Numero 12 - 2016

  • Numero 9/10 - 2014/2015
  • Saggi

Nuove considerazioni in tema di emancipazione sociale intersezioni tra psicoanalisi e pedagogia

di Tommaso Fratini

Abstract

In questo scritto vengono ripresi alcuni temi in seno al concetto di emancipazione, ancora centrale sia in pedagogia sia nella critica sociale, attingendo in forma peculiare da alcune implicazioni importanti del pensiero e del contributo clinico che la psicoanalisi, nelle sue diverse diramazioni, ci ha consegnato all’attenzione negli ultimi decenni. In questa prospettiva viene tracciato un parallelo tra un cambiamento nei disturbi psichici dei pazienti in terapia, tra un prevalere delle nevrosi classiche verso un prevalere di disturbi di personalità nell’area borderline, e un preciso cambiamento sociale. Ciò riguardo a una popolazione in Occidente che in prevalenza sembra non desiderare più di essere emancipata, e nella quale, nel contesto di una grave crisi sociale, prevalgono nuove forme di droghe sociali nell’ottica della civiltà consumistica. Su questa basi viene avvalorata una posizione pedagogico-critica di riscoperta del senso dell’emancipazione.

Abstract

This paper examines certain issues within the concept of emancipation, still central in both pedagogy and social criticism, by drawing on the form peculiar to some important implications of thought and of clinical contribution that psychoanalysis, in its different offshoots, has brought to our attention in recent decades. The text also draws a parallel between a change in mental disorders of patients in therapy, between a prevalence of classical neuroses versus a prevalence of personality disorders in the borderline range, and a precise social change. This regarding a population in the West that prevalently no longer seems to desire to be emancipated, and in which, in the context of a serious social crisis, prevails a new form of social drug in view of the consumer society. On this basis arrives a pedagogical-critical position of rediscovery of a sense of emancipation.

INTRODUZIONE

Affrontando proprio la questione dell’emancipazione in apertura del suo importante lavoro Modernità liquida[1], Zygmunt Bauman riprendeva una sibillina chiosa di Marcuse su questo tema, con una frase che suona più o meno in questi termini: «…Ma le persone al giorno d’oggi non desiderano più essere emancipate»[2].

Marcuse, come altri grandi della Scuola di Francoforte, tra cui potrei citare il Fromm di Fuga dalla libertà[3], aveva efficacemente anticipato, già allora, in tempi non sospetti, il dato ineluttabile di un cambiamento epocale che si profilava all’orizzonte dell’allora giovane società post-industriale: quello che avrebbe aperto le porte e la strada alla via sociale di massa del narcisismo patologico, dell’edonismo, del consumismo sfrenato, e sarebbe poi direttamente sfociato nella nostra più recente o attuale assai fosca e incerta stagione di grande precarietà, crescente esclusione sociale, rischio per la tutela e la difesa delle fondamentali libertà democratiche. Marcuse aveva anche intuito e chiarito a suo modo un altro diabolico aspetto della società occidentale di oggi: l’arma attraverso cui le cosiddette élites e le classi sociali più abbienti e potenti dell’Occidente potevano più facilmente mantenere il potere esercitando, attraverso la cultura di massa, un seduttivo impatto sugli strati della popolazione più debole. Si apriva in quel tempo lo spazio per l’affermarsi della cosiddetta classe media e per un mutamento nel suo ordine di valori di riferimento. Ciò nella direzione dell’emulazione dei tratti del profilo delle classi sociali più ricche, invece che lungo la via del cambiamento attraverso l’opposizione a quei valori che dalle classi dominanti della società occidentale si estendevano fino ad essere fatti propri anche dai suoi strati un tempo più poveri, ma a quel punto per la prima volta capaci di un potere di acquisto più alto, di beni di consumo desiderabili e per molti di più finalmente accessibili.

In questo scritto mi propongo di riprendere questi temi in seno al concetto di emancipazione, ancora centrale sia in pedagogia sia nella critica sociale di estrazione marxista o in vario modo riconducibile ai movimenti di sinistra, attingendo in forma peculiare da alcune implicazioni importanti del pensiero e del contributo clinico che la psicoanalisi, nelle sue diverse diramazioni, ci ha consegnato all’attenzione negli ultimi decenni.

