Numero 12 - 2016

  • Numero 5 - 2012
  • Ricerca & Tecnologia

Conoscersi … per conoscere e comunicare

di Sonia Schirato

Abstract

L’articolo intende sottolineare l’importanza di un “viaggio” nelle fitte trame della personalità, per  ri-conoscersi, capirsi e capire gli altri, rinnovando e potenziando il proprio Sè, per poi potersi relazionare, in modo efficace, attraverso capacità di pensiero divergente, con un mondo digitale e globalizzato,  dominato dalle nuove geometrie del tempo e dello spazio, caratterizzato dal moltiplicarsi di ambienti percettivi virtuali e tempi sincroni e asincroni. In tale contesto  la comunicazione non può che adattarsi ai continui mutamenti, divenendo simultanea, Computer Mediated  Communication, con differenti linguaggi e strumenti IAD, FAD, IRC, MUD-MOO, Video-Conferenza, E-mail, Mailing Lists, TIC, Newsgroups, Emoticons, Twitter, Facebook, LIM…

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1. Identità e relazione

Noi siamo consapevoli di come ci chiamiamo, di dove siamo nati, dell’ambiente in cui viviamo e degli impegni che abbiamo ma è solo all’interno di contesti lavorativi organizzati, scuole, uffici, aziende, che dobbiamo quotidianamente confrontarci e mettere  in atto  particolari dinamiche, espressioni  delle singole personalità  e delle reciproche modalità di relazione.  È proprio in questi ambienti, in cui l’interazione umana e le diverse modalità di comunicazione svolgono un ruolo prevalente, che noi siamo indotti a fermarci,  a riflettere per riscoprire, e spesso riappropriarci, del  nostro [1], strano miscuglio di “esterno” e “interno”, fluttuante identità dai limiti indefinibili,  che tra spazi di azione, interazione e movimento, ci fa percepire  la concreta possibilità di smarrirci, di perderci con il rischio di non ritrovare più noi stessi. Solo il sapere ciò che siamo e il ri-conoscere il mondo in cui viviamo ci permette di  legare eventi, percezioni, conoscenze come un filo sottile che ci può guidare nel corso della vita in cui siamo chiamati, nella differente e complessa varietà della specie umana, ad incontrarci/scontrarci  e ad esercitare le nostre competenze, in una continua e concreta rel-azione con i nostri “interlocutori”.

Non siamo identici e ci distinguiamo gli uni dagli altri in modo idiosincratico, ed è  proprio nello stabilire relazioni con gli altri che l’uomo può riscoprire la propria identità,  i propri modi di pensare, di agire, le caratteristiche fortemente individualizzate che dipendono dalle sue dotazioni hardware, patrimoni genetici e strutture  bio -neuro-fisiologiche, e dai suoi processi software, socializzazione, educazione, esperienze. L’identità del soggetto si sperimenta  nel tempo e, pur affermandosi nel ripetersi costante di eventi, si configura come un fatto processuale dinamico e non certo un dato statico, anche se spesso in questa processualità, sia a livello individuale che organizzativo, possono crearsi paradossi ed incongruenze tali da orientare l’individuo a saper reagire solo a cambiamenti improvvisi nel suo ambiente ma non a modifiche lente e graduali. Tale mancanza di reazione alle graduali minacce alla sopravvivenza è così frequente negli studi sistemici degli insuccessi aziendali da aver dato luogo alla parabola della “rana bollita” [2]. Una rana, se immersa in una pentola di acqua bollente, cercherà immediatamente di saltare fuori invece se la si immerge in acqua a temperatura ambiente, resterà ferma e, all’aumento graduale della temperatura, non avrà reazioni  ma diventerà sempre più debole finché non sarà più in grado di saltar fuori dalla pentola. Sebbene non vi sia nulla che la trattenga, la rana resterà lì e bollirà.  Tale difficoltà di identificare con chiarezza i problemi, i pericoli, accresce la sensazione di perdita  di controllo delle situazioni, infondendo spesso un senso di incertezza, di precarietà ed ansia,  sia personale che professionale, che espone l’individuo al rischio di aprire la porta a soluzioni semplificate o sintomatiche spesso, nel medio o nel lungo termine, peggiori dei problemi stessi.  È necessario quindi imparare a notare anche i processi lenti e graduali,  rallentando il nostro passo frenetico e prestando attenzione sia agli aspetti straordinari che  a quelli più sottili e sistematici attraverso un  processo di riflessione nel corso dell’azione. Questa fondamentale «arte» permette di affrontare in modo adeguato situazioni connotate da incertezza, instabilità, unicità e conflitti di valore.  Fermandoci a riflettere nel corso dell’azione possiamo cogliere il know-how e ricercare come chiave di volta una nuova epistemologia della pratica [3], sarà possibile così trovare un setting in cui riscoprirsi per alimentare nuovi pensieri e nuove parole […], un luogo per distanziarsi temporaneamente dalle “pressioni strategiche operative” [4].

