numero 12 - 2016

  • Numero 3 - 2011
  • Ricerca & Tecnologia

La tecnologia a servizio della storia : Archivi del Novecento – La memoria in rete

di Elena Zizioli

Abstract

L’articolo, pur nella sua brevità, vuol dar conto di come sia possibile ripensare gli Archivi nell’epoca digitale e all’interno della società della conoscenza, sfruttando al meglio le tecnologie e le potenzialità della Rete. Più che addentrarsi nel dibattito che, dalla seconda metà degli anni Novanta, offre sul tema contributi interessanti e innovativi, si è scelto di proporre al lettore una buona pratica: il progetto Archivi del NovecentoLa memoria in rete, ideato e promosso dal consorzio BAICR come iniziativa culturale nel 1991, divenuto nel 1994 un programma informatico e approdato su internet nel 2003.

Nell’immaginario collettivo l’Archivio, quale straordinario deposito di memoria, ha sempre rimandato a carte consunte dalla polvere e dal tempo, conservate in luoghi silenziosi, protetti, dall’accessibilità limitata e comunque controllata. Nel laboratorio dello storico l’Archivio ha sempre conservato una centralità per la preziosità delle fonti depositate, e, dunque, per il suo valore culturale e simbolico [1].

Nell’era dell’informatica, di internet, il lavoro dello storico cambia nella costruzione e ricezione del testo storiografico e cambiano le tipologie delle fonti fruibili: in rete si possono ormai disporre di molteplici “risorse” [2]. La letteratura scientifica annovera dalla seconda metà degli anni Novanta contributi significativi intorno al problema della storiografia che usa fonti digitali [3]. Anche gli Archivi si aprono, mutando le loro modalità comunicative. Se, infatti, è ancora azzardato parlare di vera e propria “svolta conservativa”, per le resistenze presenti nel rendere disponibili on line i materiali, comunque una prima opera di digitalizzazione, con la quale ad esempio sono stati messi in rete gli indici degli inventari, ha permesso al ricercatore attento di verificare l’esistenza e l’utilità dei materiali raccolti e catalogati. [4]

Dario Ragazzini, in proposito, interrogandosi sulla tipologia di fonti disponibili sul web e sulle modalità di comunicazione, suggerisce un’evoluzione per l’identità dello storico: da viaggiatore a «organizzatore di viaggi che indica percorsi e suggerisce le esemplificazioni […], mouse alla mano» [5]. Nel riprendere la metafora, tra i tanti itinerari possibili, qui proponiamo il progetto Archivi del Novecento. La memoria in rete che in queste pagine è illustrato nelle sue note distintive per dimostrare come è possibile ripensare gli Archivi nell’epoca digitale e all’interno della società della conoscenza, sfruttando al meglio le tecnologie e le potenzialità della Rete.

La paternità del progetto è ascrivibile al BAICR, consorzio non profit, costituito nel 1989 tra cinque prestigiosi istituti culturali italiani (l’Istituto della Enciclopedia Italiana, l’Istituto Luigi Sturzo, la Fondazione Lelio e Lisli Basso – Issoco, la Società Geografica Italiana [6] , la Fondazione Istituto Gramsci) con lo scopo precipuo di contribuire alla valorizzazione del patrimonio storico-culturale del nostro paese attraverso metodologie innovative, logiche di comunicazione e creazione di ambienti digitali [7]. La filosofia che animava il progetto, fin dal suo sorgere, nel 1991, e che ha sostenuto il raggiungimento degli ulteriori traguardi ( nel 1994 il programma informatico GEA e nel 2003 l’approdo sulla rete), era riuscire a far dialogare diverse realtà archivistiche italiane nella convinzione che «il valore aggiunto dell’informazione consistesse nel rapporto dinamico tra archivi complementari» [8]. In sintesi, si trattava di realizzare «un sistema informativo articolato e non solo una «semplice pubblicazione di inventari informatizzati» [9].

Un piano di lavoro, sicuramente ambizioso, nato da una spinta ideale forte e da un’esigenza di condivisione per superare la frantumazione e la dispersione della documentazione sulla storia del Novecento e che perciò ha rappresentato una sfida quasi pioneristica. Basti pensare alla natura stessi degli Archivi che apparentemente appaiono luoghi statici, per loro natura conservativi e la società attuale definita «liquida» [10] e marcata dalla fluidità. Ci si doveva soprattutto interrogare sul senso di “essere in rete”.