Un leitmotiv della clinica psicoanalitica, almeno dagli anni Sessanta ad oggi, è stato incentrato su una precisa critica all’originario punto di vista freudiano. È stato messo in luce, sostenuto, teorizzato e clinicamente discusso a più riprese un mutamento preciso nella popolazione dei pazienti in terapia psicoanalitica. Il conflitto psichico, concetto che rimane centrale in psicoanalisi, mentre da Freud era teorizzato in termini di contrasto tra pulsione e censura, oppure, dopo la formulazione della seconda topica freudiana e la sua svolta negli anni Venti del Novecento, in riferimento alla struttura tripartita, di conflitto intersistemico tra Es, Io e Super-io[4], ora si presta maggiormente ad essere inteso nei termini di parti e aspetti di sé[5]. Conflitto ad esempio tra un aspetto di sé dell’individuo che vuole trionfare narcisisticamente sugli altri, e un altro aspetto di sé che si sente sconfitto, atterrito e molto in colpa riguardo a questo impulso/desiderio distruttivo. A sua volta è stato più volte fatto ricorso in psicoanalisi negli ultimi decenni a questa metafora: mentre la società di un tempo era una società nevrotica, dell’uomo lacerato da conflitti, quella di oggi è maggiormente una società narcisistica, dell’uomo depresso, irrequieto, insoddisfatto, alla costante ricerca di sé, o forse, sarebbe anche più giusto sostenere, volto alla costante affermazione di sé[6].

Analogamente, il cambiamento nel funzionamento dei pazienti è stato anche sostenuto in questi termini: nel passaggio da un predominio di difese prevalenti basate sulla rimozione a un predominio di difese prioritarie incentrate sulla scissione[7]. Parimenti, si è posto l’accento sul declino, quasi la scomparsa, delle nevrosi, verso un nuovo emergere prima e un dilagare poi di disturbi di personalità nell’area borderline.

Un importante aspetto, una vera costante, del lavoro psicoanalitico per tutti questi anni è stato quello di mantenere un focus molto rigoroso, pressoché ancorato, sull’intrapsichico. Nel momento in cui gli psicoanalisti registravano questi importanti mutamenti nel lavoro clinico con i propri pazienti, la maggior parte delle loro precipue spiegazioni non indulgeva a facili riduzionismi in ordine alla critica sociale. L’oggetto della psicoanalisi, essi sostenevano, rimane l’inconscio, l’intrapsichico, la dimensione individuale. Ai fini della guarigione e del successo della terapia psicoanalitica è a se stesso che ogni paziente deve cercare di ricondurre la radice ultima delle proprie parti patologiche e delle proprie responsabilità individuali.

Eppure rimane un però. Il fatto è che la società da un secolo a questa parte, e più marcatamente dal dopoguerra, nel corso dei decenni è molto cambiata, e ciò ha finito per influenzare tanto le persone, quanto i pazienti della psicoanalisi e il modo di pensare e di lavorare degli stessi psicoanalisti.

Certo, sarebbe facile tacciare l’originario modello di freudiano di anacronismo su questo punto. Le teorie evolvono nel corso del tempo. Dai tempi dei massimi splendori della teoria freudiana è trascorso più di un secolo. I modelli più recenti costituiscono un salto qualitativo concettuale, nella direzione non di un mutamento radicale, ma di un aggiustamento o un accomodamento[8], nel segno di una maggiore chiarezza e profondità clinica, di ciò che lo stesso Freud di per sé aveva brillantemente intuito o anticipato, ma non del tutto coerentemente esplicitato con precisione.

Da un altro punto di vista trovo evidente come le cose non stiano in questi termini. Freud a ben vedere descrive una gamma di pazienti precisi. Un tipo di paziente prototipico sofferente ma tutt’altro che privo del contatto con la realtà. Un paziente che, disperatamente, non trova la forza di realizzare ciò che tuttavia sente e ha, a tutti gli effetti, la capacità di rappresentare dentro di sé. Il paziente freudiano è diviso, come sempre Marcuse[9] ci ha ribadito, in un conflitto irriducibile tra individuo e società, tra ciò che una parte di sé vorrebbe sinceramente e a buon diritto realizzare, in termini di gratificazione e di desiderio, e ciò che gli viene negato dagli impedimenti nella realtà esterna, oppure da quella falsità delle convezioni sociali, tale da esercitare una forza di impatto repressiva sul desiderio, tuttavia non a tal punto potente da impedirne la sua corretta rappresentazione.