Gradualmente o repentinamente, in ogni caso, il nostro campo vitale è soggetto a continue modificazioni (informazioni, esperienze, processi biologici, ecc.) per cui, pur sperimentando una sostanziale continuità psicologica, non siamo sempre gli stessi nel tempo. Dunque definire la personalità e le sue molteplici sfaccettature è un’impresa ardua.

Fin dai tempi più antichi, il filo d’oro è il simbolo di un sapere che nasce dall’esperienza personale e che è libero dai condizionamenti istituzionali.

È un filo perché rappresenta la continuità di un’esperienza sempre antica e sempre nuova  ed è esile perché in ogni generazione questa consapevolezza viene mantenuta da

una minoranza di individui. Questo filo è d’oro perché è immortale, rimane sempre anche nei periodi  più caotici e oscuri, a volte più apparente, a volte più nascosto.

Raimon Panikkar

1.1 La personalità

La personalità, diventata nel tempo sinonimo di identità, indica l’insieme delle  caratteristiche a disposizione di un individuo che lo portano ad agire secondo una sua peculiare modalità ma le molteplici dimensioni, difficilmente ci fanno individuare quali siano queste caratteristiche, come si siano formate,  la  loro reciproca influenza e modificabilità. Lo studio sulla  personalità  e la ricchezza dei  contributi scientifici, i modelli,  le teorie relative a tale tema hanno rappresentato, e rappresentano tuttora, un’ opportunità importante per poter cogliere la vastità dei fattori a cui prestare attenzione. Basti pensare che Allport [5], affrontando il tema della personalità,  riporta ben cinquanta definizioni e ciò pare sufficiente a chiarirne la complessità. Lo studio della personalità deve rispondere a quesiti di grande difficoltà quali: a) la condotta umana deve essere interpretata in senso meccanicistico o finalistico: b) i determinanti della condotta sono generati dalla riduzione della tensione dei bisogni (principio del piacere) o da una spinta alla realizzazione di se stessi; c) se nella  strutturazione della personalità è fondamentale l’esperienza delle prime fasi  dello sviluppo,  come specifica J. Bowlby [6], padre della teoria dell’attaccamento, che vede proprio nel processo relazionale di costruzione di legami affettivi nella primissima infanzia, la base della personalità sana; d) se anche nella vita adulta sono importanti le ristrutturazioni; e) se la personalità si sviluppa come risultato di forze biologiche ereditarie o come prodotto della particolare cultura in cui l’individuo interagisce.

Partendo dal concetto che ogni evento psichico presenta uno stimolo, a cui l’individuo reagisce attraverso una risposta e che tra stimolo e risposta vi sono strutture e processi di mediazione che costituiscono la variabile organismo, si può, secondo Richard S. Lazarus, distinguere le varie teorie della personalità. Il sistema S-O-R (stimolo, organismo, risposta) consente di individuare  come alcuni teorici hanno posto l’accento sull’analisi della risposta, altri sullo stimolo ed altri ancora sui processi intermedi, cioè sulle strutture dell’organismo.

Riferimento teorico fondato sulla “Risposta”

Lo schema di riferimento delle teorie Tipo-Tratto è centrato sull’analisi della risposta comportamentale: tende ad individuare  modelli costanti di comportamento e ad etichettarli. Questo approccio ha condotto classificazione delle persone sulla base di indizi caratteristici: tipi somatici; tipi fisiologici; tipi psicologici.

