Numero 12 - 2016

  • Numero 4 - 2011
  • Recensioni

Carla Benedetti
, Disumane lettere. Indagini sulla cultura della nostra epoca
, Roma-Bari, Laterza, 2011.

di Carlo Cappa

Il testo di Carla Benedetti si presenta come una serie di saggi che approfondiscono elementi differenti della produzione culturale odierna, privilegiando, visto il profilo della studiosa [1], in netta misura la letteratura, ma non dimenticando il cinema e, in un caso, la rete [2]. La struttura del testo, però, rifugge da un approccio marcatamente specialistico, preferendo assegnare a ogni capitolo un tema di ampio respiro, che possa favorire un attraversamento obliquo di più campi disciplinari. Tale prospettiva non fa però perdere unità al volume, sia attraverso la ricorsività di alcuni temi che riappaiono, illuminati da angoli differenti, in più capitoli, sia grazie all’introduzione, che affresca un preciso sfondo concettuale nel quale incastonare le singole ricerche proposte nelle pagine successive. Per questi motivi, seppure una presentazione generale dell’opera sia certamente possibile, la sua intrinseca ricchezza, così come il voler rifuggire esplicitamente da uno specialismo individuato come una delle cause dell’odierna crisi della cultura del nostro (e non solo del nostro) paese, rendono utile soffermarsi su alcuni specifici capitoli, al fine di offrire un’immagine più completa dell’opera al lettore.

Il lavoro di Benedetti si apre collocandosi in un disperante scenario ove il fare umano si staglia sul fosco orizzonte offerto dalla possibile catastrofe ecologica, la quale potrebbe portare all’estinzione della nostra specie. Tale angosciosa prospettiva, però, non relativizza o, peggio, annulla, il valore e le possibilità delle humanities, bensì dona loro, agli occhi della studiosa, un compito vitale e, per molti aspetti, insostituibile: questo compito, in un certo senso inevitabilmente, non può che essere, ancora una volta, quello più classico di questa discipline, ovvero rendere il mondo comprensibile e abitabile per l’uomo. Tuttavia, è questo rappresenta il filo conduttore più forte e stringente del volume, proprio per poter attingere, nuovamente o ancora poco importa, al loro ruolo, le humanities devono svolgere un confronto serrato con le condizioni odierne della loro possibilità, comprendendo le vitali continuità con il passato e i necessari strappi con specifici lineamenti della cultura contemporanea.

Le continuità che Benedetti presenta sono una carrellata tra alcuni degli scrittori più importanti della letteratura italiana, posti in ideale vicinanza con numerosi nuovi autori della scena nazionale: Leopardi, Gadda e Dante s’incontrano così con Saviano o Antonio Moresco, mostrando una tenue ma riscontrabile vitalità della letteratura, chiamata, ora come allora, a ridefinire il reale e a offrire nuove possibilità. Accanto alla positività espressa in tante pagine dalla studiosa, però, si delinea anche l’ombra del negativo, identificato con alcuni aspetti del post-moderno. Proprio il costante andirivieni tra positivo e negativo, tra apertura e chiusura, è la cifra del testo, riconosciuta dalla stessa autrice, la quale pone i sette capitoli di cui si compone l’opera sotto l’egida di sette binomi: mondo a sfondo chiuso/mondo a sfondo aperto, apocalisse/emergenza, necessità storica/ contingenza, morte/nascita, collettivo/singolare, quantità/qualità, orizzontale/verticale.

Il tentativo di leggere la situazione culturale contemporanea attraverso un’individuazione delle zone di ustione (p. 19) nelle quali nuove energie, sorrette e in dialogo con le eccellenze del passato, arrivano a ridefinire la placida inerzia di alcuni assunti contemporanei, si offre quindi al tratteggiare i necessari strappi che l’autrice indica come indispensabili rispetto a tratti soffocanti della situazione culturale odierna, specie nazionale. Questa aspirazione pone il testo di Benedetti in continuità, pur con tutte le profonde differenze del caso, con una parte della critica letteraria mondiale, refrattaria alle sirene del post-moderno e impegnata, da almeno due decenni, a tentare di riaffermare la centralità della creazione artistica. In tal senso, non si può non pensare al continuo sforzo concettuale di George Steiner [3] o alle iniziative di istituzioni come il Nexus Instituut [4], con sede nei Paesi Basse, presieduto da Rob Riemen [5] : il superamento del post-moderno inteso quale indebolimento della speranza (e della fede) nella capacità di creazione dell’uomo è un carattere che attraversa prepotentemente una vivace parte della riflessione contemporanea.

