Numero 12 - 2016

  • Numero 11 - 2016
  • Politiche

Dare valore alla formazione formatori: il caso dell’Associazione nazionale pubbliche assistenze

di Angela Spinelli

1. Premessa: dell’eccedenza della formazione nel volontariato

La didattica, e specialmente la generale, è una strana disciplina: si occupa dei principi – generali appunto – dell’insegnare, ma per farlo ha necessità di indagare anche sui principi, anch’essi generali, dell’apprendere.

Ha uno strano rapporto con le altre aree delle scienze dell’educazione, dalle quali aspira ad emanciparsi, ma alle quali poi torna per ragionare su fini, valori e filosofie che sottostanno ai metodi di cui si occupa.

Infine – a differenza di altre discipline umanistiche – ha un suo speciale laboratorio: l’aula. Chi si occupa di didattica, infatti, non è un teorico: se non insegna non fa ricerca; certo, può lavorare in via vicaria osservando qualcuno/a che insegni al suo posto, può guardare ad un sistema di istruzione complessivamente inteso, ma se non si confronta anche con la dimensione micro corre il serio rischio di tralasciare la complessa dimensione umana che la relazione di insegnamento e apprendimento comporta.

Quindi, qualche anno fa, quando mi si offrì l’opportunità di lavorare in aule dedicate alla formazione dei formatori per un’organizzazione del terzo settore ebbi l’impressione di avere davanti a me una prateria da esplorare, un’occasione unica. L’attività formativa vera e propria era subordinata alla possibilità, esplicitamente richiesta, di poter fare ricerca sull’esperienza stessa. Da allora, ed era il 2011, ho affastellato, ordinato e comparato una significativa mole di dati; ho cercato di analizzarli in modo diacronico e sincronico; ho stilato report di valutazione e monitoraggio che, come ben insegna la pedagogia sperimentale, hanno offerto quelle necessarie conoscenze per poter operare scelte “formativamente” sensate per corrispondere alle attese dell’organizzazione e – contemporaneamente – lavorare adeguatamente con i singoli partecipanti.

Più volte ho cercato di mettere insieme il materiale e trarne delle conclusioni, o almeno delle indicazioni, che non fossero solo un diario di bordo, una cronistoria documentata dell’accaduto e, altrettante volte, non ci sono riuscita.

Da questo approccio di analisi restavano fuori almeno due elementi: le sensazioni, emozioni e percezioni vissute nel gioco delle relazioni d’aula e ciò che io, via via, andavo imparando e che mi modificava come persona e come professionista.

Mancava ancora quel valore sociale aggiunto delle attività di formazione specifiche del volontariato, ciò che Mario Schermi definisce l’eccedente,[1] che caratterizza il fare formazione in questo specifico contesto.

2. Quale modello per la formazione dei formatori?

Più l’esperienza di formazione formatori si fortificava nel tempo, più sentivo la necessità di addentrarmi in discipline di confine, che mi aiutassero a ricostruire il quadro teorico all’interno del quale mi (e ci) stavamo muovendo, che si componeva sempre più in modo originalmente interdisciplinare. L’azione di formare formatori è dunque duplice: la prima azione, auto-evidente, consiste nel preparare altre persone a svolgere questo ruolo; un’altra, meno evidente ma altrettanto sfidante, è quella di esser pronti a ri/formare se stessi, percorrere vie di cambiamento che possono essere inaspettate, e che comportano una coerenza di fondo imprescindibile: ciò che il formatore di altri formatori racconta, espone, narra, indica lo deve prima di tutto sperimentare sulla propria persona e sul proprio stile di insegnamento e relazionale.

Formare formatori è un’esperienza di crescita interiore, prima ancora di mostrarsi nelle sue potenzialità educative per altri soggetti, individuali e organizzativi.

Analizzando brevemente le indicazioni esistenti in merito alla professionalità e professionalizzazione della figura del formatore si incontra, in prima battuta, il lavoro svolto dall’Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori (ISFOL).