Il paziente freudiano dunque lo possiamo assumere a metafora di un individuo contemporaneo sfiduciato nella possibilità di realizzare i propri obiettivi, desideri e bisogni più autentici, ma non così distante dalla realtà da averne perduto la loro corretta raffigurazione e percezione; ciò che gli consente di non perdere la capacità di sentire, pensare, rappresentare, mentalizzare le emozioni, e di dare il suo contributo attivo al fine di un bene comune per la società.

Ora la psicoanalisi, soprattutto nella sua versione della scuola delle relazioni oggettuali, ma anche della cosiddetta psicologia del Sé[10], ci ha descritto successivamente, a partire dagli anni Sessanta, ma poi, con più insistenza, nei decenni successivi, un altro potenziale tipo di persona e di paziente in terapia. La psicoanalisi ci ha consegnato nei decenni a noi più vicini e tratteggiato sempre di più un soggetto la cui esperienza soggettiva interiore sembra più elusiva, sfuggente, impalpabile. Un soggetto che sembra avere perduto il contatto con il suo vero Sé, i suoi desideri più autentici e sinceri, e ad essi ne ha sostituiti altri di un genere falso e molto più dubbio e ambiguo.

Rientrano in quest’ottica i casi sempre più frequenti di personalità affette da turbe psicosomatiche[11], da difetti nella mentalizzazione dell’esperienza[12], da tratti narcisistici sempre più esasperati[13], da caratteri normotici[14], da fantasie e angosce di crollare[15], di andare in pezzi[16], di lasciarsi cadere[17], o di non avere l’esperienza di sentirsi reali e sé stessi[18].

Senza scendere nei dettagli, questo mutamento risponde, qui si sostiene, a un principio esistenziale semplice ed essenziale. I desideri per continuare ad esistere vanno coltivati. Viceversa, quando troppo a lungo sono frustrati a poco poco svaniscono, e il soggetto ne perde l’effettivo concreto ricordo, insieme alla memoria e alla cognizione di quale sia la corretta via per tornare ad esperirli.

Questo di fatto corrisponde in termini clinici a un preciso percorso in seno a un particolare tipo di scompenso psichico oggi diffuso in forma dilagante. Se il desiderio non incontra una realizzazione, ma una costante frustrazione, alla fine le angosce di castrazione diventano sempre più forti. Se tutte le volte che una persona si formula un’emozione viva, ad essa si affianca la sua frustrazione, col passare del tempo le angosce di castrazione diventano insopportabili. Per angoscia di castrazione si intende qui l’angoscia che all’espressione di un desiderio, anche quello più sincero, genuino e autentico non potrà altro che seguire la fantasia di una castrazione, di un impedimento, di una minaccia vessatoria e punitiva, da parte ad esempio della terrifica figura fantasmatica di un tiranno e di un persecutore interno.

Clinicamente, in questo tipo di dinamica descritta, c’è un momento che funziona da crinale, nel quale a un certo punto, quando le angosce di castrazione hanno superato il livello di guardia, si realizza di fatto lo scompenso psichico. L’angoscia di castrazione diventa a quel punto un’angoscia paranoica grave a tutti gli effetti. La persecutorietà offusca totalmente il campo della coscienza.

Segue in genere un momento di stasi, di profondo vuoto emotivo, di un nulla a livello interiore. Ad esso si avvicenda poi, subito dopo, un vissuto di terrore, di angoscia claustrofobica e di forte depersonalizzazione. Lo scompenso è avvenuto e il soggetto non è in grado più di funzionare come prima, se non mettendo in atto nuove difese. Difese basate sulla negazione della realtà psichica e i desideri più sinceri e autentici.