L’ultimo capitolo (pp. 181-191) di Disumane lettere è il più trasparente nell’indicare queste vicinanze: il muoversi nel binomio tra orizzontale e verticale è un’occasione che l’autrice coglie per rivendicare un alto profilo per le opere d’arte. Per far questo, Benedetti utilizza l’espressione ‘opere di genio’, cogliendone il senso Settecentesco, prima, quindi, della rivoluzionaria ventata del Romanticismo. In quest’accezione, il genio diventa uno strumento per rompere una visione orizzontale dell’opera, semplice raccolta di enunciati, indifferente se non per l’etichetta con la quale la si connota [6]. Il genio è quell’apertura verticale che ne fa, così, un prodotto umano che trascende, nelle aspirazioni e negli orizzonti, l’uomo stesso; la letteratura e l’arte nel suo complesso, in tal modo, risultano sorrette da un’illusione operante (p. 184), che nulla perde della sua forza propulsiva e della sua capacità d’impatto nel reale, pur muovendosi in una dimensione di idealità e di aspirazioni a una grandezza attingibile con gran difficoltà.

Il testo, nel suo complesso, risulta molto fluido e può essere apprezzato da lettori interessati a tematiche differenti da quelle riguardanti la letteratura in senso stretto; inoltre, è indubbio che la riflessione di Benedetti si inserisca in un più ampio momento di ripensamento del ruolo delle humanities, il quale comprendere autori [7] appartenenti a tradizioni culturali e contesti differenti. La necessità di confrontarsi con il post-moderno e con le conseguenze che tale ampio fenomeno culturale ha comportato è una delle urgenze dell’attuale momento storico e il testo di Benedetti, pur con alcune inevitabili oscillazioni [8], ribadisce consapevolmente tale agenda culturale.

  1. Carla Benedetti è autrice di opere note e che hanno suscitato vivaci dibattiti. Si citano in questa sede, anche per la prossimità con alcuni dei temi presenti nel testo in ogetto: L’ombra lunga dell’autore. Indagine su una figura cancellata, Milano, Feltrinelli, 1999 e Il tradimento dei critici, Torino, Bollati Boringhieri, 2002.
  2. Cfr. il paragrafo «Il blog e il limbo», pp. 119-127, dove l’autrice riprende, almeno in parte, un dibattito affrontato con un contributo dal titolo Perché i bloggers usano nomignoli di copertura? pubblicato il 17 giugno 2003 su «Nazione indiana», rivista che ha avuto Benedetti tra i suoi fondatori.
  3. Si pensi, ad esempio, a George Steiner, Real presences, Chicago, Chicago University Press, 1989 (trad. it., Id, Vere presenze, Milano, Garzanti, 1992).
  4. Si veda il sito dell’istituto: http://www.nexus-instituut.nl/.
  5. Autore, tra l’altro, del testo di successo Adel van de geest. Een vergeten ideaal, Amsterdam, Uitgeverij Atlas, 2009 (trad it. Id, La nobiltà di Spirito, Milano, Rizzoli, 2010)
  6. L’autrice contrappone la definizione di opere di genio con quelle, certo più esangui, a cui si ricorre per posizionare la produzione intellettuale di un autore: «letteratura», «poesia», «arti visive», «cinema», «video-arte», cfr. p. 186.
  7. Si pensi al recente testo di Martha Nussbaum, Not for Profit. Why Democracy Needs the Humanities, Princeton, Princeton University Press, 2010 (trad. it. Id., Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, Il Mulino, 2011).
  8. L’immagine di alcuni autori citati come post-moderni risulta, a volte, eccessivamente monodimensionale. Ad esempio, per quanto riguarda la problematica della differenza, il riferimento a Gilles Deleuze non sembra adeguato alla statura del personaggio (cfr. p. 75).