Per le tipologie somatiche Ernst Kretschmer [7] , partendo dall’osservazione che spesso esisteva un’accentuata diversità fisica fra i malati mentali,  si accorse che quando i tipi caratterologici sconfinavano nel patologico, la schizofrenia e la psicosi maniaco-depressiva si associava al tipo fisico longilineo e al tipo fisico brevilineo.. (Finestra 1: Canestrari R,, Psicologia generale e dello sviluppo,  Bologna, ed. CLUEB, 1984, p.485)

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Per  le tipologie funzionali, gli indici comunemente usati per stabilire delle classificazioni, sono stati: la funzionalità del Sistema Nervoso Vegetativo, l’esame e il dosaggio delle funzioni endocrine. In questa posizione possiamo porre la tipologia di Pavlov [8] per cui, a seconda del prevalere del processo di eccitazione o di inibizione, si possono classificare gli individui in tipi equilibrati, eccitabili, inibiti, ecc. Le correlazioni tra fattori di personalità e reattività fisiologica  sono state rese possibili dall’indagine tramite questionario tra cui l’Internal-External Control Scale di Rotter.

Tra le tipologie psicologiche la più nota è quella di Carl G. Jung.  Il tipo, viene introdotto da Jung attraverso una classificazione degli individui secondo “tipologie psicologiche” che prendono le mosse dalle caratteristiche del loro adattamento. Essi si articolano attorno alla fondamentale polarità “Introverso/Estroverso”, ed alla conseguente distinzione di due individui tipici fondamentali.

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Per spiegare le rilevanti differenze individuali all’interno dei gruppi, Jung incrocia l’iniziale modello bipolare con una ulteriore quadripartizione in “funzioni” psichiche (il pensiero, il sentimento, la sensazione e l’intuizione). La combinazione tra questi due “assi” (quello Introversione/Estroversione e quello delle 4 funzioni, dà luogo agli otto tipi psicologici individuali. È l’orientamento della coscienza dunque, il suo intenzionarsi, che viene classificato, e non un banale coacervo di caratteristiche individuali. Questa teoria assume rilievo nel processo di individuazione,  nel quale è necessario che l’Io sia consapevole dell’atteggiamento psicologico che si è reso dominante o esclusivo.

Il discorso critico sulle tipologie si conclude con la constatazione che esse, sia partendo da indici somatici, fisiologici oppure psicologici, tendono comunque ad una caratterizzazione eccessiva dell’individuo portando così alla creazione di stereotipi, con il rischio  di una rappresentazione preconfezionata, che non ci consente di continuare ad indagare perché in quell’area si sa già tutto, dimenticandosi invece che i determinanti della personalità individuale sono tanti e che si combinano in un insieme cosi ricco ed originale da far risultare difficile l’inclusione in una categoria generale. Inoltre il tentativo tipologico non riesce a smentire il fatto che nella sua esplicita od implicita impostazione, vi è la convinzione che le caratteristiche umane, assunte come criterio classificatorio, siano essenzialmente il risultato dell’eredità biologica. elemento senza dubbio determinante della personalità, ma troppe osservazioni e risultati sperimentali hanno ormai confermato l’importanza delle influenze culturali ed ambientali da non poter permettere più una loro esclusione nell’elaborazione di una teoria della personalità.

Riferimento teorico fondato sullo “Stimolo”

In questo schema di riferimento teorico si cerca non tanto di descrivere la personalità, ma piuttosto di spiegarne la formazione, scoprendo i dettagli del processo di apprendimento, come si stabiliscono le connessioni, ciò che si è appreso, ciò che è avvenuto, perché quando ricorre un dato stimolo, esso induca la stessa risposta. Tali teorie, che trovano nella psicoanalisi ed in Freud il sistema di orientamento fondamentale, dando importanza all’influsso delle forze ambientali, tendono a spiegare il presente con ciò che è successo nel passato: sottolineano il fatto che noi abbiamo la tendenza a mettere in rapporto le nuove esperienze, con esperienze analoghe di cui siamo già stati protagonisti e che tali esperienze ci spingono a mettere in atto quelle modalità di comportamento che in .precedenza si sono rivelate adeguate.