Tali desideri autentici nel profondo esistono ancora, ma il soggetto non se li può rappresentare più come prima, pena il riemergere di quel terrifico vissuto di castrazione che in origine aveva determinato lo scompenso. Ai desideri sinceri allora devono essere sostituiti poi dei desideri falsi. Questa sembra l’unica strada possibile per continuare a funzionare di nuovo sul piano sociale. È così di fatto che le fantasie di grandezza sostituiscono a poco poco le fantasie di legame libidico buono e sincero con l’oggetto. È così che nel vissuto inconscio quel persecutore che non si può pensare di eliminare o di sconfiggere ora deve essere ‘bonificato’, in un abbraccio diabolico e mortifero che porta alla fantasia inconscia di dovere costantemente, sia pure in gradi diversi, compiacerlo e gratificarlo, invece che ad esso ribellarsi. Perché ribellarsi significa rivivere l’esperienza terrifica di una castrazione; un’esperienza che è già stata vissuta e nella quale il Sé è già stato battuto, sconfitto e prostrato irreparabilmente. Almeno questo sono il vissuto e la convinzione a livello inconscio.

UN ESEMPIO CINEMATOGRAFICO

Il recente film Lei del regista Spike Jonze, comparso nelle nostre sale cinematografiche alla fine dell’inverno del 2014, mi pare rappresenti in filigrana molti di questi aspetti. Il film è ambientato in una metropoli americana immaginaria, di un futuro non più lontano dal presente attuale di alcuni decenni, in cui sono riconoscibili molti caratteri delle varie Los Angeles, New York, ma anche della parigina area della Defense. Realisticamente, quello che ci viene presentato non è un mondo troppo diverso dal nostro, ma con qualche variazione, che si esprime ad esempio in edifici analoghi a quelli che troviamo nelle grandi città di oggi, ben conservati, ma diversamente decorati, con luci più colorate, solari e quasi fosforescenti. Gli interni assai curati delle abitazioni ci introducono a un’America prototipica di una società occidentale borghese, che sembra avere raggiunto, almeno in una sua parte, standard estremamente elevati sotto certi profili di civiltà oltre che di benessere, se non anche di democrazia e lotta alla povertà.

Attraverso il racconto della storia del protagonista, il film apre le porte tuttavia alla raffigurazione di un vissuto di alienazione e di solitudine terribile e sconfinato. Dietro l’incapacità del protagonista, un uomo avviato alla mezza età, di trovarsi una nuova compagna dopo la fine del rapporto con la moglie, ma anche della sua scarsa volontà di cercarla, si trovano la mestizia, la pacata acquiescenza e la passivizzazione di un dolore sordo e molto poco raggiungibile. Egli finisce così per cedere ed essere sempre più catturato dalla relazione con la voce femminile, in tutto e per tutto come reale, di un software, che materializza l’immagine di una fidanzata irreale ma ideale. Il film ci induce a riflettere di fronte a un grave monito sul futuro: quello in cui i rapporti umani rischiano di essere così meccanici, anaffettivi, impersonali, da preferire loro la voce consolatoria di un surrogato tecnologico.

Il film si chiude quando il protagonista, che si rende perfettamente conto della differenza tra la finzione e la realtà, tra una amante in carne ossa e una voce che appartiene a qualcosa che di fatto non esiste, trova alla fine la forza di cominciare una storia con una donna che conosceva da tempo. Una donna della sua età, della porta accanto, con la quale non riusciva prima a dichiararsi e a condividere qualcosa, in un’evidente grave patologia della comunicazione, ora parzialmente risolta da un lavoro psichico a monte. Si tratta di un lavoro che è stato reso possibile dal contributo di relazione, dal sostegno e dal supporto della voce elettronica, dell’amante immaginaria interpretata da Scarlett Johansson, che sembra avere quelle doti terapeutiche, di attitudine all’ascolto e alla condivisione empatica, a mo’ di un analista o di qualcosa che gli somiglia, indispensabile prerequisito perché il protagonista possa elaborare il lutto del precedente matrimonio fallito, e traghettare se stesso verso una nuova relazione, di nuovo sufficientemente equipaggiato sul piano emotivo.

Ora, e qui arriviamo a un nodo centrale che vorrei affrontare in questo contributo, sullo sfondo di questo scenario raffigurato nel film, di fatto da brivido, terrifico, o veramente cupo ancorché coperto di una mesta ironia, si erge monolitica una questione di fondo, che pure non viene mai esplicitamente formulata: come ci siamo ridotti, come rischiamo ancor più di ridurci, come ci ridurremo se l’umanità occidentale, pur ovviando ai molti dei propri bisogni materiali, tecnologici o perfino di conoscenza, si allenerà e si abituerà sempre di più a “non sentire”.