Il formatore/formatrice (per la precisione il: “Docente della formazione e dell’aggiornamento professionale), per Isfol, è quel professionista che insegna gli aspetti teorici delle discipline connesse alla pratica di diverse attività lavorative, all’uso di tecnologie e di attrezzature in centri per la formazione professionale e in imprese. Le azioni professionali che lo contraddistinguono riguardano:

  1. la progettazione dei moduli formativi;
  2. la scelta e il reperimento del materiale didattico;
  3. la valutazione e l’apprendimento degli alunni attraverso verifiche scritte e orali;
  4. la cura della metodologia di insegnamento;
  5. l’insegnamento delle pratiche professionali;
  6. il supporto e l’orientamento degli studenti;
  7. lo svolgimento dell’attività didattica sugli aspetti teorici delle discipline connesse all’attività professionale;
  8. la preparazione delle lezioni[2].

Il formatore, individuato come professionista attraverso queste azioni, è poi descritto per skills possedute, attitudini, condizioni di lavoro etc. Di particolare interesse, fra le varie dimensioni dei descrittori usate sono quelle che riguardano i valori per la professione. Di particolare interesse perché chiunque abbia solo annusato un po’ dell’aria che si respira nelle scienze dell’educazione dovrebbe aver colto il nesso imprescindibile con la dimensione etica e – in alcuni casi – morale. L’Isfol, per descrivere la professione e orientare giovani e meno giovani (forse) aspiranti formatori utilizza dei descrittori molto interessanti, che offrono grandi speranze in termini di appagamento professionale, personale e anche economico all’interno dei quali, però, io ho trovato più elementi di meta-riflessione professionale che profili etici, come invece si lasciava intendere.

Altro interessante riferimento è l’Atlante delle professioni dell’Università di Torino che, per descrivere la professione di formatore e formatrice (genere esplicitamente citato, peraltro), affianca i seguenti sinonimi: facilitatore di apprendimento, coach, mentor e definisce come segue le attività che lo riguardano:

  1. rileva e analizza il fabbisogno formativo delle persone, dei gruppi, delle organizzazioni;
  2. progetta;
  3. promuove;
  4. coordina, organizza e monitora;
  5. eroga;
  6. valuta;
  7. innova e migliora[3].

Siamo ancora, come si evince, in una dimensione micro della formazione poiché, sebbene si guardi alle fasi di progettazione, queste – almeno per ora – non sono contestualizzate in termini organizzativi. Questo passaggio avviene, invece, con un altro professionista che, per comodità e chiarezza di classificazione è individuato come “esperto della progettazione formativa e curriculare.”

Questo profilo professionale si avvicina a quello su cui lavora da anni Giuditta Alessandrini, ben delineato, approfondito e storicizzato nelle diverse edizioni del Manuale per l’esperto dei processi formativi[4]

Ora, questo Manuale – che è stella polare di una generazione di studenti aspiranti formatori – personalmente l’ho utilizzato come libro di testo in diversi corsi e per diversi anni accademici, ma – con sorpresa – non ho sentito la necessità di consultarlo in fase di progettazione della formazione formatori per il Terzo settore da cui ha preso avvio questa mia riflessione.

Nell’insieme, pur volendo fare sintesi dei riferimenti citati, avevo l’impressione di non riuscire a completare il profilo professionale in termini di elementi necessari alla sua descrizione e di progettazione formativa dei corsi.

Cosa stava succedendo? Cosa mancava? Avevo già il sospetto che questa professione, così come tutte quelle che vivono nella relazione, non si può imbrigliare solo in una dimensione accademica, testuale, analitica, di analisi quantitativa? Eppure, con Comenio ero – e sono tutt’ora – in “ottimi rapporti”; eppure la pedagogia sperimentale mi aveva insegnato così tanto!