Freud fa riferimento a tipi caratteriali (il tipo orale, anale, ecc) individuando per il carattere “anale ritentivo” l’ordine, la pedanteria, ecc. Ma i tipi della caratterologia freudiana sono cristallizzazioni di fasi dello sviluppo: sono cioè momenti di un processo, collocati lungo un asse evolutivo temporale. Con Freud si opera una scelta metodologica rivoluzionaria a quei tempi: al culto della nosografia, alla classificazione dell’individuo si sostituisce l’interesse per un’angolatura storica dell’individuo, in una concezione dinamica che vede l’inclusione dell’ambiente nel campo d’indagine. È in Fromm che troviamo il tentativo di sintesi di psicologia clinica, caratterologia e sociologia. L’aspetto sociale viene poi approfondito da Erikson il quale ritiene la struttura sociale determinante nella riuscita, o nella non riuscita, della formazione di una identità personale. Infatti la società dovrebbe fornire all’adolescente la possibilità di sperimentare liberamente diversi ruoli al fine di inserirsi armonicamente nel contesto sociale, ove ciò non avvenga assistiamo al verificarsi dell’opposto della formazione della identità personale e cioè alla dispersione dei ruoli, per cui il soggetto non ha il senso della propria continuità, ma vive in uno stato di grande ambiguità ed insicurezza, da cui nasce l’intolleranza verso gli altri, la ribellione (identità negativa).

All’indirizzo psicoanalitico si possono accostare, anche se di derivazione scientifica completamente diversa, le teorie dell’apprendimento in quanto anch’esse sottolineano l’importanza delle prime esperienze evolutive e dei residui dell’esperienza precedente nella strutturazione della personalità. Tali teorie si distinguono dall’approccio psicoanalitico, in quanto aspirano ad individuare precise esperienze di ricompensa e punizione quali responsabili della direzione presa dallo sviluppo individuale. La teoria del rinforzo di Dollard e Miller è il più importante tentativo di adattare la concezione behavioristica alle esigenze di una applicazione personalistica e clinica. Nella dinamica della personalità il fattore principale è l’impulso, stimolo sufficientemente intenso per mettere l’individuo in attività: più intenso è lo stimolo, più esso ha una funzione pulsionale. La ricompensa di una risposta ad un dato stimolo consiste nella riduzione della pulsione (soddisfazione del bisogno) che ha spinto all’azione.

Riferimento teorico fondato sull’ “Organismo”

Per il fenomenologo ciò che determina la condotta non sono gli oggetti fisici ma le strutture ed i processi che, all’interno dell’individuo, mediano ed organizzano gli stimoli fisici in distinte organizzazioni significative. È dunque l’organismo con le sue capacità di  strutturare l’esperienza al centro dell’attenzione del fenomenologo: la causa ed il tipo di comportamento diventano funzione del come la persona vive la sua esperienza del mondo interno ed esterno ad essa. Nasce un rinnovato pragmatismo:  per capire una cosa,  per dirla con Kurt Lewin [9] , si preferisce tentare di rispondere alla domanda “come funziona”, “come si muove”, piuttosto che “cosa è”, il che è ancora oggi una novità nel lavoro sociale.  Lewin con la sua teoria del campo,  termine  mutuato dagli psicologi della Gestalt, in quanto ben si armonizzava con l’impostazione unitaria con cui essi avevano affrontato lo studio della percezione, considerata come “un tutto organizzato” e non un’aggregazione-sommazione di elementi tipica della tradizione associazionistica, si occupa dell’individuo e delle sue relazioni con l’ambiente. Il modello proposto da Lewin è affidato a tre concetti: – la soggettività del campo, che sottolinea la matrice psicologica dei gruppi e delle loro dinamiche; – la natura fisiologica del confitto di forze, non solo intrapsichiche (come già Freud aveva stabilito), ma anche interpersonali e sociali;  la preferenza per i fenomeni dinamici piuttosto che per le strutture statiche, come chiave per la comprensione dei comportamenti.

Lewin intende spiegare il comportamento di una persona, studiando le forze che agiscono su di essa in quel determinato luogo ed in quel determinato momento: studiare cioè quello che chiama lo spazio vitale.  Lo spazio vitale è la “rappresentazione psicologica” della situazione ambientale, in cui l’individuo è inserito, e delle alternative che gli si aprono.

In questo variegato panorama, una più recente classificazione identifica teorie biologiche, psicoanalitiche, cognitivo-comportamentali, sistemiche, psicosociali dimostrando una tendenza a convergere verso un approccio strategico-integrato che sappia utilizzare pezzi di teorie diverse per spiegare differenti fenomeni. In un certo qual modo si assiste ad un ritorno di un approccio generalista e più eclettico che, pur senza trascurare la necessità di continuare ad approfondire la ricerca specialistica, fornisca una prospettiva di maggior ampiezza e riesca a superare le angustie della specializzazione tenendo però conto di tutte le variabili, al fine di comprendere quali siano i tratti stabili della personalità, gli schemi e le principali dinamiche di comportamento che caratterizzano un individuo dagli altri e nella sua rel-azione con gli altri.

