Numero 13/14 - 2017

  • Numero 7/8 - 2013
  • Saggi

Dubhe e gli altri: tra disagio sociale e desiderio giovanile nei romanzi di Licia Troisi

di Elvira Lozupone

Abstract

Il lavoro analizza un volume che ha riscosso un certo successo nel campo della letteratura fantasy crossover degli ultimi anni. Si tratta del romanzo La setta degli assassini di Licia Troisi, primo volume della trilogia Le guerre del mondo emerso.
Il romanzo viene analizzato con gli strumenti dell’analisi pedagogico sociale enucleando dai temi trattati e da alcune caratteristiche dei personaggi disegnati dall’autrice, quelli che si configurano come bisogni educativi inespressi da parte degli adolescenti, a cui gli adulti educatori sono chiamati a rispondere.
Si riscontra una straordinaria sovrapponibilità tra lo strisciante attuale disagio sociale degli adulti, negli effetti che crea nei più giovani, così come emerge dalla rilevazione della “temperatura sociale” del nostro paese da parte delle Considerazioni generali del 45° Rapporto CENSIS sulla situazione sociale del Paese, e temi (e personaggi) tratteggiati dalla giovane scrittrice.
L’analisi permette di evidenziare la presenza di un mondo fantastico che oscilla tra paura e desiderio (di riconoscimento sociale, di autorealizzazione e di ricerca di senso per sé e per gli altri). Scaturisce la necessità di un ascolto attento da parte degli adulti di quanto sembra preoccupare i giovani, e fa loro prediligere una lettura che faccia da specchio ai loro timori e speranze. L’obiettivo é fornire chiavi interpretative della realtà che contrastino la disperazione, la solitudine, la illusoria sensazione di avere sempre e comunque in mano le chiavi della propria realizzazione personale.
È compito degli adulti offrire visioni e soluzioni alternative, più realistiche rispetto a quanto proposto, pur meritoriamente, dagli autori, e rispetto alle quali questa generazione di giovani e giovanissimi corre il rischio di aderire incondizionatamente soprattutto se spinta dalla solitudine e dal vuoto di significati che la circonda.

The work presented aims to analyze a successful volume in the field of crossover fantasy literature. This is the novel “the sect of assassins” by Licia Troisi, the first volume of the trilogy “The wars of the emerged world ” by the same author.

The novel is analyzed by identifying in a social-pedagogical key, features which corresponds to educational needs. This analysis, to be framed in a proper disciplinary investigation, must be contextualized in an appropriate social setting. The measurement of the “social temperature” of our country recognized by the most important centers of research opinion poll (here we concentrate mainly on the 45th CENSIS report on the social situation of the Country,) shows a remarkable overlap between the creeping social problems of adults and its impact on young people, and features faced by the young Italian writer. Here are a few: a community lacking, the religiousness, individualism, the search for meaning, manipulation, redemption.

The analysis allows to highlight the need for a more adequate listening by adults, of the themes that seem to worry young people causing them the preference for a reading that is a mirror to their fears and hopes. It is adults’ duty offer alternative solutions and perspectives, perhaps more complete than what proposed, while commendably, by authors, and with respect to which this generation of children and young people run the risk of joining unconditionally especially if pushed the loneliness and emptiness of meaning surrounding them.

Introduzione

Questo lavoro analizza un volume di successo all’interno del panorama editoriale per ragazzi degli ultimi anni, sullo sfondo del contesto sociale italiano messo a fuoco dallo studio dell’Istituto CENSIS, sulla situazione sociale del Paese del 2010[1].

Il romanzo mette in luce, in modo del tutto imprevedibile, perché si tratta di un caso unico nella produzione della scrittrice, le ripercussioni sui giovani della evidente situazione di disagio sociale tratteggiata nel Rapporto.

L’autrice, che scrive per adolescenti e pre-adolescenti, ha trovato il successo con questo suo romanzo, che ha scalato le vette di autorevoli classifiche del genere, dimostrando un evidente gradimento da parte del pubblico, anche all’interno del panorama editoriale italiano che si affaccia all’estero.

Le ragioni di questo successo sono dovute a sapienti operazioni di marketing[2], ma non si può escludere una motivazione più profonda: cioè che la coloritura narrativa risponda a stati emotivi comuni a molti giovani e adulti; che illustri metaforicamente alcuni dei tentativi di accomodamento posti in essere rispetto ad uno stato di diffuso squilibrio psico-sociale, che produce esiti non sempre auspicabili negli adulti e nei giovani.

L’attuale situazione sociale risulta infatti di difficile gestione per chi vi si affaccia con una pressante domanda di senso, di riconoscimento, di felicità, di riscatto, che non è semplicemente sociale, e che il più delle volte tende a rimanere inespressa.

L’insieme di questi elementi dà luogo al costituirsi di una vera e propria antropologia che la scrittrice illustra in modo vivido, anche se le conclusioni a cui giunge possono essere fonte di preoccupazione per un educatore, ma costituiscono anche un vivace stimolo per ulteriori analisi e interventi che vadano a completare in senso educativo ciò che l’autrice tratteggia.

Obiettivo dell’indagine pedagogico sociale, applicato a questo inconsueto campo di indagine, è infatti la ricerca di bisogni educativi espressi o impliciti, che derivano dai modi in cui le persone si adattano alle pressioni sociali.

L’utilizzo dello strumento sociologico fornisce le coordinate di riferimento che  inquadrano una temperie che è culturale, ma determinata socialmente, nel senso più ampio del termine; la lettura del testo così inquadrata e l’interpretazione di alcuni temi e personaggi che ne scaturisce, non appartiene ai consueti strumenti euristici della pedagogia; essa si trova infatti a cavallo dell’analisi del testo letterario e una modalità specifica di analisi che risulta più orientata più in senso psicodinamico (di intreccio di fatti con la storia personale della protagonista e le relative dinamiche emotivo-affettive che ne scaturiscono) che altro. Un tale mix disciplinare al di là di ogni approssimativo sincretismo, risulta possibile proprio perché la pedagogia sociale è disciplina di confine e di contaminazione esplicita con altri saperi.

In questo sta il contributo creativo dell’analisi che viene qui presentata: non semplice analisi letteraria, non semplice analisi pedagogica, non semplice esercizio introspettivo di caratteri altrui, non semplicemente l’esito di una analisi sociologica e dei bisogni educativi emergenti dal quadro che ne scaturisce. Ma tutto questo insieme . Dunque un lavoro di decodifica ed interpretazione di un vissuto adolescenziale che si muove tra desiderio di individuazione ed emancipazione, e disagio sociale degli adulti che ricade, per default, sui  giovani. Una tale modalità euristica rientra a pieno titolo nel campo della ricerca orientata in senso pedagogico sociale

Dalla riflessione educativa che ne scaturisce possono prendere corpo progettazioni educativo-formative che investano i luoghi di crescita dei giovani nei diversi livelli di formalizzazione; la scuola, certamente, ma anche la famiglia e le istituzioni che ad essa si integrano, insieme ai luoghi di aggregazione giovanile.

Il romanzo che verrà preso in esame è il primo della trilogia de Le guerre del mondo emerso dal titolo La setta degli assassini.

Prima di arrivare all’analisi vera e propria verranno riportati ampi stralci del ritratto della società italiana emergente dall’analisi dell’istituto CENSIS sulla situazione sociale del paese dell’anno 2010[3]: analisi da cui sono scaturite considerazioni inconsuete da parte dei curatori.

Obiettivo finale del lavoro è mostrare l’utilità di un romanzo fantasy per la comprensione ‘dall’interno’ di alcuni vissuti, che nei giovani, tendono a rimanere celati: la letteratura per adolescenti è efficace educativamente proprio perché come l’educazione trasmette e interpreta, sa parlarci di quanto i giovani non riescono ad esprimere[4]. Compito degli adulti è avvicinarsi con discrezione a questo universo cercando di comprenderlo attraverso la funzione di specchio che questi romanzi esercitano.