Da un lato sentivo ancora l’assenza di caratteristiche professionalizzanti nel senso tecnico del termine (vanno bene i verbi di azione, ma poi queste azioni come si svolgono?); dall’altro – ma credo di essermene accorta solo a posteriori – soffrivo dell’assenza di un approccio fenomenologico alla definizione del profilo professionale e della formazione formatori senza il quale, oggi credo, non sia possibile facilitare niente e nessuno nel proprio compito di apprendimento.

In formazione, la dimensione macro non ricomprende per intero quella micro, se in essa si accetta di riconoscere il fattore umano e la sua alchemica imprevedibilità.

I descrittori della professione delineano un profilo inevitabilmente epurato di pathos, appena suscettibile di ethos, vergognoso anche solo di ricordare l’eros platonico  e – invece – tutto teso a operazzionalizzare il logos.

E su questo vorrei fare un passo indietro, per non cadere in un equivoco solipsitico e per rendere giustizia ai miei maestri e ai miei studi, nonché per non illudere animi volenterosi ma “digiuni” di poter svolgere attività di formazione senza far danni agli altri e a se stessi.

Con Comenio[5]: senza una seria (scientifica) riflessione sul metodo, e oggi sui metodi, un docente/formatore è un improvvisatore; senza strumenti tecnici di base che gli consentano di operare professionalmente la vocazione non è sufficiente. Senza una visione didattica dell’atto di insegnare/apprendere ci si confina in un paradigma naturalistico in cui è sufficiente un po’ di vocazione e un po’ di buona volontà che, se certamente aiutano, altrettanto certamente non bastano.

La professione ha degli standard minimi sotto i quali non si dovrebbe andare, e non per amore del dover essere o della dimensione normativa, ma per rispetto di un agire professionale quale è richiesto a tante altre attività, dal medico all’ingegnere, dall’architetto all’infermiere. Allo scopo, allora, i profili accennati precedentemente son sufficienti, bastanti: sei un formatore se svolgi (almeno in maniera sufficiente) tutte le azioni elencate; sei un formatore se hai quelle caratteristiche; se fai vivere quelle competenze.

Sei un formatore se il sapere e il saper fare coincidono o superano questi descrittori. Manca all’appello, però, una dimensione importante di quelle che in questi ultimi anni abbiamo incontrato in ogni pubblicazione, convegno, attività di formazione per formatori o docenti: quella dell’essere e del suo sapere. E si recupera, qui, in questa sutura, l’idea vocazionale, quella che distingue il professionista dall’artista, nel suo senso originario ed etimologico di artigiano (con scienza e coscienza) di prodotti unici.

La formazione organizzativa (non il training, l’istruzione, i programmi di addestramento. La formazione!) ha almeno tre obiettivi:

  1. il soggetto in apprendimento, la sua crescita come persona e come professionista, lo sviluppo consapevole del sue essere persona adulta e autonoma;
  2. l’organizzazione, con la sua storia, identità, caratteristiche. Come soggetto in cui le istanze individuali e quelle collettive si incontrano;
  3. la società, in cui i primi due soggetti si muovono come produttori di senso, cultura, azione e potenzialmente cambiamento.

Le competenze trasversali diventano, perciò, parte integrante del profilo professionale del formatore, e specialmente quelle che aiutano nel processo di consapevolezza rispetto alla cura delle relazioni e alle capacità auto e meta riflessive.

«È indubbio che la formazione tradizionale dei formatori si è presentata essenzialmente centrata sulle attività di insegnamento e quindi fondata essenzialmente su cosa si insegna, i contenuti, siano essi discipline, abilità, tecniche. Se invece l’attenzione viene spostata, come d’altra parte molti formatori sono venuti sperimentando nella loro esperienza professionale, sull’obiettivo della facilitazione e dell’apprendimento, la formazione dei formatori si collocherà in un’ottica molto più complessa e innovativa. Essa, attribuendo una diversa e non esclusiva rilevanza ai contenuti-materie da insegnare, dovrà curvarsi sugli aspetti qualitativi delle competenze professionali, in particolare di tipo trasversale […].[6]»

3. Il caso dell’Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze

Questa visione complessiva, quasi olistica, era radicata nell’organizzazione di Terzo settore cui si accennava in apertura e che, dal 2011, con lungimiranza, ha scommesso sulla pratica della formazione formatori come elemento portante della sua crescita.