1.2 Noi e gli altri: Sé interagenti

Per Kurt Lewin, pioniere nella teorizzazione di un approccio dinamico sul tema dei bisogni e delle motivazioni, il comportamento umano acquista significato e può essere studiato come parte di un sistema di rapporti fra le persone. Questo sistema può essere descritto come un complesso campo psicologico di forze, secondo la formula: C = f (P, A) nella quale il comportamento deve essere considerato in funzione sia di fattori ambientali che di personalità, in una prospettiva temporale a lungo termine, in cui, nello spazio vitale di un individuo,  coesistono gli elementi diacronici e sincronici. Dunque durante l’arco della vita i pensieri, i desideri, che una persona si prefigge di raggiungere assumono significato e diventano “agenti” nei modi ed entro limiti dettati e caratterizzati dalle relazioni interpersonali che egli crea. La famiglia, la scuola, gli amici, l’ambiente di lavoro raffigurano, infatti gli spazi vitali entro cui si instaurano relazioni che poi, direttamente o indirettamente, incidono sullo sviluppo della personalità nel corso della vita. Ma come si determina il nostro comportamento, i contenuti e la qualità delle relazioni all’interno di contesti organizzati?

Secondo Rogers [10], teorico di impostazione fenomenologica, è la percezione del sé a determinare il comportamento e quindi la comunicazione e la relazione con gli altri. Gli individui hanno in se stessi ampie risorse per auto-comprendersi e per modificare se necessario, il loro concetto di sé, gli atteggiamenti di base e gli orientamenti comportamentali. Non possiamo quindi evitare di prendere atto che un individuo non può esistere se non in rapporto ad altri  e il suo ambiente lavorativo diventa lo spazio vitale, il campo in cui le persone che di tale ambiente fanno parte, dovranno misurarsi attraverso le dinamiche di gruppo, interagendo in un  confitto di forze, non solo intrapsichiche ma anche interpersonali e sociali per trovare la via migliore di comunicare in modo efficace ed efficiente. La qualità delle relazioni,  i significati nelle dinamiche sociali diventano parte fondamentale  per la crescita,  per l’apprendimento e per la produttività. Tale qualità dipenderà anche dal ruolo e dallo stile comunicativo prescelto dagli interlocutori coinvolti nella relazione, influenzati spesso da un effetto primacy [11], che induce a  conservare  un’impressione iniziale anche se le percezioni successive non la confermano, cogliendo così prevalentemente gli elementi che la rafforzano e sottovalutando gli elementi che la contraddicono o da un effetto recency che induce ad essere influenzati dall’impressione riportata più recentemente e quindi a dimenticare o comunque cancellare la prima impressione. Tra queste numerose dinamiche si esplica la fondamentale natura relazionale dell’identità di ciascun essere che, dotato di intelligenza, si manifesta come un risultato irripetibile, in cui sentimento, pensiero ed azione caratterizzano i suoi stati psicologici e i suoi processi dinamici e complessi. Ma le relazioni non sono altro che processi di interazione fondati sulla comunicazione umana.

1.3 Non si può non comunicare[12]

La comunicazione non è soltanto un processo di trasmissione di informazioni, un trasferimento di  dati da un emittente ad uno o più destinatari che attraverso il canale uditivo o visivo, ricevono il messaggio, lo decodificano per poi attivare un feedback nei confronti dell’emittente attraverso una risposta più o meno consapevole, il significato semantico di comunicazione è “far conoscere”, “rendere noto”. Ma cosa significa e soprattutto come avviene questo processo?  La comunicazione, può avvenire su più livelli quindi non solo l’uso di parole ma il tono di voce, i silenzi, assensi, la gestualità, la postura, lo sguardo, le espressioni mimiche,  tutti i comportamenti sono forme di comunicazione e poiché se l’uomo vive non può non comportarsi di conseguenza non è possibile non comunicare. Anche la presenza o l’assenza di qualcuno trasmette informazioni che possono essere interpretate dagli altri.