È qui, io sostengo, che entra in gioco più direttamente la pedagogia, in un problema solo parzialmente approcciabile sul piano affettivo, individuale, di pertinenza della psicoanalisi. Il nodo del venir meno del contatto autentico con i propri veri bisogni e i propri veri desideri è un problema certo psicologico, ma ancor prima sociale, e che dunque necessita di essere approcciato anche con una via e una soluzione sociali.

C’è un altro aspetto inquietante nel film che emerge e fa molto riflettere: il fatto che non viene mai messo in discussione un certo tipo di sistema e di struttura sociale sullo sfondo. I protagonisti descritti nella storia ci appaiono come arresi, passivi, riluttanti, acquiescenti, depressi, rassegnati. Sembra che siano disposti a sperimentare il peggio di sé e quanto possa offrire tutto il grigiore della vita, la perversione, l’annientamento di sé e la cessazione dei desideri e dei sentimenti, se non la morte psichica, piuttosto che prendere in considerazione l’idea, l’opportunità e la volontà di un cambiamento sociale in merito a taluni suoi fattori alla radice.

In un certo modo, e ciò può sembrare solo paradossale, la dinamica di questo film ce ne ricorda un’altra assai famosa: quella del romanzo 1984 di Orwell.

Era il 1948. Era quello il tempo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale, nel quale l’umanità in Occidente non poteva non interrogarsi sulle cause del recente conflitto mondiale, sulle radici del totalitarismo, sul destino dell’umanità per quella via, se non altrimenti contrastata, ma ancor prima autenticamente conosciuta e compresa in profondità.

I protagonisti del film Lei, qui riassunto, preferiscono fare di tutto, così sembra, piuttosto che prendere in considerazione di cambiare la società. Si tratta, potremmo anche dire, di un film già visto. Qualcosa che, fuor di metafora, somiglia potentemente al mondo di oggi.

Pensiamo alla fotografia di copertina dell’edizione italiana di un saggio assai critico e famoso come L’epoca delle passioni tristi(19. M. Benasayag, G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, tr. it. Milano, Feltrinelli, 2004 (2003)] di Benasayag e Schmit. Alcuni giovani o giovanissimi ragazzi, forse sudamericani, ci appaiono in tale immagine di copertina come completamente storditi, sullo sfondo di quella che sembra una grande festa in discoteca o qualcosa di simile. Hanno un volto che appare come drogato, e insieme inebetito, ma di più, direi, tremendamente sfiduciato e anche perverso. Il messaggio implicito sembra sottilmente evidente: di fronte a un disagio oggi così dilagante, di fronte all’impossibilità di cambiare la società tanto vale abbandonarsi al piacere dello stordimento, dell’inebetimento, del vuoto di emozioni. Non sono giovani delinquenti. Non danno l’impressione di volere fare male a qualcuno. Ma non sono certo felici, e soprattutto sembrano lontani dal darsi la spiegazione corretta del disagio oggi dilagante, così da trovare la forza quantomeno di provare a ribellarsi, a compiere una denuncia, a sperimentare una via di cambiamento.

IL POSTO DELLA PEDAGOGIA DI FRONTE AL DISAGIO

Nell’attuale situazione di profonda crisi e disagio, insieme individuali e collettivi, la pedagogia ha un ruolo tutt’altro che trascurabile. La pedagogia critica in particolare, nella sua tradizione di analisi stringente delle radici della crisi della contemporaneità, può giocare la sua parte appieno non solo nel dibattito sulle ragioni della crisi, ma anche sperimentando vie nuove di azione e cambiamento.

Tutti i critici più attenti della crisi sociale, culturale, ma prima di tutto economica e politica del mondo occidentale di oggi sono concordi su un fattore decisivo alla base dell’attuale condizione: l’incremento ormai stabile delle diseguaglianze sociali. È questo mutamento, a poco a poco consumato negli ultimi decenni, per una via anche molto indiretta, che ha aperto la strada alla sedimentazione della crisi dei rapporti nel mondo attuale.