L’attuale ANPAS, Associazione nazionale delle Pubbliche Assistenze, è un ente morale fondato a Spoleto nel 1904 come Federazione Nazionale delle Società di Pubblica assistenza e Pubblico Soccorso. Nel 1911 ottiene il riconoscimento giuridico in ente morale e, sopravvissuta all’oscurantismo fascista che nel 1930 con un Regio Decreto ne sancisce lo scioglimento, si ricompone spontaneamente nel 1946 convocando a Milano il primo congresso nazionale del dopoguerra[7].

Per aiutare a comprendere il quadro è bene sapere che si sta parlando di un’organizzazione che unisce 873 pubbliche assistenze in tutta Italia, per un totale di 86.310 volontari, 333.752 soci[8] e che descriveva così la propria politica educativa:

«formazione che abbia nel riferimento etico la propria ragione di sviluppo e che, accrescendo competenze, renda i volontari adeguati a svolgere i servizi che da sempre contraddistinguono ANPAS, ma anche soggetti politici in grado di rilevare i bisogni, progettare gli interventi, verificare i risultati e determinare i cambiamenti sia associativi sia nella cittadinanza.[9]»

L’esigenza da cui muoveva era quella di formare un elevato numero di volontari su temi complessi quali, ad esempio, quelli etici e identitari. Decide così di dotarsi di uno strumento programmatico a medio termine, il Piano dell’offerta formativa, di portata triennale che:

«descrive le linee di più ampio respiro inquadrando la formazione all’interno di una prospettiva pedagogica coerente con le scelte del movimento e, ove necessario, con la necessità di cambiamento; è perciò un documento programmatico e di indirizzo che ha per oggetto la formazione. Nel presente documento si delinea la programmazione e gli obiettivi su base triennale, ma nella consapevolezza che lo scenario sarà ricomposto, presumibilmente, in tempi più lunghi.[10]»

La scommessa pedagogica era quella di elaborare una prospettiva educativa coerente con l’identità del movimento delle pubbliche assistenze; affiancata da una scommessa didattica: trovare metodi e tecniche coese con queste dimensioni, in grado di attualizzarle, renderle praticabile, su larga scala e con una garanzia di qualità e omogeneità in tutto il territorio nazionale.

Gli scopi generali consistevano, perciò, nel ricomprendere la formazione nelle “naturali” azioni etiche dell’agire volontario.

La formazione doveva essere pensata, organizzata e vissuta come un percorso di costruzione e diffusione della conoscenza, avendo cura della qualità dei processi e della quantità di diffusione dei risultati, coerentemente con le scelte politiche del movimento; impegnata nella progettazione del futuro dell’associazionismo e del volontariato e con la volontà di incidere – a lungo termine – sulla cittadinanza, così da avviare processi partecipativi anche territoriali.

Date queste condizioni, l’organizzazione si è dotata di un modello di formazione – formatori che ha preparato dei volontari con competenze metodologiche specifiche i quali, a loro volta, hanno formato altri volontari (e dirigenti) su tutto il territorio italiano. Attualmente, dunque, i formatori ANPAS sono volontari che hanno messo a disposizione il proprio tempo, energie e competenze per formare altri volontari.

Il passaggio cruciale che i volontari formatori hanno operato, di fatto, riguarda la natura stessa dell’azione volontaria: ciascuno di loro, infatti, si occupava già di servizi di diversa natura (dalla protezione civile al sanitario) ai quali hanno aggiunto le attività di formazione per altri volontari. La formazione è rientrata così a pieno titolo nelle possibili attività svolte dai volontari con obiettivi di crescita dell’intero movimento sia con riguardo al profilo identitario, istituzionale ed etico, sia volte a migliorare competenze specifiche come quelle legate alle attività di protezione civile.