Le competenze necessarie ad attuare un processo di comunicazione sono: la capacità di riferire la realtà così com’è, di inserirsi in modo diretto e personalizzato nelle relazioni, di modulare l’interazione comunicativa e di ricevere adeguatamente il messaggio. Ma in ogni evento comunicativo, ancora una volta, è la qualità della relazione sociale nella quale la comunicazione si sviluppa  a fare la differenza perché comunicare implica il manifestarsi di  rapporti interpersonali capaci di attivare processi dinamici e persuasivi di metacomunicazione, e metamessaggi. In base alla forza del rapporto affettivo instauratosi, alla posizione reciproca delle persone interagenti nel processo comunicativo, di supremazia o di sottomissione, one-up, one-down, la comunicazione assume diverse caratteristiche impregnandosi di maggiore o minore efficacia ed efficienza.  Dunque, il processo comunicativo occupa un’importantissima parte del nostro tempo e ,in un certo senso,  fonda la nostra stessa esistenza.

1.4 Trappole comunicative

Per Watzlawick [13] le forme psicopatologiche non hanno origine nell’individuo isolato, ma nel tipo di interazione che si instaura tra individui e, studiando la comunicazione, diventa possibile individuarne le patologie e dimostrare che è la comunicazione stessa a produrre  spesso tali  interazioni patologiche.

La comunicazione è serie ininterrotta di scambi, è un processo continuo e circolare in cui gli eventi non hanno un andamento lineare, ma interagiscono in un continuum in cui ogni singolo segmento, causato da uno stimolo, diventa esso stesso stimolo alla fase seguente. La qualificazione del rapporto interpersonale è determinata quindi dall’inizio della sequenza comunicativa. Ma ad un individuo può capitare di trovarsi sottoposto a ordini contraddittori, convogliati attraverso lo stesso messaggio che Watzlawick chiama “paradossale”. La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura. Questo assioma, base della comunicazione, insieme agli altri stabiliti dalla Scuola californiana di Palo Alto, evidenzia l’importanza di inserire in un processo comunicativo, le regole convenzionali della punteggiatura, una sorta di  “segnaletica del discorso” fatta di pause, più o meno lunghe, per evitare di incorrere in classici errori di comunicazione e per organizzare sequenze interattive efficaci. Ma cosa succede a questi processi così sofisticati quando si introducono nuovi media?

1.5 I media: Nuove geometrie del tempo e dello spazio

L’analogia tra uomo e calcolatore elettronico viene individuata e spinta all’estremo, anche con diverse ingenuità (Grasselli 1973) [14] da Miller, Galanter e Pribram [15] i quali tentarono di dare alla psicologia un’unità di analisi che potesse sostituire il comportamentismo nelle sue formulazioni più radicali, movimento da loro considerato come” psicologia del gettone nella macchinetta”. Avendo un’immensa fiducia nelle possibilità d’impiego dei calcolatori elettronici, e in particolare negli studi sulla «intelligenza artificiale», trovarono una nuova unità di analisi del comportamento: l’unità TOTE (test operate- test exit), composta da un elemento operativo e da un elemento di verifica. Ogni azione ha un obiettivo, e continuamente l’individuo verifica la congruenza tra l’obiettivo e ciò che effettivamente accade. Ma oggi, per le nuove generazioni il cui universo è caratterizzato da rapidi avanzamenti tecnologici, dall’esplosione delle TIC, da continue modificazioni nella percezione del tempo e dello spazio, le situazioni problematiche da governare, le nuove prospettive conoscitive prevedono rapporti non-lineari con la realtà, e soprattutto una mente aperta, uno spirito libero, disposto ad accogliere e decodificare, attraverso i  nuovi paradigmi cognitivi della comunicazione virtuale, situazioni ed esperienze complesse e divergenti. Bisogna dunque entrare in un’ottica dominata dalle nuove geometrie del tempo e dello spazio [16] , in cui scardinato il paradigma del cosiddetto “realismo percettivo” ci si trova in un  quadro che vede il moltiplicarsi di ambienti percettivi virtuali dove è possibile sperimentare la costruzione di molte e diverse realtà. In tale contesto la comunicazione non può che adattarsi ai continui mutamenti, divenendo simultanea, Computer Mediated Communication. Nuovi modelli cognitivi vedono il sorgere di un pensiero digitale. Un nuovo tempo (sincrono e asincrono) un diverso mondo (virtuale), un differente linguaggio, altri strumenti, nuove forme di comunicazione (IAD, FAD, IRC, MUD-MOO, Video-Conferenza, E-mail, Mailing Lists, TIC, Newsgroups, Emoticons, Twitter, Facebook, LIM…) non possono non incidere sulla nostra vita esigendo capacità di adattamento alle molteplici richieste e alle frenetiche innovazioni. Tuttavia, anche i nuovi media, come dimostrano i risultati dei primi studi sulla comunicazione mediata dal computer svolti da Sara Kiesler e dai  suoi collaboratori,  presentano ostacoli allarmanti quali l’assenza di meccanismi di feedback, una debolezza drammaturgica, l’anonimato (spesso si usa un’identità diversa da quella reale giocando a impersonare un ruolo) [17] , scarsità di indicatori dello status sociale, battaglie virtuali con un livello di ostilità maggiore rispetto al lavoro vis-à-vis.