Il contributo dell’analisi pedagogica è fornire risposte connotate criticamente, ma certamente più complete, rispetto a quanto proposto dall’autrice: portare relazione dove c’è solitudine, dove c’è disperazione portare speranza, portare possibilità di redenzione dove c’è uno strenuo affannarsi per “farcela da soli” pagando un prezzo eccessivamente alto.

La visione del CENSIS: Una società segnata dal vuoto

Il rapporto CENSIS, costituisce la cornice entro cui si articola questo lavoro.

Non è possibile, oggi, non prendere atto di alcuni lampanti esiti del fallimento educativo e di ricerca di senso nei giovani, a livello globale: esistono alcune situazioni di cui si parla e si scrive poco, ma sono comunque motivo di preoccupazione: dalla sottocultura Emo, che viene dagli stati Uniti (in cui i giovani sono spinti anche a forme di autolesionismo come il cutting); alla dipendenza da Internet, che in paesi come il Giappone assume le forme dell’Hikikomori[5], a tutte le forme di manipolazione violenta del corpo all’utilizzo delle droghe sonore[6].citare in maniera intensa l’attività cerebrale, in modo simile alle droghe. Cfr. http://i-doser.com/about.html.] in commercio su Internet, delle quali è dubbia l’efficacia, ma non l’attrattiva esercitata sui giovani, di poter acquisire a costo praticamente nullo, possibilità di ‘viaggi’ che sfuggono al controllo degli adulti perché mascherate dagli auricolari di un MP3.

Questi preoccupanti vertici di alienazione nascono da una situazione sociale che colpisce prima gli adulti e si riversa poi sui giovani.

Le Considerazioni generali del 44° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, sono come ammettono gli stessi curatori, un po’ eccentriche rispetto al passato: al termine del primo decennio degli anni Duemila è il momento di tirare le somme sul profilo psico-sociale degli Italiani, suggerisce il Rapporto, per misurare la “temperatura sociale” nel Paese.

Nell’attuale realtà italiana rimbalzano spesso sensazioni di fragilità sia personali che di massa, che fanno pensare ad una perdita di consistenza (anche morale e psichica) del sistema nel suo complesso. È frequente il riscontro di comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi o arrangiatorii, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e futuro[7].

Non si tratta, sembra suggerire il Rapporto, per una volta, di andare alla ricerca delle ragioni macro (politica, economia) che incidono sulla situazione sociale degli italiani, ma sembra sufficiente fermarsi sul quotidiano e sulla cronaca:

Le cronache minute della vita italiana ci rinviano infatti tanti comportamenti puramente pulsionali, senza telos, incardinati in un egoismo autoreferenziale e narcisistico (…).

Basta guardarsi intorno per constatare la sregolazione pulsionale esistente negli episodi di violenza familiare; nel bullismo gratuito e talvolta occasionale in strade e locali pubblici; nel gusto più apatico che crudele di compiere delitti comuni; nella tendenza ad altrettanto apatici e facilitati godimenti sessuali; nella ricerca di un eccesso di stimolazione esterna che supplisca al vuoto interiore del soggetto; nel ricambio febbrile degli oggetti da acquisire e godere; nella ricerca spesso demenziale di esperienze che sfidano la morte (dal cosiddetto balconing allo sfrangersi su un muro ad alta velocità).[8]

Questa prima parte delle Considerazioni generali si coagula intorno ad una sintesi lapidaria:

Siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto
[9]. Essa sintetizza la visione di un assetto sociale che si contraddistingue per una violenza gratuita non solo per la mancanza di ideali, ma per la mancanza di forme ideative in qualche modo strutturate, che costituiscano una sorta di ancoraggio a comportamenti che rimangono pur sempre esecrabili.

I comportamenti dei singoli fatalmente riverberano questa condizione: in parallelo, la psicologia dei singoli risulterebbe altrettanto segnata dal vuoto.

“Siamo una società in cui gli individui vengono sempre più lasciati a se stessi, liberi di perseguire ciò che più aggrada loro senza più il quotidiano controllo di norme di tipo generale”[10] la diretta conseguenza di questo è identificato come il “dispendio di se stessi”[11], il fattore più allarmante.

Questa condotta non si limita al dispendio di risorse, ma arriva al dispendio più o meno consapevole della propria personalità, in un’atmosfera che è pure segnata dalla solitudine: le persone sembrano vagare in un Ade informe in cui l’unico riferimento è il proprio Io, al quale viene a mancare la significazione data dall’essere-con: questa mancanza di relazionalità profonda corrode gli argini dell’onnipotenza che dilaga portando allo scioglimento dell’individualità.

Legge e desiderio

Un quadro preoccupante come questo sollecita la ricerca di ragioni che non possono essere più trovate in processi razionali individuali.

Nell’epoca della robotica e dell’alta finanza è necessario tener conto della “razionalità limitata” che si nasconde dietro scelte e comportamenti che a prima vista sembrerebbero essere guidati da pura razionalità. Per comprendere quanto accade nel momento attuale non si può più evitare di misurarsi con il funzionamento dell’inconscio individuale e collettivo:

bisogna avere il coraggio di scendere a verificare se e come funziona l’inconscio individuale (…) come luogo della modulazione mentale della propria potenza e dei propri comportamenti. È infatti nell’inconscio che si confrontano e si articolano i due grandi fattori della vita: la legge e il desiderio. È il desiderio che esprime la volontà e il bisogno di superare un vuoto vissuto come “mancanza ad essere” perseguendo e acquisendo oggetti e relazioni; ed è la legge (l’autorità esterna o interiorizzata) che, contrastando o vincolando il desiderio, determina l’aggiustamento ad esso o la sua nevrotica rinuncia[12].

L’analisi del CENSIS utilizza una chiave di lettura inusitata per la situazione sociale italiana che si può ritenere calzante anche ad un livello più generalizzato, perché fa leva sugli aspetti dello psichismo, che è comune e ubiquitario. D’altronde anche le mode e gli stili di vita dei giovani, come si è visto, “viaggiano” velocemente attraverso la rete.

Il punto focale di questa analisi è l’incapacità di desiderare.

Così, all’inconscio manca oggi la materia prima su cui lavorare, cioè il desiderio. (…)

Ma non è solo un problema limitato alla sfera individuale, perché anche il sistema sociale soffre della stessa perdita[13].

La dinamica del desiderio non è soltanto il fulcro dell’analisi dei fenomeni sociali che colpiscono il nostro paese, ma può divenire la chiave di volta per il cambiamento individuale e collettivo:

“Torniamo a desiderare” può apparire una indebita incitazione profetica, ma è piuttosto la riproposizione di una virtù civile, un ritornante raccogliersi sulla dimensione più intima dei singoli e delle comunità. (…)

Senza desiderio non c’è inconscio, non si attiva ed alimenta quel giuoco di confronto con la legge che può dare anche divieti, rimozioni, nevrosi, ma che è essenziale per modulare lo svolgimento di una vita[14].

Riaccendere la capacità di desiderare come riarmo morale e mentale

L’analisi del CENSIS non si ferma al recupero del desiderio come dimensione di pura aspirazione utopica, priva di contatto con la realtà, ma ne rintraccia la genesi e la fonte di alimentazione in una precisa strategia economica (quella della cosiddetta “offerta continua”) che ha coartato nelle persone l’aspirazione ad essere di più insieme con i desideri più veri. L’unico “desiderio” che tale strategia si pone il fine di esaudire è il “mantenimento dell’esistente” che viene sempre soddisfatto, ma al prezzo di una continua inquietudine che non di rado sfocia in comportamenti rabbiosi e violenti: tuttavia “l’egemonia dell’offerta crea di fatto stabilità sociale”[15]. Salvo poi a produrre quei comportamenti insensati prima indicati e per i quali non varrebbe nemmeno la pena cercare, si sostiene nelle Considerazioni generali, motivazioni razionali: essi rappresentano la punta di un iceberg il cui sommerso non può non destare preoccupazione.