Il disagio in tale prospettiva può essere colto nel mondo occidentale di oggi come la diretta emanazione, per gradi, di una serie di passaggi diabolici. Se la stragrande maggioranza delle risorse e del denaro è concentrato nelle mani di una strettissima minoranza di super ricchi e di potentissimi gruppi industriali e finanziari, questi ultimi attraverso il sistema reticolare delle lobby hanno infiniti modi per comandare l’umanità e impedire il cambiamento, riservando per ampie masse di persone solo il piacere effimero che si sostanzia nella diffusione ormai sempre più massiccia di droghe sociali, in seno al consumismo e alla civiltà del narcisismo ormai da tempo stabilmente insediata, cristallizzata, cementificata.

In quest’ottica la psicoanalisi, tanto per fare un semplice esempio, che pure ha dato un grande contributo alla comprensione non solo del disagio psichico e sociale, ma anche del concetto di cambiamento, rischia di mettere in atto un tentativo sempre più vano, che alla fine è sempre più destinato ad avvitarsi su stesso. La psicoanalisi, quella vera, quella portata avanti correttamente sia dall’analista che dal paziente, sembra uno strumento ancora adeguato ad aiutare il paziente ad entrare maggiormente i contatto con il proprio Sé, a ritrovare la via di una maggiore integrazione della personalità, che riporti il paziente a formularsi correttamente la natura di un bisogno e di un desiderio, che non possono non avere la realtà esterna al trattamento come inevitabile destinatario e terreno normale di realizzazione.

Ora, la questione si complica notevolmente se la realtà esterna al trattamento, alla quale il paziente è consegnato sia durante che al termine, a maggior ragione, del trattamento psicoanalitico è in verità una realtà sempre più frustrante, nella quale egli può sperare di realizzare ben pochi desideri e può far leva su ben pochi legami autenticamente significativi. Quelli che spesso non vanno molto oltre la cerchia dei legami familiari, nei casi più felici, e di poche persone ulteriori con le quali è possibile condividere qualcosa genuinamente e sinceramente, vivendo in modo non fobico l’esperienza dell’abbandonarsi con sincerità a un rapporto affettivo intimo.

La crisi attuale si esprime su piani molteplici, dal macro al micro, da quello sociale ed economico a quello psicologico, antropologico, valoriale, culturale, educativo e formativo. Ma la sua soluzione a questo punto, qui si sostiene, deve essere in primo luogo politica, e si trova in seno al nodo delle diseguaglianze sociali e alla loro riduzione come base per impiantare di nuovo il circolo virtuoso di processi democratici in seno all’agire sociale e educativo.

David Harvey nella sua Breve storia del neoliberismo[19] metteva in luce un aspetto centrale dell’evoluzione della società occidentale dal dopoguerra ad oggi. I primi quindici anni del dopoguerra furono dominati dallo spettro di due paure sopra ogni altre: quella del ritorno alla dittatura, che aveva così pervasivamente devastato l’Europa, e quella della grave crisi economica, sul modello della grande crisi del ’29. È su queste basi che in Occidente, sia in Europa che negli Stati Uniti, le maggiori politiche economiche furono caratterizzate da un significativo patto di stabilità e non belligeranza tra impresa e lavoro. Furono proprio queste politiche che potremmo definire oggi ‘moderate’ ad aprire la strada alla grande stagione degli anni Sessanta, con il suo irrompere sovversivo e tumultuoso di grandi cambiamenti dal punto di vista del riconoscimento e della conquista di diritti fondamentali in seno a un avanzamento democratico.

A sua volta, fu proprio in risposta a tali cambiamenti, sostiene ancora Harvey[20], che la classe americana del commercio, dell’impresa, dell’industria, della finanza decise di reagire assai duramente; di reagire al rischio concreto di scomparire e di diventare irrilevante. Sono passati ormai più di quattro decenni dai primi anni Settanta. Molto è cambiato, potremmo senz’altro dire, ma poco o meno di niente è stato fatto in direzione contraria a una tendenza di fondo: un nuovo incremento delle diseguaglianze sociali ed economiche, accompagnato dall’irrompere di nuove droghe sociali ad uso e consumo della classe media.