1.6 Ma qual è il rapporto tra CMC (computer mediated communication) e CFF (communication face-to-face)?

Nel mondo virtuale il fatto che l’interazione sia affidata per lo più, ma non esclusivamente, al testo scritto e l’assenza di barriere socio-culturali, limita l’inibizione che potrebbe caratterizzare la comunicazione face to face, e permette il nascere di processi più numerosi di comunicazione finendo col diventare uno strumento d’interazione capace di andare oltre le parole e di superare i limiti del linguaggio classico. Patricia Wallace, [18] mettendo in evidenza come Internet e la nostra esperienza nel suo utilizzo siano relativamente recenti, fornisce illuminanti tracce sui cambiamenti che il cyberspazio ha già prodotto nella psicologia individuale e collettiva e delinea gli scenari del nostro futuro on line mostrando come sia possibile usufruire al meglio delle potenzialità offerte da questo nuovo territorio di relazioni interpersonali. Ma come non pensare che il moltiplicarsi degli ambiti di esperienza possa aprire la strada alla frammentazione, alla discontinuità e divergenza.

Ritorna dunque il problema trattato all’inizio di questo contesto ovvero la ri-scoperta dell’identità nelle relazioni e quindi la necessità di percepire quella continuità che dà coerenza all’esperienza e permette la conoscenza di sé e degli altri.  Il rischio è quello di essere “out”,  se si rifiutano i nuovi modello tecnologici, ma al tempo stesso anche lo “stare dentro”, essere “in” tale modello può tendere insidie, più difficilmente percepibili, come il non essere più in grado di interpretare il mondo nella sua complessità, di avere uniformità di linguaggi e di sguardi o ancor peggio di rimanere “ad occhi chiusi”. In questo quadro la metafora di Matrix può essere intesa come una rappresentazione attuale dei problemi di identità e allo stesso tempo, rappresentare la via per adeguarsi ai nostri tempi così incerti e imprevedibili. In un indeterminato futuro la specie umana è controllata e sfruttata dalle macchine [19] […] ma quello che in fondo succede a Thomas Anderson considerato imperfezione del sistema, conosciuto nell’ambiente degli hacker come Neo, non è altro che un’esperienza formativa, in cui partendo da un iniziale assoggettamento al sistema Matrix, riesce a potenziare le sue dotazioni e ad acquistare man mano, doti eccezionali,  diventando in  grado sempre più di contravvenire alle regole di Matrix attraverso  poteri pari a quelli di un programma, pur non rinunciando alla sua natura umana ritrovata. Queste costruzioni impossibili della realtà virtuale assomigliano al fantastico mondo e all’arte di Maurits Cornelius Escher [20] e il nuovo uomo dovrà essere proprio un “pensatore non lineare”, flessibile e aperto, che come Escher, viola le regole della geometria euclidea, utilizzandone i principi ed esasperandone le conseguenze.

Solo così, in questo mondo permeato dall’evoluzione, o meglio dalla normalizzazione dei nuovi media, diventerà possibile ri-conoscersi, capirsi e capire gli altri, rinnovando e potenziando il proprio Sè, relazionandosi in modo efficace, e come Neo, “sviluppando competenze di confine” per godere delle varie incongruenze come adulti rimasti bambini nel cuore.