“La crisi che stiamo attraversando ha bisogno quindi principalmente di uno scavo e di messaggi che facciano autocoscienza di massa (…)”.

Tale autocoscienza può nascere solo dalla consapevolezza che la strategia dell’offerta continua,

giova al tardo capitalismo, ma non alla gente comune; (…) che occorre ricominciare ad esprimere domande autonome; che occorre, in parole già dette, “tornare a desiderare”; che occorre perciò sviluppare una mente immaginale, capace di innovare pensieri e richieste. E forse quel che dobbiamo desiderare è questo ritrovare una mente in opera, un riarmo mentale più che morale[16].

La chiave di lettura utilizzata nell’introduzione al Rapporto, suggerisce una soluzione che si fonda su strumenti che riguardano come si è detto, funzioni cognitive evolute e lo psichismo come senso della propria identità, consapevolezza dei propri limiti e un adeguato apparato motivazionale per cercare di superarli. Si tratta di far riprendere a funzionare la mente, riattivare la mobilitazione del desiderio, del pensiero critico dell’individualità, rispetto alla omologazione dei comportamenti e delle idee: far ri-emergere l’umano che si è perso nella soddisfazione di desideri effimeri a scapito delle necessità urgenti per l’uomo di ogni tempo. C’è qualcosa di autentico che rimane sepolto sotto la coltre dell’effimero: a chi spetta, e chi ha la capacità di trarre fuori tutto questo? Quel riarmo che si invoca, sembra essere prerogativa dell’educazione che da sempre risulta finalizzata, anche, e anche se non da sola, allo sviluppo di queste funzioni evolute, nei tempi e nei luoghi dell’educazione formale ed informale.

L’analisi del romanzo di cui ci occupiamo sembra andare proprio in questa direzione: sotto la trama narrativa, nelle caratterizzazioni dei personaggi e delle vicende, emerge forte il bisogno di ritrovare autenticità, attraverso un riconoscimento di sé, da parte del mondo sociale, come individuo portatore di bisogni interiori profondi che reclamano di essere soddisfatti e conferiscono dignità all’individuo[17]
: questo “passa” nel romanzo, attraverso le molte vicende e il rapporto affettivo, oltre che in un certo senso formativo, della giovane protagonista con alcune figure di adulti; nelle pagine dell’opera, l’autrice rivela la necessità di trovare un significato alla propria esistenza, attraverso la denuncia di dinamiche relazionali improprie perché orientate all’utilitarismo, che provengono anche, come vedremo, da figure che rivestono funzioni di mentore.

Prima di addentrarci nell’analisi vera e propria è opportuno puntualizzare alcuni aspetti che fondano il presupposto di questa ricerca in cui si stabilisce un flusso continuo di pensieri e stati d’animo tra lettore e scrittore: è la letteratura per l’infanzia a fornirci le basi di questo lavoro e alcune indicazioni sul metodo da seguire, che in questo caso particolare risulta una contaminazione interdisciplinare tra dati sociologici[18] e analisi psicologica di personaggi e temi: le conclusioni saranno in chiave pedagogico sociale, cioè focalizzate sul ruolo dell’educatore che in chiave socratica, è chiamato a facilitare la nascita del giovane a sé stesso e alla società: è possibile anche ipotizzare i luoghi dove una tale riflessione può farsi intervento concreto, sia pure non formalizzato.

Autori e lettori: intrecci

La pedagogia della lettura ha visto nel tempo modificarsi l’orientamento, i linguaggi, i temi: da strumento educativo sicuro da cui discendono lezioni morali certe, è divenuta segnale rilevatore che non si esaurisce in sé, ma diviene fonte e stimolo per interpretazioni e interventi educativi.

La letteratura per l’infanzia prevede, per Renata Lollo[19], un rapporto che si crea tra l’offerta letteraria e il soggetto in età evolutiva. Questo rapporto può essere analizzato attraverso criteri plurimi, di tipo storiografico, antropologico culturale (perché è legata ad una determinata concezione di infanzia), psicopedagogico, sociologico e comunicativo e tale pluralità permette di coglierne la ricchezza.

Tra gli scopi che la letteratura per l’infanzia si pone, è possibile considerare come denominatore comune nel corso della storia, quello relativo ad un interesse verso la generazione successiva alla quale fornire strumenti per decifrare la realtà.

La letteratura dell’Ottocento soprattutto, sostiene Lollo, vede l’adulto sicuro nel passare all’individuo in formazione esattamente quello di cui sembra avere bisogno. Da autore egli assume la funzione magistrale di auctoritas.

Quando il contesto sociale e culturale è sicuro e certo, è più facile trasmettere criteri a cui conformarsi. È nel momento in cui il quadro culturale si modifica che si inizia ad ipotizzare un ascolto più attento alla realtà infantile come realtà a sé stante.

La connotazione in senso “giovanile” della letteratura è da considerarsi oggi, lì dove avviene l’apertura della persona del lettore, e dell’autore anche, alla domanda, alla relazione, alla curiosità, alla disponibilità al cambiamento, alla messa in questione di sé, al bisogno di essere e vivere in maniera pienamente umana. Un’apertura reciproca dello scrittore al lettore e viceversa, che trova nel prodotto letterario punti di aggancio e di reciproco godimento e scoperta della realtà.

La narrativa recente, sottolinea Emy Beseghi, presenta effetti “dirompenti” talvolta,

per la capacità empatica di raccontare, in presa diretta con la realtà, i cambiamenti dell’immaginario. E di rappresentare – attraverso le storie, e i personaggi – pensieri, stili di vita, sentimenti, situazioni che suscitano immediata identificazione, autorizzando i bambini e gli adolescenti a sentirsi “presi sul serio”[20].

Il libro per ragazzi assume in questi casi l’importante funzione di “specchio” in cui il giovane si riconosce attraverso ciò che il protagonista vive e sente, attraverso un intenso processo di identificazione e coinvolgimento. Attraverso la simbolizzazione della realtà il giovane può arrivare a dare senso alla sua realtà.

Rappresenta una sfida, secondo Beseghi, addentrarsi nell’analisi dei testi per l’infanzia e l’adolescenza calandoli nel periodo storico nel quale sono stati scritti, addentrandosi nelle metafore, nei modelli di infanzia proposti e nella contaminazione con altri mezzi espressivi[21]: ed è proprio questa sfida, che si intende in parte raccogliere con questo lavoro.

La letteratura come espressione di un disagio giovanile e sociale

Certo alcuni temi di questa produzione letteraria impressionano per i vissuti che veicolano, soprattutto se si concorda, ancora con Beseghi che:

la letteratura per l’infanzia costituisce un contenitore straordinario per prestare ai bambini parole che giacciono come un richiamo sommerso per spingersi al di là di soglie a noi invalicabili. L’incredibile segreto sta – per chi scrive – in quella meravigliosa sintonia, in quella qualità empatica che nasce dalla capacità di ascoltare, di vedere, di ricordare l’infanzia così com’è e quindi di farne realmente un proprio “luogo dell’anima”[22].

La ratio del lavoro e la sua fattibilità[23] si fondano, oltre che su quanto sopra indicato, su spunti provenienti da fini studiosi del settore come l’analisi prodotta da Beseghi del romanzo della May L’altra faccia del silenzio[24] o dall’analisi di Varrà[25] sul “fenomeno” Harry Potter su cui vale la pena di soffermarsi. In questo caso, emerge il tratto sociale contemporaneo della evanescenza degli adulti educatori, nel collegio di Hogwarts e la mancanza di un vero processo educativo: la concezione di un processo di crescita in Harry come in tutti i giovani maghi del collegio, è inesistente, si limita ad essere un fenomeno puntiforme, limitato ad un “addestramento” in arti magiche, da cui trapela quasi una metafora dell’addestramento tecnologico e linguistico di molta istruzione contemporanea; e in più, per il giovane protagonista, abituarsi a reggere una dose di dolore intimo sempre più consistente: ancora, l’ipotesi di un’irruzione del sociale nei testi di Rowling interroga J. Zipes, che si domanda quanto un diffuso sentire all’interno della società americana sia riportato nei romanzi di Rowling:

Siamo veramente circondati da pedofili, rapitori, serial killer e assassini di massa? Sono forse i mass media a creare una atmosfera d’isterismo tale che i bianchi d’Inghilterra e d’America si immaginano accerchiati da forze oscure che cercano di invadere le loro case e rapire i loro figli[26].