Emancipazione, come ci ricordava Franco Cambi nel suo saggio La cura di sé come processo formativo[21] è da tempo una sorte di ‘vettore’ della pedagogia. Liberazione dai condizionamenti sociali e sviluppo di potenzialità autentiche nella mente individuale: sono questi i due fini precipui a cui mirare realizzando l’obiettivo dell’emancipazione. Per potere raggiungere tali fini sarebbe naturale pensare che un individuo preliminarmente e autonomamente debba trovare la forza di riuscire a formularseli, ed è a quel punto che egli, potremmo dire in senso pedagogico ma anche psicoanalitico, è divenuto una persona. Una persona intera, in senso winnicottiano, un individuo integrato dal punto di vista degli affetti, dei desideri, dei bisogni e delle aspirazioni, come prerequisito perché possa volgersi nel suo vivere sociale alla ricerca della loro realizzazione.

Vi è un concetto negli ultimissimi anni tornato pericolosamente in auge sia in pedagogia sia nella critica sociale di estrazione politica o anche psicoanalitica. È il concetto di mutazione antropologica, originariamente formulato da Pasolini[22]
. Esso indica il rischio ma anche il dato concreto della diffusione di una pericolosa epidemia a livello sociale. Una sorta di virus epidemico che prende le persone, un tempo nell’età adulta, in tempi più recenti a partire dalla pubertà e dall’adolescenza, nella fase più attuale di oggi già addirittura nell’infanzia e nella fanciullezza. Questo tarlo, questo virus corrode attraverso le droghe sociali la personalità individuale, perverte e uccide i bisogni e i desideri più sinceri, i legami affettivi intimi, e ad essi sostituisce un nucleo di disposizioni affettive false, di un genere molto concreto, cinico, egoistico e qualunquistico.

È per questo che, come sostengono Marcuse e Bauman[23], le persone non vogliono più essere emancipate. Di fronte alla crisi sociale dilagante, esse hanno perso il contatto con i loro desideri, bisogni e aspirazioni più autentici e sembrano reagire, come di norma la storia ci ha dimostrato in questi casi, molto più maniacalmente di fronte alle difficoltà, con gravi meccanismi di negazione in risposta a quelle angosce che a livello individuale scatenerebbero piuttosto gravi stati depressivi.

C’è un’angoscia sempre più diffusa a livello sociale. Essa corrisponde non solo a una paura e a una fantasia di espropriazione, di esclusione sociale, all’interno di un mondo dominato da mercati finanziari in cui singoli concorrenti e competitori sono spietatamente in lotta tra di loro. È l’angoscia altresì di un futuro per l’umanità molto triste, dal versante dei legami affettivi e dei rapporti umani.

Laddove non vi è traccia concreta di solidarietà sociale nel presente, a diversi livelli, tra le persone, l’angoscia proiettata sul futuro non può essere altro che questa: la fantasia della paura, della rovina, della catastrofe, e per contro il meccanismo di difesa dell’euforia, del trionfo, sperando nella vittoria, nel vantaggio nella selezione naturale o nella prevaricazione a spese di altri malcapitati.

Rientra in quest’ottica il modello di una pedagogia come sapere di resistenza[24]. Noi dobbiamo resistere. Resistere, resistere, resistere, come sulla linea del Piave, per usare un’espressione usata anni or sono da Francesco Saverio Borelli in un discorso pronunciato di fronte a molte persone. È un modello pedagogico che muove dal basso cercando di educare, per mezzo del paradigma della cura di sé[25], a mantenere salda una rappresentazione corretta della realtà sociale, caratterizzata da una corretta spiegazione e raffigurazione dei veri problemi e delle vere risposte. Le risposte non possono passare altro che attraverso la riscoperta di meccanismi di solidarietà sociale, di ‘cibo sano per la mente’, al posto del dilagare di quelle droghe sociali che si sostanziano nell’attitudine al “non pensare”, non potendo eludere il nodo cruciale, e questo rimane un punto fermo, della riduzione delle diseguaglianze sociali.

Solo in questo modo la democrazia può arrivare davvero a cambiare di nuovo la società, a favorire quel salutare meccanismo di libertà e di liberazione di potenzialità oggi in larga parte inespresse, come bloccate e soggiogate, funzionali al rinnovamento e al cambiamento sociale nei loro più autentici e vivi significati di una valenza di trasformazione[26].