Bibliografia e sitografia

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Bowlby J., Costruzione e rottura dei legami affettivi, Milano, Raffaello Cortina, 1982

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Canestrari R,, Psicologia generale e dello sviluppo, Bologna, ed. CLUEB, 1984

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Escher M. C. Le visioni impossibili Tratto dal saggio di, Oneindigheidsbenaderingen (L’approccio all’infinito) http://areeweb.polito.it/didattica/polymath/htmlS/argoment/Matematicae/Maggio_05/Escher.htm, 29/03/2012

Legrenzi P., Storia della psicologia,  Bologna, Il mulino, 1982

Miller G. A. Galanter E., Pribram K.H.,  Piani e struttura del comportamento, Milano, Franco Angeli, 2000

Rogers C. http://www.humantrainer.com/wiki/Carl-Rogers.html :mms://64.41.121.56/saybrook.edu/Sylvia.wmv, 29/03/2012

Senge  P. M.. La quinta disciplina. L’arte e la pratica dell’apprendimento organizzativo. Milano, Sperling & Kupfer, 2006

Schön D. A., Il professionista riflessivo, Bari, Edizioni Dedalo, 1993

Vitullo A., Leadership riflessive. La ricerca dell’anima nelle organizzazioni, Apogeo, 2006 http://books.google.it/books?id=5lOF0hcHzjoC&pg=PR12&lpg=PR12&dq=A.+Vitullo,+Leadership+riflessive, 29/03/2012

Wachoswski A. e L. The Matrix, Warner Bros 1999

Wallace P., La Psicologia di Internet, Milano, Raffaello Cortina Editore 2000

Watzlawick P.- Beavin J.H.- Jackson D.D., Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Casa ed. Astrolabio-Ubaldini, 1971 http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=2010, 29/03/2012

(verificati al  29.03.2012: tutti i link risultano attivi)

  1. Bruner J., Un modello narrativo della costruzione del Sé ( l’articolo originale, The Self across Psychology: self-recognition, self-awareness and self-concept, è tratto da “Annals of The New York Academy of Science”, vol. 818, 1997, ed. J. Snodgrass – R. Thompson). http://xoomer.virgilio.it/celgross/ecole/altri/bruner.htm, 29/03/2012
  2. Senge  P. M.. La quinta disciplina. L’arte e la pratica dell’apprendimento organizzativo. Milano, Sperling & Kupfer, 2006
  3. Schön D. A., Il professionista riflessivo, Bari, Edizioni Dedalo, 1993
  4. Vitullo A., Leadership riflessive. La ricerca dell’anima nelle organizzazioni, Apogeo, 2006 http://books.google.it/books?id=5lOF0hcHzjoC&pg=PR12&lpg=PR12&dq=A.+Vitullo,+Leadership+riflessive
  5. Canestrari R,, Psicologia generale e dello sviluppo, Bologna, ed. CLUEB, 1984
  6. Bowlby J., Costruzione e rottura dei legami affettivi, Milano, Raffaello Cortina, 1982
  7. Canestrari R., op.cit., p. 485
  8. Pavlov, premio Nobel nel 1904, pur abbozzando una tipologia classificatoria, la caratterologia su base temperamentale, valorizza i suoi studi attraverso il condizionamento classico o condizionamento rispondente da lui elaborato attraverso sperimentazioni con cani http://www.psyreview.org/articoli_video/pavlovcond.htm
  9. Contessa G., Psicologia di gruppo. Modelli e itinerari per la formazione, La Scuola, 1999
  10. Canestrari R., op. cit.,502 http://www.humantrainer.com/wiki/Carl-Rogers.html, 29/03/2012 :mms://64.41.121.56/saybrook.edu/Sylvia.wmv, 29/03/2012
  11. Cfr. Borgato R., Un’arancia per due, Milano, Franco Angeli, 2004
  12. Watzlawick P.- Beavin J.H.- Jackson D.D., Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Casa ed. Astrolabio-Ubaldini, 1971
  13. Watzlawick P.- Beavin J.H.- Jackson D.D., op. cit  http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=2010, 29/03/2012
  14. Legrenzi P., Storia della psicologia,  Bologna, Il mulino, 1982
  15. Miller G. A. Galanter E., Pribram K.H.,  Piani e struttura del comportamento, Milano, Franco Angeli, 2000
  16. Cfr. De Dominicis A., The Matrix: le geometrie del tempo e dello spazio nell’età dell’informazione http://rivista.scuolaiad.it/wp-content/uploads/pdf/saggi/dedominicis-saggi.pdf, 29/03/2012
  17. Wallace P., La Psicologia di Internet, Milano, Raffaello Cortina Editore 2000
  18. Wallace P., op. cit
  19. Wachoswski A. e L. The Matrix, Warner Bros 1999
  20. Escher M. C. Le visioni impossibili Tratto dal saggio di, Oneindigheidsbenaderingen (L’approccio all’infinito) http://areeweb.polito.it/didattica/polymath/htmlS/argoment/Matematicae/Maggio_05/Escher.htm , 29/03/2012