Alcuni numeri aiuteranno a capire meglio la dimensione e la natura dell’attività per tutti e due gli indirizzi citati.

3.1 La formazione formatori “Essere Anpas”

“Essere Anpas” è l’attività di formazione che riguarda il profilo istituzionale dei volontari, la loro consapevolezza di essere parte di un movimento che ha caratteristiche precise, derivate da una lunga storia, con un profilo statutario definito e operante. Proprio per queste caratteristiche, nel 2011, si scelse di praticare il modello “a cascata” sopra-descritto, con la volontà di raggiungere molti altri volontari nelle loro sedi associative e garantire così una buona diffusione e qualità. Nell’attuale Piano dell’offerta formativa si legge:

«il modello formativo è, oggi, pensato per formare formatori capaci, consapevoli ed impegnati che, rispondendo alle esigenze di apprendimento tipiche dell’azione volontaria, svolgano a loro volta attività di formazione “tra pari” capacitando il movimento; rendendolo cioè sempre più consapevole, democratico, partecipato»[11].

Tra il 2012 e il 2015, grazie a questo modello, i 41 formatori volontari hanno formato, a loro volta, 438 volontari con un profilo dirigenziale in tutto il territorio nazionale. Nel 2016 un nuovo corso ha preparato altri 15 volontari formatori e, con un’innovazione di programmazione formativa che riguarda la possibilità di svolgere attività all’interno della propria associazione per un totale di almeno 5 corsi annui, si ipotizza di riuscire a formare più di mille volontari in un anno solare.

Dopo la prima esperienza di formazione formatori si è avviata una sperimentazione che ha dato seguito alla revisione dei corsi da svolgersi sui territori. Sulla base dei dati raccolti in questa prima fase è stata prodotta una nuova versione del corso che ormai risulta abbastanza stabile, ad eccezione dei dati da modificare annualmente (per es. quelli legati al Bilancio sociale) o in seguito al mutamento di processi interni al movimento, legati per esempio alle attività congressuali.

Dal punto di vista dell’analisi dei dati della formazione svolta post sperimentazione si riscontrano buoni risultati in termini di raggiungimento degli apprendimenti e risultati ottimi per ciò che riguarda il gradimento della proposta, le metodologie utilizzate, la caratteristica spiccata di formazione tra pari, esperenziale e non formale.

3.2 La formazione formatori di protezione civile

Un modello simile a quello descritto precedentemente, ma con numeri maggiori e organizzato su profili in uscita diversi, è stato svolto per l’organizzazione della Colonna mobile nazionale di protezione civile Anpas. Il progetto, intitolato Una cascata formativa, è stato finanziato dal Dipartimento di protezione civile, ha preso avvio nel 2014 ed ha coinvolto circa 130 volontari preparati, questa volta, sia sui temi specifici dell’operatività della colonna mobile nazionale sia sulle conoscenze e competenze metodologiche e didattiche per svolgere i successivi corsi territoriali. A questo profilo “di base” si sono aggiunti profili specifici, per la gestione delle attività di protezione civile, sia in attività ordinaria (tempo di pace) sia in emergenza. La formazione ha perciò riguardato i formatori per responsabili di:

  • segreteria e sala operativa;
  • campo;
  • cucina;
  • logistica.

I numeri di questa attività sono stati imponenti: i volontari formatori di base sono, attualmente, 63 e 65 quelli di settore specifico. I primi, ad oggi, hanno formato a loro volta più 1600 volontari in 66 corsi svolti nei territori, allo scopo di condividere modalità operative della colonna mobile nazionale omogenee su tutto il territorio nazionale.