Anche Varrà si pone su questa linea quando osserva:

questi libri si fanno denuncia di una triste realtà: la rinuncia degli adulti al loro ruolo educativo. Si tratta di una vera disfatta i cui esiti sono quotidianamente evidenti. È probabilmente questa la nuova forma di tragedia dell’infanzia, almeno di quella occidentale: trovarsi soli, di fronte ad un mondo che si disfa, senza davvero appoggi per capire, per crescere[27].

Gli influssi delle dinamiche sociali entrano nella produzione letteraria che ne diviene cassa di risonanza con l’autore che tenta, insieme con il giovane e grazie all’intreccio magico che li lega, di darsi risposte o tentare accomodamenti, che non rimangono privi di conseguenze. L’analisi (psico)pedagogica dei testi cerca di metterne in risalto i segnali più significativi.

La setta degli Assassini: temi e personaggi

Nel 2008, nel catalogo LiBeR appare nelle classifiche Licia Troisi, giovane autrice italiana con La setta degli assassini[28], primo volume della seconda trilogia dal titolo: Le guerre del mondo emerso.

Successivamente nel catalogo Almeno questi! rientra tutta la trilogia della Troisi con una valutazione di “meritevole di attenzione”.

La casa editrice Mondadori pubblica nella collana best seller i volumi della Troisi, preannunciandone il successo.

Licia Troisi (Roma, 1980), ha seguito studi classici e poi ha studiato Astrofisica, laureandosi con una tesi sulle galassie nane. Per Mondadori ha pubblicato la trilogia Cronache del mondo emersoNihal della Terra del VentoLa missione di SennarIl talismano del potere; la trilogia Guerre del Mondo EmersoLa setta degli assassini, Le due guerriereUn nuovo regno e la trilogia Leggende del Mondo EmersoIl destino di Adhara. Con queste due saghe è diventata una delle autrici fantasy più vendute nel mondo, imponendosi anche in Germania, Francia, Spagna, Russia, Portogallo, Brasile e altri paesi[29].

È una giovanissima scrittrice, dalla formazione eclettica: avamposto italiano nel panorama della letteratura fantasy internazionale.

I suoi libri sono letti anche da tardo-adolescenti e adulti, come indicato nel target proposto da Mondadori “12 e oltre”: rientrano in quella letteratura crossover che abbraccia un pubblico più ampio, che tende anche a fidelizzare il lettore attraverso le saghe, e si pone al di fuori dei connotati culturali che identificano le collane.

Sinteticamente la storia vede la Gilda degli Assassini tramare contro le Terre del Mondo Emerso: a contrastarla ci sono Dubhe, ladra diciassettenne in fuga dal proprio passato, e Lonerin, giovane mago inviato dal Consiglio delle Acque.

Nelle righe che seguono verranno analizzati alcuni temi e personaggi del romanzo riportando integralmente di volta in volta, la citazione testuale accompagnata da alcune note interpretative, allo scopo di permettere al lettore di “entrare” nel testo apprezzando anche lo stile comunicativo dell’autrice. Nella conclusione si trarranno alcune considerazioni pedagogiche da quanto emerso, sulla ricerca esistenziale del giovane e il ruolo dell’educatore.

L’atmosfera

Pur appartenendo al genere fantasy l’atmosfera che pervade la trilogia è decisamente noir predomina l’oscurità, il nero, il buio, il sangue.

La protagonista viene presentata all’inizio della storia come una ladra comune che compie i suoi furti al riparo delle ore notturne: è lei stessa a preferire l’oscurità e quel momento del giorno, come pure la solitudine e il silenzio nel quale trova riposo ad un disagio continuo che la pervade: solo in questa atmosfera riesce ad essere sé stessa.

la fonte scura era un posto piuttosto isolato, nel mezzo della foresta del nord. Il nome derivava dalla piccola polla di acqua sorgiva che vi spuntava un minuscolo laghetto contornato da rocce di basalto nero. Così, anche quando brillava il sole, l’acqua appariva sempre nera come la pece. Era un posto che incuteva paura, ma Dubhe ci andava spesso quando aveva bisogno di concentrarsi. Lì trovava pace e forza.[30](…) C’erano cose in lei che non potevano essere cancellate, colpe e dolori che neppure il più sontuoso dei bottini poteva eliminare[31].

Un destino segnato dalla morte

I pochi rimandi ad una solarità estiva vengono dai capitoli in cui la storia di Dubhe ha inizio.

È un giorno di sole. Dubhe si alza dal letto eccitata. Fin da quando ha aperto gli occhi ha capito che l’estate è arrivata (…) Ha otto anni. Una vivace ragazzina con lunghi capelli castani non molto diversa dalle altre[32].

In quella giornata Dubhe ha uno scontro con Gornar, un compagno di giochi; si azzuffano per una biscia, lui le mette ripetutamente la testa sott’acqua nel fiume e lei infine, liberatasi, gli afferra la testa e gliela sbatte violentemente al suolo.

cadono sul bordo del torrente, si dibattono sul greto, tra le pietre che li feriscono. Gornar mette la testa di Dubhe sott’acqua. La ragazza improvvisamente ha paura. Fuori e dentro l’acqua, fuori e dentro con l’aria che le manca e la mano di Gornar che stringe con forza i suoi capelli, i suoi bei capelli, il suo vanto.

Con un ultimo tentativo disperato, riesce a girarsi, e adesso è Gornar ad essere sotto di lei. Dubhe lo fa d’istinto. Tira su la testa del ragazzino di poco, la sbatte a terra. Basta quel colpo. Immediatamente le dita di Gornar scivolano via dai suoi capelli. Il corpo si irrigidisce un attimo, poi diventa come molle[33]. (…) Dubhe guarda Gornar, e quel che vede le si imprime per sempre nella mente. Occhi spalancati. Le pupille fisse e piccole. Occhi senza sguardo, che però lo stesso la osservano. E la accusano.

“L’hai ammazzato” grida Renni. “L’hai ammazzato!”[34].

Gornar muore e la bambina viene accusata di omicidio: a causa della sua giovane età non può essere giustiziata, viene però esiliata e il padre incarcerato al suo posto.

Il destino della bambina è segnato: in quella situazione di depersonalizzazione e derealizzazione che segue i forti traumi, non sa spiegarsi come tutto possa essere accaduto: si chiude al buio nella sua camera senza mangiare né parlare. Anzi la sua onnipotenza infantile vorrebbe cancellare tutto con un colpo di spugna, come se nulla fosse accaduto, per farla tornare ai suoi giochi. Questo è il pensiero dominante. Tornare a giocare e godersi una fantastica estate.

Vedeva la gente strillare e strapparsi i capelli, ma in silenzio, e tutto le sembrava infinitamente lontano.

Questa non è la gente di Selva, Questa non è la mia vita e questa non sono io. (…) Semplicemente non le sembrava neppure di esistere.

(…) il fiume oggi sarà splendido. Si pesca bene con questo sole. Mathon e gli altri saranno già al fiume, staranno giocando. Li raggiungerò giocheremo insieme chiacchiererò con Pat, io le dirò che amo tanto Mathon. E Gornar mi porterà via ancora un serpente, e io strepiterò, ma non lo picchierò, perché lui è il capo[35].

Il suo destino ben presto assume le forme dell’ineluttabilità e si profila per la bambina lo stigma della anormalità:

non vorrai negare che è anormale tutta quella violenza in una bambina…

I bambini giocano! I bambini fanno la lotta!(…)” urla Gorni il padre di Dubhe a Thom il padre di Renni che replica “Non puoi sbattere la testa di un ragazzino su una roccia senza volerlo uccidere”[36].