Come ricorda Leonardo Musci [11] il progetto fu accolto con curiosità, ma nel contempo con scetticismo, tenuto conto della tradizionale inclinazione alla gelosia archivistica e alla novità derivante da un’iniziativa nata in ambito di archivi privati in un tempo di indiscutibile egemonia degli archivi statali e pubblici. L’idea di base è stata quella di creare una rete, nella convinzione che ogni fondo archivistico è un tassello di un sistema documentario a struttura complessa, in cui «la molteplicità e la ricchezza delle relazioni sia archivistiche che semantiche necessitano di essere portate alla luce attraverso opportune modalità di descrizione e di condivisione» [12].

Com’era, dunque, possibile rendere “visibili” gli Archivi degli istituti aderenti al progetto? Sono state seguite più piste di lavoro. Per la valorizzazione dei preziosi giacimenti documentari novecenteschi, si sono praticate «iniziative comuni» in «determinati ambiti tematici e cronologici», e si è dedicata un’«attenzione crescente verso l’aspetto della consultazione on line dei documenti digitalizzati» [13]. Ma vi è stato anche di più. Si è scelto, infatti, di «integrare le modalità classiche di conoscenza delle strutture archivistiche (inventari, elenchi, indici) con strumenti nati al di fuori della disciplina archivistica (anche se non totalmente assenti in essa) come quelli dell’indicizzazione per soggetto» [14]. Si trattava, in sostanza, di compiere un’attenta analisi degli strumenti di indicizzazione utilizzati dalle biblioteche per verificare la reale esistenza di limiti di applicabilità agli Archivi.

Da ultimo, ma non per questo meno rilevante, l’adozione di tecnologie adeguate. Da qui la creazione di un sotfware informatico, GEA, sviluppato dalla società Datamat, che fungesse non solo da strumento di riordino archivistico, ma che consentisse un «colloquio sistematico fra gli archivi» e nel contempo un «supporto alla produzione culturale e editoriale» [15]. Tra le note distintive vanno rilevate la flessibilità, nel rispetto degli standard internazionali [16] e l’adattabilità. È consentito l’utilizzo del programma da postazioni autonome, in rete locale o sul Web, a dimostrazione della «potenza del motore di ricerca del quale GEA può disporre per effettuare le più varie tipologie di interrogazione». [17] Tra le caratteristiche, che riteniamo più significative, segnaliamo la ricostruzione dei patrimoni archivistici frammentati, la consultazione efficace degli oggetti multimediali associati alla descrizione archivistica, la produzione di report raffinati, l’esposizione sul web dei risultati raggiunti, nonché la creazione di reti di archivi affini e complementari [18].

Per comprenderne la struttura rimandiamo alla nota con relativo schema grafico pubblicato sul sito dedicato al progetto http://www.archividelnovecento.it/ da dove emerge chiaramente l’organizzazione gerarchica dei dati. GEA può gestire tutta la casistica delle strutture di ordinamento archivistico, da quelle più complesse (gli archivi ministeriali) a quelli più semplici; è pensato come uno strumento professionale che accompagna l’archivista nel suo lavoro di descrizione e ordinamento e come uno strumento per il ricercatore per orientarlo con successo nel suo vagabondare per archivi. Caratteristica di GEA fin dall’inizio è stato l’ampio spettro di tracciati descrittivi a livello documentale: corrispondenza, verbale, manoscritto, delibera, audiovideo, fotografica, iconografica, bibliografica [19].

Si è oggi alla quinta versione di GEA, e nell’evoluzione, sono state pensate anche personalizzazioni adeguate alle diverse realtà istituzionali che ne hanno fatto richiesta. Hanno riversato il proprio patrimonio documentario archivi pubblici e privati, prodotti e conservati da istituti culturali, imprese, banche, sindacati, associazioni, comunità religiose, singoli intellettuali o politici. La mappa consente di stimare oltre ottanta istituzioni aderenti, mentre sono circa quaranta le realtà che hanno scelto GEA senza riversare i loro dati in Archivi del Novecento: tra queste figura anche il massimo istituto statale di conservazione, l’Archivio Centrale dello Stato, ma va menzionato anche l’Archivio storico del Senato della Repubblica [20].