I corsi per i responsabili, legati alla formazione specifica, sono attualmente in via di definizione e, pur avendo numeri più misurati, come è normale che sia per ruoli decisionali e di responsabilità, dovrebbero avere un impatto simile rispetto alla capacità di armonizzare pratiche, procedure, comportamenti durante le fasi di emergenza.

Anche per questa esperienza i dati raccolti sono stati molto positivi. Sia i corsi di formazione formatori, sia i corsi sui territori, infatti, hanno un elevato livello di raggiungimento degli obiettivi formativi e un altissimo gradimento da parte dei volontari.

3.3 La formazione della campagna “Io non rischio”

La formazione nazionale ANPAS è, inoltre, fortemente impegnata e coinvolta nella campagna nazionale Io non rischio (http://iononrischio.protezionecivile.it/) con formatori che lavorano insieme ad altri volontari per l’organizzazione delle piazze coinvolte in questa attività di comunicazione rivolta ai cittadini sulle buone pratiche di protezione civile.

La campagna, concepita e proposta da Anpas e subito sposata dal Dipartimento di Protezione Civile, dall’Ingv e da ReLuis, è stata progressivamente allargata ad altre associazioni di protezione civile[12]. Il concept progettuale è simile ai precedenti: formare volontari preparati sotto diversi profili a formare (e in questo caso anche informare) altre persone. La differenza è che la campagna Io non rischio parla direttamente ai cittadini: sono volontari che si impegnano nell’animare piazze di informazione ai cittadini sulle attività di prevenzione e corretto comportamento in caso di  terremoto, alluvione, maremoto.

I volontari inizialmente selezionati svolgono un’attività di formazione “centralizzata” e diventano così formatori di riferimento delle loro aree territoriali: sono loro che hanno il compito di organizzare e svolgere la successiva fase di formazione degli altri volontari che svilupperanno l’attività nelle piazze.

«Alla fine del processo, per essere sicuri che tra tutti ci sia omogeneità nel livello di conoscenze, sono organizzate delle giornate di refresh: una specie di ripasso in cui ogni partecipante è chiamato a esercitarsi anche attraverso delle simulazioni pratiche. Dopodiché, tutti i volontari sono formati e pronti a incontrare i cittadini. Diciamo incontrare, e non informare, per porre l’accento sulla filosofia su cui si fonda la campagna. I volontari non fanno volantinaggio. Non si limitano a lasciare il materiale informativo alle persone, ma si fermano a parlare con loro, illustrano il problema, in qualche modo lo raccontano e rimangono a disposizione per eventuali domande e chiarimenti. Anche dopo le giornate della campagna, visto che, come abbiamo detto, i volontari operano e vivono sul territorio in cui comunicano»[13]

La scelta di coinvolgere nella campagna i volontari, dunque, nasce dalla convinzione che sono loro che, grazie alla loro quotidiana azione a sostegno degli specifici territori sono riconosciuti dai cittadini come interlocutori familiari, partecipi della realtà locale e affidabili.  Nel 2015, per favorire la realizzazione di più piazze, è stato cambiato il sistema formativo abbracciando il sistema testato da Anpas negli ultimi anni. Sono pertanto stati selezionati attraverso test e colloquio 64 volontari formatori di cui 30 volontari Anpas che attraverso un percorso formativo settimanale e intensivo sono stati formati sia al ruolo di formatore sia su tutti gli

argomenti inerenti la campagna Io non rischio (sistema nazionale protezione civile, rischio terremoto, rischio alluvione, rischio maremoto, comunicazione e logistica).

Successivamente, i nuovi formatori, lavorando a coppie, hanno formato gli altri volontari per l’organizzazione delle piazze.  Allo svolgimento effettivo della campagna, svoltosi a ottobre dello scorso anno, hanno partecipato oltre 1.400 volontari Anpas di 152 diverse pubbliche assistenze.