Più tardi emergerà l’appartenenza di Dubhe ad una categoria di persone che accomuna tutti quelli che fanno parte della temuta setta della Gilda degli assassini: si tratta della schiera dei “bambini della morte”, bimbi cioè che portano la morte nel loro destino: o inflitta più o meno volontariamente, o forieri di morte (la mamma è morta mentre o subito dopo averli partoriti). D’altra parte la giovane rifiuta il proprio destino e soprattutto la sua ineluttabilità: ha orrore del fatto di aver ucciso e dello stigma che porta, che si manifesta pienamente in lei attraverso un sortilegio che le viene imposto.

Il conflitto compare dal confrontarsi con una doppia natura: una sua propria, di bambina coinvolta in un tragico incidente e in un destino più grande di lei, che diviene una giovane che cerca pace e normalità, e una che le è stata imposta dal sigillo magico che cova in lei la presenza di una Bestia che attraverso il suo corpo, placa la sua smania di sangue. Un conflitto dilaniante per Dubhe, ma la sofferenza più grande sembra derivarle dall’ostinato diniego di ciò che altri interpretano come “la sua vera natura”.

Tu sei una di noi, e prima ancora di nascere (…) tu ci appartieni e dentro di te lo sai” (…) La rabbia aumentò. Perché le parole di Yeshol corrispondevano terribilmente a quelle che per lunghi anni lei stessa si era andata ripetendo, e corrispondevano al disgusto che lei provava per se stessa, al senso di oppressione che l’accompagnava tutti i giorni della sua vita. Aveva sempre creduto nel destino. (…) In questo luogo troverai la pace che cerchi, perché a queste mura, a questo buio eri destinata, fin da prima di nascere[37].

Quello che si legge nel dialogo tra Dubhe e Yeshol, il capo della Gilda, in un flashback della storia con il maestro che l’ha educata ai combattimenti, ne è una ulteriore conferma:

Chi ammazza come te in gioventù è un predestinato, predestinato all’omicidio. Dal momento in cui sparge per la prima volta il sangue, la sua strada è segnata. Non potrà fare altro che votarsi all’omicidio. È il suo ineluttabile destino. Ma la gente normale questo non può capirlo (…) per questo ti hanno cacciata. Persino tuo padre e tua madre ti odiano, perché la forza che è in te, la forza che ti ha spinta ad ammazzare il tuo amico, li terrorizza (…) eppure stavolta capisce perfettamente cosa le sta dicendo quell’uomo. Una cosa terribile. Una cosa che aveva già pensato da sola. È dunque cattiva, per quello l’hanno cacciata. È nata cattiva, gli dei l’hanno voluto, e nulla potrà cambiare questa verità terribile[38].

Il temperamento

Dubhe ha un carattere che non si abbandona ai sentimentalismi: burbera e schiva ma con una consapevolezza anche troppo cristallina per la giovane età, non può confidare a nessuno il suo, o meglio, i suoi segreti, né può affezionarsi ad alcuno a causa del suo destino di fuggitiva. Tuttavia le persone si muovono a compassione e cercano di aiutarla, alcuni anche si innamorano: sono sentimenti strozzati, espressi raramente e a fatica anche perché poco conosciuti, soprattutto da lei che deve guardarsi dall’amore, come del resto da ogni mollezza.

non aveva mai creduto di poter essere definita una che amava la vita. La vita era semplice, brutale, e le risultava difficile immaginarla come qualcosa di piacevole, di bello[39].

Arriva ad essere quasi crudele verso chi prova per lei qualche forma di tenero sentimento. I personaggi maschili che le ruotano intorno sono Mathon, l’amato da bambina, Jenna il giovane non ricambiato, Sarnek, il Maestro, figura centrale in questa romanzo, Lonerin e infine il più fortunato Learco. Dubhe alla fine si innamorerà della persona “giusta”, ma passerà attraverso cocenti delusioni.

Il mondo di Dubhe

È un mondo in cui pace e guerra si inseguono in una sorta di ciclicità ineluttabile: non si può godere della pace che è solamente l’interludio, carico di preoccupazione, tra una guerra e l’altra. Il Mondo Emerso è segnato dalla presenza di gruppi etnici molto diversi tra loro, in un contrasto aperto del quale non si riesce mai a venire a capo; nessuno sforzo ‘interculturale’ viene posto in essere, né tantomeno cercato; è possibile arrivare alla pace, solo attraverso il dominio di uno che si imponga su tutti, o al più lasciando che ognuno viva la sua vita nel suo territorio: la pace e la guerra derivano proprio dalla difficoltà di creare una società che si regga su di una convivenza pacifica nel rispetto delle diversità ‘etniche’ e dal tentativo di radunare tutte le ‘Terre emerse’ sotto un unico sovrano.

Caratteri geografici peculiari contraddistinguono le regioni del Mondo Emerso accentuando le separazioni tra i popoli: nella Terra della notte nessuna luce giunge dal panorama più morbido della contigua Terra del sole; la Grande Terra, è solo deserto: regioni chiuse, contraddistinte da nazionalismi, espressione delle connotazioni geografiche.

Si è perpetrato perfino un genocidio, quello degli Elfi; non sembra potersi instaurare nessun rapporto, inizialmente, tra creature fatte di acqua che abitano la Terra omonima e la Terra degli Uomini.

Accomunati solo dalle fattezze e non certo da una comune umanità, nelle Terre emerse si lotta aspramente e la pace è più legata alla sconfitta di qualcuno che non alla ricerca di uno sforzo comune di pacificazione. La separazione tra questi territori fantastici ci parla di una identità incompiuta analoga alla crisi esistenziale della protagonista del romanzo, metafora, pure, di una società dove sempre più spesso esperienze estreme e senza telos costituiscono il segno patognomonico di identità frammentate[40].

Una comunità assente

Nei villaggi del mondo di Dubhe non esiste una vera comunità, a parte i luoghi “istituzionali” dove la vicenda prende forma, come il tribunale che giudica la bambina e il consiglio delle Acque: la vita di Selva, il paese dove Dubhe nasce e cresce, ha una vita fin troppo tranquilla, dove ognuno si dedica alle sue attività.

Il fatto cruento fa esplodere un’aggressività solo in parte motivata dal dolore: anche i bambini, che testimoniano al processo, svelano una facciata insospettata che desta sorpresa in Dubhe come nei suoi genitori.

“Sotto una schiuma di litigiosità (tutti sembrano arrabbiati con tutti) il livello di conflittualità non aumenta”, ricorda il rapporto CENSIS, quando non esplode in quelle poussées che portano ai delitti “inspiegabili”, alle cosiddette “stragi della follia”.

Il mondo di Dubhe è pacifico solo in apparenza. Il vero scandalo è la inquietante presenza del tempio di Thenaar e la misteriosa scomparsa dei postulanti, che apparentemente non sembra intaccare la vita del villaggio: la rabbia esplode nel fatto cruento della morte di Gornar. È una risposta che stupisce anche i protagonisti, se paragonata al grado di apparente tranquillità, che di fatto cela la rimozione della sofferenza per i misteri irrisolti che regnano tra gli abitanti di Selva.

Religiosità

Il mondo di Dubhe è attraversato da dèi senza nome, a cui quasi nessuno crede più, che sembrano dilettarsi unicamente a segnare i personaggi di un destino immodificabile: vengono nominati, ma in modo generico, e l’atteggiamento verso di essi appartiene più alla superstizione che ad una forma di fede o di religiosità in qualche modo strutturata.