I primi anni del dopoguerra prepararono, a poco a poco, la grande stagione degli anni Sessanta. Sarebbe sciocco o erroneo sperare che la storia si ripeta allo stesso modo. Ma forse non resta che sperare di ripartire da lì, laddove un importante discorso si era interrotto. Sperare che le politiche moderate, a poco a poco, passo dopo passo, mattoncino su mattoncino, portino l’umanità dei paesi occidentali sul binario di un po’di benessere rinnovato e di stabilità, fuori dal rischio dell’eversione, del populismo, della follia; e che poi, sulla base di una fiducia ritrovata, si possa di nuovo pensare di riedificare la società su basi più profonde e solide, davvero democratiche, aperte, solidali.

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  1. Z. Bauman, Modernità liquida, tr. it. Roma-Bari, Laterza, 2002 (2000)
  2. Ivi, p. 3
  3. E. Fromm, Fuga dalla libertà, tr. it. Milano, Mondadori, 1995 (1941)
  4. Cfr. S. Freud, L’Io e l’Es, in Id., Opere, vol. 9, Torino, Bollati Boringhieri, 1922
  5. Cfr. A. Green, Psicoanalisi degli stati limite, tr. it. Milano, Raffaello Cortina, 1990
  6. Cfr. A. Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, tr. it. Torino, Einaudi, 1999 (1998); C. Lasch, La cultura del narcisismo, tr. it. Milano, Bompiani, 1981 (1979)
  7. Cfr. O. F. Kernberg, Sindromi marginali e narcisismo patologico, tr. it. Torino, Bollati Boringhieri, 1978 (1975)
  8. Cfr. J. A. Greenberg, S. Mitchell, Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica, tr. it. Bologna, il Mulino, 1985
  9. Cfr. H. Marcuse, Eros e civiltà, tr. it. Torino, Einaudi, 1964 (1955)
  10. Cfr. H. Kohut, La guarigione del Sé, tr. it. Torino, Bollati Boringhieri, 1980 (1977)
  11. Cfr. P. Marty, M. De M’uzan, C. David, L’indagine psicosomatica, tr. it. Torino, Bollati Boringhieri, 1971 (1963)
  12. Cfr. P. Fonagy P., M. Target (a c. di), Attaccamento e funzione riflessiva, Milano, Raffaello Cortina, 2001.)
  13. Cfr. O. F. Kernberg, op. cit
  14. Cfr. C. Bollas, L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato, tr. it. Roma, Borla, 1989 (1987)
  15. Cfr. D. W. Winnicott, Sviluppo affettivo e ambiente, tr. it. Roma, Armando, 1970 (1965)
  16. Cfr. W. R. Bion, Una teoria del pensiero, tr. it. in Id., Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Roma, Armando, 1970 (1962)
  17. Cfr. G. Polacco Williams, Paesaggi interni e corpi estranei. Disordini alimentari e altre patologie, ed. it. Milano, Bruno Mondadori, 1999 (1997)
  18. Cfr. J. McDougall, A favore di una certa anormalità, tr. it. Roma, Borla, 1993 (1978)
  19. D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, tr. it. Milano, il Saggiatore, 2007 (2005)
  20. Ibidem
  21. F. Cambi, La cura di sé come processo formativo, Roma-Bari, Laterza, 2010
  22. Cfr. P. P. Pasolini, Lettere luterane, Torino, Einaudi, 1976
  23. Cfr. Z. Bauman, op. cit
  24. Sul concetto di resistenza in pedagogia cfr. Cfr. M. G. Contini, Elogio dello scarto e della resistenza. Pensieri ed emozioni di filosofia dell’educazione, Bologna, Clueb, 2009; R. Mantegazza, Pedagogia della resistenza. Tracce utopiche per educare a resistere, Troina, Città Aperta, 2003; S. Ulivieri, Resistere, resistere, resistere!, in Id., (a c. di) Insegnare nella scuola secondaria, Pisa, Edizioni ETS, pp. 9-12, 2012
  25. Sulla cura di sé in pedagogia cfr. V. Boffo (a c. di), La cura in pedagogia, Bologna, Clueb, 2006; F. Cambi, op. cit,; L. Mortari, La pratica dell’aver cura, Milano, Bruno Mondadori, 2006
  26. Sul nesso imprescindibile tra emancipazione e democrazia cfr. G. Spadafora, Formazione, persona, democrazia: una questione aperta, in «Education Sciences & Society», 1(2), 2010, pp. 10-20; Id., Verso l’emancipazione. Una pedagogia critica per la democrazia, Roma, Carocci, 2010