Conclusioni

Dati, dunque, molti di quelli citati reperibili nella documentazione di valutazione e monitoraggio dei progetti di formazione promossi da Anpas, che fanno da caso studio alla presente riflessioni.

E poi numeri, anche questi abbastanza impressionanti perfino a volerli considerare solo da un punto di vista quantitativo.

Come si diceva in apertura, però, sono elementi che non bastano a descrivere l’esperienza svolta né in termini pedagogici, né in termini didattici e neppure dal punto di vista delle persone coinvolte, delle relazioni che hanno potuto accendere e sviluppare, della crescita che hanno maturato come individui, come volontari e come cittadini.

Perché c’è una dimensione di sogno, di utopia, quando si investe (anche economicamente) in progettualità siffatte che non può essere colta empiricamente, o almeno non del tutto.

«La formazione, per esplorare gli orizzonti del possibile e cambiare la realtà, ha la necessità di immaginare, desiderare, sognare. Attività che, se stanno fuori da una stringente logica scientifica, risiedono invece a pieno titolo nel pensiero politico.[14]»

Questo tipo di attività, oltre a richiedere valutazioni prevalentemente qualitative, che si ispirano alle teorie fenomenologiche della ricerca, dovrebbero esser lette anche in termini di valore sociale aggiunto, secondo delle dimensioni e degli indicatori che ne sappiano restituire parte del senso che di per sé non è evidente.

Cosi facendo, valutare la formazione nel volontariato e, con essa, i metodi utilizzati, diventa un’operazione che indaga anche nel suo impatto sociale. Fondamentale diventa allora la riproduzione di relazioni, la capacità di costruire capitale sociale, la possibilità di apertura che le associazioni svolgono attraverso le attività di formazione. Aspetti, questi, che si aggiungono alla sola dimensione di valutazione dell’apprendimento raggiunto che – sebbene ancora per certi versi utile – non esaurisce tutte le grandezze di indagine e, anzi, rischia di proporre una visione asfittica e, per certi versi reazionaria, delle attività.

Appare ancora valido, anche se su scala più ampia, quanto affermato in una ricerca sul valore sociale aggiunto delle associazioni di volontariato toscane per cui:

«la filosofia educativa del volontariato, sebbene articolata, è composta da termini quali “attività”, “esperienza”, “soggettività” e svela una visione dell’uomo positiva, perché lo interpreta capace di crescita e autodeterminazione. Le metodologie didattiche utilizzate, […], sono tendenzialmente quelle capaci di mettere al centro del percorso formativo la relazione stessa, prima ancora dell’obiettivo di apprendimento.
[15]»

La form.azione formatori, in particolare, proprio perché lavora anche con dimensioni individuali e in alcuni casi “intime” dei formatori non può essere colta interamente con un approccio di progettazione e di analisi di tipo sperimentale. Nel caso presentato sarebbe utile, ad esempio, indagare su come sia cambiato il vissuto delle persone; capire quale valore aggiunto hanno riportato nelle loro associazioni; come l’identità istituzionale si sia consolidata; comprendere quali criticità sono state superate dalla colonna mobile. Tutti elementi che, se indagati in profondità, potrebbero restituire parte della complessità vissuta durante le attività e magari aggiungere elementi conoscitivi per consolidare una modalità di pensare la formazione che vada al di là dell’efficacia e dell’efficienza e che consideri anche la valutazione un momento di restituzione del valore umano che già caratterizza, e con successo, la formazione nel volontariato.

Bibliografia

Alberici A., Di Rienzo P., Riconoscere le competenze informali. Il caso della formazione sindacale Slp Cisl, Edizioni Lavoro, Roma, 2013

Alessandrini G., Manuale per l’esperto dei processi formativi, Carocci, Roma, 2016

Ceccherelli A., Spinelli A., Tola P., Volterrani A., Il valore del volontariato. Indicatori per una valutazione extraeconomica del dono, CESVOT, Firenze, 2012

Conti F., I volontari del soccorso, Marsilio, Venezia, 2004

Schermi M., Prefazione: formazione e volontariato, in Spinelli A. (a c.di), La formazione nel volontariato fra realtà e possibilità, Franco Angeli, Milano, in uscita a settembre 2016.