Una setta mantiene attivo un culto sanguinario: è la Gilda degli Assassini con il culto di Aster “messia” destinato a riportare il culto dello spietato dio nero Thenaar su tutte le terre emerse. Thenaar sembra compiacersi del sangue di persone che volontariamente si sacrificano a lui: sono i postulanti, persone disperate che offrono la loro vita in olocausto per salvare qualcun’altro, il più delle volte una persona cara, incorsa in qualche disgrazia o malattia grave. Prima di venire sacrificati trascorrono un periodo indefinito nei sotterranei della Gilda, ridotti nella più totale schiavitù senza sapere se e quando avverrà il loro sacrificio. A questo arrivano ad aspirare, come una liberazione per sé stessi da una vita impossibile, e per il congiunto che riceverà finalmente la grazia a lungo impetrata.

Anche nel disperato culto dei postulanti emerge una sensazione di vuoto: il Tempio è vuoto, riempito solo dalle preghiere lamentose del postulante di turno: anche qui la comunità è assente: non si stringe intorno alla persona sofferente per sostenerne le invocazioni.

La preghiera e il voto espresso “prendi la mia vita e salva lui…” riguardano il postulante e l’officiante del culto che si degnerà di rispondere quando gli parrà opportuno.

Amore e… “rimedi”

Dubhe adolescente si innamora del suo salvatore, colui che chiama il Maestro, un fuggitivo dalla Setta degli Assassini che le insegna l’arte del combattimento e la inizia all’assassinio volontario. Di fronte alla sua dichiarazione di amore, il Maestro si rende conto dell’errore che ha fatto ad addestrarla consegnandola ad uno sventurato destino che già appartiene a lui.

“Quelli come noi che non hanno conosciuto altro nella vita, che hanno visto altri scegliere per loro e infilarli in una esistenza che detestano, muoiono un poco ad ogni omicidio (…) l’omicidio ci appesantisce e alla fine il peso diviene insopportabile” “ Ti ho costretta ad uccidere, ti ho consegnato il mio destino di morte, te l’ho cucito addosso, soltanto per non sentirmi solo nel mio dolore, solo per far tornare un fantasma. Ogni volta che ti ho guardata mi hai sempre ricordato lei. Quando eri piccola eri la figlia che io e lei non eravamo riusciti ad avere (…). Più tardi nei tuoi occhi ho visto i suoi occhi, nella mia mente le assomigliavi sempre più (…). Credo di amarti. Amo lei attraverso te. E questo è un altro motivo per cui devo andare”[41].

Sarnek deciderà di rendere Dubhe l’inconsapevole mano che lo porterà alla morte. Mentre la giovane allieva crede di curargli una ferita, lo consegna alla morte perché il Maestro ha avvelenato l’intruglio curativo.

La confessione di Sarnek e il modo in cui “si fa togliere la vita” dalla giovane rileva l’aspetto più sconcertante del mondo di Dubhe.

La manipolazione

Nelle Terre emerse la manipolazione sembra il tipo di relazione maggiormente ricorrente. La Gilda si serve di Dubhe per dare vita al ritorno di Aster, Rin, il guerriero, si prende cura di Dubhe bambina perché gli ricorda la figlia, Sarnek non ne riconoscerà mai l’unicità: prima vede in lei una figlia mai avuta, poi arriva alla formulazione di un sentimento di cui ancora una volta Dubhe è semplice intermediaria, non è amata perché ricorda qualcuno, ma la donna perduta da Sarnek continua ad essere amata in Dubhe “amo lei attraverso te…”[42].

Nel mondo crudele e narcisista di Dubhe ognuno sembra non cercare altri che sé stesso e la soddisfazione delle proprie carenze affettive oppure, attraverso rapporti manipolativi, cerca gratificazioni sostitutive ai fallimenti di una vita.

La disperazione di Dubhe sta nel non sentirsi riconosciuta: come vittima di stigma dovrebbe assecondare una natura impostale da altri, come oggetto di manipolazione ognuno vede in lei altro, sempre quello che lei non è.

Ecco motivata allora la scelta del buio e della solitudine in cui solo può ritrovarsi, e del rifiuto di relazioni impostate secondo presupposti inaccettabili. Dubhe rimane spesso muta di fronte ai traumi subiti, ed è nel suo mutismo che riesce ad esprimere il suo disperato bisogno di affetto, relazione, riconoscimento, autenticità, anche se, dall’esterno, deprivata affettivamente si comporta come un animale, di fronte al Maestro: “Lo guarda come fanno i cani”[43].

Al di là della ricerca di “effetto” letterario, appare in modo chiaro il rischio di disumanizzazione che corre la persona, quando viene privata della sua unicità e irripetibilità.

Nel mondo di Dubhe sono pure molte le relazioni in cui non ci si incontra mai: da piccola amava Mathon non ricambiata, anche Sarnek non la ricambierà mai e questa inavvicinabilità sarà la base per l’idealizzazione del Maestro; così lei non ama Jenna.

Da questa vita aspra scaturisce la durezza affettiva nei confronti di questo compagno rozzo ma leale, l’unico forse, in questo inizio di avventura che la riconosce come persona, senza secondi fini.

“Perchè tu mi vuoi un po’ di bene…no?

Dubhe tacque per un istante. La situazione iniziava a farsi penosa, più di quanto avrebbe creduto (…) Era dura abbandonare tutta la sua vita e Jenna ne faceva parte. Sebbene si fosse ripromessa che non sarebbe più successo , si era legata a una persona, si era affezionata. (…) Sentì quelle labbra tremanti appoggiate alle sue e un fiume di ricordi la prese. Le figure si sovrapposero in un ricordo dolcissimo e terribile che la confuse. Si staccò con violenza.(…)

“Io non ti ho mai amato” disse soltanto con una freddezza glaciale.

“Io sì…” [44].

L’individualismo

Il Mondo di Dubhe sconcerta perché è un luogo dove ci si cura solo dei propri piccoli (o grandi) interessi privati. La Setta degli Assassini vuole riportare in auge il culto e il dominio di Thenaar sul mondo emerso; Dohor spera di trarne del profitto personale in termini di dominio sul territorio, quando verrà riportato in vita il messia Aster. Yeshol, sacerdote di Thenaar, è l’unico con Dubhe ad avere una qualche forma di ideale, ma la sua devozione ad Aster e al culto di Thenaar assume le tinte fosche della follia. Il maestro Sherva che allena la giovane ai combattimenti la aiuta solo perché la giovane ha messo in luce il suo inconfessabile desiderio di eliminare Yeshol.

La ricerca di senso

Solo Dubhe si ostina in una ricerca di un destino differente da quanto apparentemente fissato per lei. “Io non amo uccidere e non ne ho bisogno (…) io non sono come loro e mai lo sarò”[45].

In realtà anche la sua ricerca va nella direzione di un tornaconto personale, ma si tratta di qualcosa di qualitativamente diverso.

Lei cerca unicamente di tornare ad essere sé stessa. La bambina gioiosa e vivace dei flashbacks sulla sua vita passata si ripresenta alla mente della giovane suscitando in lei una nostalgia struggente. È il desiderio cieco di una vita differente, a darle la spinta propulsiva contro il destino che da più parti, come si è visto, le viene attribuito. Lei non crede sia quello il fine per cui è venuta al mondo, non crede in Thenaar né ai discorsi farneticanti di Yeshol, di Rekla, di quasi tutti i ‘vittoriosi’ della Setta degli assassini. Non si riconosce nella furia bestiale del mostro che la abita e mantiene una dolorosa lucidità quando percepisce il suo corpo che si muove verso l’efferatezza degli omicidi e la sua volontà contraria e impotente.

Il coraggio di Dubhe sta nell’affrontare apertamente la sua realtà paradossale: a seguito delle drammatiche rivelazioni sulla sua origine e sul suo destino, cede per un attimo all’idea del suicidio, ma non vi dà seguito. E non solo perché la Bestia che è in lei non desidera affatto autodistruggersi, ma perché “Qualcosa in lei desiderava ancora vivere. Come se potesse esserci un futuro diverso dal passato (…) una speranza disperata, come tutte le speranze. Un irragionevole desiderio di andare oltre fino in fondo”[46].