Il progetto è di particolare interesse non solo perché si rivela di straordinaria utilità per il ricercatore attento alla storia italiana del Novecento, ma anche perché ci consente di riflettere su quelli che sono i valori che dovrebbero comunque ispirare la costruzione di banche dati e i processi di digitalizzazione: la ricerca e l’adozione di criteri uniformi e metodologie comuni – per esempio – nonché il superamento concettuale di una «visione monadistica» dell’Archivio concepito non più come «insieme statico e autoreferenziale, ma nel suo rapporto dinamico con archivi complementari» [21]. Come è stato evidenziato si può, dunque, a ragione sostenere che «il vasto consenso ottenuto sul piano nazionale, superata la fase di iniziale scetticismo, mostra la validità di un percorso decisamente innovativo partito dalla società civile e alimentato dal confronto interno al gruppo promotore»[22].

Possiamo avviarci alla conclusione richiamando quelli che a nostro avviso sono i risultati più significativi raggiunti. Il progetto ha sicuramente perseguito i valori della condivisione, della democrazia, dell’interdisciplinarietà. Il gruppo, infatti, che ha lavorato alla sua implementazione e al suo sviluppo, ha annoverato al suo interno diverse competenze, da quelle legate all’archivistica e alla storia, a quelle più specifiche dell’informatica e della comunicazione digitale. In primis Archivi del Novecento ha favorito il lavoro di rete tra gli istituti culturali. L’assunzione di criteri comuni, per la descrizione dei diversi fondi archivistici posseduti, ha agevolato e stimolato lo scambio dei dati; ma soprattutto il lungo processo, che ha visto gradualmente l’aggregazione dei differenti istituti aderenti, ha contribuito a consolidare la visione della rete come un unico vastissimo patrimonio documentario, un archivio virtuale «suscettibile di progressivi ampliamenti, agevolmente consultabile con l’ausilio di fondati strumenti di ricerca» [23]. Il pregio è stato proprio quello di evitare la «decontestualizzazione»[24], segno che la regia del progetto ha conservato un’anima culturale, pur avvalendosi di mezzi tecnologici sofisticati e raffinati. «Le tecnologie, se si vuole tutelare la loro carica innovativa, devono restare sempre aperte al dibattito delle idee» [25]. Così nella brochure di presentazione della quinta versione di GEA e crediamo non ci sia citazione migliore per concludere questa breve informativa e per ben significare la filosofia che ha ispirato e continua a sostenere l’evoluzione dell’iniziativa.

Riferimenti bibliografici:

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  1. Sul valore e potere degli Archivi e sulla loro evoluzione, tra i tanti testi disponibili, cfr. L. Giuva, S. Vitali, I. Zanni Rosiello, Il potere degli Archivi. Usi del passato e difesa dei diritti nella società contemporanea, Milano, Mondadori, 2007, pp. 1-137.
  2. Sull’utilizzo del termine “risorsa” la letteratura scientifica si è ampiamente espressa: Vitali ne sottolinea l’ «ambiguità» e la «genericità», in quanto tale termine ben esprime «la difficoltà di stabilire una lineare corrispondenza fra gli strumenti di informazione e di mediazione delle conoscenze tipici dei supporti tradizionali e quelli presenti nel mondo digitale», in S. Vitali, Passato digitale. Le fonti dello storico nell’era del computer, Milano, Bruno Mondadori, 2004, p. 72. Cit anche in E. Gori, La storiografia digitale in Italia. Orizzonti e prospettive, in “ Historied.net Studi e risorse per la storia dell’educazione”, 1, 16 marzo 2007, p. 8, disponibile al sito: http://www.historied.net/portal/ (ultima consultazione marzo 2011).
  3. Per una prima ricostruzione delle differenti posizioni sul tema della storiografia digitale in Italia, si veda il saggio di E. Gori, op. cit., pp.1-11. Per testi più specifici si rimanda ai Riferimenti bibliografici in chiusa al contributo.
  4. Per ulteriori approfondimenti, cfr. G. Bandini, P. Bianchini, Fare storia in rete, Firenze, Carocci, 2007.
  5. D. Ragazzini, Gli archivi sul web, in “ Historied.net Studi e risorse per la storia dell’educazione”, 1, 16 marzo 2007, p. 3, disponibile al sito: http://www.historied.net/portal/ (ultima consultazione marzo 2011).
  6. La Società Geografica Italiana è entrata a far parte del Consorzio dal 1994.
  7. Cfr. www.baicr.it. (ultima consultazione marzo 2011). Il sito contiene informazioni sulla storia, sulle finalità e sulle molteplici attività dell’Ente.
  8. Cfr. il sito: www.archividelnovecento.it alla sezione: Il progetto (ultima consultazione marzo 2011).
  9. L. Musci, Archivi del Novecento. Un progetto in cammino, in “Scrinia”, II, n. 3, 2005, p. 4.
  10. L’espressione, ormai entrata nel linguaggio comune, è del sociologo Z. Baumann nel testo Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza, 2000.
  11. La stesura di questa nota informativa su GEA è stata possibile grazie al colloquio intrattenuto nel mese di novembre 2010 con Leonardo Musci, coordinatore del progetto. E’ questa l’occasione per ringraziarlo non solo per le informazioni e i materiali che ci ha fornito, ma per l’entusiasmo, la passione e la cura con cui segue lo sviluppo dell’iniziativa.
  12. L. Musci, op. cit. p. 1.
  13. Ivi, p. 2.
  14. Ibidem.
  15. Cfr.: A. Liguori, Archivi del Novecento. Una rete di 55 istituti per valorizzare la memoria, in “Storia e futuro. Rivista di storia e storiografia”, n. 12, novembre 2006, p. 3, disponibile anche al sito: http://www.storiaefuturo.com/ (ultima consultazione marzo 2011); il sito www.archividelnovecento.it alla sezione: Il software (ultima consultazione marzo 2011). L’articolo di Liguori contiene anche le interviste a Madel Crasta, segretario generale del Consorzio BAICR, a Leonardo Musci e Cristina Farnetti, rispettivamentecoordinatore e archivista del progetto.
  16. Si intendono: ISAD (G) (General International Standard Archival Description) (per la descrizione archivistica), ISAAR(CPF) (International Standard Archival Authority Record for Corporate Bodies, Persons, and Families) (per i record d’autorità) e ISDIAH (per i soggetti conservatori). L’applicativo genera file XML basati sugli standard EAD/EAC.
  17. A. Liguori, op. cit., p. 3.
  18. Cfr. www.archividelnovecento.it alla sezione: Il sofware (ultima consultazione marzo 2011).
  19. Ibidem. Per un discorso più esteso, cfr. A. Liguori, op. cit., p. 3.
  20. Cfr. il sito: www.archividelnovecento.it alla sezione: Le istituzioni in rete (ultima consultazione marzo 2011). Per una ricostruzione puntuale delle prime istituzioni che hanno aderito al progetto, si veda anche G. Nisticò, Le ragioni di un progetto. Archivi del Novecento, in “Millenovecento”, n. 23, settembre 2004, pp. 1-9.
  21. A. Liguori, op. cit., p. 2.
  22. Ivi, p. 3.
  23. G. Nisticò, op. cit., p. 3.
  24. La distinzione sulle differenti tipologie di Archivio è delicata. Vitali in proposito ha suggerito che, nel caso in cui gli Archivi assemblano materiale documentario di varia natura e provenienza, estraendolo dai propri contesti (spesso secondo gli interessi culturali e le passioni dei loro curatori) e rinunciano perciò a riprodurre su supporto digitale l’ordinamento e la struttura originaria, conservando serie e fondi, è corretto parlare di «archivi virtuali», in S. Vitali, Archivi e istituti culturali di storia contemporanea, in Criscione A., Noiret S., Spagnolo C., Vitali S., La storia a(l) tempo di internet: indagine sui siti italiani di storia contemporanea (2001-2003), Bologna, Pàtron, 2004, p. 90; cit. anche in E. Gori, op. cit., p. 7. Tali archivi sono stati definiti da Rosenzweig «inventati». Cfr. Cohen D. J., Rosenzweig R., Digital History. A Guide to Gathering, Preserving and Preserving the Past on the Web, University of Pennsylvania Press, Philadelphia, 2006.
  25. La citazione è di Tomàs Maldonado ed è ripresa dal sito, più volte richiamato in queste pagine, www.archividelnovecento.it alla sezione: Il sotfware (ultima consultazione marzo 2011).