Spinelli A., La formazione nel volontariato fra realtà e possibilità, Franco Angeli, Milano, in uscita a settembre 2016

Sitografia (verificata a luglio 2016)

Anpas, Bilancio Sociale:

http://www.anpas.org/categoria-news-generale/2301-bilanciosociale2015.html

Anpas, Piano dell’offerta formativa 2012 – 2014:

http://www.anpas.org/Allegati/Formazione/POF_Triennale_2012_2014.pdf

Campagna Io non rischio:

http://iononrischio.protezionecivile.it/campagna-io-non-rischio

Pelagatti E., Una squadra di militi istruiti, in A. Spinelli (a c. di), Io insegno io apprendo. Manuale del formatore Anpas, in pubblicazione a luglio 2016 sul sito di Anpas Nazionale (www.anpas.org)

Profilo formatore Atlante delle professioni:

http://www.atlantedelleprofessioni.it/Professioni/Formatore-e-Formatrice/Attivita-e-competenze/%28page%29/Attivita-e-competenze

Profilo formatore ISFOL:

http://professionioccupazione.isfol.it/scheda.php?limite=0&id=2.6.5.3.1&id_menu=1&testo_subpercorso=SCHEDA%20SINTETICA&flag_reset_personalizza=1

  1. Schermi M., Prefazione: formazione e volontariato, in Spinelli A. (a c.di), La formazione nel volontariato fra realtà e possibilità, Franco Angeli, Milano, in uscita a settembre 2016.
  2. http://professionioccupazione.isfol.it/scheda.php?limite=0&id=2.6.5.3.1&id_menu=1&testo_subpercorso=SCHEDA%20SINTETICA&flag_reset_personalizza=1
  3. http://www.atlantedelleprofessioni.it/Professioni/Formatore-e-Formatrice/Attivita-e-competenze/%28page%29/Attivita-e-competenze
  4. Cfr. Alessandrini G., Manuale per l’esperto dei processi formativi, Carocci, Roma, 2016
  5. riferimento
  6. Alberici A., P. Di Rienzo, Riconoscere le competenze informali. Il caso della formazione sindacale Slp Cisl, Edizioni Lavoro, Roma, 2013, p. 23.
  7. Cfr. Conti F., I volontari del soccorso, Marsilio, Venezia, 2004
  8. Cfr. Bilancio Sociale: http://www.anpas.org/categoria-news-generale/2301-bilanciosociale2015.html
  9. Anpas, Piano dell’offerta formativa 2012 – 2014, http://www.anpas.org/Allegati/Formazione/POF_Triennale_2012_2014.pdf (link verificato a luglio 2016)
  10. Ibidem.
  11. E. Pelagatti, Una squadra di militi istruiti, in A. Spinelli (a c. di), Io insegno io apprendo. Manuale del formatore Anpas, in pubblicazione a luglio 2016 sul sito di Anpas Nazionale (www.anaps.org)
  12. La campagna Io non rischio è promossa e realizzata da: Dipartimento della Protezione Civile, Ingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), Anpas,  ReLUIS (Consorzio interuniversitario dei laboratori di Ingegneria sismica). http://iononrischio.protezionecivile.it/chi-partecipa/
  13. http://iononrischio.protezionecivile.it/campagna-io-non-rischio/come-si-svolge/
  14. Spinelli A., La formazione nel volontariato fra realtà e possibilità, Franco Angeli, Milano, p. 17, in uscita a settembre 2016.
  15. Ceccherelli A., Spinelli A., Tola P., Volterrani A., Il valore del volontariato. Indicatori per una valutazione extraeconomica del dono, CESVOT, Firenze, 2012, p. 59.