Il riscatto

La solitudine, lo sfinimento rispetto ad una storia personale che sembra ripetersi senza elementi di novità, i bisogni affettivi insoddisfatti, lo stigma imposto, le ripetute manipolazioni, il mancato riconoscimento della sua vera identità, è quanto, al di là della maledizione del sigillo, crea in Dubhe una rabbia repressa che prende forma nella Bestia: incontrollabile cresce dentro di lei e rappresenta l’elemento primordiale rabbioso e irrazionale, che cede al suo istinto predatorio.

Il riscatto arriverà nell’ultimo romanzo della trilogia, quando Dubhe in una nemesi sanguinaria lascerà libera la Bestia, questa volta volontariamente, uccidendo tutti gli appartenenti alla Setta e rischiando lei stessa la vita per aver superato il punto di non ritorno.

Nel mondo autocentrato in cui vive, attraverso il sacrificio di sé, diviene artefice della propria redenzione.

In un mondo dove regna l’onnipotenza, il sacrificio di Dubhe rimane tuttavia, per quanto nobile, autoreferenziale.

Il telos dato dalla rabbia e dal desiderio di distruggere coloro che si sono macchiati delle sue innumerevoli sofferenze, riveste poco o nulla gli aspetti del sacrificio di sé a favore di altri. La manifestazione libera della Bestia, assume più i connotati di una acme di “sregolazione pulsionale”, per riprendere la terminologia del rapporto CENSIS, che di un comportamento redentivo perché oblativo.

Conclusione: riflessioni pedagogiche

La trama degli eventi, la caratterizzazione (e il numero) dei personaggi richiederebbe ancora spazio: mentre Dubhe tenta coraggiosamente di portare avanti il suo riscatto da sola, altri personaggi si muovono: Lonerin il giovane mago del Consiglio delle Acque, lo gnomo Ido, amico e maestro di Nihal, defunta sovrana delle Terre Emerse, insieme al mago Sennar suo sposo, Theana altra giovane maga cresciuta all’ombra del primitivo culto di Thenaar, originariamente un dio paterno e misericordioso, il cui culto si è corrotto in quello di un dio sanguinario, a causa delle mire egemoniche della Setta degli assassini, Learco, che come in tutte le fiabe a lieto fine la sposerà…

Nel mondo alienato e individualista della protagonista, non possono non ravvisarsi alcuni elementi caratterizzanti la società contemporanea, come anticipato dalla lettura delle Considerazioni generali del Rapporto CENSIS e come percepito da tutti coloro che guardano con preoccupazione ad alcune inquietanti derive della società post-moderna.

Nel mondo globale reale, la strategia dell’offerta continua spegne il desiderio di desiderare: tutto è messo a disposizione di tutti.

La brama di potere, di ricchezza, le mire di poter dominare tutto un mondo o anche il quieto vivere degli abitanti di Selva, che non desiderano nulla, neanche liberarsi dalla tirannia del culto sanguinario di Thenaar, non sono così lontane da noi.

Nel mondo reale, come nel Mondo Emerso, non c’è una seria ricerca esistenziale individuale ancorata ad una valida base assiologica; nonostante nulla sia precluso a nessuno, le persone risultano profondamente insoddisfatte e rabbiose perché in tutta evidenza non trovano risposta ai bisogni più autentici che le strategie economiche tardo-capitalistiche non possono fornire, pienezza d’esistere, autenticità, felicità nelle relazioni con sé e con gli altri, stabilità, verità.

Le difficoltà di vivere in un mondo multietnico portano le Terre emerse a continui micro e macro conflitti tra gruppi che non riescono a trovare un comune elemento unificatore.

La mira folle di una sovranità su di un mondo così eterogeneo, tenuto insieme da una strategia di terrore, volta a radunare le ricchezze nelle mani di un potere oligarchico, ci parla di una situazione limite, e di certo fantastica, ma non troppo lontana dai rischi concreti di egemonie finanziarie come di neo-colonialismi di diversa provenienza.

I bisogni di manipolazione tratteggiano un universo autocentrato, legato al materialismo imperante. La brama e le difficoltà nel conseguire i propri obiettivi, provocano crudeltà gratuita, rabbia e cinismo, che sono pure il corollario di posizioni narcisistiche.

In tutto questo, si leva una voce rabbiosa e testarda.

Il desiderio che la giovane protagonista porta dentro di sé, sta nel credere ostinatamente che la realtà sia qualcosa che va oltre quello che viene percepito, che la sua storia sia diversa da quello che sembra lampante agli occhi di tutti, che sia possibile un mondo altro e una vita diversa: che esista una dimensione trascendente, anche se non ben identificata, verso la quale si dirige la sua tenace e disperata speranza.

Dubhe è come una donna gravida che attende di dare alla luce sé stessa; le situazioni di cui narra Licia Troisi sono condivise dai giovani, e non sono estranee ad adulti che pure traggono piacere dalla lettura dei suoi romanzi: tanti adulti hanno vissuto lo stesso mancato riconoscimento del proprio valore come individui e hanno desiderato una storia diversa da quella che qualcuno aveva stabilito, inconsapevolmente, per loro (i copioni delle storie famigliari sono pieni di vicende simili); tanti adulti vivono ancora in questa desolante ‘terra di mezzo’.

È questa forse, la ricetta del successo di una letteratura crossover.

La giovane Dubhe, come detto però all’inizio di questo lavoro, vuole dar voce soprattutto a quanto i giovani non dicono: ogni giovane è gravido di sé stesso, e della propria adultità, e del proprio essere dono al mondo, ma non può essere lasciato solo al momento del parto, un momento così carico di terrore e speranza.

L’educatore diviene levatrice, come voleva Socrate, nella sua arte educativa.

Catalizza lo sguardo della partoriente su di sé, perché la nascita del giovane al mondo degli adulti, non sia un evento catastrofico per sé e per gli altri, ma attraversando la notte del dubbio, della paura del non senso, poggiando sulla fiducia e la competenza che viene dall’esperienza della levatrice, giunga alla individuazione, il migliore contrasto al dispendio di sé.

Ricorda Kohut, che la minaccia più grave per i bambini di oggi e anche per i pre-adolescenti, sta nella sottoalimentazione emotiva del sé e nella distanza empatica dei genitori che esita in un sé “poco vitale, privo soprattutto della gioia di vivere”[47].

Gli esiti di una vita in un mondo carente di empatia, sfociano in vissuti depressivi dove ciò che manca è il desiderio, la pulsione elementare di voler entrare in relazione con l’altro/gli altri/l’Altro.

Intaccare il desiderio vuole dire intaccare la tensione originaria di ogni uomo ad essere e a vivere in pienezza, verso relazioni significative e mete di vita che si traducono in progetti di vita anche difficili, anche conflittuali.

In conclusione, il romanzo di Troisi costituisce a tutti gli effetti una denuncia: dell’insensatezza di vivere in un mondo guidato da mire esclusivamente materialistiche; del rifiuto di rapporti umani fondati sulla manipolazione; del rifiuto dello stigma sociale; del rischio connesso all’abbandono dell’individuo alla mercé della propria Bestia interiore, che avrebbe come fatale esito l’autodistruzione, sia pure in chiave ontologica; dell’affermazione cieca di una possibilità altra di esistere in una prospettiva desiderante, nonostante l’apparente mancanza di strumenti e di aiuti: dunque un grande inno alla necessità di Educazione per il mondo contemporaneo.

Di questo, ritengo, si debba esser grati alla giovane autrice[48].

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  1. CENSIS, 44° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, Considerazioni generali, il Mulino, Bologna, 2010, pp. 4-10.
  2. Una aspra critica sul legame tra marketing e produzione letteraria per l’infanzia si trova su Zipes J. Oltre il giardino L’inquietante successo della letteratura per l’infanzia da Pinocchio a Harry Potter, Mondadori, Milano, 2002.
  3. Naturalmente non è la sola: indagini di interesse e rilevanza nazionale sono pure quelle di EURISPES (2010) dedicate all’infanzia e agli adolescenti e dell’istituto Iard (2007) che si concentra però sui giovani. La scelta di privilegiare l’indagine effettuata dal CENSIS si fonda sull’analisi complessiva della situazione sociale italiana riflettendone un quadro generale ampio e approfondito rispetto alle altre indagini più mirate al mondo interiore e agli stili di vita di bambini e adolescenti, in termini di paure, speranze e confidenze intime, i cui risultati, possiamo ipotizzare, derivino proprio da quella che è la generale situazione sociale italiana.
  4. “le fate, gli elfi ei draghi sono di nuovo tra noi, perché sono in grado di dare voce a molte ansie e aspirazioni della contemporaneità”, W. Grandi, Infanzia e mondi fantastici, Bononia University Press, Bologna, 2007, p. 19.
  5. Su questo fenomeno cfr. C. Ricci, Hikikomori, Narrazioni da una porta chiusa, Aracne editrice s.r.l., Roma, 2009.
  6. Queste rappresenterebbero l’ultima tendenza in tema di sballo: si tratta di frequenze tra i 3 e i 30 Hertz, che agiscono sul cervello umano, attraverso le comuni cuffiette per l’ascolto della musica: possono innescare le più diverse reazioni e solle
  7. CENSIS, op. cit. pp. 4-5.
  8. Ivi, p.7.
  9. Ivi, p. 8 (corsivo mio).
  10. “Bambini sempre più soli? I rapporti con i genitori sembrano caratterizzarsi per una marcata ambivalenza. Da un lato cresce la solitudine, il dialogo si riduce spesso ad un’occasione mancata e la condivisione di pensieri, emozioni, interessi e attività divengono sporadici quando non inesistenti. I bambini, ad esempio, riferiscono di raccontare ai genitori episodi relativi alla vita scolastica (72,2%), ma di rado parlano delle proprie paure (35,2%) o aspirazioni (38,2%).

    Gli adolescenti, invece, nel 46,5% dei casi hanno un dialogo assente (5,1%) o assai sporadico (41,4%) con i genitori. Pochissimi parlano apertamente con gli adulti di paure (27%), questioni sentimentali (12,8%) o sessualità (8,9%). Se nel caso del periodo adolescenziale il silenzio è riconducibile ad un momento di crescita nel quale il rapporto con gli adulti si modifica e nasce il bisogno di creare le basi per la propria individualità, per i bambini questo dato induce a riflettere sulle difficoltà incontrate dai genitori nell’avvicinarsi al mondo dei ragazzi, nel comprenderne il linguaggio, o anche solo nel ritagliarsi spazi di incontro e condivisione”Indagine conoscitiva 2010 sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, EURISPES, Telefono Azzurro, p. 4. http://www.eurispes.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1752:indagine-conoscitiva-sulla-condizione-dellinfanzia-e-delladolescenza-in-italia&catid=41:appuntamenti&Itemid=136

  11. CENSIS, op. cit., p. 8.
  12. Ivi, p. 9.
  13. Ivi, p. 10.
  14. Ivi, p. 11.
  15. Ivi, p. 12.
  16. Ibidem.
  17. “A fronte di evidenti difficoltà nell’individuazione di momenti di dialogo, se si sposta l’attenzione sulle questioni materiali, come gli acquisti o il ruolo svolto dagli oggetti all’interno delle relazioni familiari, il modello sembra essere sempre più “bimbocentrico”. Il genitore, per quanto limitate siano le risorse economiche, sembra preoccuparsi soprattutto della rispondenza tra desideri materiali dei figli e soddisfazione degli stessi, in una tendenza all’accumulo di oggetti e di beni con i quali riempire lo spazio fisico e mentale dei bambini e degli adolescenti”, EURISPES, op. cit. p. 4.
  18. L. Santelli Beccegato, Pedagogia sociale e ricerca interdisciplinare, La Scuola, Brescia, 1979.
  19. R. Lollo, La letteratura per l’infanzia tra questioni epistemologiche e istanze educative, in A. Ascenzi (a cura di), La letteratura per l’infanzia oggi, Milano, Vita e Pensiero, 2002, pp. 87-96.
  20. E. Beseghi, Confini. La letteratura per l’infanzia e le sue possibili intersezioni, in A. Ascenzi (a cura di), op. cit., p. 71.
  21. E. Beseghi, op. cit., p. 72.
  22. E. Beseghi, Il silenzio e il grido, in F. Bacchetti, F. Cambi, A. Nobile, F. Trequadrini, op. cit., p. 147.
  23. “è proprio degli studi sulla letteratura per l’infanzia collegare tra loro un testo per bambini a un film, a un romanzo o a una raccolta di articoli giornalistici pensati per un pubblico adulto, ma capaci di cogliere aspetti importanti dell’infanzia, individuando così elementi nuovi per approfondire l’interpretazione del libro per ragazzi da cui si è partiti. Lo scopo di tale operazione è quello di cogliere eventuali rispecchiamenti o possibili divergenze tra le metafore proposte ai bambini e quelle offerte agli adulti sugli stessi fenomeni: in tal modo è possibile ricostruire su un certo tema presente nell’immaginario una rappresentazione, se non completa, almeno articolata”, W. Grandi, Lessici familiari per piccoli occhi curiosi. Lo stato attuale di un percorso di ricerca sulle rappresentazioni narrative delle famiglie nei libri e negli albi illustrati per bambini della fascia 0-6 anni, in “Ricerche di pedagogia e didattica”, (2010), 5, 1 – Infanzie e Famiglie, pp. 1-12.
  24. Cfr. E. Beseghi, Il silenzio e il grido, in F. Bacchetti, F. Cambi, A. Nobile, F. Trequadrini, op. cit., pp. 146-149.
  25. E. Varrà, La magia come salvezza, in Hamelin Associazione culturale (a cura di), Contare le stelle. Venti anni di letteratura per ragazzi, Clueb, Bologna, 2007, p. 133.
  26. J. Zipes Oltre il giardino. La letteratura per l’infanzia da Pinocchio a Harry Potter, Milano, Mondadori, 2002, p. 202.
  27. E. Varrà, op. cit. p. 133
  28. Rapporto LiBeR 2008, in “LiBeR” n. 78, mar.-giu. 2008 http://www.liberweb.it/upload/cmp/Editori/Rapporto_2008_1.pdf verificato 19 febbraio 2012
  29. Risvolto IV di copertina.
  30. L. Troisi, Le guerre del mondo emerso, vol. 1, La setta degli assassini, Milano, Mondadori (coll. Best sellers), p. 43.
  31. Ivi, p. 45.
  32. Ivi, p.26.
  33. Ivi, p.33.
  34. Ivi, p.34.
  35. Ivi, p.70.
  36. Ivi, p. 73.
  37. Ivi, pp. 134-136.
  38. Ivi, pp. 174-175.
  39. Ivi, p. 141.
  40. Cfr. W. Grandi, op. cit., p. 20.
  41. Ivi, pp. 460-461.
  42. Ibidem.
  43. Ivi, p. 167.
  44. Ivi, pp. 143-144.
  45. Ivi, p. 107.
  46. Ivi, p. 142.
  47. H. Kohut, La guarigione del sé, Boringhieri, Torino, 1980.
  48. La critica di settore non è estremamente ben disposta nei confronti dell’autrice. Tuttavia questo atteggiamento non è omogeneo, a ragione, a nostro avviso. Ad esempio F. Bacchetti, la inserisce, sia pure ultima, in ordine di tempo, tra le “punte di diamante” della produzione letteraria per i giovani, in La crescita attuale della letteratura dell’infanzia, in F. Bacchetti, F. Cambi, A. Nobile, F. Trequadrini, La letteratura per l’infanzia oggi, Clueb, Bologna, 2009, p. 67; e i dati (delle vendite) ne rimarcano il successo: anche il presente studio è di fatto il primo che approfondisce da un punto di vista pedagogico la produzione letteraria della giovane scrittrice.